potere dell'educazione

Novembre 2013 : Durante una supervisione con un gruppo di educatori, la discussione gira attorno al potere dell’educazione professionale, il potere di insegnare, di accompagnare, di proteggere, aiutare ma anche quel potere che a volte può risultare schiacciante, faticoso e complesso perché imprendibile.

Un potere che può essere anche ingombrante.

In ambito educativo competenze naturali e professionali si incontrano, le prima spesso provano ad imparare qualche cosa da ciò che l’ambito professionale potrebbe portare. L’educazione professionale dalla sua parte dovrebbe farlo da ciò che incontra in ambito naturale, perché è da li che arriva e perché questo incontro potrebbe permettere di capire meglio, approfondire e studiare i modelli educativi, familiari e genitoriali.

In alcuni casi ciò non avviene. I genitori prendono poco dagli educatori e viceversa. Mi preoccupa molto quando gli educatori non imparano da ciò che incontrano, ma questa volta vorrei concentrarmi maggiormente sulle difficoltà che potrebbero trovare i genitori ad imparare dagli educatori.

Ipotesi: Stiamo rischiando che le competenze apprese in anni di studi (fuori e dentro le aule universitarie) e di esperienza propongano ai genitori un modello di educazione inarrivabile o senza nessuna trasferibilità del sapere. Ossia: Come posso imparare da te se mi sembra che le tue competenze siano frutto di un percorso che non potrò affrontare? Se il tuo linguaggio non mi è familiare? Se i riferimenti non sono gli stessi? Il rischio, forse, è che la professionalizzazione del ruolo educativo, la crescita degli educatori e della cultura pedagogica stia sempre di più allargando la forbice delle competenze naturali e professionali. Da una parte i genitori, sempre più soli e quindi con meno spazio per imparare dagli altri modelli educativi naturali, dall’altra gli educatori, sempre più competenti e accompagnati e quindi sempre più potenzialmente lontani.

A cosa serve incontrare un educatore, se di ciò che dice non riesco/posso farmene nulla? Cosa me ne faccio di un bravo educatore che non sa trasferire le proprie competenze agli adulti che incontra. Non rischiamo solo di produrre una dipendenza dall’esperto? Quando ho un problema, chiamo l’educatore, insomma.

Un educatore non dovrebbe lavorare, anche e soprattutto, per non essere (ove possibile) più necessario? Per lasciare al sistema che incontra gli strumenti per fare senza di lui? Io credo di si, ma forse la domanda è : come?

Christian S.

La foto è di Marco Bottani ( http://www.ibot.it)

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commenti
  1. timoilbruco ha detto:

    Ciao, negli ultimi tempi sto lavorando soprattutto con bambini piccolissimi, per cui questa domanda è ineludibile perché tutte le attività e i percorsi sono proposti alla coppia genitore-bambino. Sto imparando a confrontarmi con i genitori in modo poi non troppo diverso che con i bambini, lasciando spazio alle storie personali, al fare insieme, alle domande. Comunque nel processo educativo è già coinvolto un adulto (l’educatore, che ovviamente cresce e impara lui stesso), si tratta di aprire il processo ad un’altra figura adulta. Questa la mia piccola esperienza!

  2. irenecronache ha detto:

    Introduci un’interessante questione Christian che apre il campo a quell’area che coinvolge gli adulti nell’educazione. Cosa può imparare un genitore quando incontra un educatore o un professionista dell’educazione? Incontro genitori che imparano molto e altri che faticano ma, in questi casi, la domanda che mi pongo è sempre legata a cosa ostacola possibili apprendimenti e quali strategie è possibile attivare come differenti. Ogni tanto però ho l’impressione che gli educatori abbiano in testa un modello di genitore (e di educazione) che è assai lontana dalle possibilità di alcuni genitori. Da anni ormai io guardo e cerco la genitorialità possibile e non quella ideale. Su questa strada ho ritrovato risultati altrove inattesi. L’incontro tra adulti, genitori ed educatori, richiede livelli di competenza e professionalità molto sofisticati ma, a mio parere, poco hanno a che fare con lo sfoggio delle competenze universitarie …. se siamo ancora lì, la strada da compiere è ancora molto lunga e il genitore (per fortuna!) si protegge allontanando “l’intruso”.

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