Posts contrassegnato dai tag ‘blogging day’

IIMG-20140818-WA0001l 28 agosto i blogger del gruppo Snodi Pedagogici scriveranno e pubblicheranno una serie di articoli, sui propri blog, inerenti ai blogging day già pubblicati:

 
#EducazionEAmore
#EducazionEbellezza
#PedagogicAlert
 
Una sorta di conclusione su quanto è emerso fino ad oggi grazie ai vostri contributi, per rileggere assieme a voi i passaggi fondamentali, provando a dare delle risposte ma anche porre e porsi nuove domande, in vista dell’antologia che verrà pubblicata ad autunno e il cui ricavato andrà in beneficenza alla “La locanda dei Girasoli
 
Gli articoli verranno pubblicati sui diversi social con #Pensodunquebloggodue e raccolti sul sito di snodi pedagogici
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Amore, Stereotipi e  Morte.  Quali connessioni si possono trovare con l’educazione?
 
 
  • L’amore per il proprio lavoro, come lo racconta Laura Ghelli in #educazioneEamore

Non solo l’amore per il lavoro educativo ma per il proprio lavoro, quale che sia,  potrebbe forse spingerci a farlo meglio? Oppure è solo la storiella che ci vogliamo raccontare. Come si fa ad amare il lavoro in fabbrica, monotono, ripetitivo e alienante? Come si fa ad amare un lavoro sottopagato, sfruttato e precarizzato? Un luogo di lavoro che cambia ogni settimana, un prodotto che non vedi, l’impossibilità di costruire relazioni lavorative perché ogni 6 mesi i miei colleghi non ci sono più. E’ forse proprio questa la sfida, trovare un briciolo d’amore per la cosa che stiamo facendo nonostante la fatica che ci richiede e le condizioni in cui lavoriamo, nonostante non sia il lavoro che si sognava, nonostante il padrone, il capo, i colleghi vuoti… nonostante tutto. La sfida allora è trovare quel pezzettino di amore che alberga nella possibilità di dare un senso anche dove il senso non pare esserci.

Eccola la sfida impossibile: innamorarsi di ciò che si impara mentre si lavora, dell’opportunità di insegnare ad un collega oppure della sensazione di stanchezza al ritorno a casa. Innamorarsi della soddisfazione di averlo fatto bene.

  • Gli stereotipi, che nel racconto di Claudia Cavaliere diventano fardelli da doversi scrollare di dosso in #educazioneEbellezza

Allora proviamo a scrollarci di dosso qualche stereotipo e generalizzazione che accompagna l’educazione.

  1. Fare educazione non vuol dire rendere le persone ben educate. L’educazione dovrebbe anche contribuire a formare menti curiose e ribelli. Menti che sappiano opporsi alle ingiustizie, alle ineguaglianza, che sappiano rischiare e quando necessario contestare le regole. Educare aiuta a sviluppare il senso critico. Il senso critico produce domande. Le domande chiedono risposte. Le risposte, a volte, son faticose.  Educazione fa rima con fatica.
  2. Fare educazione non consiste esclusivamente nel mettere un mucchio di regole, perché come dice Igor Salomone in questa intervista due regole in contraddizione rischiano poi di creare un sistema stupido e  inefficace.
  3. Fare educazione non vuol dire fornire soluzioni per affrontare i problemi e le difficoltà (anche se questo pare essere il percorso più facile) ma aiutare gli altri a trovare la propria soluzione. Il valore dell’educazione si cela in ciò che gli altri imparano dall’incontro con te, non dal passaggio di trucchetti e/0 strategie educative.

 

  • La morte.

Son felice che ne abbia parlato Elisa Benzi in #pedagogicalert, perché per me è un argomento faticoso, ostico, difficile da sfogliare. Ho provato tempo indietro ad affrontarlo, ma, francamente, mi pare mi vengano meglio affondi su altri temi. Ma ci vuole qualche altro che lo faccia, che ci allerti sulla necessità di parlarne, di preparare e prepararsi alla morte e di farlo anche con i nostri figli. La morte e il dolore, son come la noia, sembrano solo difetti, deviazioni dalla strada maestra, ma son fasi, passaggi che ogni individuo attraversa e che dobbiamo imparare ad affrontare e a nominare. L’educazione lavora anche sui tabu, o almeno dovrebbe farlo, ma quanta fatica facciamo a parlare della morte? Quanta fatica e quanta paura.

Cosa vuol dire educare al dolore? Forse vuol dire imparare a accettare che il dolore dell’altro esiste, imparare a rispettarlo, a non averne paura, imparare a tollerare che a volte uno dei modi di affrontare il dolore sia attraverso il silenzio. Imparare che il dolore passa, quasi sempre. Quasi, perché con alcuni dolori (soprattutto quelli non fisici) a volte è necessario imparare a conviverci, perché rimangono lì “comodamente seduti a guardarci”. In alcuni casi al dolore occorre non opporsi, occorre lasciarlo defluire, andare e correre via. A rapportarsi con il dolore si impara e a volte ci vuole tempo. Io non son tanto bravo a rapportarmi con il dolore, mia moglie lo sa bene.

Christian S.

 

*Appendice: Quale è il valore pedagogico di un Bday (blogging day*)

*Cosa è un Blogging Day: X articoli pubblicati da autori in un medesimo momento su un medesimo tema. (ovvero il qui presente #pensodunquebloggodue)

Per me il valore è stato:

  • Poter incontrare altri sguardi, altri modi di guardare il mondo dell’educazione
  • Poter curiosare nei diversi linguaggi, dialetti e tagli pedagogici
  • Per incontrare e incrociare storie e pensieri che altrimenti rimarrebbero rinchiusi nella mia testa o ad andare bene nel mio blog.
  • Poter ospitare chi ha voglia di scrivere di educazione ma non ha il tempo, la voglia e la costanza di gestire un blog.
  • Poter costruire insieme, in modo condiviso, cultura intorno all’educazione.
  • Poter imparare dagli altri, perché di cose da imparare ne ho ancora parecchie, per fortuna.
  • Imparare cosa è un Bday, un blog crossing, un hashtag, una tag, un link, un blog, e così via.

Per te che valore ha avuto ? (Se hai voglia di raccontarmelo, qui sotto troverai lo spazio che desideri )

 I blogging day fanno parte di un progetto culturale organizzato e promosso da Snodi Pedagogici.
Questo avrà termine con l’estate e sfocerà in un’antologia dei contributi che verrà pubblicata sotto forma di ebook, il cui ricavato andrà in beneficenza alla Locanda dei Girasoli

I blogger che partecipano.

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pedagogianera

“Quali sono le zone oscure dell’educazione?

Quali elementi ci sono nell’educazione e nella pedagogia che, se non vengono valutati, portano l ‘azione educativa ad essere “pericolosa” per chi educa e ch è educato?
Chi sono i cattivi maestri?
Oppure la pedagogia può come disciplina, citando Marguerite Yourcenar, saper guardare nel buio con disobbedienza, ottimismo e avventatezza e scoprire strade inusitate?”

Pedagogia Nera – @Elisa benzi

Pedagogia nera, malgrado la spiegazione di ciò che si può intendere con questa definizione, io mi sento di scrivere il mio pensiero riguardo la morte e la malattia, forse perché il nero evoca in me dolore, tristezza e rassegnazione.

Come ci comportiamo con i bambini di fronte alla morte, alla malattia, alla vecchiaia? Li educhiamo all’ineluttabilità della fine? Accogliamo la decadenza fisica e mentale dovute al passare degli anni? Raccontiamo loro la malattia, la possibilità di essere debilitati nel fisico?

“Non voglio che veda il nonno malato di Alzheimer”, “al funerale della nonna non la porto”, “della malattia del papà non diremo nulla”, queste sono affermazioni che ho sentito spesso e che mi hanno fatto spesso riflettere. Ammiro molto una cara amica che ha abituato il figlio alla realtà della vita, ponendolo di fronte al dolore della perdita e al peso della malattia di persone molto care.

Il figlio ha goduto della compagnia di una nonna malata di Alzheimer, la mamma mi raccontava che era meraviglioso vedere come questa anziana signora comunicava  perfettamente (pur non parlando) con il nipote di quattro – cinque anni. Il feeling che c’era tra loro viaggiava attraverso canali molto sottili per noi misteriosi. Il bimbo a circa sette anni ha visto la nonna defunta, ha partecipato al funerale e ha preso così contatto a modo suo con la morte. Ha avuto anche la fortuna di godere della compagnia della bisnonna che da un certo punto in poi ha consumato gli ultimi anni della sua vita in una casa di riposo. Il bambino ha frequentato la casa di riposo, ha visto la solitudine, il consumarsi della vita e ne ha fatto tesoro. La mamma spesso mi racconta che lui trovava molto triste vedere la solitudine di alcuni anziani e si chiedeva spesso il perché di tale abbandono.

Una mamma mi ha raccontato che ha lottato contro tutti, nel momento in cui ha deciso di spiegare al figlio di dieci anni, che il padre era affetto da una malattia degenerativa e da una leggera depressione conseguente alla malattia. Secondo molti avrebbe dovuto tacere finché i disturbi non si fossero visti chiaramente. Questa mamma invece, ha avuto la forza di condividere tutto con il figlio. Questo ragazzino ha potuto prendersi il tempo di elaborare il dolore attraverso momenti di rabbia, di pianto, di silenzio; è riuscito insieme alla mamma a trovare il modo di apprezzare tutte le cose positive del suo papà facendole diventare dei punti di forza utili a sopperire le debolezze nella relazione. Oggi è un ragazzo sensibile alle debolezze altrui, è solidale, sempre pronto alla collaborazione, riflessivo nei confronti degli altri.

La malattia fa parte della vita, certo sapere di avere un genitore malato è doloroso, ma bisogna allenarsi anche al dolore, imparare ad accoglierlo ci permette di imparare ad accettarlo non passivamente ma trovando le strategie per convivere con esso. Non è giusto allontanare il dolore, bisogna educare a vivere il dolore, esternandolo o chiudendolo in noi stessi, tenendo presente che se lo facciamo nostro avremo modo di imparare a fare un passo in avanti per trovare un’altra strada per il benessere.

La morte racchiude in sé il mistero della vita, ma non è negando la morte che vivremo felici. La morte è separazione, è imparare “a fare a meno di”, solo se la accogliamo troveremo le strategie per superarla. Il prof. Spaltro dice “il malessere esiste, il benessere va creato” io aggiungo che solo insegnando a farci invadere dal dolore si riesce a trovare un alternativa ad esso.

Ecco l’autrice e il suo sito.

foto elisaELISA BENZI – laureata in Scienze filosofiche (indirizzo psico-pedagogico). Co-fondatrice di Snodi Pedagogici. Titolare di InDialogo – affianca gli studenti della scuola secondaria di I° nello studio, in modo particolare si occupa dei ragazzi che hanno difficoltà di apprendimento (DSA). Realizza progetti sull’uso di Internet e dei Social Network per le scuole e per le famiglie. Sensibile ai temi dell’educazione, in particolare riguardo all’adolescenza. Ha lavorato in contesti multinazionali nel settore IT. È specialista in Conduzione di Gruppo.

Ringrazio molto Elisa, soprattutto perché il suo post è profondo e coraggioso. Son felice di averla ospitata.

Se avete voglia di leggere il mio contributo lo potete trovare in uno dei blog che trovate sotto. Quale? Tropo facile, trovatelo.

I blog che partecipano.

Il tema del mese di maggio lanciato da snodi pedagogici è: #educazionEamore
“L’educazione all’amore come dimensione particolare dell’incontro (umano e tra esseri viventi), alla sessualità, all’affettività, alla passione, intesa non solo come eros ma più etimologicamente come provare un forte “sentire” per qualcosa o qualcuno.
Come educare e come educarsi all’amore, in tutte le sue sfaccettature…”

educazione e amore

Di Laura Ghelli – Educatrice Professionale

EducazionEamore

L’accostamento di questi due termini mi suscita tutta una serie di immagini, pensieri, riflessioni e per rendermi le cose più semplici ho diviso il mio articolo in tre piccoli paragrafi.

Amore per l’educazione

Nonostante una maturità magistrale e una laurea in pedagogia io non ho mai amato l’educazione. A me piaceva la filosofia e non volevo insegnare. Fino ai 26 anni non avevo nessuna idea, nessun progetto riguardo il mio futuro lavorativo. Poi, quasi d’un tratto, l’idea di occuparmi di persone con handicap, all’epoca non avevo nemmeno ben chiara la differenza tra la “semplice” assistenza e un progetto educativo. Ma ne sarei stata capace? Per rispondere a questa domanda ho cercato di fare esperienza iniziando dal volontariato ed ecco, lì ho cominciato a sentire l’amore. Era una sensazione di pienezza mai provata prima, e  che, da quel momento, ho iniziato a riconoscere e coltivare dentro di me. Avevo trovato la mia strada.

Educazione all’amore

Non dirò ancora che di questa parola si fa un uso ed un abuso continuo. Dirò soltanto che, per quanto ogni tipo d’amore ci colga talvolta in modo improvviso e inspiegabile, tuttavia per amare è necessaria una certa preparazione e una certa disciplina. In quello che chiamiamo amore ci possono essere talmente tante scorie di egoismo e superficialità da renderlo irriconoscibile. Quante volte genitori delusi dalla vita finiscono con l’affossare i sogni dei figli per la paura di rivivere di nuovo le stesse delusioni? E questo quanto male può fare all’autostima e al sentimento di sé?

Parlo per esperienza diretta.

Penso che per amare sia necessario saper guardare dentro di sé, saper riconoscere tutto quello che è egoismo, paura, possessività, insicurezza, rabbia, rancore, dolore, esperienze negative. Con la tranquilla consapevolezza che tutte queste cose vivono normalmente dentro di noi e non ci rendono dei mostri. Come i cercatori d’oro dovremmo sederci sulla sponda del fiume a setacciare la sabbia del nostro cuore per trovare minuscole pepite di lucente, vero amore.

L’amore dentro un rapporto educativo

Lavoro con un gruppo di nove persone con disabilità intellettiva, sempre le stesse. Sono adulti, il più giovane ha 40 anni, il più vecchio circa 60. Sette uomini e due donne. Passiamo insieme 6 ore al giorno per 6 giorni la settimana. Da 14 anni.

La quotidianità di un centro riabilitativo assomiglia a quella di una famiglia, specialmente per chi ha ormai perso i genitori. E nel mio lavoro cerco di unire la visione di un progetto educativo con la necessità di un continuo prendersi cura globale della persona. Qui tocco con mano ogni giorno l’importanza della dimensione affettiva, qui percepisco la forza dei loro desideri nei miei confronti, alcuni espressi in modo esplicitamente sessuale (anche se con locuzioni insolite),  altri invece suggeriti in modo più sfumato ma non meno vivo: “come sei vestita quando ti cambi? (ho la “divisa” come gli infermieri) Hai i pantaloni, la camicia con i bottoni, il golfino …” Oppure “Posso venire a casa tua?”.

A volte, in certi abbracci, sembra affiorare un sentimento d’amore che ha qualcosa di libero, cioè di non legato ai vari bisogni di accudimento, di contenimento dell’ansia, di riconoscimento.  E in questi casi mi sento un po’ come chi rifiuta una regalo. So che non ci sono alternative e che è giusto sia così ma sento tutta la preziosità di questo sentimento.

Un ringraziamento particolare  a Laura.

Son molto felice di averla ospitata.

Christian Sarno

Tutti i contributi verranno divulgati dai blogger di Snodi Pedagogici, condivisi e commentati sui diversi social e raccolti in questo link
I blog che partecipano.
I blogging day fanno parte di un progetto culturale organizzato e promosso da Snodi Pedagogici.
 
Questo avrà termine con l’estate e sfocerà in un’antologia dei contributi che verrà pubblicata sotto forma di ebook

 

 

politicaeducazioneOgni mese il gruppo Facebook  “Educatori, Consulenti pedagogici e Pedagogisti” (link del gruppo)  propone un tema, una riflessione educativa, alla quale partecipare con un proprio contributo scritto. Una volta raccolti, quest’ultimi vengono ospitati e divulgati dal circuito blogger di Snodi Pedagogici.

 

Il tema del mese di marzo: pedagogia e politica

“La cura della polis attraverso le pratiche di accudimento sociali. Una dimensione politica dell’educazione che esiste, anche se il termine politica, oggi si confonde troppo spesso con “partito” e può spaventare. Politica ed educazione, invece: due facce della stessa medaglia. Perché se le pratiche educative non diventano cura dei territori e costruzioni di reti di significati sociali, l’educazione perde in partenza la sua sfida. Un’educazione che non ha bisogno dell’aggettivo “civica” per essere sostanziata. Perché educare è già un atto civico. L’educazione tras-forma l’umanità in cittadinanza”.

Un tema che va oltre le classiche figure educative e che contempla chi nella società cresce, vive e in questa vede un’occasione da lasciare come eredità alle nuove generazioni.

Inoltre, Snodi Pedagogici, tiene a precisare che il percorso dei blogging day non è casuale, ma facente parte di un progetto culturale più ampio. Quest’ultimo si sta lentamente concretizzando e appena avremo alcune conferme ne daremo l’annuncio, chiedendo a chi ha partecipato fin dal primo se è d’accordo a prendervi parte.

Buona lettura.

 

Pedagogia e politica

Recentemente, grazie ad esperienze di osservazione e di azione solo in parte legate al mio lavoro (faccio l’avvocato e mi occupo prevalentemente di immigrazione), ho avuto modo di riflettere sempre di più su alcuni temi contrapposti che possono riassumersi nella buona accoglienza da un parte e nella violenza dall’altra.

Il punto di partenza è la constatazione di quanto siano violente non solo certe azioni volte al respingimento dei migranti in mare o al loro trattenimento nei centri di identificazione ed espulsione ma anche le pratiche dell’agire quotidiano che spesso vengono riservate ai cittadini stranieri che vivono nel nostro Paese.
In contrapposizione a questo, esistono fortunatamente dei casi in cui l’azione verso chi arriva in Italia è diretta in primo luogo a stabilire una relazione.
La costruzione di luoghi in cui prevale l’attenzione per la cura, per l’ordine, per la necessaria riappropriazione di uno spazio individuale perso durante il viaggio lo sbarco, l’accoglienza in grandi centri è oggi l’unica direzione in cui guardare per non sprofondare nell’idea che la violenza sia ormai definitivamente affermata.
Credo che questo valga in realtà per tanti altri ambiti, ivi compreso quello della scuola, in cui si assiste sempre di più al dilagare di modalità educative in cui prevale la tendenza a premiare da una parte e a reprimere dall’altra piuttosto che quella a responsabilizzare.
Ricostruire il ruolo dell’educatore, del genitore e dell’insegnante e la relazione con i bambini, i figli e gli alunni mettendo al centro la comunicazione non è un’operazione semplice.
In ambito scolastico, per esempio, una delle difficoltà principali che incontro è quella di trovare una giusta dimensione di ascolto e attenzione.
A me sembra che la situazione in cui siamo oggi, in assenza di investimenti e politiche centrali che vadano nella giusta direzione, non vi sia più possibilità di rimandare la definizione dei rapporti tra scuola e famiglia.
La scuola non è più in grado di sopportare da sola l’impegno educativo e i genitori non possono fare a meno della scuola, per quanto esistano scelte coraggiose e molto valide di home schooling.
Quale punto di partenza se non l’ammissione delle reciproche difficoltà e la messa in comune delle risorse individuali?
Perché non si riesce a rinunciare all’idea di “arrivare per primi e da soli alla soluzione” partendo dal presupposto che la via migliore sia quella che più si adatta alle caratteristiche del singolo?
Esistono tantissime prassi positive, esempi da seguire eppure quando ci troviamo di fronte ad un problema agiamo in modo impulsivo e schizofrenico senza avere l’accortezza di fermarci a pensare e di guardarci intorno.
La mediazione non è semplice soprattutto quando corpo e mente sono soggetti a continue sollecitazioni e pressioni.
Eppure partire dall’individuo, da ogni individuo, noi compresi, per ripensarci e ripensare alla costruzione delle relazioni è, per usare una metafora che già altri hanno usato, come gettare un sasso in uno stagno: cerchi concentrici, che dal piccolo vanno al grande, attraverso la costruzione di connessioni che avvengono naturalmente e si rafforzano reciprocamente.
Credo che oggi si sia andati oltre alla confusione tra politica e partiti e che si stia assistendo ad un altro tipo di degenerazione le cui basi sono peraltro già state identificate e analizzate in passato.
Nel suo libro Sulla violenza (ripubblicato in Italia da Guanda nel 2008 ma apparso in Germania nel 1975), la filosofa e storica Hannah Arendt rifletteva in modo chiaro e assolutamente attuale sulla distinzione tra potere, potenza, forza, autorità e violenza (p. 46 ss.) sostenendo tra l’altro che “Potere corrisponde alla capacità umana non solo di agire, ma di agire di concerto; il potere non è mai proprietà di un individuo, appartiene ad un gruppo e continua ad esistere soltanto finché il gruppo rimane unito” e che “Politicamente parlando è insufficiente dire che il potere e la violenza non sono la stessa cosa. Il potere e la violenza sono opposti: dove l’una governa in modo assoluto, l’altro è assente. La violenza appare dove il potere è scosso, ma lasciata a se stessa finisce per far scomparire il potere. La violenza può distruggere il potere; è assolutamente incapace di crearlo”.
Questo riflessione consente non solo di soffermarsi a pensare su temi come il potere e la violenza ma anche sull’uso delle parole o meglio sul loro uso improprio.
Educare i bambini al senso delle parole, recuperare l’importanza della coerenza tra parola e azione, valorizzare la cura del gesto pratico mi sembrano tutte azioni fondamentali in un mondo così veloce da far perdere il senso del tutto.
Apprendere la regola, partire da essa per andare oltre, perché, come diceva Bruno Munari “la regola da sola è monotona, il caos da solo rende inquieti”.
Anna Brambilla
anna brambilla
Sono nata a Milano nel 1976 .
Da piccola sognavo di fare la biologa marina, l’infermiera o la giornalista.
Da grande continuo ad essere incerta su quello che voglio fare ma intanto faccio l’avvocato.
Vivo sparsa tra Milano e Pisa.

 

Tutti i contributi su #pedagogiaepolitica verranno raccolti qui.

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Il tema del mese di marzo: pedagogia e politica

“La cura della polis attraverso le pratiche di accudimento sociali. Una dimensione politica dell’educazione che esiste, anche se il termine politica, oggi si confonde troppo spesso con “partito” e può spaventare. Politica ed educazione, invece: due facce della stessa medaglia. Perché se le pratiche educative non diventano cura dei territori e costruzioni di reti di significati sociali, l’educazione perde in partenza la sua sfida. Un’educazione che non ha bisogno dell’aggettivo “civica” per essere sostanziata. Perché educare è già un atto civico. L’educazione tras-forma l’umanità in cittadinanza”.

Un tema che va oltre le classiche figure educative e che contempla chi nella società cresce, vive e in questa vede un’occasione da lasciare come eredità alle nuove generazioni.

Inoltre, Snodi Pedagogici, tiene a precisare che il percorso dei blogging day non è casuale, ma facente parte di un progetto culturale più ampio. Quest’ultimo si sta lentamente concretizzando e appena avremo alcune conferme ne daremo l’annuncio, chiedendo a chi ha partecipato fin dal primo se è d’accordo a prendervi parte.
Buona lettura.

PEDAGOGIA E POLITICA

Accostare la pedagogia alla politica, è un po’ come cercare di far fare all’amore l’acqua con l’olio, purtroppo  non ci si riesce. O quantomeno io non ci riesco. Oggi la politica, di certo più di ieri, rappresenta l’apice di una società allo sfacelo e per tale ragione è molto semplice considerarla la più grave forma di diseducazione sociale. La difesa del proprio status quo, l’anteporre l’io agli altri e il farsi largo tra i cadaveri sono i capisaldi della politica nostrana. Ecco, la pedagogia per me è tutto il contrario, lo dico da profano. Non sono un cultore della materia, mi occupo di tutt’altro , non credo però serva essere dei luminari per capire quanto questi due mondi siano distanti. Se la politica fosse realmente quello che millanta di essere, allora sì che ci sarebbe da prendere esempio. La politica dovrebbe essere l’arte di risolvere i problemi della gente comune, di prodigarsi per il bene del Paese, concetti vecchi come Matusalemme e dai tempi di Matusalemme bistrattati. Se oggi le giovani generazioni hanno pochi valori è perché è mancato l’esempio delle generazioni più vecchie, che a loro volta si vedono governate da una classe dirigente inetta, egoista ed opportunista. Quindi non posso che concludere che per me, nel contesto in cui mi trovo a vivere e in questo preciso momento storico, non esiste alcun legame tra pedagogia e politica. E mi spiace davvero.

Luca Giangiacomi.

giangiacomi

Sono una persona tranquilla e moderata. Il mio sguardo alla vita è quello del cittadino del mondo, mi piace confrontarmi con culture differenti e lontane dalla mia.

 

 

 

 

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