Archivio per la categoria ‘Sarno Pedagogia’

6 dicembre 2018. Scuola per educatori professionale. Io la chiamo ancora così, son della vecchia guardia. In verità mi trovo davanti agli studenti e alle studentesse del corso di laurea per educatore professionale del Don Gnocchi. Aula bella e accogliente, un bel gruppo: 40 tra studenti e studentesse che frequentano il terzo anno del percorso di studi,  un gruppo di futuri educatori professionali, alcuni forse già in servizio.

Ho avuto spesso il privilegio di parlare del mio lavoro davanti agli studenti. Io con quel taglio sporco, meticcio, non sempre elegante. Non proprio un accademico, insomma. Ancora oggi mi chiedo cosa ci trovino gli altri di interessante nel mio modo di raccontare. Ma evidentemente c’è qualche cosa che funziona. In fondo è la stessa domanda che mi faccio quando scopro che ci son persone che leggono ciò che scrivo. E’ l’effetto di un percorso di studi zoppicante, in cui le restituzioni sulle competenze son state scarse e dove ho imparato ad affrontare soprattutto le fatiche. Le competenze le ho scovate da quando lavoro.

Mi invita Paola Eginardo, docente del corso di Metodologie dell’educazione professionale III (modulo scrittura professionale). Questa volta e per la prima volta, a parlare di scritture in rete e dei post che scrivo nei miei blog. Pare che a Paola piacciano e invita a parlare di scrittura uno che con la scrittura litiga e ha litigato da anni. Ma lei non forse non lo sa, perché ciò che vede è il risultato di un lungo lavoro di autoformazione e autocorrezione avvenuto anche attraverso l’uso del blog. Sì, perché ho imparato a scrivere, anche grazie al desiderio di raccontare agli altri (la scrittura in rete ha anche questa funzione). Perché scrivere sul blog ti espone allo sguardo di centinaia, migliaia di persone e quindi ti costringe ad avere grande cura di ciò che pubblichi. Ho riletto ogni post, centinaia di volte. Alcuni post sono ancora in bozza. Alcuni a furia di leggerli son finiti nel cestino.

Inizio il mio intervento proprio parlando del mio rapporto con la scrittura. Un rapporto ambivalente. L’ho odiata per anni, perché l’attenzione per evitare errori e orrori grammaticali mi è sempre costata una gran fatica. L’ho amata tanto nella versione moderna, perché ho trovato un modo di scrivere, il mio modo.  A quarant’anni mi ha fatto impazzire di nuovo la scrittura della tesi perché sono stato costretto a scrivere in modo più formale, attento ad uno stile che non mi appartiene. Mi emoziona invece quando mi accorgo che 15mila persone hanno letto un mio post, lo han fatto girare, condiviso, usato come se fosse loro. Mi sorprende il piacere che ho oggi di scrivere e la rabbia per non poterlo fare con costanza.

Quello che racconto è la storia di un cambiamento, io che di questo mi occupo. Un cambiamento nato dalla sfida con quella vocina interna che mi rimandava continuamente di lasciar stare, di occuparmi di altro. Quella vocina figlia, anche, di quello che alcuni insegnanti incontrati mi avevano lasciato. Una sfida iniziata invece grazie alla voce di un’altra docente, incontrata in tarda età. Una di quelle docenti che, se tieni le orecchie aperte, ti cambia la vita. Una docente che ha il nome di un fiore, come mia figlia e forse non è un caso.

Parlo di me, dei colleghi incontrati nel percorso di Snodi Pedagogici, del prezioso valore dell’incontro, avvenuto tramite la scrittura in un percorso comune che non ha nessuna storia simile in rete, soprattutto in ambito educativo. Un incontro simmetrico, alla pari e per questo doppiamente di valore. Snodi Pedagogici è un percorso di scrittura contemporanea e collettiva. Una bella storia,  insomma. Un gruppo di esperti di processi educativi che scrive partendo dallo stesso tema, che invita altri a scrivere e lo fa per un anno, tutti i mesi, raccordandosi attraverso la rete, senza essersi  mai visti. Un percorso che potrebbe essere tranquillamente il tema (o il titolo) di una tesi di una laurea in scienze della comunicazione.

Racconto di quello che abbiamo scritto e della necessità e del valore dello scrivere di educazione. Del bisogno che il nostro mondo ha di raccontare lo sguardo e le pratiche educative. Della scarna bibliografia presente che racconti “storie di educazione” in un mondo pieno, invece, di saggi e manuali di pedagogia e del bisogno di far cultura dell’educazione anche attraverso il racconto di storie, pensieri e riflessioni su ciò che gli educatori fanno tutti i giorni.

Il blog è stato, per me, anche un modo di dar valore alle pratiche e ai pensieri di altri colleghi e colleghe. Non ho scritto solo io, per fortuna, ed è stata un scelta che ho provato a conservare nel tempo.

Racconto loro di quanto sia inutile confrontare la scrittura accademica con quella dei blog, di quanto siano lontane, di quanto sia possibile trovare il proprio modo di scrivere e di quanto sia importante imparare a scrivere in ambito professionale. L’uso della scrittura non giudicante, non interpretativa, il presidio di ciò che è avvenuto tra l’educatore e gli utenti. Parliamo di quanto sia possibile, attraverso la scrittura di un post dedicato ad un uomo politico, dire alcune cose ai propri colleghi, ad una categoria intera di persone e lavoratori.

Mi piace parlare agli studenti, coordinare i tirocinanti, i ragazzi e le ragazze in servizio civile. Mi piace perché credo fortemente nel valore del passaggio di competenze e soprattutto nel rapporto tra maestro ed apprendista. Amo da sempre l’idea di poter lasciare agli altri ciò che ho imparato. In questo ambito non ho nessun richiamo competitivo. Gli incontri professionali hanno sempre avuto per me il medesimo obiettivo, lasciare e prendere competenze. Sempre.

Ci salutiamo, li ringrazio. Per me non sono quasi mai ringraziamenti formali, perché dall’esperienze che faccio, soprattutto quelle che mi piacciono, nasce sempre qualche cosa. Un post, un’idea, una riflessione o un nuovo progetto professionale. Son fatto cosi. Mentre torno a casa penso alle domane che mi han fatto e mi viene in mente un’immagine, una di quella immagini che ritorna da sempre, quella che richiama il bisogno di relazione tra chi ha attraversato un percorso professionale e chi lo deve iniziare. Il maestro e l’apprendista. Immagine perfetta per chi come me ama la Saga di Star Wars.

Mi richiama fortemente una domanda che mi è tornata in mente soprattutto durante l’approvazione della Legge 205.

Di cosa hanno bisogno degli educatori?

La mia risposta è: c’è bisogno di apprendistato. Di spazi di lavoro che permettano di dar valore all’incontro tra chi lavora da anni e i giovani educatori. Uno spazio in cui si insegni a ”fare educazione” praticandola. Spazi di passaggio delle competenze, trucchi e idee, uno spazio che valorizzi l’esperienza degli educatori che son sul campo da 25 anni e che contemporaneamente non lasci soli i giovani colleghi. Uno spazio “altro” rispetto a supervisione e formazione.

Sprecare l’opportunità di poter valorizzare gli apprendimenti e le competenze maturate dagli educatori che lavorano da anni sarebbe un sacrilegio. Non riesco a trovare un’altra parola per descriverlo.

Quello che manca, però, è la formalizzazione di uno spazio di pratica del lavoro educativo fianco a fianco. Uno spazio che restituisca ai “maestri educatori” il valore prezioso di accompagnare gli “apprendisti educatori” nel loro percorso formativo, all’inizio della loro carriera professionale, in un’ottica differente da quella che abbiamo praticato fino ad ora. In un’ottica che non lasci, a livello discrezionale alle cooperative la responsabilità di farlo o meno. Il lavoro educativo è un lavoro che, in alcuni tratti, assomiglia tanto ad un lavoro artigianale e che quindi necessità del trasferimento della “scatola” degli attrezzi di lavoro. L’apprendistato andrebbe reso obbligatorio, certificato, fuori dal fastidioso utilizzo odierno, che mi pare solo un trucco per risparmiare soldi sui contratti.

Abbiamo bisogno, passatemi la analogia cinematografica, di costruire le condizioni perché i vecchi Jedi accompagnino i giovani apprendisti ad imparare l’uso della spada, altrimenti rischiamo di farci male. Tutti. E di far male il nostro lavoro.

Sarebbe interessante, accanto alle legge 205 (quella dedicata agli educatori e ai pedagogisti), provare a dare forma ad un percorso di apprendistato formativo, magari anche selettivo, che permetta ai giovani educatori di essere accompagnati nei primi anni di carriera. Una parte integrante del percorso formativo istituzionale che dia valore e ruolo anche agli educatori senior presenti nelle cooperative e negli enti locali. Un percorso che, attraverso la formalizzazione di responsabilità e ruoli, possa essere utile anche per proteggere i giovani colleghi dall’essere gettati soli dentro i servizi e di conseguenza anche per proteggere gli utenti dei servizi.

Mi chiedo se le facoltà Universitarie che formeranno gli educatori e le educatrici avranno voglia, tempo e spazio, soprattutto ora che saranno detentrici dell’ unica formazione professionale certificata,  per strutturare un percorso formativo differente?

Christian S.

PS: Grazie di cuore a Paola Eginardo per lo sguardo ampio che pone sull’educazione professionale, anche nelle sue forme non accademiche. I suoi studenti sono fortunati, spero che lo abbiano capito.

Agli studenti che si iscrivono alle facoltà che formano gli educatori e che investono tempo e fatica per continuare a fare uno dei lavori più belli del mondo.

Alle donne con i nomi dei fiori. Preziose, più di quanto immaginano, anche per giovanotti di trent’anni.

A mia moglie. Perché senza di lei alcuni di questi post non sarebbero stati mai pubblicati. Lei sa perché.

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Cose è la Capoeria?. Spiegare oggi cosa sia la capoeira e spiegarla ad un adulto che mi chiede: “Ma quindi con questa capoeira che fai…che cos’è?” richiede almeno il tempo di un buon caffè da condividere (Per me un the grazie, non bevo caffè da anni). Questo perché, di solito, sono differenti i collegamenti che la Capoeira favorisce nella mente di chi l’ha vista o sentita qualche volta in tv. La Capoeira riconduce alla danza, alla lotta, al Brasile e a qualche giocatore brasiliano che utilizza le esultanze acrobatiche (Per i cinofili riconduce a Vincent Cassel, sì, l’attore. Basta scrivere su Youtube Vincent Cassel – Capoeira e vedete cosa vi propone il web).

Ai ragazzi dico più semplicemente: “un gioco”.

Va bene, bellissimo, è un gioco. Che obiettivi ha? Cioè se nel calcio devo fare gol, nel basket/pallavolo punto, qua che devo fare?”. Nella Capoeira non si gioca tanto per muovere il corpo e basta ma ha una miriade di obiettivi in ogni momento ed in ogni fase. La Capoeria è una disciplina che rinchiude nella sua storia almeno due continenti, quello africano e quello sudamericano connessi tra loro per la tratta degli schiavi del 18° e 19° secolo. Oltre ai movimenti che la capoeira ha nel suo DNA e che sono vere e proprie mosse di arti marziali (colpi con le mani, calci, testate…), movimenti complessi del proprio corpo (flessioni, piegamenti, ponti, estensioni) o acrobazie (verticale, ruote, salti mortali), c’è tutta una parte fondamentale di movimenti che seguono la musica cantata (in portoghese) e suonata con vari strumenti alcuni esclusivi della Capoeira (berimbau). Queste due componenti (quella fisica/motoria e quella musicale e strumentale) ruotano insieme durante il gioco. Nella Capoeira ci si mette tutti in cerchio (roda), alcuni suonano gli strumenti e definiscono il tempo di ingresso dove, di volta in volta, due capoeiristi entreranno nella roda, al centro del cerchio, per giocare. Il resto delle persone accompagna “ il gioco” cantando, tenendo il ritmo  sua con le mani che con altri strumenti a percussione.

Cosa succede nella Roda?: Se sto giocando, devo tenere a mente i movimenti imparati durante l’allenamento e provarli all’interno della roda con il compagno che mi capita, cercando di renderli funzionali e tenendo a mente che questi movimenti fanno parte di una comunicazione corporea.  Nel tentativo di rendere la conversazione più ricca ed ampia possibile, io ed il mio compagno, mostreremo tutti i movimenti che la situazione di gioco creata richiederà. Alla fine del mio turno di gioco, mi rimetterò in cerchio e parteciperò al gioco accompagnando altri due caporeiristi nel gioco. “Quando finisce questo gioco?”  Finisce dopo che il maestro avrà dato l’opportunità , a tutti, di entrare nella Roda. Dopo la conclusione del gioco, non si assegnano punti, premi, medaglie, valutazioni e pagelle, ma ci si saluta e si fa, con una frase, il punto su ciò che è avvenuto e sulla lezione in generale.

Io e la Capoeira. Quando ho iniziato a far Capoeira presso la scuola che ho scelto qui a Milano (Cordao de Ouro Milano) avevo solo una vaga idea di cosa questa disciplina fosse per via di qualche manifestazione vista in piazza, qualche video visto su internet associandola come una particolarità folkloristica del Brasile. L’ho scelta, quindi, perché permette di mettere in risalto la propria individualità in relazione (questa parola è fondamentale) all’altro: il gioco che si crea, si modifica, produce opportunità, domande e soluzioni anche grazie all’incontro con l’altro giocatore.

Come si può utilizzare in ambito educativo?. Quando io ed un mio collega abbiamo deciso di proporla come attività all’interno del CDD “L’Officina delle Abilità” eravamo reduci da alcuni momenti passati in palestra che ci avevano sollecitato la possibilità di proporlo anche ai ragazzi con cui lavoriamo. Ragazzi che hanno spesso problematiche fisiche connesse a  compromissioni importanti dei gesti, dei movimenti oltre che delle funzioni connesse con la comunicazione e con la sfera relazionale.

Abbiamo deciso di iniziare con semplicità e con chiarezza proponendo ai bambini dei giochi di ruolo dove l’obiettivo fosse “trasformarsi” in animali (il leone, il ragno, il rospo, il gallo, la gallina…), in oggetti a loro noti (la forbice), in piccoli elementi della natura (la mezza luna). Gli abbiamo proposto di cantare canzoni in portoghese utilizzando poche parole, ripetute sia individualmente che in gruppo, scelta che ha permesso di arricchire il loro vocabolario e costruire piccole sequenze.  Abbiamo riadattato giochi noti ai bambini a giochi di capoeira: un due tre stella, nascondino, ce l’hai,  i percorsi motori, arricchendo sempre di più il momento dell’attività.

Con il passare delle lezioni bambini hanno preso confidenza con la struttura della lezione e ciò ha permesso di limitare alcune fatiche motorie. Il movimento poco controllato iniziava ad essere canalizzato e trovava delle valvole di sfogo funzionali; l’ecolalia di qualcuno era sì arricchita, ma di parole legate al contesto della capoeira perché iniziava a crescere la curiosità e la passione.

Parallelamente essendo prima educatori e poi Capoeiristi, abbiamo aiutato i ragazzi a fissare, tramite l’utilizzo di cartelloni visivi, ciò che era successo e gli apprendimenti avvenuti.

Ogni anno, l’abbiamo concluso con un saggio che nel gergo della Capoeira si chiama “Batizado” (inizio, ingresso nella Capoeira) o “Troca de Cordao” (cambio di corda). Questo perché anche in Capoeira esistono dei livelli di competenze che vengono evidenziati attraverso delle corde poste come cintura sui pantaloni della divisa ufficiale. Ogni saggio è stato pensato con l’idea di mostrare ciò che i bambini avevano imparato.

Quello che è successo ha permesso di far sentire i bambini protagonisti di un’esperienza non usuale, di divertirsi e prendere consapevolezza che fosse possibile riuscire a far bene anche “un gioco” complesso come la Capoeira. Anche i genitori ci hanno restituito la loro felicità e soddisfazione, sia per aver visto come il proprio figlio fosse riuscito ad essere, in modo attivo, protagonista dell’attività, sia per i tempi prolungati di attenzione prodotti durante tutto il saggio.

Il 26 Novembre 2014, l’UNESCO ha riconosciuto la capoeira come patrimonio culturale dell’umanità proprio perché fornisce un’idea di dialogo e relazione tra uomini, donne, bambini di qualsiasi età, provenienza, stato di salute, culto. Chissà quanti caffè/the si sono dovuti prendere quelli dell’Unesco per permettere questa collocazione alla capoeira!

Mirko Gallo: Educatore professionale dl 2008. Provengo dalla bellissima ed al contempo, incompleta città di Bari e vivo in Lombardia dal 2010. Da 6 anni mi occupo di minori con disabilità presso l’Associazione “L’abilità Onlus”.  Mi piace creare connessioni funzionali e di scoperta (di sé, dell’altro, del territorio/mondo) tra la gente e le cose per trovare “quello che (più) fa stare bene” (cit Michele Salvemini, alias “Caparezza”)

roberta18 anni è l’età dei sogni è l’età del desiderio, che si fa concreto, di spiccare il volo.

Ma non i miei 18 anni bruscamente e maldestramente interrotti da parole inaspettate. Parole mediche che sentenziano senza lasciare spazio alle speranze. Senza lasciare alcuno spazio alla mia gioia quotidiana, lo sport.

Lo sport praticato diventa solo rimpianto o a tratti uno sbiadito ricordo.

Poi tanti, tanti anni dopo,  mi sorprendo a vivere  il mio corpo… quasi come una parte “altra” da me… si modifica, non risponde più ai pensieri della mia mente, fatica. E insieme a lui fatico anch’io a riconoscerlo , a gestirlo e a domarlo nei momenti più difficili. Non mi piace, mi infastidisce!

Mi ritrovo un corpo che sento  estraneo, un corpo che va accudito. Per lo meno, nella dimensione più pubblica in alcuni casi e in quella più privata negli altri. Un corpo che viene sorretto, accompagnato, protetto, aiutato, sostenuto, curato… un corpo con disabilità che quindi attiva sguardi e allontana contatti.

Lo sport rientra dalla finestra attraverso la gioia e la passione di mio figlio, non posso farne a meno mi piace, riaffiorano i ricordi, le emozioni e le sensazioni vitali. Penso che poter tifare sia già una grande opportunità. Passano i giorni, le settimane, i mesi e  anche qualche anno.

E’ sempre più complesso restare a guardare ma, la mia vocina interna, ad ogni barlume di desiderio impellente, mi riporta al corpo, al mio corpo… bloccato, stanco, incapace… impaurito.

Per caso…chissà se proprio per caso… scopro che nella mia città comincia un progetto di basket in carrozzina per bambini, mi sembra un sogno che si realizza anche se quella mia fastidiosa vocina non si lascia desiderare “ma dove vai? Sono tutti bimbi…cosa c’entri tu… e poi cosa ne diranno Maja e Leo si vergogneranno? …”

Insomma decido di imbavagliare la vocina e osare.

Basta poco per sorprendermi, per riscoprire anche altre proprietà del mio corpo. La sedia mi permette di correre come una matta da una parte all’altra del campo in piena autonomia , veloce o piano… come voglio, per quanto voglio e se lo voglio! Sono sola senza sostegni, accompagnamenti, protezioni… Sono io che finalmente incontro altri corpi che tornano ad essere parte delle persone stesse.

E così il basket in carrozzina compie la magia…  mente e corpo si ritrovano. La mente pensa, propone , incoraggia …il corpo risponde.

Si potrebbe forse pensare che con ogni sport questo sia possibile … no, non credo. Il basket in carrozzina ti impone di andare verso l’altro…di cercarlo, di inseguirlo, di attenderlo ma soprattutto   di scontrarti. Va a recuperare e ripropone simbolicamente attraverso il rumore e i contraccolpi delle carrozzine l’incontro tra i corpi… Non più solo sorretti, accompagnati, protetti ma lanciati uno verso l’altro in modo spericolatamente meraviglioso.

Di Roberta Di Martino.

“Compagna di Davide e mamma di Maja e Leo. Educatrice, pedagogista, mediatrice familiare e formatrice, insomma “in viaggio”. Ho una caratteristica rara, la malattia di Pompe. Ho così l’opportunità di esplorare contemporaneamente due sguardi della relazione di aiuto, sono al tempo stesso utente ed operatore dell’agire educativo. Fortuna o sfortuna? Non so, però è sicuramente una grande occasione.”

Non sono un estimatore della legge. Non mi piace. Chi mi conosce personalmente lo sa.

Perché?

Principalmente perché tiene ancora separati gli educatori che provengono da Medicina e i laureati in Scienze dell’Educazione. E’ una divisione che non condivido, che mi pare solo il frutto di una diatriba tra Università. E’ una divisione che non mi convince nemmeno dal punto di visto tecnico e scientifico, perché l’educazione professionale è una. Se si voleva “specializzare” maggiormente gli educatori bastava fare un terzo anno in cui poter scegliere l’area, l’utenza o il servizio su cui concentrarsi. Ma forse era troppo facile. Il testo della legge non mi convince fino in fondo perché è pieno di buchi, imperfetto, con alcune gravi lacune. Un legge che si presta a molte interpretazioni e ad alcune forme di ingiustizia. La principale forma di ingiustizia è quella che porta a scaricare, anche sui lavoratori, i costi degli errori e delle scelte dalle Università in sede di avvio dei corsi di formazione specifici. Un testo fatto, almeno apparentemente, senza conoscere a fondo il mondo dell’educazione. Un testo che colloca le funzioni di coordinamento, giusto per fare un esempio, dentro un percorso (Scienze Pedagogiche/Pedagogia) che non forma, almeno fino ad oggi, i coordinatori dei servizi educativi. Almeno non in modo specifico. Una testo che scritto così rischia, quindi, di tagliare fuori gli educatori e le educatrici dalle funzioni di coordinamento dei servizi, magari a discapito di laureati magistrali provenienti da triennali di altro tipo. Una legge che porta con sè, inoltre, un grave “dimenticanza”, visto che non prevede nessuna forma di tutela per chi coordina da anni e che dopo l’approvazione della legge, probabilmente, non lo potrà più fare.

Giusto per esser chiari, ad oggi ci sono in giro alcuni percorsi specifici (Parma, Roma, tempo fa anche Milano) per formare i coordinatori e le coordinatrici e forse sarebbe necessario fossero molti di più, ma dovremmo partire dalle reali competenze necessarie per coordinare un servizio socio educativo, non da un’idea di competenze. Se vogliamo stare su ciò che dice DDL 2443, andrebbe ricordato che la magistrale in scienze pedagogiche, nella maggior parte dei casi, forma professionisti e professioniste per ruoli di secondo livello, ma il coordinamento dei servizi, pur rientrando nelle funzioni di secondo livello, è altra cosa, insomma. Necessita di competenze specifiche assai differenti.

Il DDL 2443 (il ddl Iori) è una legge che cerca però di mettere ordine, dove ordine ad oggi non c’è. Una legge che permette di sanare, finalmente, chi da anni lavora come educatore senza una formazione accademica specifica. Una legge che traccia una linea di pensiero (quando chiede alle università di lavorare per il profilo unico) e che potrebbe essere un punto di partenza per andare nella direzione che io auspico. Se dovesse passara, il DDL 2443 cambierà sicuramente il settore dell’educazione professionale. In meglio? Io lo spero, vivamente.

Ho un rapporto distante da questa legge. Chi mi conosce lo avrà capito e magari si sarà anche chiesto il perché. E’ una legge di cui personalmente non ho mai sentito la necessità, perché da 20 anni lavoro, insieme a molti colleghi e colleghe, per far cultura educativa, dando valore allo sguardo degli educatori e delle educatrici. Dove lavoro io la legge è già arrivata, si assumono educatori per far gli educatori, i bandi son fatti così, chiedono educatori per far gli educatori e psicologi per fare gli psicologi. Gli educatori si inquadrano al livello corretto (D2), poi se qualche cooperativa fa qualche furbata, questo è un altro discorso. Dove lavoro io si fa formazione, supervisione, anche e soprattutto con taglio pedagogico. Non abbiamo aspettato il DDL 2443, abbiamo lavorato con i dirigenti e le dirigenti degli enti locali per dar valore agli sguardi multi professionali, per integrarli e differenziarli. Abbiamo costruito servizi in cui gli educatori hanno un ruolo importante, sempre di più. Dove lavoro io si fa formazione sull’identità professionale degli educatori e delle educatrici, ciclicamente, perché l’identità si trasforma continuamente. Perché un’identità esiste anche in assenza della legge, il problema è imparare a riconoscerla e nominarla.

Non mi piacciono i movimenti di alcune associazioni di categoria, più interessate a mostrarsi per raccogliere soci che a lavorare per gli interessi di chi fa educazione. Non mi piacciono perché dove lavoro io la cultura educativa l’han fatta gli educatori e le educatrici, i coordinatori, le coordinatrici, i dirigenti e le dirigenti degli enti locali e il terzo settore, senza bisogno di nessuna associazione. Non mi piace chi rappresenta 250 persone e si pone come se ne rappresentasse 200 mila. Gente che si è permessa di chiamare “abusivi” i colleghi e le colleghe che per anni han tenuto in piedi i servizi educativi quando le Università e le istituzioni ancora non si erano accorti del mondo degli educatori. Questa gente non mi rappresenta. Dove lavoro io le associazioni di categoria non si son mai viste, eppure gli educatori e le educatrici godono di grande rispetto. Prima di rappresentare “gli altri” bisognerebbe imparare a rispettarli “gli altri”. Non mi piacciono, infine, le Associazioni che sembrano Sindacati. E’ un barbatrucco troppo evidente, insomma. Non mi piace chi cerca di appropriarsi di una legge, come se fosse una proprietà individuale.

Ci sono persone, dentro le associazioni, che mi piacciono, alcune anche parecchio. Ma questo è un altro discorso. Mi piacciono questi colleghi e colleghe perché non hanno aspettato la legge. Han fatto cultura, scritto di educazione, gestito gruppi, impegnato tempo, parlato di educazione, senza aspettare il DDL 2443. Son colleghi e colleghe che sono dentro le associazioni ma non “sono” le associazioni. Colleghi e colleghe che hanno una visione critica di ciò che osservano, fuori dalle visioni ideologiche.

Non mi piace la legge ma spero sia approvata, perché in questo caso credo sia meglio una legge “imperfetta” a nessuna legge. Di solito non sono uno che si accontenta, ma in questo caso sento che sia necessario partire da qui, da questa legge, per come è fatta. Sperando, ovviamente, di poterci mettere mano in un secondo momento. Spero sia approvata anche se la mia fiducia verso i parlamentari odierni è bassa e non per una posizione ideologica o qualunquista, ma per gli effetti di ciò che vedo. Un gruppo di senatori e senatrici che ha aspettato l’ultima settimana per cercare di approvare una legge importante per una intera categoria di professionisti e professioniste. Una legge che è in Parlamento da oltre 3 anni, approvata alla camera a giugno 2016 e che arriva solo oggi in Senato, è il segno di un ritardo imbarazzante. Fidarsi in futuro di chi ha posto così poca attenzione verso una legge così importante è un atto di coraggio, di fede o di follia. Scegliete voi.

Spero che il decreto venga approvato nonostante rimangano aperte alcune domande:

  • Saremo poi capaci di cambiarla?
  • Saremo capaci di sanare la frattura tra educatori socio-sanitari e socio-educativi?
  • Saremo capaci di non cedere alle derive di  specializzazione che l’educazione professionale sta prendendo?

Mi porto dietro questi dubbi, perché ho la sensazione che l’approvazione della legge rischi di frenare ogni altro impulso. Saremo capaci di continuare a far cultura dell’educazione quando la legge sarà approvata, perché l’identità di un popolo la fa il popolo stesso, non una legge.

Come dicevo tempo fa ad un collega che stimo, da cui ho preso la foto che trovate nel post, spero che la legge sia approvata anche perché son curioso di vedere cosa avranno da dire i colleghi e le colleghe che in questi anni han parlato solo del DDL 2443; quei colleghi che ne hanno parlato usandolo spesso come alibi, raccontando che senza un riconoscimento sembrava non si potesse fare nulla, utilizzando la mancata formalizzazione della legge Iori per posticipare il loro pezzo di responsabilità nella produzione di cultura dell’educazione. Parlare solo della legge è stato un modo per scaricare la responsabilità su altro fuori da se stessi.

Spero che sia approvata perché so di essere stato anche fortunato, di essere capitato in un territorio e dentro una cooperativa che crede e ha creduto nel valore dell’educazione professionale. Spero nell’approvazione perché altri colleghi non son stati altrettanto fortunati e credo che la legge possa aiutarli ad avere una cornice dentro cui muoversi.

Spero sia approvata, anche se penso che la legge, da sola, non ci proteggerà. Non ci proteggerà se non avremo altro da dire al mondo dell’educazione, se continueremo a cercare alibi, il prossimo sarà l’albo. La legge non ci darà, da sola, il riconoscimento, soprattutto se non saremo nelle condizioni di mostrare chi siamo e quello che sappiamo fare.  La legge non ci aiuterà a lavorare meglio, forse aiuterà a lavorare. La qualità di ciò che faremo dipenderà da noi. Nel mondo educativo ciò che abbiamo imparato a scuola o in Università non basta.  La dignità del lavoro educativo la si guadagna con la qualità del lavoro. Il resto, secondo me, sono alibi.

Fatemi un piacere, approvate il DDL 2443, così magari possiamo tornare a parlare anche di altro.

Per chi avesse voglia di approfondire, sul numero 311 di Animazione sociale c’è un’intervista di Ota De Leonardis che apre alcune interessanti riflessioni in merito. Vi consiglio di leggerla.

Christian S.

Eccovi il post e la mia intervista per 400 Colpi. Grazie a Simone Lanza.

Parlo dei miei blog, del mio percorso in rete, di alcune scoperte fatte negli ultimi anni e soprattutto di  educazione. Professionale e Naturale.

Buon ascolto e se vi viene la voglia di darmi qualche rimando o di ragionare su qualche tema non dovete far altro che scrivere. Io ci sono.

Christian S.

Paternonline