A.A.A cercasi educatore maschio

Pubblicato: febbraio 24, 2012 in Educazione Professionale, Sarno Pedagogia
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Idea di Andrea Marchesi e Christian Sarno

Testi di Andrea Marchesi

Il secondo post sull’educazione al maschile.

A.A.A cercasi educatore maschio

Un collega mi racconta che si sono dimessi tre educatori maschi nel giro di poche settimane e nella sua cooperativa sono disperati: non riescono a trovare figure maschili. Penso alle centinaia di curriculum vitae che ho ricevuto negli ultimi anni: gli unici maschi sono psicologi, oppure formatori e coordinatori. Educatori zero: solo donne. Entro in aula di scienze dell’educazione, 200 persone. I maschi si contano sulle dita di un paio di mani. Eppure se penso agli esordi, prima metà degli anni ’90, in campo sociale ricordo una presenza equilibrata, una leggera maggioranza femminile a tratti impercettibile. Ripercorro i volti dei tanti colleghi incontrati in questi vent’anni e mi tornano in mente tanti educatori maschi. Che cosa è successo ? Che cosa sta determinando l’evaporazione del maschile dalla professione educativa ? C’è forse un ritorno alla femminilizzazione dell’educazione ? E che effetti sta producendo sui soggetti implicati nelle interazioni educative ?

Il prossimo post il 5 marzo….

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commenti
  1. Davide ha detto:

    caro Andrea, vorrei provare a rispondere ad alcune delle tue domande di non facile risposta. Non facile perché le dimensioni culturali, sociali ed economiche che stanno alla base di questa inversione di tendenza sono a mio avviso estremamente sfaccettate.
    Purtroppo per ragioni anagrafiche mi trovo costretto a evadere in parte la tua domanda, ovvero “perché in un passato non troppo lontano era così diversa la situazione”. Essendomi appena laureato non ho avuto una testimonianza diretta di questo mutamento, ma sul presente un’opinione, anche se tutt’altro che solida, me la sono costruita.
    Partirei però col fare una premessa importante: ogni mestiere in campo educativo ha le sue percentuali in quanto a presenza maschile. Se da un lato è vero che a livello assoluto nei corsi di scienze della formazione la maggioranza degli iscritti è composta per lo più da ragazze e donne va altresì detto che nel corso di scienze dell’educazione nel curriculum “educatori residenziali e territoriali” la percentuale di uomini aumenta e non di poco. Non posseggo dati precisi da presentare, ma paragonati al corso di infanzia (abbastanza scontato date le rappresentazioni di genere che la maggior parte dei giovani sì è fatta di un nido) e cosa ancor più grave al corso di formazione primaria (in cui i maschi di un corso non si contano neanche sulle dita di una mano) non siamo messi poi così male!
    Al momento faccio parte di quella esigua minoranza che oggi ha scelto di studiare scienze dell’educazione, ma ammetto, con il fine di formarmi a tipologie professionali educative di secondo livello come quelle di coordinamento/supervisione/formazione, anche se è mia personale convinzione che non è possibile operare a questi livelli più alti senza aver indossato i panni dell’educatore per un certo tempo.
    Il punto è che a ben vedere gli uomini esistono, ma dove si concentrano? Forse uno dei corsi in cui sono più numerosi è, non a caso, il curriculum di formazione degli adulti, senza contare il corso di sviluppo delle risorse umane, caso unico ed emblematico, in cui gli uomini superano in numero le donne iscritte. E’ strano notare (o forse no!) come la presenza (e il numero) di uomini nei vari percorsi di formazione in campo educativo predisposti dall’università, sia proporzionale rispetto all’età degli utenti alle quali queste professioni si rivolgono. Più si abbassa la fascia d’età dell’utenza, minore è percentualmente il numero di uomini impegnati in tali tipi di professioni. Un caso?
    Ma il problema non riguarda solo le aspettative degli uomini che si iscrivono a tali corsi, ma nasce anche dal tipo di richiesta di “genere” che il mondo del lavoro fa ai novelli laureati. Sono stato contattato da varie cooperative ed ex collaboratori (educatori, ma non solo) che spesso mi chiedono di lavorare per o con loro. Quanti di questi mi chiedono di lavorare con bambini? Tendenzialmente quasi nessuno. Quando si parla di adolescenti però la musica cambia notevolmente. Infatti la maggior parte dei lavori che mi sono stati proposti e che ho potuto sperimentare li ho fatti con gli adolescenti o i giovani adulti (a prescindere dalla presenza di una più o meno “diagnosticata” difficoltà).
    Questo è una primo tassello del discorso che ha a che vedere con alcuni meccanismi culturali difficili da intaccare:
    – il primo è che spesso è la domanda di lavoro (di genere) a creare la sua offerta, e questo è il frutto di processi culturali latenti che ci indirizzano verso le nostre future professioni (passando per la famiglia, il gruppo dei pari fino ad arrivare alle esperienze di vita più allargate ai macrocontesti sociali).
    – tali processi agiscono ovviamente anche rispetto alle aspettative dei futuri educatori che poco si vedono a lavorare con utenti minori troppo giovani.
    Gli aspetti culturali si intrecciano però anche con altri fattori che non possono essere tenuti in secondo piano: economici (per fare un esempio quali differenze esistono fra le aspettative di guadagno degli uomini e delle donne?), politici (quale idea del potere e quale livello di ambizione esistono in campo educativo a seconda del genere e come questi aspetti influenzano la scelta degli individui?), e molti altri ancora se ne potrebbero elencare (pedagogici, sociali, lavorativi/ contrattuali) e per ognuno di essi molte sono le possibili domande che ci possiamo porre.
    A questo punto rilancio la riflessione a te e a tutti coloro che vorranno partecipare alla discussione!

    • andrea ha detto:

      Molto interessante, Davide. La tua analisi intanto rende meno scontata la questione: forse non c’è una semplice riduzione della presenza maschile in campo educativo, ma c’è una differenziazione – che probabilmente non è poi così una novità – in relazione ai contesti specifici nei quali prende forma la professione educativa. Nell’ambito formativo e operativo “prima infanzia” gli uomini sono una rarità, nei contesti di lavoro con adulti e giovani, i termini cambiano. Forse allora c’è un nesso tra la percezione di una latitanza maschile in ambito educativo e la progressiva predominanza che il settore “prima infanzia” sta assumendo, sicuramente a livello di indirizzi universitari e in parte anche a livello operativo ? D’altronde la professione educativa è giovane se intesa come declinazione specifica dell’operatore sociale, mentre è antica se la riconduciamo alla cura della prima infanzia di esclusiva pertinenza femminile. Un’ipotesi allora potrebbe essere: si sta riducendo lo spazio del lavoro sociale in generale (tagli, contrazioni, etc..) dopo una parabola espansiva che è durata almeno 30 anni, gli uomini sono culturalmente orientati a questo tipo di declinazione dell’educativo e quindi vi sono sempre meno uomini in educazione perchè il campo educativo che rimane in piedi è sempre di più quello della prima infanzia. Qualcosa ancora, però mi sfugge. L’argomento economico, per esempio, non mi convince: da sempre l’educatore è un lavoro precario e sottopagato (anzi, forse dovremmo dire che dalle origini ad oggi vi sono stati alcuni miglioramenti) e da tanto /da sempre le aspettative reddituali degli uomini sono superiori, ma io continuo ad avvertire che almeno fino a qualche anno fa questo aspetto non fosse così determinante, come se in gioco ci fossero altri elementi di risarcimento simbolico in grado di compensare il fattore economico. Che siano venuti meno alcuni di questi fattori di risarcimento simbolico ? (penso per esempio alla componente di impegno civile, politico, sociale proiettato in ambito educativo) Oggi fare il giornalista (a meno di essere figlio/a di una qualche grande firma o di un qualche potente di turno) significa legarsi ad un destino di precarietà e di redditi bassi e incerti, ma non noto una caduta di desiderio tra i giovani rispetto a questo campo professionale ? Questo per dire che la dimensione culturale, direi antropologico culturale, della questione mi sembra la più interessante e sfuggente

  2. salvatore ha detto:

    C’era una volta, quasi una fiaba, lo “status sociale”: quella forma combinata di percezioni ed immagini pubbliche che, sommate all’autopercezione, alla tipologia del rapporto di lavoro , alla parte evidente, nota e legale del curriculum, costituiva la credibilità, il peso sociale, di una professione e di chi, in questa professione, aveva un proprio ruolo, una attiva presenza. Lo status sociale era quello che, anche a prescindere dall’entità dei compensi, molto spesso era alla base delle scelte occupazionali. Ho vissuto tempi in cui fare il maestro, l’insegnante di scuola media, o anche solo fare lezioni private ti garantiva un pubblico riconoscimento ed un appellativo, “professore” che nei paesini ti valeva stima, rispetto, saluto, iscrizione d’ufficio al circolo (culturale, sociale, parrocchiale o altro) e metteva molti in condizione di potersi permettere, ad esempio, di poter dire: io lavorare in banca? ma scherziamo? ho una dignità, ho studiato io! Quanto oggi rifiuterebbero un lavoro in banca per fare l’educatore, l’insegnante, il ricercatore? credo, purtroppo, pochi! E quali sono le ragioni? Ne butto lì un po’: qual buona prova di sé hanno dato le generazioni di insegnanti che si sono succedute dagli anni 70 in poi?, qual fascino, quale appeal ha avuto per i giovani una professione che, sempre più, sommava rassegnazione, stanca ripetizione di modelli didattici stantìi? Vogliamo ignorare il fatto che da almeno 11 anni non ci sono più concorsi per entrare nella scuola primaria? Che di concorsi per educatori negli enti locali non si parla da parecchio? Che i rapporti di lavoro si sono andati sempre più precarizzando? Ma perchè mai una matricola, sapendo dei dati sulla disoccupazione, generale e, di più, di quella giovanile e, di più ancora, di quella connessa agli ambiti umanistici e alle professioni sociali, dovrebbe scegliere di fare l’educatore? Quando ci penso mi ritrovo, dopo poco, a incartarmi su una sorta di dilemma dell’uovo e della gallina: dobbiamo perseguire un buon sistema formativo e scolastico per avere buoni educatori, anche maschi, o dobbiamo formare buoni educatori, anche maschi, per avere un buon sistema formativo e scolastico? Parlarne, certamente, serve – e lo faremo, insieme, il prossimo 14 marzo in Bicocca – ma, forse, occorre ampliare gli orizzonti d’indagine, uscire dai confini di una lettura pedagogica e psicologica per andare a vedere il peso delle politiche del lavoro di questi anni , indagare come il sistema dell’avviamento al lavoro sia, al momento, tutto meno che un “sistema”….. capire che una lettura socio economica e politica della faccenda ci può dare diverse chiavi di lettura. Se questo mondo non funziona più su basi valoriali che possano giustificare le diverse scelte sui curricula formativi e i corsi universitari, ma si fonda su dati prettamenti economici o di prospettive occupazionali, a noi tocca, non dico di adeguarci all’andazzo ma, quantomeno, prendere atto che i giovani – e tra questi i maschi ancora di più – vogliono risposte, in questa fase, legate alla conquista di un lavoro, di uno stipendio e non possono permettersi il lusso di fare delle scelte per passione, per propensione alle professioni dell’educare. Bisogna, in questa fase, scendere dalle nuvole epistemologiche e sporcarsi le mani con le questioni di cui, con diversi toni e coloriture, stanno discutendo le parti sociali con il governo. Il distacco tra il territorio e l’università si è andato ad allargare anche perchè, contemporaneamente, si è allargato anche il distacco tra i garantiti e quelli in cerca di prima occupazione. Si parlano lingue diverse, ci si capisce sempre meno: gli adulti, i decisori, gli amministratori, i selezionatori, esprimono richieste e aspettative, per quei pochi posti disponibili, che nè l’università è in grado di fornire nè il territorio e il mondo del lavoro possono garantire di assorbire. Perchè formarsi a una professione che non potrai quasi mai esercitare? ……. La proposta è quella di un accordo di piano che, in questo momento e per il territorio milanese, andrebbe elaborato e condiviso dagli aventi causa, almeno in via sperimentale; potrebbe essere utile aprire una stagione di confronto tra università e cooperative per garantire un flusso tra percorso formativo e inserimento lavorativo; accordi mirati perchè un master professionalizzante si concluda, oltrechè con una valutazione, con un contratto di lavoro – anche a termine e anche di apprendistato – presso uno degli enti o cooperative che hanno partecipato all’accordo di piano. Forse qualche spostamento nelle percentuali di iscrizioni ai corsi di laurea si potrebbe conseguire…………….. e saremmo comunque all’inizio di un lungo cammino!

  3. biviopedagogico ha detto:

    Lascio anche io, qualche breve riflessione, sollecitato da Davide (che ringrazio per aver partecipato alla discussione).

    La questione dell spostamento del maschile verso altre funzioni/ ruoli dell’educazione potrebbe essere interessante, se ci penso, nelle cooperative che conosco i maschi esistono, ma soprattutto in ruoli apicali, dirigenziali, di governo insomma.
    Forse è corretta la lettura di davide quando prova a suggerire che i maschi siano più interessati ad altri ruoli e ciò, mi pare di poter dire, fa i conti, almeno in parte, con un modo diverso (forse culturale) di approcciarsi al ” Potere”.
    Il potere nelle organizzazioni (non solo nelle cooperative) è spesso maschile, è maschio il collega (immagino dirigente/ selettore del personale) che dice ad andrea che son scomparsi 3 maschi dal campo.
    Nella cooperazione sociale, ogni tanto, si assiste alla nascita di cooperative condotte e governate da donne, quasi come se fosse l’unico modo di arginare il Potere maschile.
    Il potere è maschio, è maschio in politica, è maschio nelle aziende ed è forse maschio anche nelle cooperative, dove però la predominanza è femminile e quindi ciò salta maggiormente all’occhio.
    Le cooperative, forse, subiscono lo stesso effetto delle aziende, dove per occuparsi dei figli, le donne non possono/ riescono ad occuparsi di altro?
    Se la leggo così, mi vien da pensare che prendere un maschio (per una cooperativa) ha gli stessi vantaggi del profit, cioè: niente maternità, niente gravidanza, niente assenza per “colpa ” dei figli (tanto di solito ci pensa la mamma) e meno problemi di sostituibilità.

    E se la ricerca del maschio fosse, anche, un bel “trucco” aziendale mascherato dietro questioni di senso Psico-Socio-Pedagogiche?

    Christian S.

  4. salvatore ha detto:

    Salve Christian, confesso che la tua ipotesi/provocazione ha il suo fascino! Tuttavia, mi tocca dire che, almeno sulla base della mia esperienza, la questione del “trucco” mi appare abbastanza improbabile.
    E ti spiego perchè: se si trattasse di un problema di riequilibrio tra presenze maschili e femminili (sia nell’accezione di mantenimento del potere al maschile, sia in quella di riduzione del rischio maternità/morbilità dei figli) sarebbero necessari dei gap sufficientemente piccoli da poter essere colmati con una strategia di almeno medio termine. Ma in una situazione come la mia, ad esempio, (un membro – io – del cda su 5; 15 educatori/pedagogisti maschi su 350, tutti a tempo indeterminato, sedimentati in 23 anni di attività) i numeri sono così lontani da essere incolmabili e da poter resistere a decenni di politiche compensatorie. E non siamo i soli: molte sono le cooperative che contano numeri e percentuali simili alle nostre. Io sono un presidente maschio perchè sono un socio fondatore ma credo mi tollerino più per affetto che per altro (abbiamo avuto “anche” presidenti femmina)..
    La storia deve essere un’altra: deve entrarci, come diceva Andrea la questione della contrazione dei servizi educativi non legati alla fascia della prima infanzia; deve entrarci il problema delle retribuzioni e delle aspirazioni. Sono d’accordo con te che le questioni psicopedagogiche spiegano solo in parte il fenomeno, a meno da non interrogarci, a monte, sul problema dell’identità di genere; a meno da non chiederci davanti a quale fragilità autopercettiva ci troviamo se per percepirsi come maschi abbiamo bisogno di collegare la nostra identità professionale a stereotipi di potenza, muscolare e nerboruta nel fisico o raziocinante, professorale e altamente remunerata, quale indicatore dell’avercelo comunque, bossianamente, lungo e duro! Deve entrarci anche, in qualche strano e residuale modo, quel sentimento revanscista e rivendicativo che faceva dire nelle canzoni di lotta degli anni 70: ora anche l’operaio vuole il figlio dottore. Ecco, i figli dell’operaio sono diventi dottori e vorrebbero farlo! Le loro sorelle, più realiste e portatrici di fiato e lunga lena hanno continuato a studiare, si sono adattate, piano piano rompono muri secolari di marginalità e conquistano posizioni, pur pagando alti costi (contratti farlocchi, retribuzioni discutibili e pesanti frustrazioni) ma procedono e guardano i colleghi maschi con un po’ di incazzatura e con un po’ di tenerezza, chiedendosi, anche loro: siamo davvero più brave o son proprio loro un po’ tonti e bamboccioni, che voglion la pappa pronta? Che vogliono subito iscriversi alla Direzione? Che vogliono essere manager o, piuttosto, mollano il colpo e cambiano mestiere?
    Non so, forse sono deliri anche i miei ma devo dire che i pochi maschi, incontrati sulla mia strada professionale, che hanno retto e non se ne sono andati altrove erano altamente motivati, avevano voglia di fare e non avrebbero – con tutto il rispetto per i bancari – mai cambiato il loro lavoro per un stipendio anche considerevolmente più alto! Ma abbiamo davvero bisogno di eroi? O non dovremmo far sì che, maschi o femmine, i nostri educatori siano meglio pagati e tutelati? Possiamo lasciare che di queste cose parlino solo le cosiddette parti sociali? E noi, noi che ci lavoriamo, cosa possiamo fare?

  5. sabiela ha detto:

    Mi interessa moltissimo questo argomento, sto pensando di trattarlo nella mia tesi, mi chiedevo: avreste dei libri a riguardo da consigliarmi di leggere per approfondire un pó di più la faccenda?

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