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blog day

Ogni mese il gruppo Facebook “Educatori, consulenti pedagogici e pedagogisti  propone un tema, una riflessione educativa, alla quale partecipare con un proprio contributo scritto.

Una volta raccolti, quest’ultimi vengono ospitati e divulgati dal circuito blogger di Snodi Pedagogici.

Il tema del mese di febbraio: Pedagogia e Scuola

“Con l’ingresso nel circuito scolastico i bambini smettono di essere “esclusiva proprietà” delle famiglie ed entrano a pieno diritto nella società come soggetti. Subito dopo il contesto educativo per eccellenza (la famiglia) è la scuola il luogo in cui bambini e ragazzi passano la maggior parte del loro tempo.
Come e quanto viene percepito dalla scuola e dai suoi attori il ruolo educativo che viene loro chiesto? Qual è l’anello mancante nel processo insegnamento-apprendimento? Come vivono la scuola coloro che ci lavorano?”

Ospito con grandissimo piacere lo scritto di Federica, che comincerò a conoscere tramite ciò che scrive. Strana e bella questa cosa che succede con i Blog Day, conoscere le persone per quello che raccontano e non per come sono fisicamente. Strana ma molto pedagogica. Perché una delle cose che fa l’educazione è raccogliere e accompagnare le persone dentro le loro storie. Raccontare e ascoltare, sostenere e prendersi cura del rapporto con le proprie cose. Buona Lettura. Christian S.

Verso le 11.00 di mattina, in una scuola dell’infanzia, dialogo con delle insegnanti, donne, che nella maggior parte, è da più di venti anni che insegnano, alcune nella stessa scuola. Sono sedute davanti ad un calorifero, vicine, molto vicine, nel salone adibito per il gioco “libero” dei loro bambini, alunni, che corrono, gridano, giocano, simulano e tutto ciò che di altro non ho visto.

Raccolgo riflessioni e lo esplicito, vorrei scrivere un articolo che parli della scuola, ma forse è più una riflessione che parlerà anche delle loro idee e della loro scuola, non solo della mia idea.

Al pomeriggio, il sole colora e scalda e i bambini possono giocare nel giardino della loro scuola, nel dopo-pranzo, nell’altro spazio-tempo del loro gioco “libero”. Porgo loro altre domande mentre osservano i loro bambini, alunni, giocare, correre, camminare e tutto ciò che di altro non ho visto.

Avevo una scaletta, pensata, preparata fra riflessioni e domande aperte, ma alla fine nessuna risposta e riflessione sembrava portarmi nuove idee, nuovi spunti riflessivi, per cui scrivere. Finchè tutte annoiate, maestre e io, dei soliti discorsi che si sentono che alimentiamo anche noi, che tinteggiano idee  e punteggiature ridondanti della cultura, società e scuola odierna che il titolo di un saggio ben rappresenta “L’epoca delle passioni tristi”, seppur le riflessioni interne dei due autori pennellano possibilità diverse, ecco che una domanda apre possibilità di vedere e scrivere della scuola.

Annoiata, del solito, chiedo “ma voi rispetto le mie domande, e le nostre riflessioni dove vi posizionate, in queste idee?”. Un’insegnate scherza e risponde aprendo al nuovo: “Qui, dove siamo sedute, in panchina”. (Le insegnanti infatti nel giardino erano sedute tutte vicine su delle panchine a guardare i loro bambini, alunni; così come la mattina erano sedute tutte vicine al calorifero). Alla mattina cercavano calore in un calorifero. Al pomeriggio nella loro vicinanza sulla panchina…. Cercavano calore? Vicinanza? Solidarietà e solidità dell’unione? Non lo so, ma loro fra tutti i discorsi proposti erano in “panchina”.

Eccole in panchina ad osservare i loro bambini, in panchina di fronte ai loro bambini.

Trovo il loro posizionamento strategico e difensivo, posso anche vederlo come un posizionamento particolare perché queste insegnanti, in panchina, sono dei giocatori che aspettano di giocare la loro partita, o sono degli allenatori che osservano i loro giocatori?

Non lo so non l’ho chiesto ero attenta a trovare la novità, che non ho subito cercato la complessità della loro posizione. Sono maestre, insegnanti che però si credono e sentono anche educatrici, dei “loro bambini”, che magari in altre scuole sono alunni, ma in quella scuola sono “i loro bambini” e che si chiedono come mai se alla società e alla cultura si possano riconoscere e anche accettare, magari passivamente, penso io, caratteristiche di incertezza, insicurezza e fragilità alla scuola queste caratteristiche non le si devono e possano associare. Il mondo cambia e anche la scuola cambia, ma a questa Istituzione  si possono associare alcune caratteristiche del nostro tempo? Una scuola può essere insicura? Incerta? Fragile?

Non ho una risposta, ma un pregiudizio da dichiarare: anche la scuola sta vivendo di fragilità ed insicurezze il suo mandato, il suo ruolo come lo vivono chi la abita; ecco forse perché quelle maestre stanno in panchina (forse temporeggiano di giocare una gara o a distanza vivono la fragilità del contesto?).

Le insegnanti e gli educatori, che ho incontrato nel mio lavoro di pedagogista, cercano di accogliere le sfumature di ogni bambino, i suoi colori cercando risposte ai loro comportamenti, a volte alle loro difficoltà, ai loro bisogni educativi. Cercano tutti risposte, a volte anche io, iniziando sempre frasi con un “… perché”, dimenticando spesso di iniziare a riflettere con  “come…”.

Perché questo bambino non ha regole? perché non parla? Perché la famiglia non ha ascoltato le mie riflessioni?

Pensate che punteggiature diverse possono avere queste perplessità: come si regola questo bambino? Come parla o comunica con me e gli altri? Come ha accolto le riflessioni la famiglia?

Nel COME intravedo possibilità di trasformazioni, gioco una partita non dalla panchina, ma nel campo iniziando a cogliere quale nuova strategia mettere in gioco, per non soffermarmi su delle risposte lineare e ricercare complessità e bellezza del lavoro nella scuola. Un lavoro di una complessità così profonda che richiede elogio alla bellezza della complessità, senza spaventarsi ed arenarsi, ma ricercando bellezza.

In ogni classe, non vi è solo un lavoro e una programmazione del gruppo da portare avanti, ma vi sono quasi 30 specificità da contemplare e ammirare, aiutandoli ad esprimere il “più proprio poter essere” nel mondo. Siamo in panchina ad aspettare che i bambini che incontriamo possano giocare, con tutte le loro possibilità e riconoscendo i propri limiti, la loro partita.

Una partita che ha anche altri allenatori, le loro famiglie con genitori che spesso si rivolgono agli insegnanti quasi con sfiducia rispetto le loro professionalità, oppure con una completa delega, oppure …

Quando ammiriamo la complessità del nostro campo, dobbiamo anche rivolgerci alle tribune a tutti quei genitori che accompagnano i loro figli; ogni nostra domanda e riflessione non può non essere condivisa anche con loro: non sempre ci saranno alleanze perfette, ma questo non vuol dire non appellarsi agli spalti e agli osservatori dei loro figli e dei loro insegnati. A mio avviso anche questo è un compito della scuola che se oggi è impegnata a “fare squadra”, vuol dire non dimenticarsi di loro, dei genitori, sfidati ad essere Tifosi e non i “secondi avversari” della scuola.

Delegano, non ascoltano, configgono, dubitano…. Mostrano energia da mettere in campo: COME trasformarla?

Nel COME intravedo trasformazioni e sguardi di DESIDERIO, desiderio di non segmentare la complessità, ma di ricercarne la bellezza. Quel desiderio tanto ricercato nelle programmazioni, quel desiderio di coinvolgere, aprire ed emozionarci nel mondo scuola. Desiderio di apprendimento e di conoscenza sia per gli insegnati, che per gli alunni che per i genitori.

Io, attrice e spettatrice della scuola, desidero bellezza e desiderio nella scuola, almeno nella scuola… come? Lascio alcune domande?

Come ci posizioniamo con i nostri alunni (bambini, ragazzi, adulti)? E con le loro famiglie?

Come generiamo apprendimento? E quale valore diamo al Meta-apprendimento?

Come pensiamo di fronte alle difficoltà osservate in alcuni bambini?

Come consideriamo le emozioni dei nostri bambini, dei genitori? E che ruolo hanno nel processo di apprendimento?

Come valutiamo? Anche il colorare ora è esercizio di coloritura e segue una valutazione (questa domanda sarà anche sarcastica… ma ora l’ho scritta)? Come è vissuto dai bambini il colorare?

Come desideriamo la scuola? Come ci sediamo su quella panchina?

Di Federica Vergani

Ecco i blog che partecipano all’evento:

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“Quando smetti di usare la fantasia il nulla ti porta via tutto” ( cit: la storia infinita )

le ali

I bambini voglio credere, anche quando scoprono che alcune cose non esistono. Hanno ragione, perché il mondo della fantasia è meraviglioso. Gli adulti ricorrono sempre meno alla fantasia, sempre più compressi verso la ricerca di ciò che si può realizzare, alla ricerca, insomma, di strategie per affrontare l’oggi. Il rischio è che le difficoltà spingano a star bassi, schiacciati, seduti ad attendere. Il rischio che corriamo è che anche potendo saltare 2 metri si metta l’asticella a 180 cm, in modo da essere sicuri del risultato. Il rischio che corriamo abbassando l’asticella è che si smetta di cercare, di provare strade “che ci sembrano” impossibili. Smettiamo di credere nella fantasia, perché quello è il mondo dell’ impossibile. Di ciò che a noi pare impossibile. I bambini invece, dato che ci credono e ci provano, alcune volte ci riescono.

Per chi fa educazione, la parola impossibile è un macigno spesso difficile da spostare. La parola impossibile rimanda a ciò che non  possiamo fare, a ciò che è inutile tentare di raggiungere. Al limite, al confine del nostro agire e presidiare.

«Fantàsia non ha confini, è il mondo della fantasìa umana. Ogni suo elemento, ogni sua creatura scaturisce dai sogni e dalle speranze dell’umanità, e quindi Fantàsia non può avere confini. Fantàsia muore perché la gente ha rinunciato a sperare e dimentica i propri sogni, così il Nulla dilaga. Il Nulla è il vuoto che ci circonda, è la disperazione che distrugge il mondo e io ho fatto in modo di aiutarlo perché è più facile dominare chi crede in niente. E questo è il modo più sicuro di conquistare il potere. Sono il servo del potere che si nasconde dietro il Nulla.» Gmork

Il mondo di ” Fantàsia” è un mondo necessario ai bambini, ma lo è anche per gli adulti, schiacciati dalla necessità di presidiare  vincoli e necessità quotidiane. Lasciarsi andare alla fantasia, ai sogni, per un adulto vuol dire progettarsi verso un futuro, al di la di ciò che la nostra mente riconosce come possibile. Provare anche a raggiungere ciò che ci “pare” impossibile.

Vista da questo prospettiva, provare a cercare l’impossibile è un rischio necessario, forse inevitabile.

In questo periodo progettare e  lanciare uno sguardo sul futuro è una necessità anche per chi lavora nei servizi educativi, anche se un futuro pare non esserci. Pro-gettare (gettare avanti), guardare oltre ciò che ci sembra possibile, oltre ciò che sarebbe ragionevole, perché la crisi si sta mangiando i servizi pezzo per pezzo e solo in questo modo si può provare a lasciare aperte alcune strade.

Mia figlia questo Natale, pur avendo scoperto che Babbo Natale non esiste, ha voluto crederci comunque. Ha scritto la lettera, lasciato latte e biscotti vicino al camino, fatto le solite 500 domande su come funziona e atteso sino al mattino del 25 con grande trepidazione per poter aprire i regali. Forse è andata così perché avevamo appena visto la storia infinita o forse perché ha ancora solo 7 anni, ma poco importa, è andata così, è stata questa la sua decisione. Una decisione che in famiglia abbiamo deciso di rispettare.

Forse io, ho delle cose da imparare da lei.

Il nulla ( “il male che affligge il mondo di Fantàsia”) si vede e si sente anche da noi.  Sta a noi provare a contrastarlo, ma qui non basta dare il nome alla principessa (come succede nella storia infinita), qui è necessario provare a rinominare il senso profondo della parola “educazione”.

Insomma…. cosa significa educare in tempo di crisi? Verso che cosa educhiamo?

Auguro a tutti voi un 2014 di grande Fantasia.

Christian S.

Ospito con grande piacere alcune riflessioni di Luca Franchini sul film: Io vado a scuola (…di Pascal Plisson, Titolo originale: Sur le chemin de l’école. Documentario, durata 75 minuti).  

Grazie a luca e Buona lettura . Christian S.

elefante

Quattro storie accostate l’una all’altra, ragazzi e bambini impegnati in un gesto che siamo soliti considerare routine ma che per loro non è tale: andare a scuola.

Fratello e sorella in Kenya marciano per due ore attraverso la savana, si tengono a debita distanza dagli elefanti per non farli infuriare, salgono e scendono colline per arrivare in tempo per l’alza bandiera della scuola. Così tutti i giorni.

La ragazzina marocchina che vive sui monti dell’Atlante deve addirittura fare un tragitto di quattro ore per raggiungere, insieme a due amiche incontrate ad un crocevia di sentieri, il convitto-scuola in cui resterà per tutta la settimana. Ci mancava pure che dovesse farlo ogni mattina.

In Patagonia il fratello grande monta sul cavallo insieme alla sorellina e trottano per un’ora e mezzo attraverso steppe (si può dire se sei in Argentina?) ventose, guadando torrenti e cercando riferimenti per orientarsi tra grandi prati e montagne, mentre in India due bambini spingono la carrozzina del fratello maggiore, irrigidito da una disabilità solo fisica, passando in mezzo a mandrie di animali, percorsi accidentati e pozze d’acque in cui rischiano di ribaltare la carrozzina. Bucano pure una gomma, la fanno riparare, e finalmente arrivano a scuola. Anch’essi un’ora e mezzo circa di cammino, ogni giorno.

Cosa cavolo spinge questi ragazzi ad affrontare simili fatiche fisiche ed emotive per andarsi a sedere su di un banco ed affrontare nuove fatiche, questa volta molto più mentali, con decine di compagni e un maestro? Perché non vanno anch’essi ad ingrossare le fila dei drop-out o dei totali analfabeti, visto che vivono in contesti rurali in cui si vive di agricoltura ed allevamento e chissà a cosa potrà servir loro mai studiare? Perché soprattutto non hanno il volto triste e annoiato degli adolescenti delle nostre scuole?

Il film alla fine ci racconta una sorta di post-storia, quello che questi ragazzi faranno dopo qualche anno, sostanzialmente si tratta dei risultati gratificanti che hanno raggiunto, dopo tanto penare…Insomma il messaggio sembra “tieni duro che se vuoi puoi farcela” è un invito ad affrontare e superare le avversità, ovunque tu sia e qualunque ostacolo tu abbia davanti. Può essere una buona motivazione a studiare per chi vive in luoghi isolati, meravigliosi per natura e disponibilità di spazi ma in cui il tempo sembra essersi fermato. Studiare per uscire da tradizioni secolari, crescere, migliorarsi…

Però non è questo, a mio avviso, l’aspetto più interessante del film. Anche perché di storie in cui “se vuoi puoi” è piena la filmografia, di Hollywood soprattutto. La scalata sociale, la crescita sportiva… storie di persone con volontà incrollabile che resistono a qualunque avversità pur di arrivare al loro obiettivo. E va bene…ma come si fa ad avere una volontà incrollabile? Sarà mica che “o ce l’hai o non ce l’hai”, e allora no, non mi sta bene, dove sta la prospettiva educativa a me tanto cara? E poi è proprio soltanto questione di volontà?

Ho provato a ribaltare la prospettiva. Non è che questi ragazzi il successo se lo conquistino tutti i giorni proprio con le loro “traversate”? Riuscire ad andare a scuola ogni giorno è un successo, peraltro non individuale ma sempre condiviso con i fratelli e attentamente preparato con i genitori, che la sera prima si prodigano di consigli (“sali sulla collina per vedere dove sono gli elefanti”, “fermati a lasciare un nastro rosso al tempietto”) e il giorno dopo salutano sorridenti i loro figli che si apprestano a percorsi lunghi e pericolosi. Da soli (non possono fare diversamente).

Una bella iniezione di fiducia, uno splendido messaggio che “ce la farai, ne sono sicuro”. Che ce la farai domani, non che devi resistere perché alla fine arriverai al successo. Il successo è già lì, dietro la prima collina e oltre il torrente.

La strada per la scuola è già il primo pezzo della formazione, un semplice ma limpido esempio di convergenza scuola-famiglia. Un esempio che sfugge a tutti coloro che ogni mattina i figli a scuola li accompagnano e pure in macchina. Alcuni dati (ricerca del 2010) per fare un paragone: solo il 7% dei bambini italiani si reca alla scuola primaria da solo, alle medie è il 34%. Senza scomodare il Kenya e gli elefanti, in Germania sono il 68% e in Inghilterra il 78%! Chissà cosa gli dicono i genitori la sera prima…

Articolo di Luca Franchini

La foto è di Marco Bottani (www.bot.it)

sorella educazione

Sono padre di due figlie, educatore e consulente pedagogico. Almeno una volta a settimana scrivo sul blog e gestisco un gruppo su facebook che tratta temi educativi. In sintesi potrei dire che mi occupo di educazione per un grosso numero di ore al giorno.

Mi piace parlare di educazione, fare educazione, osservare chi fa educazione in modo naturale, nella vita, da genitore, nonno, zio o da semplice cittadino. Mi piace socializzare i pensieri che faccio sul mondo dell’educazione.

Mi guardo intorno, spesso, perché trovo in ciò che vedo spunti inaspettati, tracce e strade nuove che mi permettono di fare meglio il padre e il professionista dell’educazione.

Sono figlio unico e fino a che non sono diventato padre di due figlie, il rapporto tra fratelli e sorelle era quello letto nei libri, raccontato da altri, osservato nelle famiglie altrui, negli incontri personali e professionali.

Oggi, da padre, mi accorgo che il rapporto tra sorelle ha un’incidenza importante sulle questioni educative, sulle modalità di apprendimento delle mie figlie e sul ruolo che da padre mi trovo a vivere.

Il rapporto tra sorelle e fratelli, rende, in alcune situazioni, gli adulti strani spettatori. Quando pensi di arrivarci tu, parecchie volte ci è già arrivata “sorella educazione”. 

In questi anni ho avuto la fortuna di poter stare tanto con le mie figlie, la fortuna di giocare con loro e di poterle guardare mentre giocano insieme. Ciò che ho visto mi ha portato ad alcune riflessioni che provo a condividere.

Ai nostri figli servono momenti di apprendimento alla pari, oggi i luoghi educativi che gli proponiamo sono quasi tutti mediati da adulti. La scuola, Il basket, il teatro, gli scout, l’oratorio, la piscina, sono tutti luoghi in cui a presidiare le funzioni educative ci sono adulti, più o meno educanti e più o meno professionali. Imparare a star soli è importante, come imparare a non far nulla, a giocare liberamente, a trovare soluzioni senza la mediazione degli adulti. Imparare dai propri coetanei. Imparare a difendersi, anche da soli, è importante tanto quanto il sapere di essere protetti dagli adulti.

Io ho imparato tanto mentre giocavo, senza adulti, nel cortile di casa mia.

L’apprendimento per imitazione è potente, forte, pervasivo, forse a noi pare leggero, ma è necessario, vitale. Per imitazione si impara quasi esclusivamente nei primi anni della nostra vita. Per imitazione impariamo anche a stare insieme da grandi, copiando modelli relazionali e amorosi. Per imitazione ho imparato anche a fare il mio lavoro.

Le mie figlie crescono grazie anche al loro incontro, al tempo che passano fuori dal controllo degli adulti. In alcuni casi perdere il controllo, perderle di vista oltre che un rischio è anche un’opportunità. Per permettergli di imparare dal loro incontro è necessario che io non ci sia e che quindi mi prenda il rischio che ciò che imparano non mi piaccia.

Sia chiaro, continuo a credere nell’importanza del ruolo degli adulti nella formazione dei nostri figli, nell’importanza del percorso di riappropriazione del ruolo educativo di ogni cittadino. Se ci penso però, sapere che si è importanti ma non fondamentali, che non si è la sole fonte di apprendimento è una sensazione di piacevole leggerezza.

Questo post è dedicato alla mia bambina più grande, Viola, grande insegnante di spericolatezza, ribellione, irriverenza e campionessa di palla cesto e costruzione di capanna nell’armadio.

Christian S.

La foto è di Marco Bottani ( http://www.ibot.it)

bivio

Io sono un Uomo fortunato. 

Ho la fortuna di avere un collega, amico e padre straordinario, di averci lavorato insieme e di averlo visto fare il padre.

La settimana scorsa, al telefono, abbiamo parlato delle responsabilità che abbiamo sui nostri figli.

Pochi giorni prima aveva dovuto fare una scelta faticosa, coraggiosa e veramente complessa.

Io sono un uomo fortunato, perché, fino ad ora,  ho avuto la fortuna di non dovermi assumere delle responsabilità così complesse.

La telefonata.

Lui: “…la cosa che mi pesa di più è quando devo prendere delle scelte preventive.

Io: scelte preventive?

Lui: “…son quelle scelte che oggi non sarebbero necessarie ma prendi per il suo futuro. E poi continua : Se prendi una scelta per salvare la vita a tuo figlio o perchè necessaria è più facile. quando invece devi prenderti la responsabilità di fare una cosa che gli sarà utile tra 10 anni ma oggi lo mette a rischio della vita il discorso cambia, quando prendi questo tipo di scelte ti tremano le gambe.

Io rimango in ossequioso silenzio (cosa che mi capita di rado e mi riesce sempre faticosa, ma non questa volta) ad ascoltare quella che mi sembra una lezione, una lezione di vita da cui trarre un grande insegnamento. 

Come pesa quella maledetta responsabilità.

Ho imparato molto di più, sulla questione della responsabilità educativa, in questa telefonata che da tutte le mie riflessioni precedenti.

spazzacamino

Questo post è il mio modo per ringraziarti, amico mio, perché al telefono non sono riuscito a farlo, perché mi sono accorto dopo di quanto fosse importante ciò che mi hai raccontato, perché scrivendolo mi riesce meglio e soprattutto perché ciò che ho capito nella telefonata con te, lo voglio condividere con tutti in modo che diventi patrimonio di riflessione comune.

Questo post quindi è dedicato a un uomo di testa e cuore, padre moderno e sensibile e a tutti i genitori che quotidianamente son costretti ad assumersi “quelle maledette responsabilità” per il bene dei propri figli.

Le foto sono di Marco Bottani (www.ibot.it)