“Di lavoro faccio il consulente pedagogico, l’educatore e il padre…”

“Perchè, ti pagano anche quando fai il padre?”

“No, ma è un lavoro comunque…”

 

Premessa: Ci sono diverse tipologie di educatori, quelli che lo fanno solo di lavoro, quelli che lo fanno solo nella vita e quelli che lo fanno sia di lavoro che nella vita, io faccio parte della terza tipologia. Questa appartenenza non fa di me ne un eroe ne altro, fa di me solo ciò che sono. Far parte della terza tipologia non sempre mi aiuta, ma alcune volte è utile. Mi aiuta perché posso riflettere sia su ciò che faccio come padre sia come professionista dell’educazione. Non mi aiuta perché da genitore faccio la stessa fatica di altri, anche se spesso mi dicono ” tu dovresti sapere come fare…”.

L’educatore professionale: Ho sempre pensato che fare l’educatore professionale fosse difficile, a volte duro, in alcuni casi quasi senza senso. Tanta fatica, tanto sudore, una discreta dose di dolore, qualche botta, costante messa in discussione del ruolo, stipendi  spesso orrendi, poche possibilità di carriera, insomma un “lavoro sporco” come l’ho definito in uno dei post passati (…é un duro lavoro…). E’ un lavoro che fa i conti spesso (quasi sempre verrebbe da dire), con chi ha difficoltà, con chi fa fatica, con chi è in situazione di fragilità. E’ un lavoro che quasi sempre fa i conti con chi ti porta oltre il limite, con chi oltre quel limite c’è andato più volte e con chi rischia di andarci. E’ un lavoro che chiede di tollerare cose che altri lavori non chiedono. Un lavoro che ti espone a violenze e rischi costanti, spesso con poche tutele e difese, un lavoro che ti sottopone a una forte pressione. Penso, comunque, che sia uno dei lavori più belli, nonostante la fatica che si fa.

I geni-educatori: Ho incontrato tanti genitori-educatori, ho ascoltato tante storie, ma ve ne sono alcune che colpiscono più di altre, perchè ti accorgi, quando le leggi, che ti possono insegnare delle cosa sia come padre che come professionista. Quando incontro alcune storie (Uno, due, tre…si dorme) o (Nata dislibera) o quando mi capita di ascoltare i genitori che fanno i conti tutti i giorni, più di me, con le grandi fatiche educative, mi sorgono alcune domande sui motivi per cui da parecchio tempi, faccio questo lavoro. Ricercare i motivi di una scelta professionale è importante, in alcune fasi, perché ti permette di ritrovare il senso di ciò che fai, il senso di una scelta che rischia spesso di non essere comprensibile quando si è stanchi e sotto pressione. Ascoltare le storie di chi fa i conti nella propria quotidianità, con chi ha fragilità, alcune volte mi ha aiutato a fare questo e per questo li devo ringraziare.

 Il valore di una scelta, ovvero :”Perché fare l’educatore professionale?”.

  • perché, altri, hanno bisogno di essere alleggeriti, qualche volta.
  • perché altri non ci son riusciti.
  • perché tutti, anche quelli che ci mettono in difficoltà,  hanno il diritto di avere un educatore vicino.
  • perché lo abbiamo scelto.
  • per chi riesce quasi da solo ma soprattutto per chi non ci riesce.
  •  per chi ha veramente difficoltà.
  • anche per dire che non tutto è possibile, che esistono richieste inaccettabili.
  • perché siamo rimasti solo noi.
  • perché abbiamo studiato tanto per questo.
  • perché continuiamo a crescere per farlo.
  • perché…

Fortunati, ovvero :”Alcuni dei diritti degli educatori professionali”

  1. a fine turno si chiude e si va a casa.
  2. la nostra responsabilità è limitata da un contratto di lavoro, da tempi, luoghi e mansioni.
  3. abbiamo doveri ma anche dei diritti.
  4. abbiamo uno stipendio. 
  5. abbiamo degli spazi di riflessione ( l’equipe, la supervisione e la formazione).
  6. abbiamo la possibilità, costante, di confrontarci con i colleghi. 
  7. abbiamo la possibilità di decidere se restare o andare.
L’educatore del 3° tipo, ovvero: ” alcune delle possibilità per sopravvivere al duro lavoro dell’educare…”
  • E’ quel padre che sente il bisogno di farsi delle domande, di riflettere attorno a ciò che succede, giorno per giorno, al proprio figlio.
  • E’ quella madre che si chiede cosa ha fatto e cosa può fare per imparare delle cose nuove sul suo ruolo.
  • E’ colui che sente, comunque, una responsabilità educativa nei confronti di coloro che incontra.
  • E’ l’educatore che riesce ad imparare delle esperienze che incontra, che siano professionali o naturali, poco importa.
  • E’ l’educatore professionale che ha compreso che anche delle esperienze narrate dagli educatori naturali si possono imparare delle cose sull’educazione professionale.

Io, di educatori del terzo tipo, per fortuna, ne ho incontrati alcuni.

Le conclusioni: In molti casi educatori naturali ed educatori professionali si assomigliano, nei diritti, purtroppo, molto meno. Se la guardo da questo punto di vista, fare il professionista dell’educazione mi sembra meno difficile che fare il padre. Se penso ad alcune fatiche che ho fatto nella mia carriera professionale, insegnare a mia figlia ad andare in bicicletta mi pare una passeggiata.

Christian S.

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commenti
  1. Monica Simionato ha detto:

    “educatori del III tipo”….mi piace proprio!

  2. irenecronache ha detto:

    beh… Christian, di sicuro hai messo parecchia “carne al fuoco”.
    Io non sono tanto da classifiche e forse faccio, personalmente e professionalmente, fatica a stare nelle tue categorie, però le riflessioni che porgi offrono spunti interessanti e freschi nella tua voglia di parlarne e condividere!

    • biviopedagogico ha detto:

      è vero irene,tanta, forse troppa carne al fuoco, proprio come nel nostro lavoro.
      Ho modificato mille volte il post ed alla fine l’ho pubblicato così, fore potevo dividerli, forse…
      ..le categorie hanno quel difetto anche per me, difficilmente ci si sta dentro con facilità, ma son fatte per questo…

      • Irene Auletta ha detto:

        diciamo pure che hai scritto un post che contiene già embrioni di altri post e tanti nuovi spunti che possono far nascere nuove riflessioni…in questo senso decisamente fertile e…paterno!

  3. biviopedagogico ha detto:

    @ irene : cose intendevi per “io non sono tanto da classifiche”?

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