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P1060946Ovvero : Oggi papà viene a scuola con me (parte due). La parte uno la trovate qui

19 Marzo, festa del papà. Seconda esperienza alla scuola dell’infanzia. Una giornata, che questa volta pare partire all’insegna della consapevolezza, del ” so cosa mi aspetta”, del “adesso succede che…” ed invece. Già, perché hai sempre l’idea che essendoci già stato tu possa sapere cosa ti attende. Hai sempre l’idea che alcune emozioni, avendole vissute, siano controllabili. Ma basta poco a comprendere che le cose non stanno proprio così.

Pensi di aver imparato (ed è vero). Pensi di poter prevedere. Pensi che ne uscirai felice, senza scossoni, questa volta tranquillo e senza sorprese, ma presto ti accorgi che non è così, che ogni storia, ogni figlia, ogni esperienza di paternità ti trascina in una nuova strada.

Ore 9.00

Laboratorio con mia figlia Lisa (quasi 3 anni).

Obiettivo:  costruzione di una macchinina a vento e di una girandola.

Senso della giornata: ovviamente star con mia figlia, nel suo posto, con i suoi compagni, almeno una volta all’anno.

Valore: poterla guardare dove di solito non posso. Un’occasione rara, che difendo sempre con le unghie. Una grande occasione, che le educatrici di mia figlia mi hanno regalato anche quest’anno. Una mattinata che ha reso speciale una delle tante feste a cui sono allergico. Un nuova occasione di apprendimento, come sempre sono, le mie esperienze da papà.

Coloriamo la girandola. Guardo la spiegazione, sembra facile. Mia figlia si occupa del colore e del taglio della carena della macchina, mi distraggo un secondo e al posto della carena trovo una strana forma. Ci guardiamo. Mia figlia si accorge, credo dal mio sguardo, di non aver proprio fatto ciò che io e il progetto ci attendevamo da lei.

Mi guarda con quella faccia furba e mi dice. “Vabbè, fatto pasticcio”

Io, accompagnato da uno strano vento di calma e di attenzione pedagogica (cosa che con le mie figlie non sempre mi riesce), trovo un nuovo pezzo di carta, ridisegno la carena e le ripropongo il lavoro.

Riproviamo un altro paio di volte, ma la carena è roba da specialisti. Da padri appassionati di macchine, come si vede dalla foto, da padri non come me.

Mentre Lisa trita l’ennesimo foglio di carta, io provo a costruire la girandola, con quell’attenzione fluttuante che di solito non è per nulla presupposto di un lavoro di qualità.

Prendo la girandola colorata da mia figlia: taglio, incollo, piego e oplà… girandola finita.

Io : ” Guarda Lisa” . Soffio e la girandola vola via (mi ero dimenticato di fissarla con il perno).

Mi giro, con quella strana sensazione di avere gli occhi addosso e intercetto la faccia attenta di mia figlia.

Lisa: ” Papino Pasticcione”. Uno a uno e palla al centro. 

Ore 12.oo

Finisce la mattina e mi trovo a dover ringraziare le educatrici di mia figlia, che han fatto educazione senza quasi usar parole. Ma costruendo tempo e spazio per stare e soprattutto fare insieme.

Esco da scuola  e mi trovo in macchina, con la LisaCar sul sedile. Mi  ritrovo a sorridere e a ringraziare ancora una volta di aver incontrato le mie figlie, senza cui sarei sicuramente un uomo peggiore. Senza le quali sarei un uomo molto, ma molto meno felice.

Mi trovo a pensar di aver fatto una grande cosa il 19 marzo quando non sono andato a lavoro, ho spento il cellulare e mi son seduto su quella seggiolina scomoda a far merenda con mia figlia.

Christian S.

Ringrazio Sabrina per la foto e soprattutto per l’attenzione e la cura che pone nel coordinare il gruppo di educatrici della scuola di mia figlia. Ringrazio Monia e Federica, perché il loro sguardo, la mattina, mi aiuta a lasciare serenamente mia figlia. 

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8 marzo Il giorno dopo l’8 marzo è sempre un giorno strano, restano tracce di ciò che è successo, quello orrendo odore (la mimosa dopo un giorno non si riesce più ad annusare), i mariti stravolti per aver fatto la serata a casa soli con i figli e poco altro.

Un giorno di riflettori puntati addosso, servizi, post, articoli, auguri e attenzione su tutte  le tematiche femminili e poi solo 24 ore dopo hai come la sensazione che tutto svanisca, che tutto torni come prima, stessi meccanismi, stessi problemi, stesse discriminazioni, stesse pensieri e stesso rapporto con gli uomini.

Una festa non cambia lo stato delle cose. Le donne si trovano punto a capo. Ci troviamo punto e a capo. Capisco, quindi, perché alcune delle mie colleghe e amiche mal sopportino questa festa.

Ho sentito però, oggi, il bisogno di provare a restituire qualche cosa alle donne, perché dalle donne ho ricevuto molto. Personalmente ma soprattutto professionalmente.

Lavoro soprattutto con donne, sono stato coordinato da donne, formato da donne, paradossalmente ho imparato ad usare “codici” maschili proprio osservando le educatrici con cui ho lavorato. Ho attraversato a fianco di consulenti, educatrici e coordinatrici tutti i servizi educativi e formativi della mia carriera. Oggi lavoro per le donne soprattutto, in alcune supervisioni unico uomo tra le donne. In ambito educativo, gli uomini son come i panda, categoria protetta, manca solo il bambu, perché spesso i cerchi intorno agli occhi li hanno già. Ho avuto anche maestri e colleghi maschi è vero, ma la mia vita professionale è soprattutto con le donne (consulenti, educatrici, coordinatrici e insegnanti) e per le donne (le mie figlie).

Dalle donne ho imparato molto. Con le donne ho faticato. Ho imparato stando con loro e sicuramente ho ancora da imparare. Alle donne spero di aver insegnato anche delle cose.  L’8 marzo per me è questo, un’occasione per ringraziare le donne che mi hanno permesso di essere il consulente pedagogico che sono oggi. Professionalmente devo molto agli incontri che ho fatto con loro. Alcune di loro forse neanche si sono accorte di aver lasciato una traccia nel mio modo di lavorare e di guardare il mondo dell’educazione.

Ad alcune di loro non sono riuscito a dire grazie e ci provo ora.

Questo post è dedicato a Nonna Olimpia, la migliore educatrice che abbia mai visto all’opera. Educatrice di uomini e solo di uomini. Educatrice naturale ed eccezionale. Se non l’avessi osservata per anni oggi non saprei cucinare e questo sarebbe un grosso problema.

Christian S.

Questo è il post n° 100. 

La foto è di Marco Bottani ( http://www.ibot.it).

Lavoro da quasi 18 anni, ho attraversato tanti servizi e incontrato tanti colleghi, alcuni li ho poi ritrovati, altri no, alcuni si son persi ed ora fanno altro. Quelli che ho avuto la fortuna di rincontrare erano cambiati, diversi, maturati e cresciuti.

Ho sempre fatto una discreta fatica ad andarmene, salutare non è il mio forte.

Salutare mi costa sempre molta fatica, soprattutto quando non posso usare gli strumenti professionali. Qualche settimana fa, ho salutato le educatrici di mia figlia ed è stato un saluto freddo, sbrigativo, distaccato, un saluto che non avrei voluto così, perchè in quel saluto avrei voluto mettere delle parole, restituire alle educatrici almeno parte delle cose che credo abbiamo insegnato a mia figlia nei tre anni di scuola materna. Non sono riuscito a farlo, peccato.

Spero che leggano questo post….

Mi risulta meno faticoso, invece, salutare quando lo faccio per il mio lavoro, mi costa meno fatica soprattutto quando lo scelgo io, quando è frutto di una scelta professionale, di un “fine progetto ” insomma.

Mi aiuta a salutare l’idea che le persone che ho incontrato possano usare alcune o tutte le cose che porto nei gruppi o nei servizi. Mi aiuta l’idea che possa rimanere parte di me in eredità, mi aiuta l’idea che  il mio passaggio lasci il segno.

Mi aiuta l’idea che andarsene fa parte dei percorsi, di tutti i percorsi e di tutte le esperienze, andarsene non sta alla fine, non è la prima parte ne l’ultima, ma una parte dell’esperienza che attraversi.

Mi aiuta pensare che si possa dare valore al saluto, restituendo ciò che si è imparato dentro l”incontro con i colleghi, con i ragazzi e con le maestre della propria figlia. Mi aiuta pensare che se a volte non ci riesci subito lo puoi fare dopo, magari con un post.

Scrivere mi aiuta a salutare, a volte.

Questo post è un grazie ed è dedicato alle educatrici di mia figlia, Federica, Monia, Manuela e Sabrina e ai miei colleghi della comunità con cui ho lavorato negli ultimi 6 mesi, Federica, Irene, Luigi, Gabriele, Mary, Feda, Elena e Franca.

Questo è un post dedicato ad uno dei lavori più belli del mondo.

Questo è un post dedicato agli educatori e alle educatrici  professionali.

Buona viaggio, educatori ed educatrici e se non dovessimo rivederci come dice Truman ” buon pomeriggio, buona sera e buona notte…”