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acqua - bimbo

Novembre 2013. Fiocca la neve. La prima o forse l’ultima dell’anno.

Viaggio in macchina con le mie figlie. La più grande accarezza la piccola proprio sopra il naso. La piccola, ovviamente si addormenta. Io sbircio dallo specchietto e sorrido, felice.

Il gesto che osservo è lo stesso che ho fatto per anni alla mia figlia più grande e che non avevo mai ripetuto con la piccola. Un gesto che io, avevo stranamente accantonato.

Ciò che vedo mi riempie e mi rende felice. Mi piace il gesto perché lo sento mio, profuma di gesti che si tramandano, di padri e madri. Profuma di cura e di educazione. Della storia di una famiglia.  Profuma di un gesto dimenticato, smarrito e che mia figlia ha recuperato, forse perché è uno dei gesti che le ha tenuto compagnia in alcune delle notti del suo sonno tempestoso. Un gesto apparentemente dimenticato, almeno da me.

Ma i gesti, almeno alcuni, non scompaiono, si addormentano per poi svegliarsi di colpo, quando meno te lo aspetti. Rimangono nella memoria, forse e alcune volte più delle parole. Alcuni gesti rimangono sulla pelle, ne rimane traccia anche se non ci sembra.

Per un uomo di parola come me, osservare la potenza dei gesti è un grande insegnamento. Lo è come padre soprattutto come uomo. Imparare a dare ai gesti il giusto valore e la giusta importanza è uno degli miei obiettivi futuri.

Ogni tanto, affidarsi ai gesti aiuta, rallenta le parole, le ferma, le rimette al loro posto. Credo che, nell’era della parola il gesto vada ad assumere un significato ancora più prezioso, perché ancor più raro.

Io ho bisogno di rallentare le parole ed affidarmi ai gesti mi fa bene. Soprattutto quando sono così intensi e caldi. Mi piacciono i gesti che parlano di eredità. Mi piacciono i gesti che rendono naturale l’educazione.

Mi piace soprattutto guardare le mie figlie che si prendono cura una dell’altra.

Christian s.

La foto è di Marco Bottani ( http://www.ibot.it)

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Se fai l’educatore, un certo quantitativo di “monnezza” devi mettere in conto di portarla a casa.

Tra poco vi chiederete cosa centra il video (molto forte) che ho postato poco sotto con l’educazione professionale.

Il nesso è questo: Un uomo viene ferito mentre cerca di aiutare un altro uomo ferito.

Guardano questo video (il cecchino) oltre all’orrore che ho provato guardando una scena del genere, mi son venute in mente tutte le riflessioni fatte in ambito educativo sul rischio, su quanto rischio ci fosse nel lavoro educativo, su quanti colleghi si son fatti male (fisicamente e psicologicamente) provando a fare, bene o male, il proprio lavoro.

Io non ho preso botte nella mia vita professionale, ma credo che sia stato solo un colpo di fortuna, perché molte volte ci sono andato vicino. Alcune volte un po’ di paura me la son portata a casa. Qualche notte insonne, però, l’ho fatta anche io.

Ho visto, però, tanti colleghi star male, soffrire, piangere, aver paura e per giunta cambiar lavoro. Ho sentito educatori dire: ” il costo di questo lavoro è troppo alto, non ne vale la pena, non riesco a reggere, troppo duro…”. 

Troppa spazzatura, insomma. Nella versione Americana sarebbe: “Quando il gioco si fa duro , gli educatori iniziano a lavorare, altrove.” 

Se pensi di poter fare il lavoro educativo senza rischiare nulla, forse non hai ben in mente che lavoro dovrai fare. Non si può stare in una comunità senza pensare che ragazzi/ragazze non sentano il desiderio di metterti le mani addosso. Non puoi pensare di segnalare una famiglia abusante senza pensare che la rabbia possa riversarti su di te. Non puoi pensare di entrare in una piazza senza che qualche puscher ti identifichi come un poliziotto in borghese. Non puoi lavorare in psichiatria pensando che tutto sia prevedibile e controllabile, qualche pallottola sfugge e se sfugge mentre sei sulla traiettoria, son problemi tuoi e solo tuoi. Non puoi pensare di far l’educatore come se facessi l’impiegato di un call center, insomma.

Questo non vuol dire che tu le debba prendere per forza, ma un certo tipo di rischio lo devi mettere in conto, proprio come il soccorritore egiziano che ha provato a trarre in salvo il ragazzo ferito. Il campo in cui ti muovi è un campo pieno di “palottole” volanti, non un parchetto con dei bambini che giocano con il pallone leggero.

La scena educativa non è una scena di guerra, ma nemmeno una scena piena di gente felice e serena. Per far l’educatore, insomma, oltre alle competenze apprese nella aule universitarie, ci vuole anche una dose di coraggio, altrimenti fai prima a far domanda all’ikea.

Ad alcuni di voi, il paragone con l’uomo ferito dal cecchino sarà sembrato eccessivo e forse lo è.

Spero, ovviamente, che i due ragazzi del video si possano riprendere al più presto e che la questione egiziana si evolva nel miglior modo, lo spero con tutto il cuore. Il resto son cose meno importanti, me ne rendo conto, ma son alcune delle cose che mi stanno a cuore.

Christian S.

La foto  come al solito di Marco Bottani ( http://www.ibot.it)

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La crisi non mi piace, sia chiaro, ma come sempre per sopravvivere a ciò che non mi piace devo cercare di capire cosa può portare di positivo un periodo come quello che stiamo vivendo.

Meno soldi, meno risorse, meno servizi, meno lavoro, più fatica a far quadrare il bilancio familiare, ma non meno incontri.

In carenza di risorse alcune persone provano a costruire nuove connessioni, ad organizzarsi, ad incontrarsi, provano a progettare, provano a mettere insieme le risorse e le loro storie. In altri casi si arrabbiano e aspettano che passi, senza far nulla. Le mamme di cui parlerò son della prima categoria.

Giugno 2013, escono le graduatorie del nido, alcune madri senza nido e senza soldi cercano una soluzione. L’idea che ne nasce è questa: Un giorno a settimana, una madre si occupa dei bambini delle altre. Una madre – 5 bambini. Un madre ha quindi 1 giorno di lavoro con i bambini e 4 per poter continuare a fare il proprio lavoro. Tutto al solo costo del proprio lavoro e con i propri bambini affidati a persone che conosci e di cui ti fidi, “due piccioni con una mamma”, verrebbe da dire. Poi bisognerà fari i conti con le questioni organizzative (dove, come, ecc) ma intanto l’idea non mi pare per nulla male.

L’idea che hanno trovato non è solo una buon tentativo di risolvere un problema di collocamento dei figli, ma di farlo insieme usando le competenze e le risorse che ogni una di loro può mettere in campo.

Ecco cosa può lasciare di positivo questa maledetta crisi. La riattivazione del tessuto sociale, dei contatti tra le persone, la condivisione di risorse, la risoluzione comune dei problemi e forse un nuovo senso di solidarietà.

Ora esagero, se la crisi dovesse veramente lasciare “un nuovo mondo” di relazioni, forse sarebbe servita a qualche cosa, non pensate?

Christian S.

Ringrazio Alessandra S. per la foto.

Vado a cercare di costruire il mia soluzione anti crisi: l’orto in condivisione.

Rieccomi a parlare del Buco Nero Pedagogico (che da ora chiameremo BNP per semplificarci la vita)

Sollecitato dalle riflessioni emerse in risposta al post sul BNP, proverò ad approfondire la questione.  Il tentativo è quindi quello di lanciare qualche riflessione e di provare a ragionare sul BNP con chi ne avrà voglia, con chi sarà attratto in modo irresistibile dal desiderio di ragionare sulle domande che porrò. La scommessa è quella di analizzare  il BNP  prima che ci inghiotta con la sua forza centrifuga.

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Ecco le tre domande.

Domanda zero: cosa è il BNP?

Prima domanda: cosa inghiotte il BNP?

Seconda domanda: da cosa deriva e chi produce il BNP?

Terza domanda: come si evita di essere attratti e risucchiati dal BNP?

0) Dalla riflessione di Igor Salomone . “Interessante e ricca metafora quella del Buco nero. Immagine di uno spazio che non solo inghiotte qualsiasi cosa, ma che per farlo attrae in modo irresistibile. ….. I Buchi Neri, pare, attraggono qualsiasi cosa per via della loro enorme massa. Appunto. C’è quindi qualcosa che con la sua massa infinita imprigiona e attrae verso un buco nero equivalente l’educazione. Una massa, non un vuoto, come è facile pensare. In secondo luogo, mentre i Buchi Neri veri attraggono qualsiasi cosa, luce compresa, per questo sono neri, quelli pedagogici hanno un’attrazione gravitazionale selettiva: inghiottono inesorabilmente qualcosa, ma lasciano dove sta qualcos’altro, in bella evidenza e ad occupare lo spazio di ciò che viene inghiottito…”

1) Il BNP non inghiotte solo la mancanza di senso, fagocita la ricerca dello specifico dell’educazione, la ricerca di uno specifico che differenzia i servizi assistenziali, sociali e psicologici da quelli educativi. Il BNP attrae perché pare semplificarti la vita, inghiottendo tutte le domande di senso e gli orizzonti educativi. In prima istanza sembra esserti utile, perché ti rimangono da gestire solo le questioni organizzative. Il BNP è una forma illusoria di aiuto, una specie di allucinazione professionale che ti fa credere di dover lavorare di meno. In seconda istanza però il BNP si mangia il tuo senso, le domande che hai e infine si mangia il motivo per cui un educatore si trova in un servizio, è un risucchiatore di complessità, un attraente semplificatore. Alla fine del fase di attrazione ciò che ti rimane sono domande svuotate del fine educativo, la domanda che rimane è : ma io cosa ci faccio qui?

2) Il BNP è il prodotto della forza centrifuga di alcuni elementi:

  • il disinteresse delle organizzazioni sulle questioni educative.
  • la fatica iniziale che produce la riflessione pedagogica (…che fatica farsi delle domande, approfondire, ricercare, ecc)
  • la debolezza delle competenze degli educatori sullo specifico educativo. (cosa fa un educatore?)
  • i pochi strumenti/spazi per dar senso al proprio lavoro e per fermarsi a cercare, domandare e riflettere.

3) il BNP si contrasta:

  • con la costruzione costante di luoghi e spazi di riflessione (dentro e fuori le organizzazioni).
  • riconoscendo che il bnp è un luogo potenzialmente presente in ogni servizio educativo e chi si  “crea” non appena si molla la presa.
  • rimarcando la necessità di spazi di pensiero nelle organizzazioni (cooperative, enti locali, associazioni, fondazioni e scuole), costantemente, perché ciò migliora e sostanzia la qualità del lavoro educativo.
  • producendo cultura sulla professione educativa per permettere di aumentare la consapevolezza degli strumenti necessari per fare il proprio lavoro, bene e senza il rischio di essere inghiottiti dal BNP.
  • prendendosi cura di se stessi.

Che ne pensate, vi convince?

Christian S.

La foto è di Marco Bottani ( http://www.ibot.it)

8 marzo Il giorno dopo l’8 marzo è sempre un giorno strano, restano tracce di ciò che è successo, quello orrendo odore (la mimosa dopo un giorno non si riesce più ad annusare), i mariti stravolti per aver fatto la serata a casa soli con i figli e poco altro.

Un giorno di riflettori puntati addosso, servizi, post, articoli, auguri e attenzione su tutte  le tematiche femminili e poi solo 24 ore dopo hai come la sensazione che tutto svanisca, che tutto torni come prima, stessi meccanismi, stessi problemi, stesse discriminazioni, stesse pensieri e stesso rapporto con gli uomini.

Una festa non cambia lo stato delle cose. Le donne si trovano punto a capo. Ci troviamo punto e a capo. Capisco, quindi, perché alcune delle mie colleghe e amiche mal sopportino questa festa.

Ho sentito però, oggi, il bisogno di provare a restituire qualche cosa alle donne, perché dalle donne ho ricevuto molto. Personalmente ma soprattutto professionalmente.

Lavoro soprattutto con donne, sono stato coordinato da donne, formato da donne, paradossalmente ho imparato ad usare “codici” maschili proprio osservando le educatrici con cui ho lavorato. Ho attraversato a fianco di consulenti, educatrici e coordinatrici tutti i servizi educativi e formativi della mia carriera. Oggi lavoro per le donne soprattutto, in alcune supervisioni unico uomo tra le donne. In ambito educativo, gli uomini son come i panda, categoria protetta, manca solo il bambu, perché spesso i cerchi intorno agli occhi li hanno già. Ho avuto anche maestri e colleghi maschi è vero, ma la mia vita professionale è soprattutto con le donne (consulenti, educatrici, coordinatrici e insegnanti) e per le donne (le mie figlie).

Dalle donne ho imparato molto. Con le donne ho faticato. Ho imparato stando con loro e sicuramente ho ancora da imparare. Alle donne spero di aver insegnato anche delle cose.  L’8 marzo per me è questo, un’occasione per ringraziare le donne che mi hanno permesso di essere il consulente pedagogico che sono oggi. Professionalmente devo molto agli incontri che ho fatto con loro. Alcune di loro forse neanche si sono accorte di aver lasciato una traccia nel mio modo di lavorare e di guardare il mondo dell’educazione.

Ad alcune di loro non sono riuscito a dire grazie e ci provo ora.

Questo post è dedicato a Nonna Olimpia, la migliore educatrice che abbia mai visto all’opera. Educatrice di uomini e solo di uomini. Educatrice naturale ed eccezionale. Se non l’avessi osservata per anni oggi non saprei cucinare e questo sarebbe un grosso problema.

Christian S.

Questo è il post n° 100. 

La foto è di Marco Bottani ( http://www.ibot.it).