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di Vincenzo A. (dalla pagina del blog di facebook)

Quando un commento è così interessante non si può rischiare che si perda…

testa bassa“…Sono stato a trovare mia figlia e mio nipote, da bravo nonno ho accompagnato mio nipote Mattia, pulcino della squadra di calcio cittadina al ritrovo organizzato per gli allenamenti. Uno spazio incredibile, campetti di calcio, piscine, luoghi di ristoro, di divertimento, di relazione, insomma un vero eden per giovanissimi e adolescenti, nonché per le famiglie, gli adulti in cerca di relax e di linee guida per ben educare i propri figli. Uno spasso osservare Mattia in campo, constatare che falli, sgambetti, gioco duro, erano banditi dal rettangolo di gioco, niente parolacce e niente grida sguaiate, tutta corsa, schemi, e consigli impartiti dalle panchine. Incredibile ma vero, su quel campo si giocava a calcio rispettando gli avversari, l’arbitro, e, ultimo ma non per importanza, gli allenatori, che decidevano senza timore di obiezioni chi usciva e chi entrava. Fair play verso i meno dotati, fair play nei riguardi di chi perde, fair play nell’esultare e nello stringere le mani dei coetanei, di chi inciampa e cade, insomma un bel vedere a cui non ero proprio più abituato. Non c’era ansia né frustrazione, tanta voglia di giocare, senza protestare quando il coach rimprovera, rivolti a lui con rispetto e ammirazione, chiamandolo Mister sempre e comunque, riconoscendogli capacità e ruolo, soprattutto autorevolezza “conquistata sul campo per l’appunto”. Sui campetti di calcio le squadre si susseguivano, i tornei approdavano ai gironi delle qualificazioni, e più ci si avvicinava allo stretto giro di boa, alle finali per intenderci, più accadeva quanto era da evitare come la peste, quel qualcosa che manda gambe all’aria un’intera architettura educativa costruita con fatica, professionalità e tanto amore. Irrompevano ai bordi del campo le schiere di mamme imbufalite, di papà inebetiti dalle proprie aspettative, di adulti con i cartellini dei propri figli ben appuntati sul petto, ognuno a incitare i pargoli, e cosa assai più imbarazzante, tutti insieme appassionatamente a fare a pezzi arbitri e guardialinee.

Fair play e corretta interpretazione della reciprocità soccombevano sotto i cingolati dei nuovi conduttori di anime, dei nuovi costruttori di futuri Balo di periferia. Parolacce, bestemmie, inviti a entrare duro sull’avversario, a non badare troppo a chi cade, a chi non ce la fa più a starti dietro, un susseguirsi di ordini lanciati da dietro le reti di recinzione, urla così perentorie da coprire quelle dei coach delle due squadre. Fair play, rispetto, educazione, allenamento e sudore, un mondo di passi in avanti svolti uno per volta per non incappare nell’errore, improvvisamente messi da parte dall’incedere dell’orda genitoriale, del mondo adulto ancora una volta imputato e recidivo, ma assente alla sbarra, ben protetto dalle solite attenuanti prevalenti alle aggravanti, e così facendo ci rimetterà sempre il più debole, il più fragile, quello meno avvezzo a vestire i panni del più furbo per forza. Fortunatamente i “grandi” non sono tutti così, e ancora più fortunatamente i giovanissimi non sono tutti propensi a fare i gladiatori piuttosto che gli atleti.

La partitella finisce con il Mister che stringe le mani dei propri campioni, tutti, nessuno escluso, ognuno è il suo campione, ciascuno è il campione di tutti noi, con i nostri magoni, le nostre lacrime, la gioia per i nostri figli che hanno perso, che hanno vinto, che hanno dato tutto quello che potevano dare per farci sentire orgogliosi di loro. A ben pensarci chi non potrà sentirsi orgoglioso del proprio operato-ruolo, sarà nuovamente il mondo dei formatori, di quanti mandano i propri figli a imparare cos’è la dignità, cos’è la libertà, ma fa di tutto per non apprendere che il rispetto si impara solo con il buon esempio…”

Grazie Vincenzo.

Christian S.

La foto è di Marco Bottani ( http://www.ibot.it)

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Nelle ultime settimane ho seguito in apprensione, come avevo anticipato,  questa nuova parte della carriera del mio amato maestro Zdenek  Zeman (trovate nel blog tante cose su di lui.)

L’ho seguito come sempre con la speranza che mi regalasse qualche perla, qualche spunto su cui ragionare e prontamente, quando meno me lo aspettavo,  eccolo, ecco l’idea , ecco la scintilla, ecco lo spunto.

Zeman ha già allenato in serie A , ha già allenato la Roma , ha già allenato una squadra pronta per giocarsi lo scudetto. Quello che succedeva, qualche anno indietro era che le sue squadre, giocavano bene, facevano spettacolo, ma non riuscivano a vincere. In pochi anni Zeman fu considerato un allenatore spettacolare ma perdente e così fini (anche per altri motivi) ai margini di un calcio in cui la vittoria è il valore assoluto.

Z. è tornato ad allenare la Roma dopo quasi 10 anni di serie B e C ed io ho pensato: Avrà sicuramente imparato qualche cosa da ciò che gli è successo nel passato, oggi sarà meno spettacolare , meno bello , ma più vincente.

Nulla di tutto ciò, la Roma di Zeman è bella, pratica un calcio offensivo, segna e prende una caterva di gol e come in passato naviga a metà classifica.

Z.Z. è quindi un Maestro che non impara? Come ho potuto, io,  inneggiare per tanto tempo ad un maestro così, possibile che sia stato preso da un abbaglio?

Poi ho capito.

Ho capito che Z. non è un maestro che non impara, è un maestro che non ha voluto imparare “QUELLA LEZIONE“,  che non è interessato alla vittoria, che è interessato ad altro, che non ha voluto cambiare, che ha voluto ribadire il suo modo di guardare il calcio.

Forse è un maestro che durerà poco alla guida della Roma , ma è un maestro differente.

Secondo Zdenek Zeman:

  • il calcio è uno spettacolo (quindi deve far divertire).
  • lui è un insegnate di calcio ed i giocatori sono lì per imparare, anche quelli a fine carriera.
  • il calcio è uno sport di squadra, se giochi per te stesso ti siedi in panchina.
  • nello sport la vittoria non è tutto, è solo una delle componenti , ci sono altre cose molto più importanti.
  • nel calcio si può vincere anche perdendo.

Io, francamente, non riesco a dargli torto.

Giusto per far capire cosa intendo: Domenica scorsa la Roma vinceva, dopo circa 30 minuti, per Due a Zero la partita contro l’Udinese. Un’altro allenatore avrebbe tolto due attaccanti e messo due difensori, arretrato la squadra e probabilmente portato a casa la vittoria. Doppia Zeta no, lui ha continuato a dire ai suoi giocatori che dovevano attaccare e segnare, perché per lui rispettare i tifosi vuol dire produrre spettacolo per 90 minuti  e non solo per i primi 30. Per la cronaca la  partita è finita 3 a 2 per i friulani, ma questo, anche in questo caso, non è per nulla importante.

Zeman ci insegna a difendere ciò che di differente abbiamo nel nostro modo di incontrare il mondo. Ci insegna, in qualche modo, ad insegnare il valore dell’essere diversi. Perché se essere differenti è un valore, lo si insegna proprio evitando di uniformarsi. 

Christian S.

Posto un simpatico siparietto sul nostro Zeman, tutto da leggere: ecco l’articolo

Pensa se devo tifare per uno che è venuto a San Siro a darci 3 pere.

Christian S.

Lacrime e dediche di un “padre sportivo”.

Z. Zeman : ” Più che papà, io sono nonno”.

Grazie ZZ…

Stimolato da un post di un collega (Triangoli), riparto con le mia personale battaglia per mostrare che sul calcio si possono ancora investire pensieri, parole ed emozioni.

Il 14 aprile 2012, la morte di un giocatore in campo, ha riportato alla luce e sotto i riflettori il calcio professionistico.  Le immagini di Piermario Morosini (Scheda) hanno fatto il giro del mondo.  Di Morosini hanno parlato quasi tutti, anche persone che di calcio non parlano mai. La sua storia, molto particolare, ha suscitato emozioni che di solito sembrano non appartenere al mondo superficiale e corrotto che i giornali hanno raccontato negli ultimi mesi (calcio scommesse, violenze dei tifosi, ecc). Emozioni che dal calcio sembrano essere distanti anni luce, insomma.

Emozioni che parlano di sport, vite vissute e drammaticamente interrotte.

Una squadra, il Pescara di Zeman (trovate anche una sua scheda sul blog) assisteva in campo al tragica morte di quel ragazzo di 25 anni.

Nelle settimane successive il tragico avvenimento, la squadra di Zeman ha perso e pareggiato le 4-5 partite successive all’evento, rischiando di compromettere la possibile promozione in Serie A. La sensazione, per chi ha assistito alle partite, è che i giocatori, il tecnico e tutto lo staff siano rimasti “congelati” da ciò a cui avevano assistito. La cosa mi ha colpito, perché mi restituisce un’immagine del calcio vera, semplice, cruda e profonda. L’immagine di una sport di squadra dove le emozioni esistono, dove i giocatori avversari (Morosini giocava nel Livorno) sono anche colleghi.

Il calcio è anche questo, un luogo di incontri in cui è possibile piangere un collega morto, anche senza averlo conosciuto direttamente, anche senza averci giocato assieme, anche senza aver condiviso lo spogliatoio. Z. Zeman , il giorno della morte di Morisini ha pianto, perchè anche i maestri piangono. (Il post).

E’ sempre più difficile trovare esempi, racconti e emozioni che ci parlino di sport, fatica, grinta, corsa e sudore. E’ sempre più difficile soprattutto rintracciare storie di valore nel calcio professionistico. Forse, è necessario ritornare a parlare di calcio giovanile, di calcio di periferia, di storie di calcio che si svolgono lontane dai riflettori.

Continuo a pensare che: Il valore del calcio risiede in alcune storie.

Forse val la pena, allora, ricordare la storia del Union Sportive Quevillaise (Scheda), che dalla serie C francese, pochi mesi fa, è arrivata a giocarsi, con un gruppo di giocatori semi-professionisti, la finale della coppa di francia contro Olympique Lyonnais.

Per la cronaca il “Quevilly” poi perse, ma in questi casi, come in Educazione, il risultato non è tutto!

Oppure le gesta del Calais Racing Union Football Club (Scheda) che nel 2000 sfiorò l’impresa e perse (con un rigore all’ultimo minuto) con il Nantes, la finale di Coppa di Francia. Per la cronaca, i giocatori del Calais facevano i calciatori per passione e per arrotondare lo stipendio.

Da noi si potrebbe parlare del Chievo (Scheda), squadra di un quartiere di Verona , che non ha nemmeno una pagina wikipedia dedicata.

Nel calcio, come in educazione, trovo più interessante, parlare di ciò che è successo, raccontare storie, narrare “le imprese” di coloro che hanno provato ad andare oltre il limite previsto.

…Trovo le storie sportive decisamente più interessanti dei risultati. 

Christian S.