Sabato mattina, davanti al banco della frutta e verdura.

Al mercato del mio paese, alcuni commercianti mi conoscono (la spesa è una delle mie mansioni preferite, soprattutto nei mercati) e soprattutto conoscono il lavoro che faccio. Alcuni hanno capito bene altri meno ma in questo caso ciò che faccio, alla ragazza del banco della frutta e verdura, è assolutamente chiaro.

Lei è una mamma di due bambini, il più grande ha l’età di mia figlia, ogni tanto è al mercato con loro, io lo conosco e con la madre ho già parlato di lui.

Mi ha raccontato di qualche fatica, delle difficoltà che ha avuto alla nascita del fratello e di qualche difficoltà scolastica.

ore 11.00

Quando mi vede mi salute e mi dice : ” posso chiederti una cosa?”.

Rispondo: ” certo, dimmi pure…”

Avverte il marito e ci mettiamo poso distanti, ne segue una chiaccherata di circa 15 minuti. Nella chiaccherata, la ascolto, le do un pò di consigli sulle questioni educative del figlio e le lascio un paio di suggerimenti su cosa leggere e su cosa fare per aiutarlo. Mi ringrazia in modo molto sincero.

ore 11.30

Compro la frutta ( 2 kg di arance) e pago.

ore 11.37

Poi mentre me ne vado penso : “io le ho dato la mia competenza, lei la sua. Io pago le arance, a prezzo pieno, e lei si becca la consulenza, gratuità”. Mi pare che ci sia qualche cosa che non funziona, sbaglio?

Christian S.

Annunci
commenti
  1. Simona ha detto:

    Ma tu sei buono e secondo me se lei ti chiedesse ancora qualcosa tu glielo diresti, perchè sei fatto così….oppure cambia bancarella……ma non ci credo che lo fai…..

    • biviopedagogico ha detto:

      in questo caso essere “buono” non pare essere un vantaggio…che dici?

      • Simona ha detto:

        potresti sempre buttargliela lì su i tuoi servizi e chiedere uno sconticino…….preferisco cmq la bontà gratuita senza che ci sia bisogno di niente in cambio, anche se poi magari passi per fesso…io sono fessa a volte.

      • biviopedagogico ha detto:

        è vero simona, ma tu chiederesti mai ad una persona che fa le pulizie di lavoro, di fartele gratuitamente? (tolto che non sia un amico)
        Invece per alcuni lavori ( educatore, psicologo, ecc) funziona così, soprattutto quando l’altro non capisce che ciò che ti do è la mia competenza, il mio sapere e il mio saper fare, proprio come se stessi pitturando casa, pulendola o altro.
        Il problema è che io dovrei, come spesso succede, dirti: vuoi un consiglio , bene , figurati, ci vediamo nel mio studio e il costo è xxx…., questo aiuterebbe sicuramente nel far riconoscere una competenza, perchè aimè ciò che succede oggi è che se non è monetizzato il sapere svanisce, diventa gratuito e di poco valore. ..

  2. e lo so che sembra ci sia qualcosa che non va…ma come ti capisco, e come accade anche a me…però è vero almeno lo “sconto” o anche un baratto…

  3. fabio ha detto:

    Magari come hanno scritto altri se ti avesse proposto uno sconto o regalato le arance non avresti accettato prerò il fatto che ti poni la domanda, denota che c’è qulcosa che non va, un rumore di fondo che ti fa dire perchè io no? Forse si dovrebbe tornare un po al sano baratto, a quelle usanze di paese di una volta, dove il dottore riceveva uova e galline dopo la visita del malato. Cosa ci sarebbe di male nulla. Il problema però è che tu offri un bene intangibile, mentre le arance sono li belle arancioni e parlano da sole.
    Certo che nell’era dove tutto sta diventando fluido e intangibile una tua consulenza dovrebbe valere molto di più di un paio di chili di arance, ma non siamo più abituati al baratto ed è più semplice chiedere favori dando per scontato tutto.

    • biviopedagogico ha detto:

      Già, caro fabio,è proprio questo il problema, il baratto tra un bene tangibile ed intangibile è ancora più difficile.
      Qui però c’è un altro problema: lei riconosce che io le ho dato il frutto del mio sudore? il mio lavoro e la mia competenza?
      Perchè fino a che non riusciremo a far capire che ” la consulenza pedagogica ” è un lavoro non potremo farcela pagare, perchè non si barattano le arance con qualche cosa che non sembra avere nessun valore economico (oggi è così). Dar valore al proprio lavoro è anche dargli un costo e un luogo, cosa che io non ho fatto. Perchè lei avrebbe dovuto dar valore quando neanche io sono riuscito in quel frangente a dar valore a ciò che facevo? Il valore lo scoprirà dopo, quando, metterà a frutto il consiglio, quando ciò che le ho detto la aiuterà a fare delle cose con suo figlio e li sarà troppo tardi, non mi potrà più pagare.
      Il valore che do io non è economico, quello che da lei lo è. E’ forse anche questo che non funziona.

      • mauro ha detto:

        Ciao Sarno, mi scuso se l’intervento è troppo lungo, al limite non leggerlo
        non so bene il perché ma ho letto ieri sera “almeno fammi lo sconto” e i contributi dei tuoi “lettori” e mi girano in testa da un po’ pensieri e domande. Forse mi gira in testa quel “rumore di fondo che ti fa dire: perchè io no?” che ha citato Fabio…
        1) Secondo me il punto è il luogo. Al mercato si vendono le arance e tante altre cose… Ma le consulenze non saprei… La questione secondo me non è tanto e solo lo scambio tra beni “tangibili” o “intangibili”, tra “scambio merci vs moneta” o “baratto”. La questione secondo me è che in ogni caso in quel posto, al mercato, non è possibile smerciare consulenze (si correrebbe il rischio di essere scambiati per ciarlatani o predicatori). Il mercato non è fatto per quello. Secondo me, legittimamente, invece, la tipa delle arance, ha usato un’altra vecchia funzione del “mercato”, quella sociale. La comunità che si ritrova, fa la spesa, si “incrocia”, si parla, vive insieme e a volte si auto aiuta. Oggi è parzialmente persa questa antica funzione sociale del mercato.
        La tipa delle arance ci ha provato a usare il mercato come una volta, ha avuto anche una pronta risposta da te e altrettanto legittimamente può darsi che se ne freghi se quella cosa si può chiamare anche “consulenza pedagogica”. Credo che però proverà a mettere in pratica quanto le hai detto, proverà a farlo più o meno goffamente, come tutti noi genitori, e magari da quelle tue parole nascerà un momento di “buon tempo” per quella famiglia. Mi sembra già tanto. Si, ma a te cosa resta invece?… hai fatto la tua parte, di uomo e cittadino, niente di più. Hai fatto anche bene a non invitarla nel tuo studio, sei troppo fine, troppo umano, sei un professionista già “grande” e non hai bisogno di sgraffignare i 50 euro alla tipa delle arance facendo il commerciale di te stesso al mercato. Forse sei anche solidale con un altro genitore egli hai dato una mano…

        1) Domande.
        Gli esperti (che oramai si moltiplicano stucchevolmente in ogni campo e in ogni disciplina e sottodisciplina), che mettono la loro competenza a disposizione dell’altro, sono sempre tenuti a stare “nella parte” o, almeno al mercato, possono mollare un po’ rispetto a saperi e conoscenze e limitarsi a far la spesa e a dar consigli come tutti i comuni cittadini?
        Insistere troppo sul “riconoscimento” (è da almeno 16 anni che sento dire questa parola da educatori e assimilati), sul “sapere”, sulla “parcella, non rischia di assimilare anche chi svolge, a vario titolo, professioni pedagogiche e/o sociali agli “esperti disabilitanti” di Ivan Illich?
        Al contrario, lo sguardo di chi fa una professione sociale o pedagogica, al di fuori di paradigmi, protezioni e privilegi di casta, non trae forse la propria forza dalla debolezza, dalla fragilità e dalla impercettibilità? (caratteristiche tipiche, peraltro, delle persone a cui queste professioni si rivolgono)
        Ciao Sarno grazie
        mauro

  4. biviopedagogico ha detto:

    grazie mauro, bell’affondo …provo a rispondertio per punti, mi aiuta a riordinare le risposte…
    1) trovo calzante la questione del “luogo”, non si può fare consulenza al mercato, ogni luogo ha il suo senso e il suo eventuale “prodotto” da vendere. Trovo interessante anche al questione dell’utilizzo sociale di alcuni luoghi, anche se in questo caso ciò che succede non è uno scambio di opinioni tra genitori ma una esplicita richiesta di aiuto che forse io avrei dovuto, almeno in parte, riorientare. E’ come quando incontri il dottore o la pediatra al mercato e lui/lei ti dice ” ci vediamo in studio” e lo fa anche perchè deve proteggere i suoi luoghi personali e perché è lì in qualità di uomo che fa la spesa….
    2) mi piace un sacco la questione ” del buon cittadino” che io chiamo “prendersi la propria responsabilità educativa”. In questo caso deve rigorosamente essere gratis, perchè è un dovere dell’uomo e non del consulente pedagogico.
    3) rimane però, un problema di riconoscibilità della competenza e di capacità di proteggere la propria fonte di guadagno, perchè altrimenti si rischia di essere gli unici che la concedono gratis e gli unici a non riuscire ad arrivare a fine mese…
    4) mi viene meno facile, invece, digerire “l’essere solidale e lo sgraffignare”, forse perchè credo che per dare valore alle proprie competenze sia necessario anche dargli un prezzo, che ci piaccia o meno.

    Sulle domande:
    -vero al mercato io ci vado per fare la spesa non per dare consiglio , ma non resito quando serve…
    -vero , ci sono tanti ciarlatani, anche laureati , scrittori di libri e con il nome altisonante. ( spesso sono quelli che non lo fanno mai gratis…)
    -trovo invece la questione del riconoscimente ancora troppo importante e non rispetto al riconoscimento del titolo ( laurea o non laurea o diverso tipo di laurea) ma rispetto a ciò che “fa” di diverso o innovativo il consulente pedagogico (se ci riescie ovviamente) rispetto ad altri.
    -approfondirò su ivan lllich, che ammento di non conoscere (testi?, link? proposte di lettura?)
    -non saprei collocare un professionista al di fuori dei suoi paradigmi di riferimento, perchè è attraverso di essi che impara e insengna, ma questo è un altro discorso giusto?

    un caro saluto…

  5. Luca Bruno ha detto:

    Noi non riusciamo più a fare le cose perchè è bello farle ma perchè devono portarci a qualcosa.
    La nostra massima espressione, la peculiarità della nostra civiltà è “Io penso a me e alla mia famiglia – gli altri si aiutino da sé”.
    Comunque se vieni in erboristeria a gaggiano la patty lo sconto te lo fa di sicuro.
    La fruttivendola non ti ha fatto lo sconto e ti ha fatto un grande regalo,
    perchè quello che tu le hai dato non ha prezzo, non si può quantificare,
    ed è proprio qui che sei caduto come un’arancia matura.
    Ascoltare un altro, aprirgli il nostro cuore, capirlo, non giudicarlo,
    come si fa a quantificare l’amore che tu le hai dato,
    o quello che dai a tua moglie o tua figlia, ora figlie?
    Mi dirai: “Ma io devo mangiare non posso campare d’amore”
    Ecco, è per quello che stiamo distruggendo tutto e abbiamo reso la vita e il mondo un business,
    perchè non riusciamo più a goderci la vita per quello che è.
    Vogliamo lo sconto e così ci perdiamo la vita.
    E lo sconto.

    • biviopedagogico ha detto:

      …è vero luca, abbiamo perso il valore della gratuità e lo abbiamo smarrito parallelamente all’arrivo dell’idea di dover monetizzare tutto ed insieme alla pessima necessità di dover quantificare il “valore” economico delle cose.
      …abbiamo perso anche l’idea del baratto, perchè tutto è dovuto e perchè una volta che ho preso quello che mi interessa il resto non conta.
      …abbiamo smarrito il senso di riconoscenza, lo sconto, per come lo intendevo io, è anche questo, no?

      Il valore delle cose è legato a ciò che vale per la persona a cui le hai date ed è per questo che io, anche questa volta le ho ” donate” come dici tu, senza pensare al ritorno personale, economico ,ecc

      Rimane un problema però, caro luca, perchè per poter continuare a dare, anche a volte gratis, il mio prodotto, devo poter sopravvivere e questo necessità la monetizzazione di ciò che do. Mi piace molto ciò che dici quando rimandi che “…vogliamo lo sconto e ci perdiamo la vita”, ma credo che la vita debba fare, anche se non è una visione molto romantica, i conti con questioni meno ideali e più concrete.
      Il secondo problema che voleva sollevare il mio racconto è legato all’idea che io possa decidere a chi dare gratis il mio sapere. Io voglio continuare a “donare” ciò che so agli altri ma voglio poter scegliere a chi e in che momento.
      Il terzo problema è che quel ” non si può quantificare” in alcune situazioni sembra una presa in giro. Perchèi 2 kg di arance possono essere quantificabili e 15 minuti di consulenza no?

      Insomma, caro luca, per te, che sei un amico, io scelgo che il prodotto sia gratis, niente scambio, niente sconto, solo un dono, ma per il resto,devo trovare una soluzione per “non perdermi la vita” come dici tu e perchè : ” tengo famiglia”

      Saluto con un pezzo di Frakie sul potere dell’esigenza “merceologica”.

  6. Monica simionato ha detto:

    …forse è il lato-fregatura dell’essere del III tipo: per professione, per passione, per funzione “naturale”…
    succede anche a me, che sono pisco, comunque…ma sto imprando a “donare” cose fuori dai setting ma anche a ricordare che, nel caso, ci si puo’ vedere anche in Studio…oramai è un po’ diventata una formula di aggancio che talvolta funziona 🙂

  7. […] problema di visibilità, di narrazione, di restituzione di un valore sociale, culturale, economico. In tema leggete un post di Christian Sarno, che spiega molto bene il concetto di gratuità nel nostro ambito di […]

Rispondi a monicadalessandropozzi Annulla risposta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...