Educatori che menano…

Pubblicato: gennaio 30, 2012 in Educazione Professionale, Sarno Pedagogia
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Si parla spesso di titoli, competenze, capacità e poi ciò che succede è che dietro al professionista, agli educatori professionali e agli insegnanti ci sono le persone , con le loro debolezze, le loro fragilità, le loro violenze e le loro ” brutture”.

Dietro e dentro i professionisti ci sono le loro voragini.

Ma di chi è la responsabilità di “osservare” le voragini  e di fermare il professionista?

ecco l’articolo…

http://brescia.corriere.it/brescia/notizie/cronaca/12_gennaio_30/anfo.asilochiuso-1903063474931.shtml

Forse alcune persone dovrebbero essere fermate prima.


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commenti
  1. […] Lungi da me il voler giudicare e stigmatizzare la maestra, ne voglio istruire un processo su questo blog. Vorrei provare a pensare assieme a voi quali cause possiamo provare a prevenire curando gli aspetti di qualità interni ai nostri luoghi di lavoro, anche energicamente come esprime Christian in quest’articolo. […]

  2. pietrosimone ha detto:

    Ho provato anche io a cimentarmi in questa riflessione, ma credo si possano risolvere le cose in modo diverso… Qui un’articolo in proposito: http://misalelascimmia.wordpress.com/2012/01/31/esplorazioni_risolutive/

  3. biviopedagogico ha detto:

    grazie pietro, per il link e per la voglia di discutere soprattutto.
    Credo che sia necessario però dividere le cose, da una parte ciò che è possibile fare per formare, aiutare, accompagnare, selezionare e motivare gli educatori, dall’altra la strana sensazione che ci prende quando ci domandiamo cosa avemmo (o avrebbero) potuto fare per evitare che ciò che è avvenuto in quell’asilo.
    Spesso ciò che vorremmo è che tutto fosse prevedibile, anticipabile (in stile minority report), e soprattutto evitabile. Questa sensazione, sicuramente giustificata, spesso ci porta a cercare risposte , responsabilità dove magari responsabilità non ci sono. Ci trascina dentro un senso di impotenza doloroso.
    Io credo che non tutto sia evitabile, che non tutto sia prevedibile soprattutto quando parliamo di persone. Non tutto è prevedibile con i bimbi, con le persone in stato di dipendenza con le persone con disabilità. Non tutto è prevedibile con gli adolescenti, con gli adulti e con gli anziani. Non tutto è prevedibile anche quando si parla di educatori, insomma.

    Quello che però mi interessa, invece (e mi pare interessi anche a te) è capire cosa possiamo fare noi, per intervenire prima, mentre e dopo ciò che accade nei nostri servizi.
    Sul prima è chiaro che viene una domanda: L’educatrice in questione lavora da tanti anni ( mi pare che si parli di 52 anni di età), quanti hanno visto prima e non hanno fatto nulla?Perchè? Cosa ci blocca dal denunciare un collega, un educatore o un coordinatore quando ciò che vediamo è sicuramente “oltre”?
    Sul mentre mi chiedo se fossero necessarie le telecamere, soprattutto perchè per poter avere le prove abbiamo sottoposto ancora i bambini a momenti di violenza.
    Sul dopo, la domanda è ancora più interessante, perchè la sfida è quella di capire cosa c’è ne possiamo fare noi (come educatori) di queste storie.

    Quello che penso, fuori dalla ricerca del “cattivo”, è che nel nostro lavoro spesso ci capita di provare sensazioni ed emozioni che rischiano di condurci verso tipologie di risposte aggressive e di dominio. Quello che dobbiamo imparare (anche come genitori) ed insegnare è che è necessario trovare il coraggio di parlarne, di capire cosa succede e di capire come affrontare le emozioni che proviamo.

    Quello che penso è che “stare” dentro le fatiche degli altri sia difficile, complesso e soprattutto molto pericoloso se fatto con approssimazione e mancanza di luoghi professionalizzanti.
    Ciò che credo, infine, è che gli educatori spesso siano soli e che ciò produca due effetti estremamente rischiosi come la mancanza di controllo e la de-responsabilizzazione.

    In questa storia, mi piacerebbe, insomma , andare “oltre” il mostro sbattuto in prima pagina.

  4. pontitibetani ha detto:

    mi piace quanto scrivi
    … In ogni caso c’è il rischio educativo che fa sbagliare eccedere sconfinare ma c’è anche questa difficoltà a segnalare, e quando la segnalazione c’è si fatica a prendere provvedimenti, tanto nelle megastrutture educative che in quelle piccole.
    ci sono stati casi in cui in servizio vi erano due educatrici, e lì è facile immaginare come il lavoro chiuso in se possa perdere il suo confine naturale, ma dove ci sono colleghi e personale esterno ci si chiede quale sia la cultura di un servizio che insegna a non vedere, a colludere, a passare sopra.
    alla fine la colpa e la responsabilità sono sempre del singolo,
    ma io fatico a non vedere la colpa più severa della struttura, dell’organizzazione, del servizio che non ha ascoltato, raccolto, pensato in una logica che la cura non funziona a compartimenti stagni ma per un principio di vasi comunicanti, per cui si insegna ed impara anche cosa si è imparato e cosa la struttura sta insegnando …
    fatico anche a non vedere la fatica che collettivamente stiamo facendo ad essere un paese migliore, più civile e rispettoso… Siamo un una fase del paese in cui brillano gli accecati e i furbetti, chissà perchè in educazione si dovrebbe esser diversi?
    come connettere i vari livelli, che responsabilità civile abbiamo noi che “vediamo” (chi molto da vicino – chi da una distanza da un metalivello di pensiero)

    mi chiedo anche e ancora come fare a mettere in asse il mio sguardo di madre, davanti a questi episodi, e la mia conoscenza del lavoro, dei rischi educativi, e di quel burnout (passato oramai di moda insieme ai soldi per la formazione), e come i due sguardi si sfumino ora in miopia ora in presbiopia per cui non vedo più con chiarezza quando io stesso come operatore difendo a prescindere la categoria, e quando come madre tendo a temere eccessivamente.
    per contro esistono colleghe che invescono furiosamente davanti a questi “mostri” educativi … e anche qui mi chiedo cosa vedano loro …

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