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Sono stato al Convegno di Animazione Sociale sui giovani dal titolo Nuove Generazioni e altre generativitàIl 24 e 25 febbraio 2017.

Quando parti per andare in formazione hai sempre la speranza di tornare con qualche nuova scoperta. Non sempre accade.  Questo convegno invece, per me, è stato uno di quei casi. Sono tornato con un sacco di spunti, qualche dubbio e soprattutto con alcune domanda nuove, utili per ri-orientare il mio sguardo e per aiutare gli educatori con cui lavoro a metter pensieri nuovi.

Nuovi sguardi e nuove domande. Ecco come si apre e chiude il convegno: con il suggerimento, per chi si occupa di giovani in ambito socio-educativo di provare a cambiare modo di guardare, di guardarli. Cambiando, se possibile, anche le domande da porsi. Il convegno si chiude con una provocazione forte dell’attore Enrico Gentina. E’ una provocazione importante per chi come me spesso cerca di capire meglio le cose e cerca di capirli.

Cerchiamo sempre di capirli, ed invece…

“E se provassimo a pensare i giovani come supereroi? E invece “non ti capisco, non ti capisco, non ti capisco…”, ma è così necessario capirti? Sapere che ti ho capito? Interrogarmi continuamente perché tu possa sentirti capito, compreso, compresso, svelato…? E se invece mi preparassi al meglio di quello che posso essere e mi mettessi al tuo fianco? Perché noi siamo animali: se scappo tu mi rincorri, se mi abbasso tu ti abbassi, se alzo il livello tu alzi il tuo. L’invito è allora pensare a come mi pongo, a curare il nostro profilo: non quello di facebook ma quello che mettiamo in gioco nella relazione con loro, con i ragazzi.!” (E. Gentina)

A proposito di sguardi: chi organizza il convegno propone relatori dagli sguardi “altri”. Intervengono un pedagogista (Andrea Marchesi), una filosofa (Luigina Mortari), un’ antropologa (Vincenza Pellegrino), una sociologa (Ivana Pais) , un’economista (Roberta Carlini), un architetto (Stefano Boeri), un attore (Enrico Gentina) e la Compagnia del teatro Elfo Puccini. Tutti gli interventi provano a declinare il tema partendo dal proprio punto di vista. Diventa tutto molto interessante perché  fuori dalla deriva propria del mondo dell’educazione odierna. Deriva che spinge a parlar tra di noi, tra chi di quello si occupa, di quello si è formato, di quello vive e mangia. Propone uno sguardo “altro” ma che dell’educazione parla, perché l’educazione è fatta anche da altri. Fatta dagli urbanisti, che incidono sulla struttura delle nostre città, dagli artisti, che narrano dell’educazione, dalle strutture economiche e sociali che cambiano e condizionano anche le interazioni tra adulti e giovani. Mi torna fuori una domanda che da tempo gira per la mia testa.  Una domanda che mi pongo sempre più insistentemente, soprattutto da quando di educazione si occupano, soprattutto, educatori e pedagogisti.

E se fosse, invece, il caso di provare a farci aiutare a guardare l’educazione utilizzando altri sguardi? Se ci fosse il rischio che da dentro ci manchino alcune prospettive? Se stessimo rischiando di guardare il mondo dell’educazione da una prospettiva troppo parziale?

A proposito di giovani: nel pomeriggio, nei workshop, incontro i giovani e i ragazzi del progetto socialday. Un’esperienza che mette al centro il volontariato e la raccolta di fondi per progetti di cooperazione internazionale, dove al centro ci sono loro, i ragazzi. Loro valutano i progetti da finanziare, fanno il bando, si cercano il lavoro, stipulano il contratto e recuperano i soldi. Un progetto che è passato dai 1200 euro raccolti nel 2007 agli 82000 euro del 2016 e ha visto impegnati 8500 ragazzi delle scuole medie e superiori. Un progetto che entra a far parte del POF (Progetto dell’Offerta Formativa) delle scuole e che considera i ragazzi come costruttori di connessioni, come i reali protagonisti della costruzione della rete sul loro territorio. Non male dire.  Incontro l’esperienza e soprattutto incontro loro: 6 ragazzi dai 14 ai 19 anni, ragazzi che discutono con gli adulti, alla pari, senza indietreggiare o aver paura. Senza che la differenza di età e competenze li condizioni in alcun modo. Raccontano in modo chiaro, parlano di loro, ma parlano anche di noi. Quando parlano di noi ne parlano così: Silvia “noi abbiamo bisogno che gli adulti ci appoggino”. Penso a quel “appoggino” e alle parole che avrei usato io o alcuni dei miei colleghi educatori (accompagnamento, insegnamento, aiuto, …). Sento che Silvia ci propone qualche cosa di nuovo, rispetto alla posizione e alla funzione degli adulti e soprattutto degli adulti educanti. Gli adulti resistono all’immagine e alla posizione che i ragazzi ci attribuiscono. Spesso le domande sono connesse al ruolo degli adulti. In questo progetto dove sono gli insegnanti? Gli educatori?. La risposta che ci danno è che ci sono, camminano al loro fianco, ma  il ruolo centrale rimane quello dei ragazzi, che lentamente tessono la ragnatela e connettono tutto ciò che gli sta intorno. Formano loro i compagni, organizzano gli eventi, selezionano i progetti e li votano, raccolgono i soldi. Connettono le realtà del territorio (pubblico, privato e familiare) tutti intorno al progetto e intorno a loro. Io li osservo e mi accorgono che mi piace ciò che mi dicono, mette in discussione alcune cose che pratico, ma mi piace.

Se fosse arrivato il momento di cambiare prospettiva. Non gli adulti, quindi, che accompagnano i giovani all’incontro con il loro territorio, ma viceversa? Se ci facessimo condurre da loro provando a lasciargli la possibilità di indicarci quale è la strada che vogliono percorrere?

A proposito di simmetrie e asimmetrie: L’incontro con i ragazzi mi costringe a fare i conti con una questione per me preziosa che qui diventa assai spinosa. Il rapporto di asimmetria tra adulti e giovani. Il valore dell’asimmetria in educazione, oggetto principale della mia formazione, scricchiola. Vacilla ma non cade. Mi tocca reinterpretarlo. Mi tocca anche fare in conti con una richiesta, un desiderio dei giovani che mi arriva chiaramente nell’incontro con loro. Hanno voglia di far loro, di essere un nodo centrale. Ci chiedono di esserci ma in modo differente. Ci chiedono di non considerarli vuoti, stupidi, ci chiedono di rischiare insieme a loro. Ci dicono di esser pronti. Ci rimandano che sono in grado di aiutarci a guardarli. Ci ricordano, anche attraverso il sociaday, il valore delle altre esperienze di apprendimento peer to peer.

Se provassimo, almeno in alcuni casi, a pensare che l’apprendimento alla pari non sia solo un percorso “esotico”. Una specie di sottoprodotto dell’insegnamento tradizionale? Una questione di poco conto? Se provassimo a dargli lo stesso valore che gli danno loro?

A proposito di ascolto: Alla fine dell’incontro i ragazzi ci rimandano di essersi sentiti ascoltati, lo rimandano con grande felicità e stupore. “Avevamo paura di incontrarvi e invece …. “. Questa sorpresa dovrebbe interrogarci, tutti. Lo stupore ci lascia alcune domande sulle quali forse dovremmo lavorare.

Con quali occhi e con quali categorie di pensiero stiamo guardano i ragazzi? Con quanti e quali pregiudizi? E se fosse venuto il momento di smetterla di dire che noi sappiamo cosa sia meglio per loro e cominciassimo a chiederglielo?

A proposito di generatività: Se fosse il caso di provare a lasciarli generare? Magari noi ci potremmo occupare di costruire luoghi idonei per incontrarli, come diceva Enrico Gentina “prendendoci cura del nostro profilo”.

Christian Sarno

Ps: Ringrazio la Libera Compagnia di Arti e Mestieri Sociali che ha sollecitato, permesso e sostenuto questo mio momento formativo. Cosa che visti i tempi è proprio #tantaroba

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Milano 2013

Inizio 2014, poco fuori da una scuola elementare.

Una madre, mentre ritira il figlio, viene richiamata dalla maestra. Non sento il dialogo che ne segue, ma ne osservo incuriosito la mimica, i gesti e le espressioni. Quel giorno ho tempo e allora aspetto, guardo, osservo discretamente, e cerco di capire. Il film che vedo è quello di un dialogo che dura circa 15 minuti, in cui la madre non parla mai. La madre annuisce e basta. Muove la testa con una cadenza costante. La sensazione è che la maestra stia rimandando alla madre qualche informazione sul comportamento del figlio. La sensazione è che le stia raccontando una storia già sentita a cui la mamma non sa più né come rispondere né cosa dire. Finito il dialogo la madre si allontana pensierosa, testa bassa e sguardo preoccupato.  Ho anche la netta sensazione che la mamma si senta pesantemente in colpa. Come se la comunicazione le abbia rimandato, ancora una volta, di non essere in grado di risolvere il problema portato dall’insegnante.

Questa storia la sento molto vicina, perché spesso mi son trovato, sia da genitore sia da educatore ad annuire o far annuire gli altri. Sono state le domande che mi son fatto che mi han permesso di imparare qualche cosa da ciò che accadeva e di trovare nuove possibili domande e quindi risposte differenti.

Quindi:

  • Che scopo ha raccontare ad un genitore le difficoltà che il figlio ha a scuola, se ciò che gli rimandiamo non pare modificare nulla? 
  • Come possiamo aiutare i genitori a far tesoro delle informazioni che diamo loro?
  • Il fatto che la madre non faccia mai una domanda non ci lascia nessun dubbio sull’efficacia della nostra comunicazione?
  • Se la madre non ha nulla da chiedere, da approfondire? E’ solo un problema suo?

Ho imparato, negli anni, ad ascoltare l’effetto delle mie parole, perché è da questo che si possono imparare delle cose su come si comunica. Ho capito che se dalla stessa domanda arriva la stessa risposta forse è il caso di provare a cambiare la domanda iniziale.

Ho capito con il tempo che l’educazione è cambiamento. Può anche succedere di non riuscire a cambiare nulla. Ma se nulla cambia perché non riusciamo a cambiare il nostro modo di comunicare, forse per un pezzo, abbiamo la responsabilità di quell’immobilismo.

Christian S.

Mongolia 2009Questo  Post è dedicato a te, Zia A, con la speranza che tu possa rialzare la testa, piano piano, mentre ti allontani dal cancello della scuola.

Le foto sono di Marco Bottani (www.ibot.it)

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blog day

Ogni mese il gruppo Facebook “Educatori, consulenti pedagogici e pedagogisti  propone un tema, una riflessione educativa, alla quale partecipare con un proprio contributo scritto.

Una volta raccolti, quest’ultimi vengono ospitati e divulgati dal circuito blogger di Snodi Pedagogici.

Il tema del mese di febbraio: Pedagogia e Scuola

“Con l’ingresso nel circuito scolastico i bambini smettono di essere “esclusiva proprietà” delle famiglie ed entrano a pieno diritto nella società come soggetti. Subito dopo il contesto educativo per eccellenza (la famiglia) è la scuola il luogo in cui bambini e ragazzi passano la maggior parte del loro tempo.
Come e quanto viene percepito dalla scuola e dai suoi attori il ruolo educativo che viene loro chiesto? Qual è l’anello mancante nel processo insegnamento-apprendimento? Come vivono la scuola coloro che ci lavorano?”

Ospito con grandissimo piacere lo scritto di Federica, che comincerò a conoscere tramite ciò che scrive. Strana e bella questa cosa che succede con i Blog Day, conoscere le persone per quello che raccontano e non per come sono fisicamente. Strana ma molto pedagogica. Perché una delle cose che fa l’educazione è raccogliere e accompagnare le persone dentro le loro storie. Raccontare e ascoltare, sostenere e prendersi cura del rapporto con le proprie cose. Buona Lettura. Christian S.

Verso le 11.00 di mattina, in una scuola dell’infanzia, dialogo con delle insegnanti, donne, che nella maggior parte, è da più di venti anni che insegnano, alcune nella stessa scuola. Sono sedute davanti ad un calorifero, vicine, molto vicine, nel salone adibito per il gioco “libero” dei loro bambini, alunni, che corrono, gridano, giocano, simulano e tutto ciò che di altro non ho visto.

Raccolgo riflessioni e lo esplicito, vorrei scrivere un articolo che parli della scuola, ma forse è più una riflessione che parlerà anche delle loro idee e della loro scuola, non solo della mia idea.

Al pomeriggio, il sole colora e scalda e i bambini possono giocare nel giardino della loro scuola, nel dopo-pranzo, nell’altro spazio-tempo del loro gioco “libero”. Porgo loro altre domande mentre osservano i loro bambini, alunni, giocare, correre, camminare e tutto ciò che di altro non ho visto.

Avevo una scaletta, pensata, preparata fra riflessioni e domande aperte, ma alla fine nessuna risposta e riflessione sembrava portarmi nuove idee, nuovi spunti riflessivi, per cui scrivere. Finchè tutte annoiate, maestre e io, dei soliti discorsi che si sentono che alimentiamo anche noi, che tinteggiano idee  e punteggiature ridondanti della cultura, società e scuola odierna che il titolo di un saggio ben rappresenta “L’epoca delle passioni tristi”, seppur le riflessioni interne dei due autori pennellano possibilità diverse, ecco che una domanda apre possibilità di vedere e scrivere della scuola.

Annoiata, del solito, chiedo “ma voi rispetto le mie domande, e le nostre riflessioni dove vi posizionate, in queste idee?”. Un’insegnate scherza e risponde aprendo al nuovo: “Qui, dove siamo sedute, in panchina”. (Le insegnanti infatti nel giardino erano sedute tutte vicine su delle panchine a guardare i loro bambini, alunni; così come la mattina erano sedute tutte vicine al calorifero). Alla mattina cercavano calore in un calorifero. Al pomeriggio nella loro vicinanza sulla panchina…. Cercavano calore? Vicinanza? Solidarietà e solidità dell’unione? Non lo so, ma loro fra tutti i discorsi proposti erano in “panchina”.

Eccole in panchina ad osservare i loro bambini, in panchina di fronte ai loro bambini.

Trovo il loro posizionamento strategico e difensivo, posso anche vederlo come un posizionamento particolare perché queste insegnanti, in panchina, sono dei giocatori che aspettano di giocare la loro partita, o sono degli allenatori che osservano i loro giocatori?

Non lo so non l’ho chiesto ero attenta a trovare la novità, che non ho subito cercato la complessità della loro posizione. Sono maestre, insegnanti che però si credono e sentono anche educatrici, dei “loro bambini”, che magari in altre scuole sono alunni, ma in quella scuola sono “i loro bambini” e che si chiedono come mai se alla società e alla cultura si possano riconoscere e anche accettare, magari passivamente, penso io, caratteristiche di incertezza, insicurezza e fragilità alla scuola queste caratteristiche non le si devono e possano associare. Il mondo cambia e anche la scuola cambia, ma a questa Istituzione  si possono associare alcune caratteristiche del nostro tempo? Una scuola può essere insicura? Incerta? Fragile?

Non ho una risposta, ma un pregiudizio da dichiarare: anche la scuola sta vivendo di fragilità ed insicurezze il suo mandato, il suo ruolo come lo vivono chi la abita; ecco forse perché quelle maestre stanno in panchina (forse temporeggiano di giocare una gara o a distanza vivono la fragilità del contesto?).

Le insegnanti e gli educatori, che ho incontrato nel mio lavoro di pedagogista, cercano di accogliere le sfumature di ogni bambino, i suoi colori cercando risposte ai loro comportamenti, a volte alle loro difficoltà, ai loro bisogni educativi. Cercano tutti risposte, a volte anche io, iniziando sempre frasi con un “… perché”, dimenticando spesso di iniziare a riflettere con  “come…”.

Perché questo bambino non ha regole? perché non parla? Perché la famiglia non ha ascoltato le mie riflessioni?

Pensate che punteggiature diverse possono avere queste perplessità: come si regola questo bambino? Come parla o comunica con me e gli altri? Come ha accolto le riflessioni la famiglia?

Nel COME intravedo possibilità di trasformazioni, gioco una partita non dalla panchina, ma nel campo iniziando a cogliere quale nuova strategia mettere in gioco, per non soffermarmi su delle risposte lineare e ricercare complessità e bellezza del lavoro nella scuola. Un lavoro di una complessità così profonda che richiede elogio alla bellezza della complessità, senza spaventarsi ed arenarsi, ma ricercando bellezza.

In ogni classe, non vi è solo un lavoro e una programmazione del gruppo da portare avanti, ma vi sono quasi 30 specificità da contemplare e ammirare, aiutandoli ad esprimere il “più proprio poter essere” nel mondo. Siamo in panchina ad aspettare che i bambini che incontriamo possano giocare, con tutte le loro possibilità e riconoscendo i propri limiti, la loro partita.

Una partita che ha anche altri allenatori, le loro famiglie con genitori che spesso si rivolgono agli insegnanti quasi con sfiducia rispetto le loro professionalità, oppure con una completa delega, oppure …

Quando ammiriamo la complessità del nostro campo, dobbiamo anche rivolgerci alle tribune a tutti quei genitori che accompagnano i loro figli; ogni nostra domanda e riflessione non può non essere condivisa anche con loro: non sempre ci saranno alleanze perfette, ma questo non vuol dire non appellarsi agli spalti e agli osservatori dei loro figli e dei loro insegnati. A mio avviso anche questo è un compito della scuola che se oggi è impegnata a “fare squadra”, vuol dire non dimenticarsi di loro, dei genitori, sfidati ad essere Tifosi e non i “secondi avversari” della scuola.

Delegano, non ascoltano, configgono, dubitano…. Mostrano energia da mettere in campo: COME trasformarla?

Nel COME intravedo trasformazioni e sguardi di DESIDERIO, desiderio di non segmentare la complessità, ma di ricercarne la bellezza. Quel desiderio tanto ricercato nelle programmazioni, quel desiderio di coinvolgere, aprire ed emozionarci nel mondo scuola. Desiderio di apprendimento e di conoscenza sia per gli insegnati, che per gli alunni che per i genitori.

Io, attrice e spettatrice della scuola, desidero bellezza e desiderio nella scuola, almeno nella scuola… come? Lascio alcune domande?

Come ci posizioniamo con i nostri alunni (bambini, ragazzi, adulti)? E con le loro famiglie?

Come generiamo apprendimento? E quale valore diamo al Meta-apprendimento?

Come pensiamo di fronte alle difficoltà osservate in alcuni bambini?

Come consideriamo le emozioni dei nostri bambini, dei genitori? E che ruolo hanno nel processo di apprendimento?

Come valutiamo? Anche il colorare ora è esercizio di coloritura e segue una valutazione (questa domanda sarà anche sarcastica… ma ora l’ho scritta)? Come è vissuto dai bambini il colorare?

Come desideriamo la scuola? Come ci sediamo su quella panchina?

Di Federica Vergani

Ecco i blog che partecipano all’evento:

pulici

Primo scatto: una notizia.

«L’idea sembrava geniale. Aprire la curva chiusa per i cori razzisti ai piccoli tifosi. Peccato che durante Juventus-Udinese i ragazzini abbiano insultato Zeljko Brkic, portiere della squadra friulana.» (Il foglio 3 dicembre 2013).

Secondo scatto: una spiegazione.

«Marotta A.D. della Juventus “noi abbiamo voluto riempire lo stadio perché, diceva un sociologo, “il calcio senza spettatori è pari allo zero”, era impossibile vedere delle tribune vuote» (Corriere dello Sport 2 dicembre 2013)

Terzo scatto: l’opinione.

«Paolo Pulici oggi allena i giovani ragazzi della Tritium a Trezzo d’Adda ed interpellato sui giovani e del cattivo esempio dato dalle famiglie: “La mia squadra ideale è una squadra di orfani. Molti rovinano i figli senza nemmeno rendersene conto. Non hanno raggiunto i risultati sperati e riversano sui bambini le proprie frustrazioni. Dai, diventa ricco e famoso, così possiamo comprarci la villa”». Corriere della sera 6  Dicembre 2013

Paolino Pulici, 172 gol con la maglia del Torino, è stata una mia bandiera, una delle ultime ma questo è un altro discorso.

Qui c’è tutto un mondo: il pedagogico che passando per lo sport diventa letteratura, di più, filosofia.

La sola idea di una squadra di bambini orfani sembra la trama ideale per una fiaba, per un racconto o perché no un film.

Niente di nuovo, sia chiaro, basta pensare all’ideale greco che assegna il primato della collettività alla dimensione privata della famiglia. La responsabilità educativa è innanzi tutto della polis prima che della famiglia.

Che dire poi del riferimento allo sport. Già perché qui non si dice la prepotenza, la provocazione,  il comunitarismo educativo richiede il suo primato quando si parla di sport. Un richiamo che non può non far pensare al ginnasio, la palestra dove formare l’uomo quale membro della città. Di più richiama l’ideale educativo comunitario più autentico e spietato : quello di Sparta e i suoi cittadini soldato. Già perché se la squadra è di orfani probabilmente anche l’orizzonte di vita atteso di questi orfani si dovrà spendere all’interno della dimensione sportiva. L’esperienza sportiva è autentica non solo per crescere la disciplina, le virtù sportive e le competenze connesse ma perché è l’esperienza sportiva è paradigma stesso dell’educazione.

Più semplicemente la possibilità di educare in assenza di genitori rappresenta il sogno pedagogico di ogni educatore, finalmente libero di lavorare senza fastidiose interferenze, plasmando al meglio la materia con cui si opera.

Ma c’è molto altro

L’affermazione di Pulici infatti non è una proposta metodologica, non un programma di lavoro ma è molto meno di un auspicio, piuttosto, uno sfogo dettato dalla frustrazione di non poter esercitare la professione di allenatore nel pieno del suo significato educativo. Lo sport, il calcio, si ritrova oramai ostaggio dei più bassi istinti dei genitori dei atleti , dalle aspettative di riscatto delle ambizioni frustrate dei genitori riverse sui figli, da una passione per la disciplina sportiva alimentata quasi esclusivamente dalla ricerca del successo e della ricchezza, non dal desiderio di crescita e dall’amore per il gioco.

Allenare senza genitori di torno è anche una manifestazione di impotenza: una disperata richiesta che qualcuno si prenda carico di educare questi genitori, già che lo sport non è più in grado di insegnare loro alcunché.  Il genitore non è nemmeno il destinatario dello sfogo perché, considerato oramai come l’attore di una vicenda educativa cui si farebbe volentieri a meno.

C’è da chiedersi come agisca il genitore la rovinosa azione disturbante. Facile immaginarlo mentre trasmette ed enuncia i propri valori e le proprie ambizioni rivolto ai figli, a tavola o nel tragitto per andare alla partita, oppure mentre impreca durante la settimana contro l’allenatore colpevole di far perdere la squadra o di non tenere nella giusta considerazione le doti del figlio. Ma l’azione più incisiva ed efficace del genitore è quando impreca dagli spalti, quando mette in scena il suo peggio. Quindi proprio quando entra nella parte che gli è assegnata dal dispositivo del calcio, altrettanto costitutiva del calcio come sport: lo spettatore, il pubblico ma soprattutto il tifoso.

Infatti, su questo aspetto, Marotta ha ragione quando sostiene l’insussistenza del calcio come spettacolo in assenza di un pubblico. Chi altri sono i componenti del pubblico, nei tornei giovanili, se non tanti e tanti papà che avrebbero il compito di conformarsi alle buone maniere e ai valori dello sport ed invece spesso sovvertono anche le minime regole di buon senso.

Ecco un primo paradosso che è bene sottolineare. Se il calcio ha da dire qualcosa sul piano educativo (e non mi sentirei mai di sostenere il contrario) sia pure il calcio, si può manifestare e realizzare a pieno solo se ricompreso anche come evento di spettacolo, al pari di una piece teatrale. IL calcio è spettacolo: c’è una ribalta, gli spalti, gli spogliatoi, gli attori, i registi, le regole entro le quali le azioni che si svolgono hanno un senso, un tempo finito, una trama, financo uscieri, bigliettai e vigili del fuoco e solo se tutti assieme si funziona si ha un buon spettacolo. Il tifo stesso è parte dello spettacolo senza il quale lo sport invece che competizione offrirebbe alla vista solo noiosi e poco significativi gesti atletici.

Chi può o forse chi deve educare questi genitori? Non l’allenatore (vuoi per abdicazione vuoi per convinzione) che non li riconosce destinatari della propria azione educativa, né gli atletici figli, figuriamoci, né la Federazione del Calcio, a meno che possa pensarsi un calcio senza spettatori, appunto.

Per centrare l’affermazione di Pulici ho provato a chiedermi se vale anche per altre discipline sportive.

Ad esempio «il centometrista ideale è quello senza genitori». Come potrebbe esistere un atleta dei cento metri senza un genitore che lo aiuta ad affrontare trasferte, che lo scorazzi in giro. E quale genitore sogna successo e soldi in una disciplina dove di denaro ne gira ben poco.

Forse nel calcio questo invece potrebbe anche accadere. Nel calcio girano tanti soldi, certo più di ogni altra manifestazione sportiva almeno in Italia. Il sogno pedagogico si può realizzare più realisticamente nel calcio proprio in forza della sua rinomanza. Paradossalmente proprio quei soldi e la sua diffusione sono l’ostacolo per una autentica esperienza educativa calcistica. Già perché quel denaro si origina proprio dalla vocazione spettacolare, dalla notorietà, dalla spettacolarizzazione del gioco del calcio.

A pensarci bene l’unico senso che avrebbe il pensiero di un centometrista senza genitori sarebbe un segno di tutt’altro segno: quello del doping. E a pronunciare la frase potrebbe benissimo essere il preparatore atletico, il medico il farmacista dell’atleta. Nessun padre se sapesse cosa deve passare nel corpo del proprio centometrista accetterebbe di buon grado il rischio per la salute per raggiungere il primato sportivo.

E provando con altri sport, ancora, mi sembra che la frase funzioni poco. Ad esempio, il ciclista ideale non può essere orfano quando spesso il ciclismo è uno sport che si tramanda e si trasmette di padre in figlio

Ma è poi davvero un sogno operare in assenza di genitori. Non è semplicemente una aberrazione? Al pari di qualsiasi altra idea totalitaria. Più che sogno un incubo. L’impero del pedagogico. Nessuna esperienza può dirsi davvero educativa se non si sa confrontare con un contesto, con il mondo della vita. L’onnipotenza dell’educazione è il nodo contro il quale ogni educatore si scorna nella propria professione: l’incapacità di ritagliare il giusto ruolo all’educazione, parte di un sistema. L’incapacità di riconoscere i vincoli dello spazio entro il quale è possibile operare e della durata nel tempo di ogni azione, di obiettivo e di ogni verifica di risultato.

Di nuovo, quale esperienza educativa è possibile senza un ritorno costante al mondo della vita. Quale competenza è appresa se non è spendibile altrove.

In qualche modo e, certo, a suo modo la federazione del calcio ha provato ad affrontare un nodo della matassa e prova ad educare l’adulto negandogli la curva se non è in grado di corrispondere a semplici limiti morali ed etici. Qualche illuminato cerca di sovvertire le regole del gioco portando allo stadio i figli quale esempio per i padri, salvo poi scoprire che i padri restano sempre l’esempio dei figli.

In fondo anche l’allenatore, l’insegnante, l’educatore provano ad educare l’adulto formando i figli. Se un adulto sa ascoltare sa guardare il figlio che cresce può imparare che è possibile crescere quando si persegue la passione, la gioia e l’amore per il gioco.

Ed allora, caro Paolino, condivido questa affermazione perché rimarca il paradosso, amplifica il cortocircuito che non si può interrompere. E’ l’unico modo per attribuire a tutti il proprio pezzo di responsabilità.

Al genitore il compito si essere genitore e tifoso, cercando la migliore sintesi tra le due dimensioni.

All’allenatore il compito di proporre una esperienza sportiva agli atleti e di nominare ai genitori la posta in gioco.

Alla federazione che ha il compito di stabilire la misura dell’asticella, determinare e far rispettare le regole del gioco.

Allo Stato che ha il compito ultimo di marcare la differenza tra spettacolo – che in quanto tale è finzione, normato da leggi e regole che valgono solo all’ interno di quel contesto – e la delinquenza, l’illegalità.

Alla stampa che ha il compito di promuovere lo spettacolo senza impoverirne il contenuto con una spettacolarizzazione a tutti i costi.

Ai ragazzi il compito di farsene una ragione provando a prendere il meglio di tutta questa esperienza

Torrevecchia Pia, 15 dicembre 2013- Artigianamente ( http://artigianamente.blogspot.it/ )

Un ringraziamento ad R.C. Autore dell’articolo. Christian S.