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Rieccomi a parlare del Buco Nero Pedagogico (che da ora chiameremo BNP per semplificarci la vita)

Sollecitato dalle riflessioni emerse in risposta al post sul BNP, proverò ad approfondire la questione.  Il tentativo è quindi quello di lanciare qualche riflessione e di provare a ragionare sul BNP con chi ne avrà voglia, con chi sarà attratto in modo irresistibile dal desiderio di ragionare sulle domande che porrò. La scommessa è quella di analizzare  il BNP  prima che ci inghiotta con la sua forza centrifuga.

freccette

Ecco le tre domande.

Domanda zero: cosa è il BNP?

Prima domanda: cosa inghiotte il BNP?

Seconda domanda: da cosa deriva e chi produce il BNP?

Terza domanda: come si evita di essere attratti e risucchiati dal BNP?

0) Dalla riflessione di Igor Salomone . “Interessante e ricca metafora quella del Buco nero. Immagine di uno spazio che non solo inghiotte qualsiasi cosa, ma che per farlo attrae in modo irresistibile. ….. I Buchi Neri, pare, attraggono qualsiasi cosa per via della loro enorme massa. Appunto. C’è quindi qualcosa che con la sua massa infinita imprigiona e attrae verso un buco nero equivalente l’educazione. Una massa, non un vuoto, come è facile pensare. In secondo luogo, mentre i Buchi Neri veri attraggono qualsiasi cosa, luce compresa, per questo sono neri, quelli pedagogici hanno un’attrazione gravitazionale selettiva: inghiottono inesorabilmente qualcosa, ma lasciano dove sta qualcos’altro, in bella evidenza e ad occupare lo spazio di ciò che viene inghiottito…”

1) Il BNP non inghiotte solo la mancanza di senso, fagocita la ricerca dello specifico dell’educazione, la ricerca di uno specifico che differenzia i servizi assistenziali, sociali e psicologici da quelli educativi. Il BNP attrae perché pare semplificarti la vita, inghiottendo tutte le domande di senso e gli orizzonti educativi. In prima istanza sembra esserti utile, perché ti rimangono da gestire solo le questioni organizzative. Il BNP è una forma illusoria di aiuto, una specie di allucinazione professionale che ti fa credere di dover lavorare di meno. In seconda istanza però il BNP si mangia il tuo senso, le domande che hai e infine si mangia il motivo per cui un educatore si trova in un servizio, è un risucchiatore di complessità, un attraente semplificatore. Alla fine del fase di attrazione ciò che ti rimane sono domande svuotate del fine educativo, la domanda che rimane è : ma io cosa ci faccio qui?

2) Il BNP è il prodotto della forza centrifuga di alcuni elementi:

  • il disinteresse delle organizzazioni sulle questioni educative.
  • la fatica iniziale che produce la riflessione pedagogica (…che fatica farsi delle domande, approfondire, ricercare, ecc)
  • la debolezza delle competenze degli educatori sullo specifico educativo. (cosa fa un educatore?)
  • i pochi strumenti/spazi per dar senso al proprio lavoro e per fermarsi a cercare, domandare e riflettere.

3) il BNP si contrasta:

  • con la costruzione costante di luoghi e spazi di riflessione (dentro e fuori le organizzazioni).
  • riconoscendo che il bnp è un luogo potenzialmente presente in ogni servizio educativo e chi si  “crea” non appena si molla la presa.
  • rimarcando la necessità di spazi di pensiero nelle organizzazioni (cooperative, enti locali, associazioni, fondazioni e scuole), costantemente, perché ciò migliora e sostanzia la qualità del lavoro educativo.
  • producendo cultura sulla professione educativa per permettere di aumentare la consapevolezza degli strumenti necessari per fare il proprio lavoro, bene e senza il rischio di essere inghiottiti dal BNP.
  • prendendosi cura di se stessi.

Che ne pensate, vi convince?

Christian S.

La foto è di Marco Bottani ( http://www.ibot.it)

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Christian S.

mani di ferro

Durante questo lungo periodo di crisi ho spesso letto questo messaggio in diversi gruppi  di educatori su Facebook. Spesso la richiesta era rabbiosa, stanca e innervosita dalla lunga attesa. Tanti neo laureati a spasso. Tanti educatori di lungo corso in cerca di un’occupazione o di un’occupazione migliore, qualitativamente e quantitativamente. Tanti educatori ed educatrici in giro a cercar lavoro insomma. Nelle situazioni come queste parte la corsa al posto e parallelamente, nell’eventualità in cui non lo si trovi, la ricerca del colpevole. Il primo risultato è l’invio del proprio curriculum, mail agli amici, annunci sui social network, il tutto sempre con maggior frenesia e con rabbia crescente.

Quello che succede invece sul fronte ricerca del colpevole è più triste. Si assiste al tutti contro tutti: educatori del socio- educativo contro educatori del sanitario, educatori formati sul campo contro educatori laureati, educatori formati in università contro educatori formati nei diplomi regionali, insomma tutti VS tutti.

Il risultato è che se guardi da fuori la responsabilità della mancanza di lavoro pare un problema tra educatori, e quindi la logica della caccia al lavoro” altrui” diventa ancora più reale. Fioccano quindi le lotte intestine, gli anatemi, i paragoni, le valutazioni su chi ha più o meno diritto al posto di lavoro. Fioccano le associazioni che difendo i diritti di una o l’altra categoria, come scrivevo in un forum “ci sono più associazioni che educatori”.

Io non ci sto, non ci sto a far la lotta contro altri colleghi, non ci sto ad entrare nel ” ne ho più diritto io perché…”. Non ci sto ad abbassare il costo del mio lavoro per trovarlo e ad accettare compromessi che rischiano di rovinare il mio settore professionale. Non ci sto a far la lotta per dimostrare che la mia formazione è meglio della tua, punto e basta. Non ci sto soprattutto in questo periodo e in questo modo. Ci starò, forse, quando cominceremo a parlerare di competenze e capacità insieme ai titoli nobiliari. Come ho già detto più volte, non ci sto a far la guerra in casa mia.

Qualche domanda:

  • Possiamo pensare, obbiettivamente, di cacciare dal proprio posto di lavoro un’educatrice che da 25 anni lavora in un nido solo perché 25 anni prima non esisteva un corso specifico per educatori professionali? Possiamo pensare di sprecare  le competenze di tanti educatori che si son formati sul campo per 20 -30 anni?
  • Possiamo pensare che un educatore che ha studiato per diversi anni per lavorare anche nell’ambito sanitario (perché il suo corso lo prevedeva) scopra solo dopo aver finito che non lo potrà mai fare?
  • Possiamo pensare che spetti agli educatori risolvere un problema creato dalle istituzioni formative?
  • Come si possono costruire due/tre ambiti differenti di studio per lo stesso ruolo e poi pensare che ciò funzioni? Come si può “maltrattare” il settore educativo in questo modo?

Il lavoro educativo è un arte. Il mondo educativo non merita un trattamento del genere.  Che sia venuto il momento di indirizzare la rabbia, la lotta, lo sguardo e le energie verso altre direzioni? Per cambiare la direzione dello sguardo dobbiamo però provare a concentrarci su ciò che facciamo e non su come siamo arrivati a farlo.

Christian S.

Ecco il link ad un articolo di una collega, molto ma molto interessante: fare la fame.

Foto di Marco Bottani (http://www.ibot.it)

palloncini

Ecco il secondo regalo per i lettori del blog.

Il paese dell’alfabeto ( di luisa.cagnola@libero.it)

Se lo volete in versione e-book mandatemi una mail.

Qui trovate  la casa delle meraviglie l’altro libro in regalo.

Buona lettura. Christian S.

Foto di Marco Bottani ( www.ibot.it)

Agosto 2012. In un centro commerciale.

Mamma: guarda che bella questa cartella, ti piace?

Bambina (6 anni) : si bella, ma è da femmina.

Mamma: e quindi?

Bambina: …io non la voglio, ne voglio una da maschio.

Padre: … ma chi l’ha detto che è da femmina?

Bambina: ma non lo vedi che è rosa?

Padre: perché il rosa è il colore delle femmine, da quando le femmine se lo sono comprato?

Bambina: no, ma io voglio una cartella diversa.

Mamma: questa verde ti piace ? ( identica nello stile alla cartella rosa)

Bambina: bellissima, prendiamo questa.

Ci sono alcune cose, in questo scambio, che mi colpiscono, da una parte sembra di essere difronte ad una bambina libera, a cui viene permesso di prendere la cartella che vuole, dall’altra questo scambio pare comunque il segno di un condizionamento culturale forte.

  • La bambina prende la cartella verde, solo per non prendere quella rosa o perchè le piace veramente?.
  • Rifiuta di prendere la cartella rosa perchè è abituata a sentire dire che il rosa è per le femmine e lei non vuole stare dentro questa categorizzazione?.

Vista da questa angolatura parrebbe una scelta reattiva, segno di un carattere forte e deciso, ma sempre una reazione di opposizione a ciò che la cultura vorrebbe per lei. ( il rosa per le femmine e l’azzurro per i maschi). La bambina si ribella, decide di stare fuori dagli schemi e in questo senso è libera.

La questione che rimane aperta è che probabilmente ha scelto la cartella per reagire ad uno stereotipo e non per rispondere ad un suo desiderio.

  • Come facciamo a garantire ai nostri figli la possibilità di essere liberi nelle scelta? Forse anche accettando che la loro scelta non ci piaccia un granché. Ma quanto è difficile accettare che scelgano una cosa che non ci piace?
Forse, per permettere ai nostri figli di scegliere veramente ciò che desiderano, dobbiamo lavorare per alleggerire (dove possibile) le rigide catogorie che tanto spesso ci rassicurano.
 
Ho già affrontato questo argomento in un’altro post (eccolo).
 
Domani inizia la scuola, buon lavoro a tutti.
Christian S.
 
 
Oggi è l’11 settembre.