mani di ferro

Durante questo lungo periodo di crisi ho spesso letto questo messaggio in diversi gruppi  di educatori su Facebook. Spesso la richiesta era rabbiosa, stanca e innervosita dalla lunga attesa. Tanti neo laureati a spasso. Tanti educatori di lungo corso in cerca di un’occupazione o di un’occupazione migliore, qualitativamente e quantitativamente. Tanti educatori ed educatrici in giro a cercar lavoro insomma. Nelle situazioni come queste parte la corsa al posto e parallelamente, nell’eventualità in cui non lo si trovi, la ricerca del colpevole. Il primo risultato è l’invio del proprio curriculum, mail agli amici, annunci sui social network, il tutto sempre con maggior frenesia e con rabbia crescente.

Quello che succede invece sul fronte ricerca del colpevole è più triste. Si assiste al tutti contro tutti: educatori del socio- educativo contro educatori del sanitario, educatori formati sul campo contro educatori laureati, educatori formati in università contro educatori formati nei diplomi regionali, insomma tutti VS tutti.

Il risultato è che se guardi da fuori la responsabilità della mancanza di lavoro pare un problema tra educatori, e quindi la logica della caccia al lavoro” altrui” diventa ancora più reale. Fioccano quindi le lotte intestine, gli anatemi, i paragoni, le valutazioni su chi ha più o meno diritto al posto di lavoro. Fioccano le associazioni che difendo i diritti di una o l’altra categoria, come scrivevo in un forum “ci sono più associazioni che educatori”.

Io non ci sto, non ci sto a far la lotta contro altri colleghi, non ci sto ad entrare nel ” ne ho più diritto io perché…”. Non ci sto ad abbassare il costo del mio lavoro per trovarlo e ad accettare compromessi che rischiano di rovinare il mio settore professionale. Non ci sto a far la lotta per dimostrare che la mia formazione è meglio della tua, punto e basta. Non ci sto soprattutto in questo periodo e in questo modo. Ci starò, forse, quando cominceremo a parlerare di competenze e capacità insieme ai titoli nobiliari. Come ho già detto più volte, non ci sto a far la guerra in casa mia.

Qualche domanda:

  • Possiamo pensare, obbiettivamente, di cacciare dal proprio posto di lavoro un’educatrice che da 25 anni lavora in un nido solo perché 25 anni prima non esisteva un corso specifico per educatori professionali? Possiamo pensare di sprecare  le competenze di tanti educatori che si son formati sul campo per 20 -30 anni?
  • Possiamo pensare che un educatore che ha studiato per diversi anni per lavorare anche nell’ambito sanitario (perché il suo corso lo prevedeva) scopra solo dopo aver finito che non lo potrà mai fare?
  • Possiamo pensare che spetti agli educatori risolvere un problema creato dalle istituzioni formative?
  • Come si possono costruire due/tre ambiti differenti di studio per lo stesso ruolo e poi pensare che ciò funzioni? Come si può “maltrattare” il settore educativo in questo modo?

Il lavoro educativo è un arte. Il mondo educativo non merita un trattamento del genere.  Che sia venuto il momento di indirizzare la rabbia, la lotta, lo sguardo e le energie verso altre direzioni? Per cambiare la direzione dello sguardo dobbiamo però provare a concentrarci su ciò che facciamo e non su come siamo arrivati a farlo.

Christian S.

Ecco il link ad un articolo di una collega, molto ma molto interessante: fare la fame.

Foto di Marco Bottani (http://www.ibot.it)

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