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“Quando smetti di usare la fantasia il nulla ti porta via tutto” ( cit: la storia infinita )

le ali

I bambini voglio credere, anche quando scoprono che alcune cose non esistono. Hanno ragione, perché il mondo della fantasia è meraviglioso. Gli adulti ricorrono sempre meno alla fantasia, sempre più compressi verso la ricerca di ciò che si può realizzare, alla ricerca, insomma, di strategie per affrontare l’oggi. Il rischio è che le difficoltà spingano a star bassi, schiacciati, seduti ad attendere. Il rischio che corriamo è che anche potendo saltare 2 metri si metta l’asticella a 180 cm, in modo da essere sicuri del risultato. Il rischio che corriamo abbassando l’asticella è che si smetta di cercare, di provare strade “che ci sembrano” impossibili. Smettiamo di credere nella fantasia, perché quello è il mondo dell’ impossibile. Di ciò che a noi pare impossibile. I bambini invece, dato che ci credono e ci provano, alcune volte ci riescono.

Per chi fa educazione, la parola impossibile è un macigno spesso difficile da spostare. La parola impossibile rimanda a ciò che non  possiamo fare, a ciò che è inutile tentare di raggiungere. Al limite, al confine del nostro agire e presidiare.

«Fantàsia non ha confini, è il mondo della fantasìa umana. Ogni suo elemento, ogni sua creatura scaturisce dai sogni e dalle speranze dell’umanità, e quindi Fantàsia non può avere confini. Fantàsia muore perché la gente ha rinunciato a sperare e dimentica i propri sogni, così il Nulla dilaga. Il Nulla è il vuoto che ci circonda, è la disperazione che distrugge il mondo e io ho fatto in modo di aiutarlo perché è più facile dominare chi crede in niente. E questo è il modo più sicuro di conquistare il potere. Sono il servo del potere che si nasconde dietro il Nulla.» Gmork

Il mondo di ” Fantàsia” è un mondo necessario ai bambini, ma lo è anche per gli adulti, schiacciati dalla necessità di presidiare  vincoli e necessità quotidiane. Lasciarsi andare alla fantasia, ai sogni, per un adulto vuol dire progettarsi verso un futuro, al di la di ciò che la nostra mente riconosce come possibile. Provare anche a raggiungere ciò che ci “pare” impossibile.

Vista da questo prospettiva, provare a cercare l’impossibile è un rischio necessario, forse inevitabile.

In questo periodo progettare e  lanciare uno sguardo sul futuro è una necessità anche per chi lavora nei servizi educativi, anche se un futuro pare non esserci. Pro-gettare (gettare avanti), guardare oltre ciò che ci sembra possibile, oltre ciò che sarebbe ragionevole, perché la crisi si sta mangiando i servizi pezzo per pezzo e solo in questo modo si può provare a lasciare aperte alcune strade.

Mia figlia questo Natale, pur avendo scoperto che Babbo Natale non esiste, ha voluto crederci comunque. Ha scritto la lettera, lasciato latte e biscotti vicino al camino, fatto le solite 500 domande su come funziona e atteso sino al mattino del 25 con grande trepidazione per poter aprire i regali. Forse è andata così perché avevamo appena visto la storia infinita o forse perché ha ancora solo 7 anni, ma poco importa, è andata così, è stata questa la sua decisione. Una decisione che in famiglia abbiamo deciso di rispettare.

Forse io, ho delle cose da imparare da lei.

Il nulla ( “il male che affligge il mondo di Fantàsia”) si vede e si sente anche da noi.  Sta a noi provare a contrastarlo, ma qui non basta dare il nome alla principessa (come succede nella storia infinita), qui è necessario provare a rinominare il senso profondo della parola “educazione”.

Insomma…. cosa significa educare in tempo di crisi? Verso che cosa educhiamo?

Auguro a tutti voi un 2014 di grande Fantasia.

Christian S.

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acqua - bimbo

Novembre 2013. Fiocca la neve. La prima o forse l’ultima dell’anno.

Viaggio in macchina con le mie figlie. La più grande accarezza la piccola proprio sopra il naso. La piccola, ovviamente si addormenta. Io sbircio dallo specchietto e sorrido, felice.

Il gesto che osservo è lo stesso che ho fatto per anni alla mia figlia più grande e che non avevo mai ripetuto con la piccola. Un gesto che io, avevo stranamente accantonato.

Ciò che vedo mi riempie e mi rende felice. Mi piace il gesto perché lo sento mio, profuma di gesti che si tramandano, di padri e madri. Profuma di cura e di educazione. Della storia di una famiglia.  Profuma di un gesto dimenticato, smarrito e che mia figlia ha recuperato, forse perché è uno dei gesti che le ha tenuto compagnia in alcune delle notti del suo sonno tempestoso. Un gesto apparentemente dimenticato, almeno da me.

Ma i gesti, almeno alcuni, non scompaiono, si addormentano per poi svegliarsi di colpo, quando meno te lo aspetti. Rimangono nella memoria, forse e alcune volte più delle parole. Alcuni gesti rimangono sulla pelle, ne rimane traccia anche se non ci sembra.

Per un uomo di parola come me, osservare la potenza dei gesti è un grande insegnamento. Lo è come padre soprattutto come uomo. Imparare a dare ai gesti il giusto valore e la giusta importanza è uno degli miei obiettivi futuri.

Ogni tanto, affidarsi ai gesti aiuta, rallenta le parole, le ferma, le rimette al loro posto. Credo che, nell’era della parola il gesto vada ad assumere un significato ancora più prezioso, perché ancor più raro.

Io ho bisogno di rallentare le parole ed affidarmi ai gesti mi fa bene. Soprattutto quando sono così intensi e caldi. Mi piacciono i gesti che parlano di eredità. Mi piacciono i gesti che rendono naturale l’educazione.

Mi piace soprattutto guardare le mie figlie che si prendono cura una dell’altra.

Christian s.

La foto è di Marco Bottani ( http://www.ibot.it)

Oggi vi parlerò di uno dei miei blog preferiti.  Si chiama genitori e figli  http://genitorifigli.wordpress.com/

play mobil

Quando in rete incontro dei blog interessanti, mi prende una fortissima voglia di scoprire, capire e curiosare. Devo dire che non mi capita spesso, ma quando capita non possa fare a meno di cercare all’interno del blog informazioni per capire chi scrive, il mio viaggio è alla ricerca dei volti, dei lavori, degli stili e delle professioni.

Quando riesco a capire chi scrive, li immagino un po’ come me, seduti sul divano intenti a scrivere il nuovo post.

Quando ho incontrato questo blog la cosa che mi ha colpito di più è stata la passione generalizzata per i temi educativi. Pedagogisti, educatori, psicologhe, formatori e blogger, non importa la formazione, ciò che emerge è la passione per i propri figli e per il racconto. Ciò che emerge è la voglia di parlare di ciò che succede nella scuola, nel mondo dei servizi che accompagnano i bambini verso la crescita e nella vita in generale. Voglia di parlare di cinema. Voglia di suggerire e consigliare.

Quando leggo genitori e figli quello che vedo è lo sguardo dei genitori. Lo sguardo che vorrei in alcuni post provare a usare anche io. E’ un blog intenso, aperto, pieno di domande, ipotesi e idee. E’ un blog collettivo, scritto a 14 mani e con 7 stili e questo mi piace moltissimo perché bypassa il rischio che lo stile narrativo sia sempre lo stesso.

Le imprese collettive hanno sempre avuto si di me un fascino particolare, non ci posso fare nulla.

E’ un blog leggero. Come vorrei fosse il mio qualche volta, perché per me la leggerezza è un valore assoluto. E’ un luogo di genitori per i genitori. Un bel luogo insomma.

Se tornassi indietro, forse, aprirei un blog così, un blog condiviso. 

Christian s.

La foto è tratta dal loro blog.

Ecco altri siti e blog fatti da genitori per i genitori.

http://genitoricrescono.com/

… e quelli fatti da alcuni, luccicanti, papà.

http://labencheminimaidea.wordpress.com/

http://stratobabbo.blogspot.it/

http://congedoparentale.blogspot.se/

http://babbonline.blogspot.it/

http://www.thequeenfather.com/

Thumb-17

Aprile 2013

 SuperVisione Pedagogica

Un educatore si interroga sul suo ruolo all’interno di un intervento educativo con un ragazzino ipoacusico (non udente) e quattordicenne.

Ed: …faccio fatica, lui continua a dirmi : “…se mi bocciano è colpa tua, se non faccio i compiti è colpa tua, se non capisco è colpa tua, ecc “

Ed: …non ne posso più, sembra che lui non abbia nessuna responsabilità e tutti intorno a trattarlo come un bambino, ma lui non è più un bambino.

Breve riflessione: I ragazzi con disabilità, in alcuni casi, sembrano non potersi permettere di essere anche adolescenti perché gli adulti che li accompagnano nella crescita fanno una tremenda fatica nel vedere cosa c’è oltre il loro handicap. La disabilità sembra coincidere con la persona stessa. Il resto pare scomparire. E’ per questo che dire persona con disabilità o disabile non è AFFATTO la stessa cosa, ed è per questo che risulta così importante educare anche gli adulti all’utilizzo di lenti di osservazione differenti da quelle che solitamente si trovano ad indossare.

  • Che fare allora? Come si aiuta un 14 enne con disabilità e il suo sistema di relazioni (genitori, insegnanti e adulti) a fare i conti con il bisogno “vitale” di imparare a diventare grande?

Aiuterebbe, almeno inizialmente, provare ad osservarlo nello stesso modo in cui guarderemmo un qualsiasi altro adolescente?

Christian S.

Ps: Grazie Paolo.

foto di Massimo Casiraghi http://www.massimocasiraghi.com/

festa

20000 clic!

Il mio blog è nato nell’ottobre 2011, quasi come uno scherzo, in una fase strana della mia vita professionale, quando avevo ancora un po’ di tempo libero. Non avrei mai pensato che mi sarebbe piaciuto così tanto scrivere, che così tante persone avessero piacere a leggere ciò che succede nel blog e che diventasse così importante per me curare questo luogo così particolare.

Voglio approfittarne per ringraziare chi mi segue costantemente, chi ha contribuito a scrivere alcuni post, chi ha pubblicato nel blog i suoi libri, chi commenta spesso ciò che scrivo e chi lo fa sporadicamente, chi mi sostiene, i 226 che hanno cliccato mi piace e anche chi mi legge ogni tanto.

Voglio ringraziare soprattutto chi mi ha ringraziato per ciò che scrivo.  L’idea che biviopedagogico possa essere utile anche ad altri mi riempie di felicità.

Grazie a tutti, insomma.

Grazie a Marco Bottani ( www.ibot.it) per le foto.

Christian S.