…che cosa ci insegna il dolore?

Pubblicato: ottobre 23, 2011 in Imparare ed Insegnare, Sarno Pedagogia
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Morte ed educazione, cosa c’entrano? …forse nulla, forse invece qualche cosa c’entra, lo vedremo…

 

Accendo la tv, uno dei tanti telegiornali racconta la morte di un giovane motocilcista, professionista e spericolato, 24enne, morto per un incidente, una delle tante morti di oggi penso, una delle tante morti e dei tanti dolori che alcuni si troveranno ad affrontare oggi e in cui cercheranno di trovare senso. Le domande saranno le solite, perchè, chi lo ha permesso, perchè a me ma soprattutto sarà e adesso? …e adesso significa soprattutto, cosa me ne faccio di tutto questo dolore, dell’assenza , della mancanza?

La domanda forse più importante è: a cosa ci può servire parlare ,qui ,in un blog , della morte?

  1. serve per provare a dare un senso pedagogico ad uno dei passaggi più complessi e più profondi nella vita delle persone.
  2. serve perchè davanti al dolore ci siamo stati tutti almeno una volta nella vita.
  3. serve a pensare che il dolore non si può contrastare, non si può evitare, ma si può trasformare.
  4. serve per andare oltre alla risposta sul perchè sia successo, per capire cosa rimane.
  5. serve per crescere, per non farsi fermare dalle sensazioni dolorose, dalle sensazioni di mancanza e soprattutto per trasformare una assenza in una presenza , dal “mi manchi” al “cosa mi hai lasciato?”, insomma. 
  6. serve perchè è anche condividendo il senso di un’esperienza che si può traformarla, soprattutto se quel dolore , pur essendo solo tuo, lo si può affrontare insieme.
  7. serve perchè ogni dolore è diverso ma alcuni sono più simili di quanto sembri.
  8. forse invece non serve, almeno non serve a tutti, perchè le vie per rielaborare i propri dolori possono essere anche fortemente, radicalmente private e interiori.
  9. non serve , perchè non per tutti è utile scrivere e confrontarsi.
  10. serve comunque provarci, magari non qui, perchè un senso lo dobbiamo comunque trovare…

..Un saluto a Marco S. ( il motociclista) , questo post , è dedicato a te…

Christian

commenti
  1. lucapra ha detto:

    caro cri mi hanno insegnato ed educato che la morte fa paura e penso di non essere il solo.
    non credendo nell’al di là è un passo ancor più difficile da accettare (o da vivere)….
    l’unica questione pedagogica che mi pongo così senza troppo pensiero è come abitare il presente
    ed educare gli altri ad abitarlo
    lucapra

  2. Simona ha detto:

    ciao, io ho appena perso mia mamma e a mio figlio gli ho spiegato che due angioletti hanno visto la nonna e sapendo che è sempre stata molto buona con tutti, le hanno fatto crescere un paio d’ali e l’hanno portata in paradiso insieme a loro….ogni tanto mi chiede della nonna ed io gli ho detto che lo vede da lassù e che gli vuole ancora tanto bene…
    Simona

    • biviopedagogico ha detto:

      cara SIMONA, è proprio quello che intendevo quando dicevo ” dobbiamo trovare senso” , nel tuo caso il senso è lagato al perchè è successo e al dove vanno le persone quando non sono più fisicamente con noi, i bambini hanno necessità di trovare un luogo immaginario,ma visibile, osservabile, a cui riferirsi quando pensano a chi non c’è più.
      Son sicuro che per lui, quel luogo, narrato da te sotto forma di favola ,sarà e diventerà un luogo speciale, un luogo in cui lui metterà tutte ciò che ama quando non lo potrà più vedere, ci metterà il criceto, la sua bicilcetta vecchia e tutte le cose che vorrà tenere vicino a se.
      Dare senso, vuol dire dare un significato a ciò che ci succede in modo che possa per noi essere riconoscibile, che possa rappresentare il nostro modo di vivere e percepire le cose, chi crede lo fa raccontando del paradiso, c’è che racconta di viaggi su stelle luminose, chi su pianeti inventati e così via.
      Quello che ci serve cara simona è raccontare, narrare, riflettere e pensare, in modo che ciò che è successo non rappresenti soltanto una mancanza, ma produca qualche cosa in termini di fantasia, memoria e significati.
      …ti ringrazio, cara simona, infine, perchè esporsi su come si è trattato un argomento così, non è facile e soprattuto non è da tutti, nel senso che non tutti ci riescono…

      Raccontare e mostrare “agli altri” i nostri interventi educativi, le nostre comunicazioni con i figli e i nostri pensieri è una delle possibilità per poterci riflettere sopra oltre che una delle cose più difficili da fare, perchè come educatorie e/o genitori ci fa sentire nudi, scoperti e guardati da tutti, ma l’eduazione è così, è un atto pubblico e quindi sotto l’occhio più o meno attento degli altri.
      Proprio e soprattutto per questo, ti ringrazio ancora per il tuo racconto…
      Christian S.

      • luca ha detto:

        A volte ho l’impressione che parlare in modo chiaro con i piccoli della morte serva per far diminuire la paura stessa della morte … a loro e a noi.
        E poi “sapere” rende presente nella memoria. Mia figlia piccola (6 anni) credo che senta vicina a sé la nonna e continua a renderla “viva” nei nostri racconti e ricordi.

      • biviopedagogico ha detto:

        Caro luca, intanto grazie del commento.
        Mi piace, ciò che scrivi, perchè mi pare contenga alcuni spunti preziosi.
        Credo sia interessante, soprattutto perchè ci permette di entrare dentro il tema a piene mani. Ci permette di riconnettere tre argomenti, il valore della memoria ,la morte come tabù culturale e l’importanza della conoscenza. ( …ora che so e che mi è stata spiegata, posso farci i conti”….” se tu non ne hai paura io neanche…”ecc)
        La morte, è un tabù, se ne parla poco perchè fa paura, fa paura il dolore che essa provoca, fa paura l’idea che il dolore non si possa governare, fa paura perchè attiva tante resistenze e difficoltà soprattutto in noi adulti.
        Ci crea difficoltà, le crea a noi (adulti) molto di più di quanto ne crei ai bambini, è vero.
        Il tuo racconto mi attiva alcuni pensieri:
        1)La morte può essere affrontata e spiegata, anche ai bambini, se prima smettiamo di averne paura noi.
        2)Non è facile affrontare alcuni argomenti con i nostri figli soprattutto se ancora non ci abbiamo fatto i conti noi.
        3)Ricordare, aiuta a tenere vive le cose, a tenerle vicine a se, aiuta a collocare in un luogo le persone che non ci sono più.
        4)Raccontare, invece, ti costringe a fare i conti con ciò che dici e a dare significato a ciò che è successo.

        …ciò che mi pare in crisi, oggi, è il nostro ruolo, il difficile e faticoso ruolo di chi ha responsabilità educativa, responsabilità di accompagnare, far crescere, condurre e proteggere.

        detto questo, grazie luca…

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