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Di Valentina Re.

Inizio a leggere “Mai più sole” con gli occhi dell’educatrice, incuriosita dai possibili spunti professionali che mi aspetto di poter cogliere. 

Nonostante i vari e ripetuti tentativi di Ginevra di boicottare la mia lettura, le parole scorrono veloci e in qualche giorno mi ritrovo ad essere già a poco più della metà. 

Pronta ad iniziare il capitolo “Nuove vite” abbandono, forse meno involontariamente di quanto credo, per circa una settimana, il mio appuntamento serale con le diverse protagoniste, prediligendo serie TV o, ahimè, le Winx. 

Sono resistente e non so esattamente a cosa. 

Cara me, non sfuggi certo a te stessa. Sai bene cosa ti mette in scacco, cosa ti fa vibrare quelle corde sempre tese e quali emozioni sei tanto brava a decantare agli altri  ma un po’ meno alla tua pelle. 

Come qualcuno mi suggerisce “e falla uscire quella lacrima”.

Fare il lavoro che faccio mi mette spesso nelle condizioni di dovermi interrogare su vari e svariati argomenti; genitorialità, solitudine, coesione, appartenenza, paura e distanza. Quella stessa distanza che ancora oggi spesso fatico a mettere tra me e chi ho di fronte ma che ho imparato benissimo a mettere tra la mia testa e la mia pancia, perché a volte quelle sensazioni così vive, sono talmente intense che fanno quasi male ed è un continuo mettere e togliere pezzi di un’ armatura che vanno costantemente incastrati e oliati tra loro.

È lo sguardo che fa la differenza. 

Il modo di guardare e la posizione da cui si guarda e la mia, nel leggere queste quattro storie, si è spostata. 

“Nuove vite”: nascono bambini, nascono mamme ed è da qui che cambio prospettiva.

Consapevole di questo riprendo da dove ho sospeso e divoro la seconda metà del mio libro.

Una storia di donne, diverse per esperienze di vita, per cultura, per ambizione e per istinto. Una storia di mamme che devono essere forti, che vogliono essere forti, che si celano dietro traballanti certezze, che convivono con timori e mancanze che incanalano sensi di colpa in troppo amore, se mai l’ amore può essere troppo, che si confrontano con stili, passioni e persone. 

Mi sono arrabbiata, intenerita, emozionata, talvolta riscoperta nel mio voler fare sempre di più, nel non sentirmi mai abbastanza pronta o in grado di fronteggiare a certe imprevedibili situazioni che accadono fuori dall’ordinario. È un libro che perdona, non con la rassegnazione ma con l’accettazione dell’ essere quello che si riesce, è un libro che dà speranza perché “I bambini sono come gli orti Ivan. E’ importante seminare bene, ma ancora più importante e’ curarli dopo che si è seminato. Innaffiare il giusto, strappare le erbacce, aggiungere concime quando serve. Sapendo che sarà qualcun altro a coglierne i frutti.”

È un libro che dà nome alle paure, prima tra tutte quella del distacco, non solo dai propri figli ma anche da quelle parti di noi che ci trasciniamo, del lasciare andare, del far fronte all’idea che “i nostri bambini diventano figli della società”.

È una storia di coraggio, ci vuole coraggio per credere che “Tutto evolve… Nel bene o nel male tutto evolve.”

Ho iniziato a leggere questo libro con gli occhi dell’educatrice, un mestiere, più che un lavoro, faticoso ed intenso che ad oggi, per me, è un meraviglioso valore aggiunto, in cui credo profondamente e che scelgo di darmi. 

Ho finito di leggere questo libro con gli occhi della madre (ammesso e non concesso che non siano gli stessi) inumiditi e commossi dalla rassicurante certezza che no, non sarò  MAI PIÙ SOLA. 

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Se desiderate comprare il libro:

Se vi interessa ecco un altro post su un libro di Alessandro Curti, Padri Imperfetti.

Christian S.

 

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tdo. locandina boal“Buonasera a tutte e a tutti! Stiamo per entrare nel mondo del teatro, un teatro “strano”, non canonico, decisamente un teatro che proverà a coinvolgervi e a farvi alzare dalle sedie…benvenuti al Teatro dell’Oppresso!”.

Con queste parole il conduttore (il jolly) di Teatro dell’Oppresso è solito aprire una sessione di Teatro Forum, forse la tecnica più famosa e praticata dell’intero arsenale ideato da Augusto Boal e dai suoi collaboratori in Brasile a partire dagli anni ’60.

L’esperienza di Teatro dell’Oppresso (TdO) è innanzitutto un’esperienza corporea. Quante volte accade di giocare corpo a corpo con le persone che abbiamo vicino, con i colleghi di lavoro o con chi condividiamo verbosissimi progetti? Ecco, il TdO per prima cosa riporta i partecipanti alla dimensione corporea essenziale, e il lavoro sull’espressività del corpo è una delle fasi più importanti di un percorso di TdO, che ci permette di traslarci in quel mondo altro che è la finzione teatrale.  Il profondo e prolifico nesso tra teatro ed educazione è ormai stato scandagliato dai maestri pedagogici nostrani e non, possiamo forse condensarlo in una riflessione di R.Massa: “Dunque la specificità del lavoro educativo sarebbe proprio la possibilità di istituire un campo di esperienza in cui l’esperienza stessa possa essere metaforizzata, rielaborata. Non si tratterebbe allora di rappresentare la vita, ma di acquisire consapevolezza, mentre si rappresenta la vita, delle rappresentazioni che la guidano”. Ed ecco che compare una parola, consapevolezza, che insieme ad esperienza ci rimanda all’idea di una consapevolezza intimamente legata all’esperienza vissuta con noi stessi tutti, non solo “la pancia” e neppure solo “la testa” ma, come da più parti si continua imperterriti a ricordare – e ne abbiamo bisogno data la nostra storica smemoratezza – come un insieme di dimensioni interconnesse che hanno a che fare con il cognitivo, l’emotivo, il corporeo, la sfera relazionale ed espressiva.  Insomma, con tutto il teatro che siamo.

TdO  perchè? Il nome di questa metodologia teatrale, sociale e partecipativa, ci trasporta immediatamente in una dimensione sinistra, cupa, gonfia di presagi inquietanti…Eppure, chi  per la prima volta si spinge a sperimentare un laboratorio di TdO probabilmente  ricorderà il lieve imbarazzo nell’iniziare a prendersi ironicamente gioco di sè e degli altri, le risate, il divertimento, la forza del gruppo e la meraviglia di un vero e proprio processo di conoscenza. Il TdO si basa su dei semplici assunti, che per chi bazzica il mondo dell’educazione professionale e naturale dovrebbero essere basilari e assodati:

-l’idea della modificabilità dell’uomo;

-l’idea che l’assunzione di consapevolezza – razionale ma anche incarnata, emozionata – mediante il teatro può provocare azioni mirate al cambiamento;

-il conflitto non viene risolto a tutti i costi ma si pone l’accento sulla possibilità di sostare nella dimensione conflittuale.

Parole come trasformazione, conflitto, consapevolezza non sono neutre, e tantomeno lo erano quando, influenzatissimo dalla Pedagogia degli Oppressi di Paulo Freire, A.Boal decise di utilizzare, con le masse di contadini analfabeti peruviani e con i lavoratori di tutto il Sud America, le sue tecniche per non-attori. Nel TdO tutti possono fare gli attori, perchè l’esperienza teatrale è qui concepita come connaturata all’essere umano che da sempre re-cita, interagisce e prova a guardarsi da fuori per appropriarsi di se stesso e attribuire significato al mondo in cui è immerso. Per il TdO, “il teatro è essenzialmente comunicazione, è un vero e proprio linguaggio e in quanto tale appartiene a tutti gli uomini, senza distinzioni (…). L’essere umano non fa teatro, è teatro”. Per questa ragione il TdO è anzitutto qualcosa che possono fare tutti, che si può almeno provare a fare, proprio perchè attinge dall’esperienza umana di ciascuno di noi. Così come l’educazione non si può dire neutra, così il teatro, che Boal ha utilizzato con le categorie più sfruttate ma anche più combattive del Sud America, non può essere neutro e anzi si mette al servizio di un’idea di cambiamento sociale, di trasformazione e di maggiore partecipazione politica dei cittadini.

Articolo di Giusy Baldanza

serata TDO -CasarileSettimana prossima il capitolo due

Se vi interessa capire come funziona. Eccovi l’occasione giusta per scoprirlo.

Grazie a Giusy, preziosa collega e EducAttrice appassionata.

Christian S.

Benin 2012Una mia collega, a seguito di una discussione sull’orario di lavoro, mi ha fatto pensare a quanto possa essere gravoso assumersi la responsabilità di determinare aspetti della vita altrui.

Sono coordinatore di servizi complessi in campo socio sanitario e mi capita, quotidianamente, di gestire una quota di potere che l’organizzazione ed il ruolo mi affida. Talvolta questa gestione incide significativamente nell’organizzazione di lavoro e di vita dei colleghi , come degli ospiti o delle loro famiglie.

Forse mi piacerebbe trovare qualcosa di eroico in ciò: Il duro lavoro che qualcuno, per fortuna, ha il coraggio di  svolgere; una sorta di ricompensa narcisistica per la fatica di affrontare conflitti e sentirsi quello “non buono”, ma senza il quale le cose non funzionerebbero.

Una tesi che , pur su una scala più grande, rischia di assomigliare a quanto sostenuto nei secoli dai despoti, sedicenti illuminati. Il frutto di una visione paternalistica nella gestione del potere.

Tuttavia credo che se esiste un aspetto significativo in questa questione, possa essere semmai quello di saper accogliere le conseguenze sulla propria  vita, delle scelte che compiamo su quelle altrui.

Fuori dalle ipocrisie della negazione del potere all’interno delle relazioni, aspetto su cui la categoria degli operatori sociali indulge troppo spesso,  trovo nella questione  oltre ad un risvolto squisitamente morale, un dato  intimamente legato a come soggettivamente ci poniamo nel lavoro di cura ed educativo.

In un certo senso mi sembra che possa parlare di quanto siamo pronti ad apprendere sulla questione del potere che ci troviamo a gestire.

Se Freire ci rammenta che” gli uomini si educano a vicenda in un contesto reale”, resta da capire che tipo di apprendimento può determinare una relazione di potere in chi ne rappresenta la parte prevalente, almeno dal punto di vista sostanziale.

In un certo senso, la gestione del potere è come una cartina di tornasole che evidenzia quanto nel determinare un cambiamento dell’altro, ci adoperiamo per permetterci la possibilità di cambiare noi stessi ed in particolare, il rapporto tra il nostro ruolo e la capacità di determinare il mondo e le relazioni intorno a noi.

Il paradosso è che per antonomasia, la condizione dell’avere potere dovrebbe favorire la capacità di mutare il nostro rapporto con questa facoltà, fornendoci una quota suppletiva di libertà. In realtà spesso la cartina vira sul rosso, se nella gestione del potere non sentiamo l’urgenza di capire come questo ci determini a sua volta, mutando le relazioni attorno a noi e la conoscenza  che abbiamo di noi stessi. Senza sentire questa impellenza, rischiamo di produrre una reificazione della propria posizione dominante, che ci allontana dal sentire la responsabilità delle nostre azioni sugli altri.  Assumere la fatica di questo lavoro permette perlomeno di rendere dinamica la nostra relazione con quello spicchio di potere che in un modo o nell’altro deteniamo, evitando di oggettivarlo , rendendolo immutabile e quindi rendendocene via via più indifferenti.

Non credo esistano soluzioni definitive , se non il lasciare sempre aperto il cantiere sul come avremmo potuto fare, e come potremmo fare diversamente la prossima volta. Non può risolversi una volta per tutte proprio perché accettiamo che nella relazione  c’è sempre qualcosa che ci educa, ci trasforma, in modo reciproco.

Nel processo Heicmann , come ci ricorda Hannah Arendt, la banalità del male lungi dall’essere legata ad una disposizione dell’animo  si è costruita sull’inconsapevolezza del significato delle proprie azioni e sulla lontananza dalla responsabilità del reale.  Heicmann , fino all’ultimo è sembrato non comprendere, cosa gli si imputasse: in quanto uomo, lontano dallo stereotipo dell’aguzzino, aveva solo osservato con buon senso le disposizioni e le leggi del reich, ed  osservare le leggi e l’autorità è generalmente considerato una buona cosa. Questa incapacità di implicarsi è ciò che reifica il potere, e si traduce spesso nella meccanica adesione a procedure amministrative, anche quando servono una macchina di morte.

Pur in contesti fortunatamente meno drammatici, anche noi ci troviamo nei servizi a gestire la responsabilità del potere sull’altro. Spesso in modo silente, giorno dopo giorno possiamo determinare traiettorie di vita, che solo con leggerezza possiamo non considerare. Questo riguarda ogni ruolo, anche di chi non ha incarichi di direzione. Non vale a diminuirne il significato, il fatto che molto spesso ( e per un verso, fortunatamente) i cosiddetti utenti dei dispositivi educativi/ riabilitativi risultino essere alquanto recalcitranti ,anche se sovente attraverso forme dolorose, agli ideali di formazione dei servizi e di chi vi abita.

Al contrario evitare di accogliere le conseguenze sulla propria vita delle scelte e delle valutazioni che compiamo sugli altri , realizza una operazione di depotenziamento professionale e di ruolo di cui poi risulta difficile lamentarsi.

Significa infatti determinare un rapporto con il proprio potere/poter fare/poter determinare che nel peggiore dei casi ci rende via via più autoritari , nel migliore più ininfluenti

La cognizione della gravità delle decisioni che compiamo sugli altri infatti, non è solo una questione della responsabilità che ci prendiamo, ma misura anche il valore che attribuiamo al nostro lavoro richiedendo  ogni volta di mettere a repentaglio la nostra autorevolezza con conseguenze non sempre prevedibili sulla nostra vita professionale

Il percorso di consapevolezza che, attraverso la relazione con l’altro, ci porta a comprendere la nostra relazione con il potere, pur se faticoso e pericoloso per i nostri equilibri, risulta un imprescindibile presupposto per avere la speranza che il nostro lavoro possa favorire quelle condizioni in cui le persone possano trovare una propria strada per emanciparsi, anche da noi e dai nostri servizi. Un obiettivo per cui, mi sembra, valga ancora la pena fare il nostro lavoro.

Articolo di Massimo Vicedomini.

La foto è di Marco Bottani (sito)

educatore arroganteHo incontrato spesso gente arrogante nella mia vita. Ne ho incontrata da educatore, da studente e anche da cittadino.

Vedo gente arrogante tutte le volte che esco di casa, gente che sorpassa la coda nell’altra corsia e quando ti azzardi a farglielo notare, ha anche il coraggio di risponderti male.

Sono abituato ad averci a che fare, insomma.

Non riesco però a sopportare, tanto bene, l’arroganza del potere, né quando è connessa con il potere istituzionale né quando il potere si basa sul fatto che : ” sto meglio di te”, “ho studiato più di te “ oppure “ho un ruolo per te importante,”  o “ti sono necessario”.  Non riesco a sopportare chi abusa del proprio potere perché l’altro è debole, in difficoltà o in una situazione di marginalità.

Tempo fa una collega Assistente Sociale, mi racconta dell’incontro tra un’educatore e una madre.

Educatore: “Signora: …forse lei vede in me le competenze che non possiede.”

Ovviamente la Mamma in questione, non è stata in grado i difendersi e di dir nulla. Si è portata a casa, probabilmente, un grande senso di inferiorità e quella tipica sensazione che ti rimane quando sei vittima di un abuso di potere. Non è stata in grado di rispondere, anche perché, forse, mai si sarebbe aspettata un entrata di questo tipo da chi doveva essere lì ad aiutarla.

L’educatore in questione ha mostrato (anche e soprattutto nella incapacità di rileggere la durezza della sua “arrogante” comunicazione)  la mancanza di alcune competenze di base necessarie per svolgere le funzioni di aiuto, forse addirittura dei requisiti minimi per fare educazione professionale. Per fare educazione, prima (o accanto) alle competenze tecniche, servono competenze etiche, umane ed emotive. Bisogna possedere grande umiltà, rispetto e eccezionale attenzione nell’uso del proprio sapere e soprattutto del proprio potere.

La mancanza di queste competenze di base, purtroppo, vanifica anche le competenze tecniche e scientifiche.

Le vanifica perché le invalida e le tradisce.

Le vanifica perché un educatore arrogante è un educatore pericoloso. Perché facciamo un lavoro delicato, in cui mettiamo “le mani e la testa” nelle vite delle persone che accompagniamo. Perché non si può abusare in questo modo della posizione di forza che spesso ci troviamo a esercitare.

L’abuso del potere, è quindi,  un problema anche dell’educazione.

Se nell’articolo dell’ educatrice razzista ponevo una domanda, qui mi permetto un’affermazione: all’educatore arrogante non dovrebbe essere permesso di fare il suo lavoro, almeno fino a che che non decida di cambiare, di imparare ad essere un educatore.

La domanda, in questo caso è: come possiamo fermare gli educatori e le educatrici arroganti? 

Un caro saluto. Christian S.

Ps: Sabato sera, uscirà un’articolo di un collega proprio sul potere in educazione, vi consiglio di leggerlo.

La foto è di Marco Bottani (www.ibot.it)

Devo molto a Rosa, mia grande maestra di vita e al mondo dell’educazione professionale, che mi accompagna da ormai quasi vent’anni. In questo libro potete trovare entrambe le cose, alcune storie di educazione professionale e pezzi del pensiero di Rosa Ronzio, consulente pedagogica che per 25 anni, all’interno dello studio Dedalo di cui era co-titolare, ha formato tanti colleghi, compreso il sottoscritto.

Il labirinto dei destini incrociati è un libro utile per capire cosa vuol dire fare educazione professionale nei servizi alla persona. Un testo che aiuta a comprendere le fatiche, i pensieri e le domande che gli educatori e le educatrici affrontano mentre lavorano. Chi si occupa di educazione professionale si riconoscerà in molte di queste storie. Quindi, non posso che consigliarlo. Anche ai non addetti ai lavori, ovviamente.

Unico problema: non è in vendita diretta. Se lo volete, dovete contattate l’autrice (rosa.ronzio@gmail.com) e lei troverà il modo di farvelo avere, magari tramite uno dei tanti autori dei testi. Io ne ho qualche copia. Se vi serve, battete un colpo. rosa