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Papà, a cosa servono i compiti?

Ecco come ha esordito mia figlia, appena sveglia, qualche settimana fa.

Una di quelle domande che aprono strade di spiegazione differenti, alcune sintetiche e semplici altre più complesse e che richiederebbero maggior tempo. A mia figlia, quel giorno ne ho data una molto sintetica.

Per imparare.

Ero alla prese con la vestizione di due figlie in tempi ristretti, la mia concentrazione era orientata ad evitare di produrre i soliti codini storti e gli abbinamenti estetici inguardabili. Non avevo altra possibilità.

Una domanda del genere, però, produce naturalmente altre domande, la più interessante, per me è: per imparare cosa?

Qui la strada si fa generalmente in salita soprattutto se vogliamo provare a capire veramente a cosa potrebbero servire i compiti a casa. A volerla chiudere subito, potremmo dirci che servono per imparare a fissare, ripassare, memorizzare le nozioni e informazioni apprese in classe. Guardare i compiti da questo punti di vista li riduce solo ad uno strumento connesso con ciò che si fa in classe, ed invece potrebbero diventare ben altro.

I compiti potrebbero insegnare ai nostri figli qualche cosa che la scuola, per come è strutturata, non è in grado o non ha la possibilità di fare se non in modo parziale. I compiti potrebbero insegnare ai nostri figli a far da soli. In che senso vi chiederete voi? Nel senso che fare i compiti a casa, se riusciamo a rispettare alcuni vincoli, può diventare una grande occasione per sperimentare la responsabilità di svolgere il compito in autonomia, usando e ripescando le competenze apprese durante le mattinate scolastiche.

Facile a dirsi un po’ meno a farsi, state pensando. Vero?

No, facile se riusciamo a rispettare alcuni presupposti di partenza. Ovvero: i compiti devono essere fattibili in solitudine e i genitori dovrebbero permettere ai figli di farli in autonomia.

Per far questo però, è necessario che il valore che noi diamo ai compiti risieda, soprattutto, nell’averli fatti da soli. Far da soli permette ai nostri figli e agli insegnanti di verificare a che punto si è arrivati, permette di comprendere i propri punti di forza e le proprie fragilità. Far da soli vuol dire far più fatica ma sentire poi, una volta finito il compito, di avercela fatta da soli. Questo percorso è possibile quasi esclusivamente a casa, perché a scuola c’è il compagno o l’insegnante e in qualche modo l’aiuto lo trovi. Far da soli è possibile solo se decidiamo di accettare che i quaderni possano essere pieni di errori e correzioni. Perché facendo da soli è più facile sbagliare. Far da soli è possibile, per i nostri figli, se gli adulti imparano ad orientare lo sguardo sugli apprendimenti e non sui risultati, sul percorso e non sul compito stesso. Per fare questo dobbiamo accettare che il programma scolastico non sia l’obiettivo ma lo strumento per imparare delle cose. Il programma, così pensato, assume una tripla funzione: mette in successione le lezioni, stabilisce i tempi e i modi degli apprendimenti e permette di imparare “altro”. Imparare le tabelline, in questa ottica, insegna anche a far fatica, ad essere autonomo, a sbagliare, a correggersi e così via.

Far da soli permette di imparare a rileggersi. Per poterlo fare, però, è necessario che gli adulti cambino il modo di guardare la scuola e le esperienza ad essa connesse. In questa nuova visione, il problema non sarà più se i compiti sono tanti o pochi, ma che tipo di compiti e quale valore gli viene assegnato dal punto di vista educativo.

Giusto per essere chiaro. I compiti avrebbero un valore anche se servissero solo per completare il programma, ma dovremmo poi chiederci perché ci debba essere necessità di completare, fuori dalla scuola, qualche cosa che è presidio della scuola stessa. Avrebbero un valore anche se servissero solo per fissare degli apprendimenti, ma dovremmo chiederci, nel caso in cui togliessero spazio ad altro, cosa perdono i nostri figli. Se per fare i compiti non posso andare a giocare a calcio (solo per fare un esempio), il compito impedisce un’esperienza fondamentale per imparare a stare insieme, a far fatica, a collaborare. Impedisce un’esperienza relazionale complementare all’esperienza scolastica che aiuta indirettamente, attraverso quello che insegna, anche l’esperienza scolastica stessa.

I nostri figli possono svolgere i compiti da soli se non serve l’aiuto di un adulto o addirittura di un adulto specializzato. Il compito che posso fare da solo evita inoltre di costringere i genitori a fare i conti con competenze didattiche non sempre in possesso degli adulti presenti in casa al momento dei compiti. Quelle competenze, per intenderci meglio, che spesso i genitori, anche (ma non solo) per questioni di tempo, delegano a professionisti esterni.

Se vogliamo provare ad attribuire ai compiti a casa, un valore differente, lo si può fare solo attraverso un accordo tra genitori e istituzioni scolastica. Lo si può fare se alleggeriamo tutti, genitori compresi, la pressione verso il programma per interessarci anche ad “altre” competenze da apprendere. Lo possiamo fare, in sintesi, se siamo nella condizioni di rinunciare a parte del programma per imparare a far da soligestire le sconfitte,  lavorare in gruppo,  stare insieme e imparare dai problemi che si incotrano.

Lo possiamo fare, ricordandoci che l’esperienza scolastica ha come finalità quella di produrre cittadini capaci di stare in relazione con il mondo,  capaci di differenziare i luoghi per la competizione dai luoghi per la cooperazione. Capaci di essere felici per ciò che hanno imparato e non per aver preso mezzo voto in più del compagno.

Cosa penso in conclusione? Se accetteremo la sfida e saremo in grado di cambiare il nostro modo di dar valore al percorso scolastico, valorizzeremo la scuola come una delle esperienze educative e potremo spiegare ai nostri figli che la scuola e i compiti servono per affrontare la vita e non viceversa.

Buon inizio…

Christian S.

Un ringraziamento particolare va al Professor Marco Dallari a cui devo lo spunto che mi ha permesso questa riflessione.

Il seguente articolo è uscito su Gaggiano Magazine nel mese di luglio’16. Grazie ancora a Marco Costanzo per la fiducia che mi rimanda costantemente. 

bimba orsoIntendiamoci.

Non è che non ci si possa provare, è solo praticamente impossibile oltre che doppiamente faticoso e spesso inefficace. Impossibile perché volente o nolente gli altri adulti incidono sui nostri figli. Lo fanno direttamente (insegnanti, allenatori, parenti) o indirettamente (modelli televisivi, cantanti, politici e cosi via). Insomma lo fanno e basta. Quello che potremmo fare, quindi, è provare a capire quale sia il valore che si cela dietro le azioni educative degli altri adulti sui nostri figli e le nostre figlie. Provare a capire come agevolare l’incontro con altri modelli educativi, accompagnare i ragazzi verso altri adulti, cercare spazi e esperienze che consegnino i nostri bambini all’educazione degli altri. Provare a capire, in sintesi, se vale la pena provare a non farcela da soli.

Dico spesso che educare i figli non è una funzione individuale ma una funzione sociale. Una responsabilità di tutti, non solo dei genitori. Lo è perché i figli non sono di nessuno, anche se diciamo “mia figlia o mio figlio”, i figli non sono oggetti, non si possiedono, insomma. I ragazzi, le ragazze e i loro percorsi son responsabilità della società, del paese, della comunità tutta. Lo sono sia se hanno dei genitori presenti, sia se son soli.

Ci sono diverse forme di  responsabilità educativa.

L’adozione. Scelgo di diventare genitore di un ragazzo o di una ragazza, nato in un altro posto, da un’altra madre. Me ne occupo perché ne ho bisogno io ma anche perché ne han bisogno loro. Me ne occupo perché un team di professionisti, dopo lunghi colloqui ed analisi, ha deciso che sono nelle condizioni di occuparmene.  Me ne occupo per sempre. In questi anni ho incontrato diversi genitori adottivi. Tutti, nel raccontarmi le gioie e le  fatiche del percorso di adozione, si son fatti la stessa domanda: Chissà cosa accadrebbe se la verifica che viene fatta sui genitori adottivi fosse fatta su tutti i genitori? Chissà.

Non lo sapremo mai, forse per fortuna mi vien da dire. Dico per fortuna perché, pur comprendendo la delicatezza dell’incarico di chi dà in adozione i bambini, penso che una verifica pre-adottiva sia importante ma poco indicativa. Perché? Perché si impara a far il genitore quando il bambino arriva. Perché diventare genitore è un percorso complesso, un percorso di apprendimento che inizia quando il figlio“ ti piomba in braccio” come diceva in una serata un padre adottivo. Un percorso che ha quasi nulla di teorico e molto di pratico. Alessandro Curti,  educatore ed autore del libro “Padri imperfetti”  lo descrive così:  “Perché l’arrivo di un figlio è come quando in un cartone animato, il pianoforte cade sulla testa del personaggio principale …”.

Penso che diventare genitori ti faccia sentire, oggi, anche molto solo. E qui torna l’importanza della condivisione della responsabilità.

L’adozione non è l’unica forma possibile. C’è l’affido, ovvero: mi occupo di un ragazzo o di una ragazza che potrebbe tornare in famiglia, prendendomi un pezzo, importantissimo, di responsabilità educativa in una fase della sua vita delicata e complessa. Mi prendo questa responsabilità sapendo che è parziale, anche nel tempo e che un giorno, molto probabilmente, dovremo salutarci. L’affido in questo senso è una scelta decisamente coraggiosa.

Ci sono le forme di affido temporaneo. Un esempio sono le centinaia di famiglie che da anni accolgono, per brevi periodi, i bambini di Chernobyl per permettergli di respirare aria pulita. A Milano fa quasi sorridere pensare di aver aria pulita, ma rispetto a Chernobyl ovviamente qui è come esser in alta montagna.

Adozione e affido son due forme possibili di presa in carico dei ragazzi. Non le uniche. Né migliori Né peggiori, insomma. Sono le forme che alcune famiglie hanno deciso per loro, perché le hanno sentite come sostenibili, praticabili, possibili. Perché occuparsi di un minore, in qualsiasi forma tu lo faccia, è un percorso tanto bello quanto faticoso.

Ma la responsabilità educativa viaggia parallelamente e trasversalmente alle questioni familiare. La responsabilità educativa è anche quella delle insegnanti e degli educatori. Dei capi Scout e degli allenatori. Degli anziani e dei cittadini tutti. Non solo, per intendersi, di chi fa il genitore.

Troppo facile insomma, quando un ragazzo del tuo paese finisce in carcere,  scaricare tutte le responsabilità sulla famiglia, che dovrebbe provare a “salvare il proprio figlio” da sola. Magari facendo anche i conti con i messaggi che altri adulti, i media e la società mandano direttamente o indirettamente ai ragazzi. Troppo comodo, per come la penso io, star seduti fuori dal bar a giudicar le scelte dei genitori. Facile è far finta di nulla, far finta di non aver responsabilità. Se quel ragazzo è su una strada pericolosa, un pezzettino di responsabilità è anche nostra, che nulla abbiamo fatto, magari, quando lo abbiamo visto spaccare a 12 anni, per gioco, una panchina del parco della Baronella.

Troppo semplice pensare che quando un ragazzo a scuola prende in giro un suo compagno sia un problema loro. Mia figlia, che assiste magari silente a ciò che succede, non è esente da responsabilità. Nelle situazioni di prevaricazione ci son diverse figure, Il bullo, la vittima del bullo e gli spettatori. Nel dolore che si produce in queste storie gli spettatori hanno molta più responsabilità di quanto si pensi. Ovviamente, la responsabilità di mia figlia diventerà anche e per un pezzo, affar mio.

Cosa fare allora da genitori?

Permettiamo ai ragazzi di incontrare altri adulti, mandiamolo agli scout, a far sport, dal maestro di batteria e chiediamo agli adulti che incontrano i nostri figli di non delegare la loro responsabilità. Chiediamo agli insegnanti di tenere un pezzo della responsabilità educativa e non di far solo didattica. Chiediamo agli allenatori di insegnare a star insieme, a perdere, a rispettar le regole e non solo a giocare a calcio. Chiediamo ai nostri anziani di arrabbiarsi con i ragazzi che rovinano il bene pubblico, chiediamo ai cittadini di prendersi ognuno il proprio pezzo di responsabilità sui nostri figli, perché: Nessuno si salva da solo.

Cosa vi chiedo io, per le mie figlie. Vi chiedo, quando le incontrerete in paese, di far quello che avreste fatto con i vostri figli. Poi se non sarà per me, la scelta migliore ne parleremo, tra adulti, provando a capire come tenere insieme il mio pensiero di educazione e il vostro. Nel frattempo, però, le mie figlie avranno capito di non esser sole. Nemmeno quando i genitori sono assenti.

Perché la responsabilità educativa rende meno sole le persone. E’ questo che fa.

 Christian S.

* Il titolo originale di questo articolo, uscito sul numero 3 di Gaggiano Magazine, era “Nessuno si salva da solo” titolo tratto da un libro di Margaret Mazzantini del 2012. Sul blog lo trovate leggermente modificato, anche nel titolo.

Se volete l’articolo in versione A3,  ecccolo : Nessuno si salva da solo A3

parco2Parco. Un pomeriggio di sole. Potrebbe essere uno dei tanti parchi della provincia di Milano.

Due genitori commentano il ripristino di uno dei giochi. Nello specifico, una carrucola. Uno di quei nuovi giochi apparsi, negli ultimi tempi, nei nostri parchi.

Madre: “Hai visto, hanno rimesso a posto la carrucola”. Padre: “Eh già!… Fino a che non si farà male qualche altro bambino”. Madre: “Vero, ti ricordi iI bimbo piccolo caduto dalla carrucola?” Padre: “Si, proprio lui. Poi era anche piccolo, avrà avuto massimo 3 anni”. Madre: “Eh già, e pensa che la madre era lì, giusto ad una decina di metri”.

Il dialogo continua, si posta sulla sicurezza in generale, sul rischio e poi devia su altri argomenti. Dal mio punto di vista meno interessanti. Provo a fermarmi sui primi due temi che lo scambio propone.

Rischio e sicurezza.

La percezione della sicurezza è una cosa soggettiva, dipende da ognuno di noi. Per alcuni la sicurezza equivale al tentativo di costruire degli ambienti che possano proteggere, senza deroghe, il proprio figlio da ciò che possa far male. In questo senso, tutto ciò che può sfuggire al proprio controllo (la carrucola per esempio) diventa oggetto pericoloso e quindi da eliminare. In questo senso tutti i giochi di un parco possono risultare potenzialmente pericolosi. Dall’altalena si può cadere o dall’altalena si può esser colpiti. Da uno scivolo si può cadere o essere travolti durante una discesa. In questa visione la sicurezza è connessa con il controllo. Il controllo rischia di far rima con la negazione delle esperienze che non posso controllare totalmente e che quindi sento come pericolose. In questa direzione il rischio è che tutte le esperienze siano potenzialmente pericolose (perché incontrollabili) e che quindi il genitore si trovi nella condizione di non permettere al proprio figlio di poter crescere. Perché è attraverso le esperienze (anche quelle rischiose e pericolose) che si diventa grandi. Esistono altri possibili modi di percepire la sicurezza, ovviamente. Amo pensare che il rischio sia uno dei fattori di un’esperienza, un fattore importante, uno dei fattori ineliminabili, uno dei fattori da cui non ha senso, nessun senso provare a fuggire ma che dobbiamo affrontare, che ci piaccia o meno. In questa direzione, forse, il dovere da genitore, potrebbe essere quello di aiutare i figli ad affrontare i pericoli, dotandoli degli strumenti adatti per farlo. Nel caso specifico il dovere di un genitore, che fa salire il proprio figlio su una carrucola, sarà quello di aiutarlo ad imparare ad usarla, accompagnandolo ad acquisire le competenze necessarie per affrontare la sua nuova esperienza. In questo senso la competenza aumenta la possibilità di utilizzare il gioco e diminuisce il rischio, anche se non lo elimina del tutto, perché nessuna esperienza è priva di rischi e pericoli, nemmeno quelle che già abbiamo affrontato. In questa direzione, un genitore dovrebbe cercare di esercitare il proprio ruolo (educativo) proprio tenendo conto che nulla potrà mai eliminare, totalmente, il pericolo di cadere o essere colpito da una carrucola. E’ anche attraverso questa consapevolezza che nasce la possibilità di accompagnare i ragazzi dentro le proprie esperienze, nell’ottica di aiutarli ad imparare a salire, da soli, su quelle “pericolosissime” carrucole.

Sul ruolo e sulle responsabilità.

Rileggendo bene il dialogo con uno sguardo attento, quel “la madre era ad una decina di metri” ci può aiutare a capire alcune cose interessanti. Se sono a 10 metri da un bambino di 3 anni vicino ad una carrucola, mi prendo (io) un rischio grosso. Il problema poi non può essere la presenza della carrucola, altrimenti dovremmo eliminare le macchine, le strade, i terrazzi e così via. Come dire: se decido di lasciare libero di correre per un parco mio figlio, non posso pretendere che dal parco vengano tolte tutte le cose che potrebbero fargli male. Posso però decidere di stare ad una distanza ridotta. Posso accompagnarlo a guardarsi intorno, posso aiutarlo ad imparare ad osservare il posto in cui è. Chiedere di togliere la carrucola da un parco pubblico, per farvi capire, è come pretendere che mio figlio possa giocare a pallone senza che rischi di sbucciarsi le ginocchia. In questo senso, quando decidiamo di togliere le rotelle alla bici dei nostri figli decidiamo che siamo pronti (noi più di lui) a prenderci il rischio. Decidiamo anche che siamo pronti ad esercitare l’atra parte del nostro ruolo, quella, che per farla breve, aggiunge al desiderio di proteggerli anche il desiderio che possano viaggiare da soli. In questa connessione tra protezione e spinta verso l’esperienza, credo si giochi molto del delicato ruolo educativo attribuito ai genitori.

Il valore dell’esperienza, della libertà e delle opportunità.

Fare i genitori non è facile, lo so. Tante domande e poche risposte. Torna sempre la stessa domanda. Cosa vuol dire crescere, bene, un figlio? Significa aiutarli ad essere liberi, a scegliere e a farlo con la consapevolezza di ciò che fanno. Nelle loro esperienze devono fare i conti con gli ambienti reali che attraversano. Il rischio, invece, è che gli si costruiscano attorno esperienze artifi- ciali, in cui gli apprendimenti risultino poi poco esportabili. Come possono imparare ad affrontare la vita se non attraversando le esperienze della vita stessa? I nostri figli hanno necessità di provare, sbagliare e di cadere. Hanno anche bisogno di sentire che ciò che succede fa parte della vita e dell’esperienza, non che, le cadute, siano una strana e inaspettata interferenza su un tragitto che doveva essere lineare. Le cadute (come gli errori) non sono imperfezioni ma fan parte della vita, sono esperienza da cui a volte si può imparare molto e da cui non possiamo scappare. Facciamoli salire sulle carrucole, proviamo a far si che il nostro desiderio di proteggerli e tutelarli non tolga loro la possibilità di fare esperienza. Proviamoci e prima o poi, sarà possibile anche per noi accettare che anche la carrucola sia una buona opportunità di sperimentare il rischio, la paura ed imparare ad affrontarle.

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Le due meravigliose creature nelle foto son le mie figlie. La piccola aveva paura di salire, la sorella più grande le ha permesso di fare un’esperienza. Mi son preso un bel rischio, potevano cadere. Ho trattenuto il fiato, ma son contento di aver rischiato.

Quindi, buona carrucola a tutti.

Christian Sarno

L’articolo che avete appena letto è stato pubblicato sul numero zero di Gaggiano Magazine, in edicola ad ottobre 2015. Ci tengo a ringraziare Marco Costanzo (per le foto), ideatore e coordinatore editoriale. Senza di lui, forse, questo articolo non sarebbe mai nato. 

 Per chi volesse scaricarsi e far girare l’eritcolo in versione originale, eccovi Carrucole pericolose in pdf e in versione A3

contesaCara Viola.

Scrivo a te, a 9 anni puoi sicuramente capire cosa dico, perché come dice Janusz Korzack “Se continuiamo a stupirci per la perspicacia dei bambini, significa che non li prendiamo sul serio.” Poi, son sicuro che troverai il modo di spiegare a tua sorella quello che avrai capito. Lo farai a tuo modo e lei capirà, sicuramente.

Ti parlerò di precarietà, figlia mia. Ti parlerò quindi di: Mancanza di un reddito e di condizioni di lavoro adeguate su cui poter contare per la pianificazione della propria vita presente e futura” (fonte Wikipedia)

Te ne parlerò perché tuo padre è un precario. Coma tanti altri educatori, come tanti altri uomini e donne in questo complesso tempo. Ti parlerò di flessibilità e di me. Di punti fermi e di voi. Ti parlerò di fatica.

Che fatica fare il precario. Che fatica essere flessibile. Che fatica tentare, con scarsi risultati, di tenere fuori dal rapporto con te (e Lisa) la stanchezza e i pensieri prodotti da questi strani tempi. Che fatica fare il padre dentro un mondo che corre. Corre il mondo, corre il lavoro e quindi di conseguenza corre anche tuo padre. Che come ben sai non è in gran forma. Corre tuo padre e a volte si perde delle cose per strada. Perde pazienza, energia e volte anche lucidità. Ma sarebbe troppo facile scaricare sul mondo che corre le responsabilità dei miei errori, delle mie approssimazioni e delle comunicazioni errate. Almeno per un pezzo, queste imperfezioni, sono responsabilità mia. Il mondo che corre, rende solo impietosamente più evidenti le mie fragilità, di uomo e di padre.

In verità, amore mio, non saprei spiegarti se il tuo papà sia più precario, flessibile o per meglio dire ”piagabile”(stile sedia da campeggio per intenderci). So che ogni giorno, il ritorno a casa significa rientrare in uno dei pochi luoghi che di flessibile e precario non ha nulla. Voi ci siete. Sempre. Fisse. Ri- incontrarvi  (perché da 3 anni c’è anche tua sorella) alla sera è l’appiglio alla terra ferma, il ritorno in porto dopo una giornata di mare, spesso in burrasca, qualche volta solo mosso, raramente con mare piatto. Quando torno a casa, sento il grido : “ TERRA!”, appoggio il computer vi saluto e inizia un altro pezzo della mia giornata. Inizia forse il pezzo più difficile della mia giornata. Il pezzo della mia vita di cui sento maggiore responsabilità. Un pezzo prezioso per me e per voi che meritate tempo e spazio. Che meritate un padre tutto per voi. Che meritate energia tutta per voi. Che meritereste di non essere sfiorate dalle scorie della mia giornata da uomo flessibile e precario.

Ma questa è la vita, figlia mia, non è un videogioco in cui si può ricominciare da capo, non è uno spettacolo di teatro dove, aperta la nuova scena l’attore si cambia di abito, interpretando un nuovo ruolo. La vita è fatta così, ciò che succede in un luogo contamina ciò che succede altrove. Sarà poi responsabilità mia, che son “quello grande”, provare a far ricadere su di voi solo parte del mondo che corre. Un parte della corsa, figlia mia, invece, dovremo farla insieme.

Vista da questo punto di vista, la precarietà assumerebbe solo una connotazione negativa. Ma vostro padre, che è un personaggio strano, ha provato in questi anni a cercare anche il valore positivo (e pedagogico) del mondo precario e flessibile. La flessibilità e la precarietà, che se non son gemelle, son sorelle, ti costringono a ripensarti continuamente, ad investire, a gettare lo sguardo sul lungo termine, sul domani. Un precario non si può fermare, sedere (anche se a volte farebbe decisamente piacere) in questo senso, “le due sorelle” sono un deterrente alla noia. Il lavoratore flessibile non si annoia, questo è sicuro. In un certo senso, precarietà e flessibilità, ti costringono a correre dietro al mondo. Ad inventarti nuovamente, a cercare, a spostarti, a ri-progettare continuamente la tua vita lavorativa. In questo senso la flessibilità (la precarietà decisamente meno) mi ha aiutato molto in questi anni. Mi ha aiutato a dar valore a quello che sono, un “nomade dell’educazione”, un uomo che si innamora di tutto (o quasi) ciò che incontra, un uomo curioso ed errante. La flessibilità mi ha portato in tanti posti, mi ha donato la possibilità di fare differenti lavori, con tante persone e in tanti servizi. La flessibilità mi ha costretto ad incontrare gli altri, molto più di quanto avrei fatto se avessi avuto, come mio padre, il “posto fisso”.

Alla precarietà, invece non sono riuscito a trovare un valore cosi, positivamente, connotabile. Dalla precarietà mi porto via solo tanta fatica. Ma magari è proprio questo il valore, figlia mia, imparare a far fatica. Forse, come dico spesso ai genitori che incontro, dobbiamo imparare a far fatica noi, per aiutare i nostri figli ad affrontare il mondo, che di fatiche ne pone tante, anche quando non corre. Anche quando va piano, lentamente.

Vabbè, mettiamocela via così, Viola, come dice puffo quattrocchi: “ che è meglio”

A proposito. Tanti auguri. Goditi i tuoi 9 anni Viola e speriamo che il mondo rallenti un pochino. Anche solo un pochino andrebbe decisamente bene.

Con amore. Papà.

P1060946Ovvero : Oggi papà viene a scuola con me (parte due). La parte uno la trovate qui

19 Marzo, festa del papà. Seconda esperienza alla scuola dell’infanzia. Una giornata, che questa volta pare partire all’insegna della consapevolezza, del ” so cosa mi aspetta”, del “adesso succede che…” ed invece. Già, perché hai sempre l’idea che essendoci già stato tu possa sapere cosa ti attende. Hai sempre l’idea che alcune emozioni, avendole vissute, siano controllabili. Ma basta poco a comprendere che le cose non stanno proprio così.

Pensi di aver imparato (ed è vero). Pensi di poter prevedere. Pensi che ne uscirai felice, senza scossoni, questa volta tranquillo e senza sorprese, ma presto ti accorgi che non è così, che ogni storia, ogni figlia, ogni esperienza di paternità ti trascina in una nuova strada.

Ore 9.00

Laboratorio con mia figlia Lisa (quasi 3 anni).

Obiettivo:  costruzione di una macchinina a vento e di una girandola.

Senso della giornata: ovviamente star con mia figlia, nel suo posto, con i suoi compagni, almeno una volta all’anno.

Valore: poterla guardare dove di solito non posso. Un’occasione rara, che difendo sempre con le unghie. Una grande occasione, che le educatrici di mia figlia mi hanno regalato anche quest’anno. Una mattinata che ha reso speciale una delle tante feste a cui sono allergico. Un nuova occasione di apprendimento, come sempre sono, le mie esperienze da papà.

Coloriamo la girandola. Guardo la spiegazione, sembra facile. Mia figlia si occupa del colore e del taglio della carena della macchina, mi distraggo un secondo e al posto della carena trovo una strana forma. Ci guardiamo. Mia figlia si accorge, credo dal mio sguardo, di non aver proprio fatto ciò che io e il progetto ci attendevamo da lei.

Mi guarda con quella faccia furba e mi dice. “Vabbè, fatto pasticcio”

Io, accompagnato da uno strano vento di calma e di attenzione pedagogica (cosa che con le mie figlie non sempre mi riesce), trovo un nuovo pezzo di carta, ridisegno la carena e le ripropongo il lavoro.

Riproviamo un altro paio di volte, ma la carena è roba da specialisti. Da padri appassionati di macchine, come si vede dalla foto, da padri non come me.

Mentre Lisa trita l’ennesimo foglio di carta, io provo a costruire la girandola, con quell’attenzione fluttuante che di solito non è per nulla presupposto di un lavoro di qualità.

Prendo la girandola colorata da mia figlia: taglio, incollo, piego e oplà… girandola finita.

Io : ” Guarda Lisa” . Soffio e la girandola vola via (mi ero dimenticato di fissarla con il perno).

Mi giro, con quella strana sensazione di avere gli occhi addosso e intercetto la faccia attenta di mia figlia.

Lisa: ” Papino Pasticcione”. Uno a uno e palla al centro. 

Ore 12.oo

Finisce la mattina e mi trovo a dover ringraziare le educatrici di mia figlia, che han fatto educazione senza quasi usar parole. Ma costruendo tempo e spazio per stare e soprattutto fare insieme.

Esco da scuola  e mi trovo in macchina, con la LisaCar sul sedile. Mi  ritrovo a sorridere e a ringraziare ancora una volta di aver incontrato le mie figlie, senza cui sarei sicuramente un uomo peggiore. Senza le quali sarei un uomo molto, ma molto meno felice.

Mi trovo a pensar di aver fatto una grande cosa il 19 marzo quando non sono andato a lavoro, ho spento il cellulare e mi son seduto su quella seggiolina scomoda a far merenda con mia figlia.

Christian S.

Ringrazio Sabrina per la foto e soprattutto per l’attenzione e la cura che pone nel coordinare il gruppo di educatrici della scuola di mia figlia. Ringrazio Monia e Federica, perché il loro sguardo, la mattina, mi aiuta a lasciare serenamente mia figlia.