interno_pagellaPerché son così importanti i voti?

Sono importanti perché non sappiamo usare altri metri di valutazione, perché valutare sinteticamente è più facile, perché ci permette in automatico di capire chi è il migliore, di stilare una classifica,  insomma. Sono importanti alle elementari, alle medie, alle superiori e addirittura all’università.

I voti sono stati importanti anche per me, anche troppo. Sono stati importanti quando mi sono incazzato per quel 36 alle superiori. Ma se ci penso la rabbia era quasi solo per l’ingiustizia, non per il voto. Per il fatto che ci fosse gente che aveva fatto molto meno di me e aveva alla maturità preso 40, 42 o addirittura 45.

Sono stati importanti quando ho festeggiato,  suscitando grande stupore nel professore di psicologia dell’età evolutiva, il mio primo 18 all’ università.

Ora non lo sono più e non è solo una questione di età.

L’importanza che diamo ai voti è una questione culturale, storica, antica, eppure in una fase (qualche anno fa) avevamo provato a parlare di giudizi, valutazioni, processi educativi e processi di apprendimento… e poi cosa è successo?

La nostra cultura pare condizionata dalla valutazione sintetica, dall’assillo dei numeri. Tutto deve essere semplificato e ridotto ad un numero e soprattutto ad una competizione interna. Il migliore della classe, il peggiore, eccetera, eccetera, eccetera…

La scuola non può e non deve essere un luogo in cui si corre uno contro l’altro, ma un luogo di cooperazione. La scuola non dovrebbe essere il luogo in cui insegnare l’importanza di ciò che si è imparato e si sta imparando?  Ai genitori pare rimanere in mente solo il voto finale,  come mai?

Sia chiaro, non soffro più dello spirito di competizione che mi pervadeva da giovane, ora per me il voto è francamente poco interessante. Son poco interessanti i miei, quelli di mia figlia, quelli dei voti di laurea degli educatori che mandano i curricula per la selezione. Sono poco importanti per diversi motivi, sicuramente, ma son poco importanti soprattutto perché mi dicono poco, quasi nulla di ciò che è successo e di ciò che ha portato a quella numerica sintesi.

Mi dicono poco di cosa hanno imparato le persone dietro i voti.

Immagino che molti saranno amareggiati perché le mie parole sembreranno vanificare il grande sforzo per raggiungere la lode nell’esame di gingillometria e scienze confuse, ma non ci posso fare nulla, il voto ha per me, oggi, un valore praticamente nullo.

Eccovi alcuni dei discorsi ascoltati in questo periodo dell’anno:

  • “…Cosa ha preso tua figlia?…”
  • “…Io mi aspettavo un voto più alto, invece…”
  • “…io son rimasto deluso, la maestra è un po’ stretta di voti…”
  • “….Mio figlio uscito con 110 e lode, il tuo?”

Questi discorsi sono importanti, sono una fotografia di un sistema di pensiero predominante, di un modo di approcciare l’apprendimento attraverso la sintesi finale. Ma la sintesi finale è un voto di media, una semplificazione che fa perdere il valore di ciò che si è imparato, che prova a ridurre e a stringere.

Ciò che si è imparato non è riducibile, va raccontato in modo prolisso, ricco, con novizie di particolari, esempi e aneddoti.

Settimana scorsa ho ricevuto la prima pagella di mia figlia. Son felice del percorso che ha fatto, perché ha imparato a leggere, a far di conto, a star seduta, a colorare meglio, a parlare inglese, ad aiutare il suo compagno nel momento di difficoltà, a gestire la rabbia e la stanchezza, a  sopravvivere ai compiti pomeridiani e a far fatica. Ha imparato a difendersi dai compagni, ha scoperto che i suoi genitori non credono ma che lei potrà credere se lo vorrà. Ha scoperto che si può parlare di giustizia a scuola, che nella sua classe ci son bambini con storie differenti, che le aspettative dei grandi son faticose da inseguire, che al suo papà e alla sua mamma interessa soprattutto ciò che ha imparato. Ha imparato, anche, che ci sono compagni che hanno preso voti più alti di lei.

Questo post è dedicato a quell’essere meraviglioso che risponde al nome di Viola (mia figlia), alle insegnanti che le hanno permesso di imparare tutte queste cose e a tutti coloro che credono ancora che la formazione sia importante per ciò che impariamo.

Christian S.

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commenti
  1. Marta ha detto:

    I voti fuorviano..vedo sempre più bambini che puntano
    Ad avere 10 e poi non sanno ciò che hanno studiato per avere quel 10..voti legati al nozionismo,alle scatole chiuse,a materie insegnate come se fossero scatole chiuse che non incontrano le altre..senza stimolare ragionamenti,senso critico ed idee..chi prende 10 sa la lezione a memoria ed ha paura quando viene chiesto di rielaborare ciò che ha imparato..in voto fuorvia..facciamo capire ai bambini che studiano per loro,per la propria crescita e non per far felice la maestra o il genitore diventando un pappagallo senza cervello..con un 10 nella vita e non sulla pagella!

  2. emanuela colombo ha detto:

    i voti sono uno strumento per difendersi e per attaccare: la triste realtà della scuola, o meglio di una parte degli insegnanti che non riesce più a dire nulla di pedagogico perché il pedagogico può contare solo sulla forza della speranza, dell’impegno quotidiano, sulla forza di saper aspettare per fare crescere persone pensanti tutto, ciò in una società che non ha tempo per nulla, che sembra non sperare più in nulla perché in fondo chi siamo veramente per questa società?…In questo attacco c’è tanta amarezza , non certo un atto di accusa sterile e che mi chiamerebbe fuori o al di sopra degli insegnanti…C’è l’amarezza ed il senso di sconfitta che a volte prevale nel vedere la scuola bistrattata e, allora, forse unico modo per farsi sentire o di sentirsi importante è poter usare i voti… Io li sopporto sempre meno e concordo che forse è questione di età: l’età che ti permette di dire che la vita sta altrove e che i voti che riceverai metaforicamente nella vita sono proprio in quelle “materie” che di scolastico hanno veramente poco, ma che forse a scuola hai visto di sfuggita circolare: saper pensare, poter criticare, capire chi sei e saper mettersi nei panni altrui per imparare collaborare. In fondo sono le belle parole dei POF delle nostre scuole, ma poi che succede? Tutto procede verso il voto anche in classe prima…MA CORAGGIO: In tutto questo c’è spazio per un uso discreto dei voti: basta usarli il meno possibile: chi ci obbliga in questo? Usiamo gli spazi di libertà , i pochi che rimangono, e riempiamoli della nostra competenza vera che non è quella di assegnare un voto, ma è quella di vedere in prospettiva ciascuno degli alunni che ci sono affidati e pensare per loro altro che certo non è quantificabile: che bello! Non vi pare. Emanuela

  3. nadia paterno ha detto:

    Non riuscivo a comunicare ai genitori di un mio bimbo di seconda primaria che mi preoccupava la sua poca disponibilità a impegnarsi e a fare un po’ di fatica. Fino ad allora avevo usato parole. Di fronte all’ennesimo prodotto pasticciato, laconico e incompleto ho avuto un’illuminazione e invece di parole ho scritto 5. Il giorno dopo la madre si è precipitata tutta preoccupata per sapere cosa fare. Non ho cambiato idea e continuerò a dire e a scrivere parole.. già devo subire i numeri quando compilto le pagelle… però devo ammettere che quel 5 è servito, ha permesso una comunicazione che altrimenti non passava.. purtroppo e per fortuna..

  4. biviopedagogico ha detto:

    Grazie per i commenti. Parto dal fondo.
    @N adia. Il tuo racconto fa una foto perfetta di un possibile utilizzo della semplificazione .Il numero che ti serve per chiudere, fermare, far capire qualche cosa a chi non capisce in breve tempo. Usato insomma per la sua funzione originaria: la sintesi. Il problema è che oggi, il numero non è uno strumento tra tanti, ma LO strumento.
    @Emanuela. Io credo che la questione numerica trascenda la scuola, l’abuso di valutazione numerica pervade tutti i sistemi, anche quello professionale. Credo che sia un problema culturale, come scrivevo nel post, in cui il paragone della formazione con il lavoro e lo sport non abbia fatto per nulla bene. Come si fa a paragonare un momento formativo ( che necessita di tempi e modi differenti) con lo sport , dove tutto si gioca sono al livello di risultato finale ( vinto o perso)?
    @Marta. Il problema non è spostare il voto da dentro la scuola all’esterno, ma quello di ri-cominciare a fare valutazione pedagogica. Ricominciare ( perché per un periodo ci abbiamo provato) a dire agli studenti in cosa sono forti e in cosa devono migliorare, provando a uscire dalla logica della competizione almeno nel modo della formazione.

    Prendiamoci e lasciamo tempo per imparare, lasciamo la competizione ad altri luoghi e ad altri adulti. Loro, forse , sapranno come usarla per il bene dei nostri figli.

    Christian. S.

  5. Elisabetta Camerlo ha detto:

    Sia benedetto chi l’ha scritto e chi l’ha condiviso! Le ore ci passo a tentare di spiegarlo agli studenti e ai loro genitori. Il mio discorso di apertura d’anno verte tutto sul fatto che i voti sono parametri, necessari forse ma imprecisi, approssimativi, che stanno alla formazione come i valori delle analisi cliniche stanno alla diagnosi. Ma serve a poco: dirigenti stressati dalle lamentele di fine anno incentivano sempre più la cultura del voto e sono in arrivo i registri elettronici in cui ogni famiglia, settimana dopo settimana, prenderà visione degli aridi numeri e gli studenti “si faranno la media” da soli. Vi prego: resistete, resistete, resistete!

  6. Bruno ha detto:

    Il voto viene dato a noi genitori, talvolta. Io credo che un voto basso sia un fallimento per l’insegnante, considerata una situazione “normale” d’apprendimento.
    Che dire di quelle/gli insegnanti che per punire i genitori antipatici e logorroici abbassano i voti agli incolpevoli bambini?
    E’ successo e succederà. Come fare?
    Grazie.
    Bellissimo blog.
    Bruno

  7. biviopedagogico ha detto:

    Che dire grazie a @Carmela. Proveremo a resistere. Proviamo a resistere. Immagino che quel sia benedetto chi l’ha scritto fosse ironico, meglio non esagerare, non vorrei che lassù si offendesse qualcuno ;O
    Per fortuna che Bruno dice ” bellissimo ” blog e non blog da 10 e lode… è già un passo avanti, non trovate.;O
    @Bruno: poi sarebbe carino capire cosa trovi di bello nel blog, e cosa invece cambieresti, quando ne avrai voglia, io son qui.

    Buone cose
    christian s.

    • Bruno ha detto:

      il blog mi piace così com’è. utile, semplice e chiaro, nonchè leggero, nel senso di poco pesante.
      Christian, avrai percepito che sono un genitore in crisi scolastica e dire che le competenze nel campo non mi mancano, seppur marginalmente, essendo uno psicologo, ma quest’anno sono andato in tilt.
      Quando la mia piccola seienne ha avuto un “bellissimo” in un suo compito con il disegnino sono stato molto contento. Idem quando c’era un “brava” con la faccina :), quando hanno cominciato a dare i voti 7 barra 8, 8, adeguato, visto, ma che cavolo vuo dire “visto” me lo spiegate??
      Quando ha avuto un “inadeguato” in un suo compito, da sottoscrivere da uno dei genitori, mi sono chiesto: ma sti voti, sti giudizi a chi sono destinati? Siccome l'”inadeguato” era relativo al calendario, ai mesi, al prima/dopo, alle stagioni, chiaramente gli inadeguati eravamo noi genitori, poveri deficienti che non avevano insegnato alla bambina che giugno arriva dopo maggio… D’altronde, può una bambina di 6 anni capire il significato di “inadeguato”?.
      Christian, io sono una persona socievole e sorridente, mi piace interagire, capire, approfondire e lo faccio con toni amichevoli e concilianti, per natura. Ma quest’anno, nei colloqui scolastici e in uno scambio chiesto da me alla maestra, è uscita la bestia che è in me 🙂
      Adesso sono sicuramente il rompiscatole, il precisino e il critico di turno.
      Quando al primo quadrimestre la maestra mi ha detto che secondo lei tutti gli otto sarebbero diventati nove e nella pagella finale tutti gli otto sono rimasti otto, io allora ho espresso le mie perplessità. Ho chiesto “perchè?”. “Ha parlottato troppo con le sue compagne e si è distratta, un leggero calo di rendimento, d’altronde è diventata più socievole e fa gruppo”. “sono insoddisfatto di questa spiegazione, mi spiace” ho risposto.
      A inizio maggio mia figlia non capiva le sanzioni della maestra perchè me le raccontava senza un minimo di senso di colpa (come quella volta in cui è stata mandata fuori dalla classe con altre compagne perchè parlavano), non s’interessava ai voti, studiava giocando, a casa, come può farlo, credo, una bimba di 6 anni, mi diceva che non riusciva a leggere bene la lavagna, considerato che stava all’ultimo banco. Ho chiesto un colloquio alla maestra.
      Mai, dico mai, nella mia vita ho incontrato una persona talmente refrattaria a qualsiasi tipo di sollecitazione emotiva. A un certo punto le ho detto: ma lo capisce che sono qui perchè voglio che mia figlia stia bene a scuola e che abbia in lei un punto di riferimento? Tra sorrisi cortesi e risposte standardizzate non ce l’ho fatta a scuoterla. Tutto bene, mandare fuori dalla classe è pedagogico, perchè preoccuparsi etc…
      Non una risposta personalizzata, non una risposta empatica, niente. Mi pareva di parlare con un manuale. Gentile, controllata, distante, cortese ma asettica.
      Ho pensato di farle cambiare scuola ma è troppo affezionata al resto della classe (con alcuni è stata anche all’asilo) e della maestra, comunque, ne parla bene, dice che è buona e gentile.
      Lo so che voi insegnanti mi direte “falle fare il suo lavoro, non intrometterti, non valutare le sue valutazioni” ma io sono corresponsabile dei risultati scolastici di mia figlia e del suo sviluppo socioemotivo, o no?
      Grazie ancora, ciao

  8. biviopedagogico ha detto:

    Grazie Bruno, ancora. Per il resto son padre anche io e non è facile, quindi ti comprendo, per quello che posso, ovviamente.

  9. mauro ha detto:

    Credo che nel bagaglio formativo di ogni insegnante debba esserci “Lettera ad una professoressa” di don Milani della scuola di Barbiana. Quando esco un po’ sfiduciato dopo una lezione piena di valorinon capita dai miei studenti e non capisco il perche’…. in quelle pagine trovo l’energia per capire i miei errori e cercare di fare meglio….un saluto a tutti e grazie per i contenuti

  10. Milly Paparella ha detto:

    Condivido l’uso improprio dei voti. Sono un’insegnante e purtroppo sono costretta a metterli. Con la mia collega c’è scontro, perché non si condivide l’uso del 10. Io credo che sia un bene, per il bambino, riceverne se il percorso affrontato è stato pieno di conquiste, di impegno, di partecipazione. Non sarà certo esplicativo come un giudizio completo, ma è riassuntivo di un bacio ed un sorriso, che tradotto dal numero in parole suonerebbe un po’ così: “Continua così che va bene, accresci la tua autostima e raggiungerai le mete che ti prefiggerai nella vita”.

  11. […] La cultura dei voti. su Bivio Pedagogico […]

  12. verena ha detto:

    scusatemi se mi intrometto ma ci sono delle leggi che obbligano gli insegnanti a mettere voti? se si, perchè allora alcuni insegnanti non li mettono? c’è possibilità di attaccarsi a qualcosa per cambiare le cose?

    • biviopedagogico ha detto:

      Non hai nulla di cui scusarti Verena. Provo a risponderti.
      1) Credo che i voti siano obbligatori per legge. ( almeno rispetto al voto finale)
      2)Anche io credo che sia necessario cambiare il sistema, ma non lo si fa attaccandosi a qualche cavillo che impedisca alle docenti di mettere i voti, ma provando a modificare la cultura sottostante, provando a indirizzarla verso le valutazioni delle competenze. In sintesi dovremmo provare a spingere la nostra scuola ( e con lei le insegnanti) a restituire ai nostri figli in cosa sono forti e in che cosa hanno difficoltà, per permettergli da una parte di lavorare sulle loro debolezze e dall’altra per poter utilizzare i propri punti di forza.
      Il percorso è lungo Verena, me credo che sia arrivato il momento di iniziare a spingere sull’acceleratore. Io partirei dai genitori. Quanti di loro sono attenti solo e soprattutto al voto finale? Un caro saluto

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