Qui ci vuole il maschio !

Pubblicato: febbraio 15, 2012 in Educazione Professionale, Sarno Pedagogia
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Idea di Andrea Marchesi e Christian Sarno

Testi di Andrea Marchesi

Parlare di educazione al maschile, parlarne in un convegno intitolato ” uomini in educazione”, parlarne solo il 14 marzo?  Perchè sprecare un’occasione così interessante, rara e preziosa limitandosi a parlarne in una sola giornata?

Abbiamo pensato che a queste domande dovevamo e potevamo rispondere aprendo qui , in un blog, uno spazio di riflessione ulteriore. Uno spazio che permettesse di ragionare, liberamente , anche in forma anonima e che permettesse di condividere pensieri e riflessioni intorno all’educazione al maschile. 

Faremo tre post, con brevi riflessioni e alcune domande. Il primo è questo. Il secondo sarà pubblicato venerdì 24 febbraio per chiudere con un post il 5 marzo.

Qui ci vuole il maschio !

Non si tratta dell’esclamazione di un elettricista, né dell’esortazione di un allevatore, tanto meno di questioni ancora più triviali. E’ l’ingiunzione che convoca l’educatore maschio, pronunciata da assistenti sociali, psicologi, pedagogisti, coordinatori, educatori. Ci vuole il maschio perché c’è un utente da contenere fisicamente, perché quel bambino non ha il padre e vive con una madre particolarmente protettiva, perché il gruppo di adolescenti è composto prevalentemente da maschi, perché quel genitore, di religione musulmana ha qualche problema nel riconoscere l’autorità incarnata da una figura femminile. Gli esempi potrebbero essere innumerevoli. Ma che cosa ci si aspetta dalla presenza di una figura educativa maschile ? Quali aspettative si addensano ? E quale idea di maschile viene messa in gioco ?

La locandina del convegno: uomini_in_educazione

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commenti
  1. […] più un mio collega consulente pedagogico, pone un’altra domanda sul senso pedagogico e maschile nell’educazione … e un […]

  2. michele ha detto:

    non lasciatevi ingannare dal titolo…

  3. salvatore ha detto:

    La richiesta di un educatore/operatore/pedagogista di sesso maschile ha ragioni sempre più presenti e pressanti, molte delle quali, ma non tutte – oltre a quelle esemplificativamente riportate da Andrea – fanno riferimento ad una presunta maggiore prestanza atta a garantire il contenimento di alcuni, particolari, utenti.
    Alcune, ancora poco esplorate, sono quelle che fanno riferimento, più o meno diretto, ad una sorta di iconografia della sacra famiglia, della serie: “qui manca la figura paterna”, poco spessa o assente del tutto e, quindi, per una sorta di riflesso condizionato, scatta la fatidica pensata: qui ci vuole il maschio!
    Certamente, può capitare che la pensata sia effettivamente congrua ed idonea ad affrontare un determinato contesto. Tuttavia mi pare ci sia una certa leggerezza o, se si vuole, una sorta di conformismo sostanziale: mancano le regole, l’autorevolezza poca, il contesto non pare offrire alcun tipo di normatività ed ecco che spunta la richiesta della figura maschile; che fa proprio il paio con l’altra che concerne la fragilità affettiva, la scarsità di attenzioni e di approcci improntati alla “care” ed ecco la donna con le sue tradizionali e “naturali” doti relazionali!
    Tutto vero, ma a me pare che dovremmo cercare di scavare dentro la domanda e, ancora di più, dentro l’idea di maschio e femmina che sottende tutto ciò. Nella mia esperienza, per lo meno negli ultimi decenni, la persistenza degli stereotipi di ruolo non mi ha quasi mai agevolato nella selezione del personale da destinare ai diversi mestieri dell’educare; mentre una volta il riferimento al genere veniva letto come una sorta di attributo sostanziale, qualificante, identitario e veniva, pertanto, accolto con normalità, più recentemente, un po’ come effetto di una policy relazionale tra generi, sicuramente più rispettosa della differenza, e un po’ più spesso perchè i processi di identificazione con gli stereotipi tradizionali si sono fatti più labili e sfuggenti, sembra che il genere sia diventato una sorta di incidentale e casuale connotazione, cui fare sobrio riferimento a rischio di sembrare sessista, bigotto, conservatore! Mi è capitato di destinare un ragazzone di due metri, laureato e “masterizzato” ad una attività di educazione domiciliare di un ragazzino di quarta elementare e vederlo tornare in supervisione, angosciato e piangente, a ricusare l’incarico perchè troppo gravoso e coinvolgente e, viceversa, degli sparuti donnini affrontare, con piglio autorevole, situazioni ad alto rischio. Come dire che ci tocca andare ad esplorare anche, nel bene e nel male, cosa sia effettivamente cambiato nella autopercezione di genere dei giovani educatori. E’ plausibile che, per la mia generazione e per quelle immediatamente successive, il non insistere su alcuni aspetti della differenza tra generi fosse il risultato di un insight cognitivo e di cosciente adozione di modelli di comportamento politicamente corretti; è altrettanto plausibile che, più recentemente, tale insight sia sceso più in profondità, raggiungendo interiorità prima mai messe in moto, producendo una sorta di nuovo pudore per il quale, quasi a prolungare l’indeterminatezza e l’ambiguità preadolescenziale, i nuovi educatori, quei pochi che ancora scelgono di diventarlo, vogliono essere scelti a prescindere… Con un atteggiamento che, per certi versi, fa un po’ tenerezza perchè mi ricorda quello delle nostre coetanee degli anni ’70 quando, giustamente incazzate, pretendevano di essere valutate per la loro competenza e non per la loro avvenenza! Queste riflessioni le posto qui proprio per invitare altri ospiti ad ampliare l’ambito di riflessione a contesti non tutti riconducibili allo specifico pedagogico: il sociale, i modelli culturali e comunicativi, le relazioni tra generi, il mercato del lavoro hanno fatto pesante irruzione nei modelli identitari di genere che convivono nella nostra socità post-idustriale e post-moltecose ; e poichè i giovani – e le giovani – educatori di questa società sono frutto e figli, è importante non fare troppe astrazioni , rifuggire da operazioni di skilling, di modellizzazioni e attrezzarsi per trattare questa materia con pragmatismo: scegliendo di ragionare di educatori non come debbano essere ma, piuttosto, di come possano essere e diventare con un buon lavoro di formazione permanente e di supervisione e clinica pedagogica… E qui parlo di educatori e di educatrici….

  4. Andrea Marchesi ha detto:

    Effettivamente il dibattito e i contributi in rete non mancano

    Segnalo la presentazione della giornata di studi sul sito di orizzonte scuola

    http://www.orizzontescuola.it/node/22417

  5. biviopedagogico ha detto:

    Grazie Salvatore per la riflessione e Andrea e Michele per i link.

    Butto anche io, al volo, un paio di riflessioni,…
    1) l’educatore maschio come modello. Ossia: Voglio il maschio perchè in quel nucleo ho bisogno di un “nuovo” o ” diverso ” modello maschile. Questo pensiero riduce l’educazione ad un visione legata esclusivamente o prevalentemente ai modelli, estetici, di riferimento, “sei un maschio, sei un maschio migliore di quelli che “il ragazzino” ha incontrato e questo mi basta. Una visione riduzionista, che riduce il senso dell’educazione ai modelli e soprattutto a modelli di riferimento personali, biologici e organici. Tempo addietro un collega psicologo di un servizio mi disse ” per noi è importante che quel ragazzino possa avere la possibilità di incontrare un “buon” modello maschile e tu sei un “buon modello “. Questo svuota di importanza l’azione educativa, riempiendo invece di valore l’ “essere un maschio”. Lascia fuori le competenze, le capacità e soprattutto omologa “tutti” i maschi, come se essere maschio possa bastare per trattare temi maschili o legati a ciò che di solito , storicamente è considerato tratto dell’educazione al maschile.
    2) il maschio come colui che contiene, che ferma perchè più forte fisicamente e perchè più abituato a trattare il tema delle regole, perchè storicamente detentore dell’autorità. Il maschio che :” guarda che lo dico a papà quando torna e ci pensa lui”. Il maschio che fa paura, che se si arrabbia mena, che pone il limite, che ferma.Questa visione è una visione “falsa” , finta, che collocava l’autorità dentro la paura e fuori dalla relazione, che colloca il maschio nel fastidioso ruolo del duro, del forte di colui che è detentore della responsabilità di far rispettare le regole.

    Quello che penso è che spesso, dentro alcune richieste, manchi un pezzo di riflessione.Parlare così del maschio banalizza il ruolo dell’educazione e soprattutto dell’educazione professionale, perchè per quello che ho visto e che vedo il maschile e il femminile nell’educazione professionale sono “modalità” di incontrare l’altro.
    Usare codici maschili non è, insomma, una caratteristica esclusiva del maschio.

    Christian S.

  6. Fra ha detto:

    Provo a immaginare una elettricista femmina, fingendo di non essere una educatrice, probabilmente vi sarebbero in alcune case tubi dell’acqua colorati, a vista, in tinta, nel bagno, con gli asciugamani e la tenda della doccia, in cucina con piatti ed elettrodomestici. O magari trasparenti e decorati o luminescenti per creare in bagno giochi di colore mentre fai la doccia.
    Una allevatrice potrebbe sostituire il marchio a fuoco o la targhetta clippata con un piccolo tatuaggio arabescato in bella vista sul’ orecchia del vitello e la mungitura ovviamente a domanda e non a orario (hi hi hi). Inutili frivolezze? No no una creatività ed una emotività che non si scindono dall’essere pratici ed efficaci nel fare funzionare le cose. Una creatività ed una emotività che sono irrimediabilmente connesse con le altre funzioni che la mente ed il corpo esplicano. Un’attenzione al clima all’atmosfera alle sensazioni che accompagnano un atto, come una doccia o il cucinare e mangiare l’essere riconosciuti e il dare nutrimento. Non diritti all’obiettivo, ma passeggiando qui e là. Non dico che non può essere anche maschile come atteggiamento, ma forse, ripeto, forse nel femminile è più difficile scinderla, lasciarla da parte.
    Ecco che allora urge, urge proprio, in educazione in particolare (facile farlo con il tubo dell’acqua che perde!), riuscire in alcuni momenti, in alcuni casi avere in mente ed intervenire mettendo a fuoco solo il nocciolo della questione: la regola per il contenimento, la ferita per la catarsi, il ruolo per l’identificazione e l’opposizione.
    Non dico che non può essere fatto anche dalla femmina, ma forse è più difficile e laborioso riuscire a farlo rinunciando a connettersi con parti più emotive e creative.
    Lungi da essere giusto o sbagliato un modo piuttosto che l’altro si tratta forse di capire quando l’uno e quando l’altro. Avendoceli entrambi!
    Anzi meglio ancora mettendoli a confronto, non per forza sul campo, ma senz’altro in sede di formazione, supervisione.
    Mah…Could it be????

  7. andrea ha detto:

    Gli interventi contribuiscono a sfogliare il problema. Lo snodo mi sembra essere: attraversare gli stereotipi evocati dalle questioni di genere senza rimuovere il problema delle differenze e nel nostro caso della poco esplorata specificità del maschile in educazione. Dobbiamo resistere alle modellizzazioni ? Concordo. Ma dobbiamo farci i conti, come nel caso dell’educatore maschio al quale viene chiesto di indossare i panni di un modello maschile buono, positivo, presente (alludendo a presenze maschile violente, negative, assenti), che indubbiamente rinvia ad un’idea di famiglia – spesso veicolata dal sapere psicologico e subita passivamente da quello pedagogico – refrattaria nei confronti dei mutamenti radicali che stanno subendo le strutture di parentela nel mondo occidentale. Il dubbio è che prima venga il maschio, il genere – come immaginario diffuso – e poi l’educatore e che di fronte alla scarsità di uomini in ambito educativo-professionale, tutto ciò possa mettere in secondo piano le competenze e le pertinenze. Quando un’equipe psico-sociale mi chiede un educatore maschio per accompagnare un minore inserito in una situazione familiare multiproblematica a me sorge il dubbio che si stia dicendo “basta che sia maschio” mettendo davvero in secondo piano le competenze educative. In questa convocazione non penso ci sia solo un appiattimento conformista, ma ci sia un’urgenza che va oltre il pedagogico e richiama l’assenza di figure maschili disponibili ad assumersi fino in fondo le proprie responsabilità educative. Se basta essere maschio, il rischio, a mio avviso, è coltivare una nuova generazione di educatori, uomini, chiamati ad interpretare un copione di genere che forse è radicalmente in crisi (e non può quindi non coinvolgerli), mettendo in secondo piano proprio il profilo delle competenze educative. Circolo vizioso ?

    • Manuela Fedeli ha detto:

      Beh, direi che un certo circolo vizioso si presenta. Sono donna, educatrice professionale, consulente pedagogica…eppure spesso mi tocca fare “il maschio” quando lavoro a diretto contatto con l’utenza: portare ordine, disciplinare, contenere,… Non che queste azioni o intenzioni debbano essere solo maschili, ma effettivamente spesso i colleghi maschi si ritraggono da questi compiti e si ritagliano più che altro quelli di convivialità e creatività. Per paura? Per allontanare stereotipi?….sì, comprensibile, ma così se ne generano di nuovi in ambito professionale e si fatica a bucare il mondo artificiale dell’educazione per aprire strade e pensieri nuovi da portare nella vita fuori dai servizi. Entrambi, uomini e donne, tutti educatori professionali, abbiamo la responsabilità di insegnare ad attraversare i servizi per far sì che gli utenti, uomini o donne che siano, impararino competenze esperienzali e valoriali utili fuori da questi circuiti e coerenti con il proprio ruolo di genere. È una strada interessante da solcare. Come dire? Non si può insegnare senza imparare a nostra volta e forse il segreto è proprio qui: essere educatori, uomini e donne, in costante evoluzione, per permettere ai nostri discenti di essere a loro volta in costante evoluzione. Possiamo fare molto per cambiare le cose. Dobbiamo volerlo!

      • biviopedagogico ha detto:

        Mi piace quel ” mi tocca fare il maschio” di Manuela, perchè ciò ci dice che in educazione si fa e non si è…
        Quindi ciò che servirebbe in quell’equipe è uno/una che sa fare il maschio, che come dice Ercoli è un richiamo ad una funzione dell’educazione al maschile.
        Poi per essere ancora più precisi sarebbe meglio (soprattutto quando si richiede un educatore con funzioni specifiche) provare a definirle.
        Tipo : cerco educatore/educatrice che sappia ….

  8. lucaerco ha detto:

    Riflessioni sparse e parziali. Quando si cercano educatori maschi forse si sottende anche l’idea che siano in grado di presidiare il codice normativo (il principio di realtà ed i limiti ad esso connessi ivi compreso il presidio delle regole, la trasmissione di valori, lo sviluppo logico cognitivo, lo sviluppo di alcune abilità relazionali, la gestione di conflitti e confronti intellettuali, il giudizio sulle azioni, etc).
    Questo codice sta attraversando decenni di impopolarità estrema (si è confusa l’autorità con l’autoritarismo, il codice normativo con le sue derive autoritarie da padre padrone iper giudicante nei confronti della persona e delle diversità, anaffettivo, spesso troppo distante) ed è stato culturalmente demolito o depotenziato. L’effetto che però si è creato è quello della nascita delle famiglie iper affettive con padri peluche (D. Novara) e nessuno (ne madri ne padri) che sente il bisogno di presidiare il codice educativo che riscuote meno simpatia. Gli effetti sono da chiedere alle pediatre che nella maggior parte dei casi si trovano davanti la nuova generazione dei bambini imperatori.
    Se quindi, per un attimo assumiamo la necessità di sostenere tale codice nell’agire educativo, concordo con Christian sul fatto che tale compito o funzione non è pertinenza dei soli maschi. Ad oggi entrambi i generi sono invece chiamati a presidiare sia il codice normativo sia quello affettivo (che per loro natura sono incompleti e complementari) partendo dal riconoscimento delle differenze di genere, ma consapevoli della necessità di agire entrambi.
    E a questo punto, torniamo a chiederci di quali competenze è dodato attualmente l’educatore maschio “Pippo la puzzola”. Perchè se ha grandi doti di ascolto empatico, se sa sostenere attraverso la vicinanza, se è proiettato a sviluppare nell’altro l’autocoscienza e la gestione degli affetti, siamo di fronte ad un ottimo educatore in grado di agire un codice affettivo equlibrato….. ma forse abbiamo bisogno di altro in quella azione educativa e il fatto che abbia il pisello non ci garantisce quella competenza perché Pippo la puzzola è un educatore peluche. Un ultimo pensiero lo merita l’aspetattiva dell’educatore maschio con un profilo adatto al contenimento. Penso che a questo punto vadano cambiati i criteri di selezione del personale…. smettiamola di cercare smandrappati di sinistra o bravi ragazzi oratoriani. Le agenzie che forniscono il personale di sicurezza per le discoteche (quelli alti almeno 1.80, muscolosi, con auricolare e magliettina attillata anche di notte a -10 con la pioggia) sono le migliori in tal senso e forniscono personale specializzato. Così siamo tranquilli: nei servizi socio educativi avremo una équipe interdisciplinare che spazia dagli educatori peluche allla security.

  9. pontitibetani ha detto:

    gli stereotipi permeano la società, e nella sua sottospecie educativa a partire dalla lamentazione eterna che in questa equipe ci sono troppi pochi maschi e quindi si corre ad assumere il maschio o la donna “con più attributi” possibili e al nido i maschi non ci possono stare (perchè o inetti o pericolosamente simili al lupo cattivo =pedofilo). allora la questione sta a monte, nell’imparare a ragionare nelle equipe senza pudori, pruderie, falsi pudori di genere e generi, di paure e tabù, e di pregiudizi, giocandosi ogni volta in bilico e in posizioni scomode.

    Immagino sforzi di immaginazione da parte delle equipe nel imparare a osservarsi oltre i propri stereotipi, esattamente lo stesso sforzo che si pretende dagli utenti, e che occorre mettere in atto verso gli utenti. E’ un lavoro di rispecchiamenti faticoso ma anche divertente, scoprirsi diversi dallo stereotipo che indossiamo …

  10. andrea ha detto:

    Il dibattito mi sembra decollare e avverto il desiderio di rilanciare. Gli ultimi interventi di Manuela e Luca, mi fanno pensare al genere, in questo caso maschile, come a qualcosa di artificiale e finzionale. E’ un codice ci ricorda Luca, alludendo al paterno-normativo, è un ruolo, una maschera, un personaggio da interpretare (“faccio il maschio” scrive Manuela). Le parole sagge di Salvatore, poi, segnalano quante siano state “le irruzioni nei modelli identitari di genere” producendo inevitabili cambiamenti nelle percezioni, in particolare delle nuove generazioni. Ammetto di esplorare un territorio che ho frequentato poco – gli studi di genere – e di muovermi con un po’ di impaccio, ma mi è venuto in mente il ragionamento di Judith Butler – autrice statunitense la cui lettura mi sta riconciliando con il dibattito filosofico contemporaneo – la quale ci ricorda come il genere sia essenzialmente un dispositivo discorsivo-normativo, una lente che inquadra le appartenenze biologiche. In questo senso possiamo parlare di finzione, di astrazione, in quanto effetto di una norma. Ora, se questo fosse vero, non possiamo però dimenticare che al di là dei generi o proprio entro le norme di riconoscimento dei generi, al di là delle designazioni, delle etichette e delle maschere, quando convochiamo una figura educativa, mettiamo in gioco un corpo, una soggettività incarnata, sessuata. Allora il riferimento all’educatore peluche non mi fa solo sorridere (magari pensando a qualcuno in carne ed ossa), ma mi fa pensare alla rimozione della componente fisica e sessuale – rimozione che disegna una lunga traiettoria nella storia dell’educazione, nella sua tradizione postplatonica-cristiana. L’educazione nella sua dimensione androgina, con tutto il suo nefasto portato di rimozione. Se, invece, interpelliamo un educatore in quanto uomo, in quanto figura maschile, ecco che entra immediatamente in scena il corpo, la fisicità, i sensi prossimali ( e non solo lo sguardo e l’ascolto). La prospettiva di genere illumina la presenza fisica, il corpo in scena, ovvero una dimensione troppo spesso elusa nella progettazione, come nella valutazione e nelle rilettura delle interazioni educative. Forse questo è un altro discorso, o forse questo è il guadagno della scelta di parlare al maschile e al femminile di educazione.

  11. Manuela Fedeli ha detto:

    Ne è certamente un guadagno. Se in educazione si può insegnare soprattutto a partire da ciò che si ha a disposizione, la materialità (anche nel suo portato simbolico) che si sta attraversando, perseguendo quello che alcuni definisco essere un oggetto intenzionale, allora non possiamo dimenticarci di essere maschi e femmine, corpi sessuati che hanno molto da insegnare rispetto alle proprie specifiche prospettive. Insomma, gli educatori non sono solo adulti, con un’adultità quindi da dover tematizzare, ma uomini e donne adulti, con un’adultità da declinare nel genere. Forse allargo il discorso, ma mi viene un interrogativo: quanto difficile, ma altrettanto interessante e ricco è saper trasmettere anche un’identità di genere declinata all’omosessuale? Se si parla di uomini e donne in educazione, vale forse anche provare a sfogliare il tema di uomini e donne omosessuali. Che dite? Se compito sociale primo dell’educazione è costruire cultura rispetto alle realtà che si governano, allora pensare a questa declinazione del tema di genere può portare un’importante sguardo sul mondo, no?

    • andrea ha detto:

      Forse quello che suggerisci, Manuela, non è un altro discorso ma è un’altra parte di un discorso che è davvero un pluriverso. Sarebbe molto interessante ascoltare qualche persona che ci abbia messo un pò di pensiero.
      Nel frattempo torniamo più terra a terra, ad invitare ad una riflessioni sui motivi di una presenza sempre più residuale di uomini in campo educativo e sociale

  12. biviopedagogico ha detto:

    Cara Manuela, è vero, come dice andrea il tuo ragionamento porta altrove, ma in quell’altrove io vorrei andarci. Mi piacerebbe, successivamente, ragionarci, anche qui, perchè il tema che proponi mi piace e credo ci possa servire, citando anche ciò che dice “pontitibetani”, per ragionare sugli “stereotipi che permeano la società”.
    Da tanto tempo gira nei forum, nei bar, tra i genitori , oltre che tra gli educatori una domanda su cui è complesso rispondere in poco tempo.
    Chi non si è mai chiesto : cosa cambia, per quel bambino, se i suoi genitori sono due uomini o due donne invece che una coppia eterosessuale?
    Come dice Andrea però, il rischio, con questa domanda è di aprire troppo, ma la tengo, con l’idea che si possa provare, insieme a te se ne avrai voglia, ad aprire un nuovo spazio di discussione nel blog.
    Christian S.

    • Manuela Fedeli ha detto:

      Eccomi. d’accordo con Andrea che la sfacettatura da me proposta allarghi molto il campo dei discorsi, concordo anche con Christian riguardo l’interesse che comporta l’approfondire la declinazione omosessualità-questioni di genere in educazione. Quando vorrete, quindi, mi troverete disponibile.
      Tornando al tema centrale di questa discussione, provo invece a rilanciare una mia riflessione, che evidentemente cercavo anche di porre la volta precedente, con un difetto di precisione. La ripropongo così: se in educazione è centrale il fare, e il fare a partire da ciò che si ha a disposizione, quindi anche la propria identità di genere (in qualsiasi declinazione e particolarità), allora credo sia fondamentale il tenere presente il più possibile una grossa deriva: fossilizzarsi su una rappresentazione del proprio ruolo, che poi diminuisca le possibilità di esplorare temi utili nel condurre un’azione educativa. Vale a dire: io, da donna, posso anche recitare il ruolo del maschio in alcune circostanze, quando queste lo richiedono, ma devo comunque tenere presente che sto facendo il maschio, essendo femmina, capendo ciò che tutto questo comporta. Devo aver chiaro quando, come e perchè faccio il maschio in quella data situazione e quando invece è importante che il collega maschio, possa e debba giocarsi la propria identità di genere: che immagine di maschio trasmetto se le funzioni maschili vengono sempre espletate dalla mia collega?
      Non sto ponendo critiche a vuoto, immaginandomi per forza un’équipe in carne ed ossa con questi problemi. Sto invece tirando al limite i discorsi, per renderli il più evidenti possibile. Almeno questa è la mia intenzione: che il genere a cui appartiene una figura educativa, non sia lo specchio di stereotipi culturali, quanto il primo strumento che si ha a disposizione per lavorare. Ripasso la palla.

      • andrea marchesi ha detto:

        Convocare il genere e in particolare il maschile (così poco pensato e conosciuto come tale) è probabilmente una trappola, perchè ci inchioda a dare per implicita e indiscutibile un’identità, un copione, una maschera (quando dici “fare il maschio” stai dando per implicito che vi sia un copione implicitamente condiviso di cosa sia maschile). Può anche essere un cavallo di Troia, perchè ci sollecita a pensare al corpo che è in gioco un corpo, il mio corpo che interagisce sensibilmente con gli altri corpi sulla scena educativa. Attrazioni, repulsioni, fantasie, resistenze, sensazioni (e non solo emozioni, proprio sensazioni fisiche) ovvero tutta una serie di questioni che sono spesso latenti nell’agire quanto nella ri-elaborazione dell’agire educativo.Ovviamente in gioco tornano anche gli elementi simbolici, l’immaginario che ci condiziona, le sovrastrutture e gli sterotipi, ma forse possiamo meglio inquadrarli se e quando sono incarnati e situati. Io non so il genere sia uno strumento di lavoro (dovrei saperne di più e davvero mi manca un’adeguata riflessione sul genere come categoria, coma analizzatore), ma non ho dubbi sul fatti che il corpo lo sia in modo potente…

      • Manuela Fedeli ha detto:

        Vero. ciò che ci vedo di interessante da esplorare è infatti capire quanto un corpo-strumento possa essere asessuato. se è corpo incarnato, voglio dire, deve essere per forza anche, e di conseguenza, un corpo sessuato. come giocarci tutto ciò? come poter imparare a governare ciò che di più intimo abbiamo per renderlo strumento educativo autentico? è possibile?

  13. biviopedagogico ha detto:

    Modelli culturali maschili ?

    Christian S.

  14. delta.ari ha detto:

    Quello che manca in tutti i vostri ragionamenti è il bambino o l’adolescente, la sua percezione della realtà e le sue grammatiche osservative.
    Si può ragionare intorno alla pericolosità degli stereotipi o ai cambiamenti nelle strutture parentali, d’altra parte i bambini e gli adolescenti continuano a vivere e ragionare secondo schemi che voi vorreste abolire in quanto ‘irragionevoli’.
    L’approccio è idealistico più che pragmatico, e questo in pedagogia mi sembra un limite.
    Siccome però sono certamente meno esperto di voi non ho la pretesa di aver ragione, è solo una mia impressione fuori tempo massimo.

    • biviopedagogico ha detto:

      Mi piacerebbe che tu mi spiegassi meglio quel “’approccio è idealistico più che pragmatico, e questo in pedagogia mi sembra un limite”….

      per il resto, grazie e…. qui nessuno è fuori tempo massimo….

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