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contesaCara Viola.

Scrivo a te, a 9 anni puoi sicuramente capire cosa dico, perché come dice Janusz Korzack “Se continuiamo a stupirci per la perspicacia dei bambini, significa che non li prendiamo sul serio.” Poi, son sicuro che troverai il modo di spiegare a tua sorella quello che avrai capito. Lo farai a tuo modo e lei capirà, sicuramente.

Ti parlerò di precarietà, figlia mia. Ti parlerò quindi di: Mancanza di un reddito e di condizioni di lavoro adeguate su cui poter contare per la pianificazione della propria vita presente e futura” (fonte Wikipedia)

Te ne parlerò perché tuo padre è un precario. Coma tanti altri educatori, come tanti altri uomini e donne in questo complesso tempo. Ti parlerò di flessibilità e di me. Di punti fermi e di voi. Ti parlerò di fatica.

Che fatica fare il precario. Che fatica essere flessibile. Che fatica tentare, con scarsi risultati, di tenere fuori dal rapporto con te (e Lisa) la stanchezza e i pensieri prodotti da questi strani tempi. Che fatica fare il padre dentro un mondo che corre. Corre il mondo, corre il lavoro e quindi di conseguenza corre anche tuo padre. Che come ben sai non è in gran forma. Corre tuo padre e a volte si perde delle cose per strada. Perde pazienza, energia e volte anche lucidità. Ma sarebbe troppo facile scaricare sul mondo che corre le responsabilità dei miei errori, delle mie approssimazioni e delle comunicazioni errate. Almeno per un pezzo, queste imperfezioni, sono responsabilità mia. Il mondo che corre, rende solo impietosamente più evidenti le mie fragilità, di uomo e di padre.

In verità, amore mio, non saprei spiegarti se il tuo papà sia più precario, flessibile o per meglio dire ”piagabile”(stile sedia da campeggio per intenderci). So che ogni giorno, il ritorno a casa significa rientrare in uno dei pochi luoghi che di flessibile e precario non ha nulla. Voi ci siete. Sempre. Fisse. Ri- incontrarvi  (perché da 3 anni c’è anche tua sorella) alla sera è l’appiglio alla terra ferma, il ritorno in porto dopo una giornata di mare, spesso in burrasca, qualche volta solo mosso, raramente con mare piatto. Quando torno a casa, sento il grido : “ TERRA!”, appoggio il computer vi saluto e inizia un altro pezzo della mia giornata. Inizia forse il pezzo più difficile della mia giornata. Il pezzo della mia vita di cui sento maggiore responsabilità. Un pezzo prezioso per me e per voi che meritate tempo e spazio. Che meritate un padre tutto per voi. Che meritate energia tutta per voi. Che meritereste di non essere sfiorate dalle scorie della mia giornata da uomo flessibile e precario.

Ma questa è la vita, figlia mia, non è un videogioco in cui si può ricominciare da capo, non è uno spettacolo di teatro dove, aperta la nuova scena l’attore si cambia di abito, interpretando un nuovo ruolo. La vita è fatta così, ciò che succede in un luogo contamina ciò che succede altrove. Sarà poi responsabilità mia, che son “quello grande”, provare a far ricadere su di voi solo parte del mondo che corre. Un parte della corsa, figlia mia, invece, dovremo farla insieme.

Vista da questo punto di vista, la precarietà assumerebbe solo una connotazione negativa. Ma vostro padre, che è un personaggio strano, ha provato in questi anni a cercare anche il valore positivo (e pedagogico) del mondo precario e flessibile. La flessibilità e la precarietà, che se non son gemelle, son sorelle, ti costringono a ripensarti continuamente, ad investire, a gettare lo sguardo sul lungo termine, sul domani. Un precario non si può fermare, sedere (anche se a volte farebbe decisamente piacere) in questo senso, “le due sorelle” sono un deterrente alla noia. Il lavoratore flessibile non si annoia, questo è sicuro. In un certo senso, precarietà e flessibilità, ti costringono a correre dietro al mondo. Ad inventarti nuovamente, a cercare, a spostarti, a ri-progettare continuamente la tua vita lavorativa. In questo senso la flessibilità (la precarietà decisamente meno) mi ha aiutato molto in questi anni. Mi ha aiutato a dar valore a quello che sono, un “nomade dell’educazione”, un uomo che si innamora di tutto (o quasi) ciò che incontra, un uomo curioso ed errante. La flessibilità mi ha portato in tanti posti, mi ha donato la possibilità di fare differenti lavori, con tante persone e in tanti servizi. La flessibilità mi ha costretto ad incontrare gli altri, molto più di quanto avrei fatto se avessi avuto, come mio padre, il “posto fisso”.

Alla precarietà, invece non sono riuscito a trovare un valore cosi, positivamente, connotabile. Dalla precarietà mi porto via solo tanta fatica. Ma magari è proprio questo il valore, figlia mia, imparare a far fatica. Forse, come dico spesso ai genitori che incontro, dobbiamo imparare a far fatica noi, per aiutare i nostri figli ad affrontare il mondo, che di fatiche ne pone tante, anche quando non corre. Anche quando va piano, lentamente.

Vabbè, mettiamocela via così, Viola, come dice puffo quattrocchi: “ che è meglio”

A proposito. Tanti auguri. Goditi i tuoi 9 anni Viola e speriamo che il mondo rallenti un pochino. Anche solo un pochino andrebbe decisamente bene.

Con amore. Papà.

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interno_pagellaPerché son così importanti i voti?

Sono importanti perché non sappiamo usare altri metri di valutazione, perché valutare sinteticamente è più facile, perché ci permette in automatico di capire chi è il migliore, di stilare una classifica,  insomma. Sono importanti alle elementari, alle medie, alle superiori e addirittura all’università.

I voti sono stati importanti anche per me, anche troppo. Sono stati importanti quando mi sono incazzato per quel 36 alle superiori. Ma se ci penso la rabbia era quasi solo per l’ingiustizia, non per il voto. Per il fatto che ci fosse gente che aveva fatto molto meno di me e aveva alla maturità preso 40, 42 o addirittura 45.

Sono stati importanti quando ho festeggiato,  suscitando grande stupore nel professore di psicologia dell’età evolutiva, il mio primo 18 all’ università.

Ora non lo sono più e non è solo una questione di età.

L’importanza che diamo ai voti è una questione culturale, storica, antica, eppure in una fase (qualche anno fa) avevamo provato a parlare di giudizi, valutazioni, processi educativi e processi di apprendimento… e poi cosa è successo?

La nostra cultura pare condizionata dalla valutazione sintetica, dall’assillo dei numeri. Tutto deve essere semplificato e ridotto ad un numero e soprattutto ad una competizione interna. Il migliore della classe, il peggiore, eccetera, eccetera, eccetera…

La scuola non può e non deve essere un luogo in cui si corre uno contro l’altro, ma un luogo di cooperazione. La scuola non dovrebbe essere il luogo in cui insegnare l’importanza di ciò che si è imparato e si sta imparando?  Ai genitori pare rimanere in mente solo il voto finale,  come mai?

Sia chiaro, non soffro più dello spirito di competizione che mi pervadeva da giovane, ora per me il voto è francamente poco interessante. Son poco interessanti i miei, quelli di mia figlia, quelli dei voti di laurea degli educatori che mandano i curricula per la selezione. Sono poco importanti per diversi motivi, sicuramente, ma son poco importanti soprattutto perché mi dicono poco, quasi nulla di ciò che è successo e di ciò che ha portato a quella numerica sintesi.

Mi dicono poco di cosa hanno imparato le persone dietro i voti.

Immagino che molti saranno amareggiati perché le mie parole sembreranno vanificare il grande sforzo per raggiungere la lode nell’esame di gingillometria e scienze confuse, ma non ci posso fare nulla, il voto ha per me, oggi, un valore praticamente nullo.

Eccovi alcuni dei discorsi ascoltati in questo periodo dell’anno:

  • “…Cosa ha preso tua figlia?…”
  • “…Io mi aspettavo un voto più alto, invece…”
  • “…io son rimasto deluso, la maestra è un po’ stretta di voti…”
  • “….Mio figlio uscito con 110 e lode, il tuo?”

Questi discorsi sono importanti, sono una fotografia di un sistema di pensiero predominante, di un modo di approcciare l’apprendimento attraverso la sintesi finale. Ma la sintesi finale è un voto di media, una semplificazione che fa perdere il valore di ciò che si è imparato, che prova a ridurre e a stringere.

Ciò che si è imparato non è riducibile, va raccontato in modo prolisso, ricco, con novizie di particolari, esempi e aneddoti.

Settimana scorsa ho ricevuto la prima pagella di mia figlia. Son felice del percorso che ha fatto, perché ha imparato a leggere, a far di conto, a star seduta, a colorare meglio, a parlare inglese, ad aiutare il suo compagno nel momento di difficoltà, a gestire la rabbia e la stanchezza, a  sopravvivere ai compiti pomeridiani e a far fatica. Ha imparato a difendersi dai compagni, ha scoperto che i suoi genitori non credono ma che lei potrà credere se lo vorrà. Ha scoperto che si può parlare di giustizia a scuola, che nella sua classe ci son bambini con storie differenti, che le aspettative dei grandi son faticose da inseguire, che al suo papà e alla sua mamma interessa soprattutto ciò che ha imparato. Ha imparato, anche, che ci sono compagni che hanno preso voti più alti di lei.

Questo post è dedicato a quell’essere meraviglioso che risponde al nome di Viola (mia figlia), alle insegnanti che le hanno permesso di imparare tutte queste cose e a tutti coloro che credono ancora che la formazione sia importante per ciò che impariamo.

Christian S.

Chi legge il mio blog, sa che mi piace dar spazio a chi scrive di educazione. Oggi lo farò raccontando di uno strano incontro. Uno di quegli incontri che oggi chiamiamo : Virtuali.

Incontro Patrizia Gerbino in rete, qualche commento ai miei post, scambi interessanti e poi una strana proposta. “Ti andrebbe di leggere il miei libri ? (mi dice lei). Come si può non accettare una proposta del genere. Poche settimane dopo mi arrivano, via posta, i suoi due libri. Faccio fatica ad iniziare, perché capitano in un periodo complesso, strano pieno di impegni e con poco tempo. Poi trovo il tempo. Mentre lo leggo penso: “…una collega che ha voglia e tempo per raccontare cosa fa,  bene.”

i passi di andrea

Quello che mi trovo di fronte è un libro che racconta, passo dopo passo, l’incontro con un bambino autistico e le strategie professionali messe in campo per aiutarlo nel percorso didattico e di crescita personale. Un libro diretto, chiaro e leggibile. Un libro che accenna anche ad alcune delle  metodologie possibili.

Bell’idea quella di raccontare il proprio lavoro, quello di farla in un libro e quella di lasciar traccia di ciò che facciamo. Bell’idea in tutti i sensi, insomma.

Clicco Mi Piace (…è o non è un incontro virtuale?)

Patrizia Gerbino ha scritto anche un’altro libro, che si intitola Nuvole Perdute e raccoglie le lettere di un anziano che racconta di se’ e dell’amore.

Se volete saperne di più oppure volete i suoi libri eccovi il contatto: patrizia.gerbino@alice.it

Christian S.

frammenti

Lavoro (…e mi sento fortunato)Sette ore a settimana a Milano, Undici ore a settimana Pavia,Tre ore al mese a Bergamo, Cinque ore al mese a Brescia, Quattro ore a settimana a Como,Una volta all’anno ad Varese,Una volta al mese per la regione Lombardia, Una/due volte al mese per per il comune di Parma. Mi hanno proposto 3 ore al mese a Parigi, che faccio? Accetto?

Ho più datori di lavoro che lavori!

Christian S.

festa

20000 clic!

Il mio blog è nato nell’ottobre 2011, quasi come uno scherzo, in una fase strana della mia vita professionale, quando avevo ancora un po’ di tempo libero. Non avrei mai pensato che mi sarebbe piaciuto così tanto scrivere, che così tante persone avessero piacere a leggere ciò che succede nel blog e che diventasse così importante per me curare questo luogo così particolare.

Voglio approfittarne per ringraziare chi mi segue costantemente, chi ha contribuito a scrivere alcuni post, chi ha pubblicato nel blog i suoi libri, chi commenta spesso ciò che scrivo e chi lo fa sporadicamente, chi mi sostiene, i 226 che hanno cliccato mi piace e anche chi mi legge ogni tanto.

Voglio ringraziare soprattutto chi mi ha ringraziato per ciò che scrivo.  L’idea che biviopedagogico possa essere utile anche ad altri mi riempie di felicità.

Grazie a tutti, insomma.

Grazie a Marco Bottani ( www.ibot.it) per le foto.

Christian S.