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Milano 2013

Inizio 2014, poco fuori da una scuola elementare.

Una madre, mentre ritira il figlio, viene richiamata dalla maestra. Non sento il dialogo che ne segue, ma ne osservo incuriosito la mimica, i gesti e le espressioni. Quel giorno ho tempo e allora aspetto, guardo, osservo discretamente, e cerco di capire. Il film che vedo è quello di un dialogo che dura circa 15 minuti, in cui la madre non parla mai. La madre annuisce e basta. Muove la testa con una cadenza costante. La sensazione è che la maestra stia rimandando alla madre qualche informazione sul comportamento del figlio. La sensazione è che le stia raccontando una storia già sentita a cui la mamma non sa più né come rispondere né cosa dire. Finito il dialogo la madre si allontana pensierosa, testa bassa e sguardo preoccupato.  Ho anche la netta sensazione che la mamma si senta pesantemente in colpa. Come se la comunicazione le abbia rimandato, ancora una volta, di non essere in grado di risolvere il problema portato dall’insegnante.

Questa storia la sento molto vicina, perché spesso mi son trovato, sia da genitore sia da educatore ad annuire o far annuire gli altri. Sono state le domande che mi son fatto che mi han permesso di imparare qualche cosa da ciò che accadeva e di trovare nuove possibili domande e quindi risposte differenti.

Quindi:

  • Che scopo ha raccontare ad un genitore le difficoltà che il figlio ha a scuola, se ciò che gli rimandiamo non pare modificare nulla? 
  • Come possiamo aiutare i genitori a far tesoro delle informazioni che diamo loro?
  • Il fatto che la madre non faccia mai una domanda non ci lascia nessun dubbio sull’efficacia della nostra comunicazione?
  • Se la madre non ha nulla da chiedere, da approfondire? E’ solo un problema suo?

Ho imparato, negli anni, ad ascoltare l’effetto delle mie parole, perché è da questo che si possono imparare delle cose su come si comunica. Ho capito che se dalla stessa domanda arriva la stessa risposta forse è il caso di provare a cambiare la domanda iniziale.

Ho capito con il tempo che l’educazione è cambiamento. Può anche succedere di non riuscire a cambiare nulla. Ma se nulla cambia perché non riusciamo a cambiare il nostro modo di comunicare, forse per un pezzo, abbiamo la responsabilità di quell’immobilismo.

Christian S.

Mongolia 2009Questo  Post è dedicato a te, Zia A, con la speranza che tu possa rialzare la testa, piano piano, mentre ti allontani dal cancello della scuola.

Le foto sono di Marco Bottani (www.ibot.it)

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blog day

Ogni mese il gruppo Facebook “Educatori, consulenti pedagogici e pedagogisti  propone un tema, una riflessione educativa, alla quale partecipare con un proprio contributo scritto.

Una volta raccolti, quest’ultimi vengono ospitati e divulgati dal circuito blogger di Snodi Pedagogici.

Il tema del mese di febbraio: Pedagogia e Scuola

“Con l’ingresso nel circuito scolastico i bambini smettono di essere “esclusiva proprietà” delle famiglie ed entrano a pieno diritto nella società come soggetti. Subito dopo il contesto educativo per eccellenza (la famiglia) è la scuola il luogo in cui bambini e ragazzi passano la maggior parte del loro tempo.
Come e quanto viene percepito dalla scuola e dai suoi attori il ruolo educativo che viene loro chiesto? Qual è l’anello mancante nel processo insegnamento-apprendimento? Come vivono la scuola coloro che ci lavorano?”

Ospito con grandissimo piacere lo scritto di Federica, che comincerò a conoscere tramite ciò che scrive. Strana e bella questa cosa che succede con i Blog Day, conoscere le persone per quello che raccontano e non per come sono fisicamente. Strana ma molto pedagogica. Perché una delle cose che fa l’educazione è raccogliere e accompagnare le persone dentro le loro storie. Raccontare e ascoltare, sostenere e prendersi cura del rapporto con le proprie cose. Buona Lettura. Christian S.

Verso le 11.00 di mattina, in una scuola dell’infanzia, dialogo con delle insegnanti, donne, che nella maggior parte, è da più di venti anni che insegnano, alcune nella stessa scuola. Sono sedute davanti ad un calorifero, vicine, molto vicine, nel salone adibito per il gioco “libero” dei loro bambini, alunni, che corrono, gridano, giocano, simulano e tutto ciò che di altro non ho visto.

Raccolgo riflessioni e lo esplicito, vorrei scrivere un articolo che parli della scuola, ma forse è più una riflessione che parlerà anche delle loro idee e della loro scuola, non solo della mia idea.

Al pomeriggio, il sole colora e scalda e i bambini possono giocare nel giardino della loro scuola, nel dopo-pranzo, nell’altro spazio-tempo del loro gioco “libero”. Porgo loro altre domande mentre osservano i loro bambini, alunni, giocare, correre, camminare e tutto ciò che di altro non ho visto.

Avevo una scaletta, pensata, preparata fra riflessioni e domande aperte, ma alla fine nessuna risposta e riflessione sembrava portarmi nuove idee, nuovi spunti riflessivi, per cui scrivere. Finchè tutte annoiate, maestre e io, dei soliti discorsi che si sentono che alimentiamo anche noi, che tinteggiano idee  e punteggiature ridondanti della cultura, società e scuola odierna che il titolo di un saggio ben rappresenta “L’epoca delle passioni tristi”, seppur le riflessioni interne dei due autori pennellano possibilità diverse, ecco che una domanda apre possibilità di vedere e scrivere della scuola.

Annoiata, del solito, chiedo “ma voi rispetto le mie domande, e le nostre riflessioni dove vi posizionate, in queste idee?”. Un’insegnate scherza e risponde aprendo al nuovo: “Qui, dove siamo sedute, in panchina”. (Le insegnanti infatti nel giardino erano sedute tutte vicine su delle panchine a guardare i loro bambini, alunni; così come la mattina erano sedute tutte vicine al calorifero). Alla mattina cercavano calore in un calorifero. Al pomeriggio nella loro vicinanza sulla panchina…. Cercavano calore? Vicinanza? Solidarietà e solidità dell’unione? Non lo so, ma loro fra tutti i discorsi proposti erano in “panchina”.

Eccole in panchina ad osservare i loro bambini, in panchina di fronte ai loro bambini.

Trovo il loro posizionamento strategico e difensivo, posso anche vederlo come un posizionamento particolare perché queste insegnanti, in panchina, sono dei giocatori che aspettano di giocare la loro partita, o sono degli allenatori che osservano i loro giocatori?

Non lo so non l’ho chiesto ero attenta a trovare la novità, che non ho subito cercato la complessità della loro posizione. Sono maestre, insegnanti che però si credono e sentono anche educatrici, dei “loro bambini”, che magari in altre scuole sono alunni, ma in quella scuola sono “i loro bambini” e che si chiedono come mai se alla società e alla cultura si possano riconoscere e anche accettare, magari passivamente, penso io, caratteristiche di incertezza, insicurezza e fragilità alla scuola queste caratteristiche non le si devono e possano associare. Il mondo cambia e anche la scuola cambia, ma a questa Istituzione  si possono associare alcune caratteristiche del nostro tempo? Una scuola può essere insicura? Incerta? Fragile?

Non ho una risposta, ma un pregiudizio da dichiarare: anche la scuola sta vivendo di fragilità ed insicurezze il suo mandato, il suo ruolo come lo vivono chi la abita; ecco forse perché quelle maestre stanno in panchina (forse temporeggiano di giocare una gara o a distanza vivono la fragilità del contesto?).

Le insegnanti e gli educatori, che ho incontrato nel mio lavoro di pedagogista, cercano di accogliere le sfumature di ogni bambino, i suoi colori cercando risposte ai loro comportamenti, a volte alle loro difficoltà, ai loro bisogni educativi. Cercano tutti risposte, a volte anche io, iniziando sempre frasi con un “… perché”, dimenticando spesso di iniziare a riflettere con  “come…”.

Perché questo bambino non ha regole? perché non parla? Perché la famiglia non ha ascoltato le mie riflessioni?

Pensate che punteggiature diverse possono avere queste perplessità: come si regola questo bambino? Come parla o comunica con me e gli altri? Come ha accolto le riflessioni la famiglia?

Nel COME intravedo possibilità di trasformazioni, gioco una partita non dalla panchina, ma nel campo iniziando a cogliere quale nuova strategia mettere in gioco, per non soffermarmi su delle risposte lineare e ricercare complessità e bellezza del lavoro nella scuola. Un lavoro di una complessità così profonda che richiede elogio alla bellezza della complessità, senza spaventarsi ed arenarsi, ma ricercando bellezza.

In ogni classe, non vi è solo un lavoro e una programmazione del gruppo da portare avanti, ma vi sono quasi 30 specificità da contemplare e ammirare, aiutandoli ad esprimere il “più proprio poter essere” nel mondo. Siamo in panchina ad aspettare che i bambini che incontriamo possano giocare, con tutte le loro possibilità e riconoscendo i propri limiti, la loro partita.

Una partita che ha anche altri allenatori, le loro famiglie con genitori che spesso si rivolgono agli insegnanti quasi con sfiducia rispetto le loro professionalità, oppure con una completa delega, oppure …

Quando ammiriamo la complessità del nostro campo, dobbiamo anche rivolgerci alle tribune a tutti quei genitori che accompagnano i loro figli; ogni nostra domanda e riflessione non può non essere condivisa anche con loro: non sempre ci saranno alleanze perfette, ma questo non vuol dire non appellarsi agli spalti e agli osservatori dei loro figli e dei loro insegnati. A mio avviso anche questo è un compito della scuola che se oggi è impegnata a “fare squadra”, vuol dire non dimenticarsi di loro, dei genitori, sfidati ad essere Tifosi e non i “secondi avversari” della scuola.

Delegano, non ascoltano, configgono, dubitano…. Mostrano energia da mettere in campo: COME trasformarla?

Nel COME intravedo trasformazioni e sguardi di DESIDERIO, desiderio di non segmentare la complessità, ma di ricercarne la bellezza. Quel desiderio tanto ricercato nelle programmazioni, quel desiderio di coinvolgere, aprire ed emozionarci nel mondo scuola. Desiderio di apprendimento e di conoscenza sia per gli insegnati, che per gli alunni che per i genitori.

Io, attrice e spettatrice della scuola, desidero bellezza e desiderio nella scuola, almeno nella scuola… come? Lascio alcune domande?

Come ci posizioniamo con i nostri alunni (bambini, ragazzi, adulti)? E con le loro famiglie?

Come generiamo apprendimento? E quale valore diamo al Meta-apprendimento?

Come pensiamo di fronte alle difficoltà osservate in alcuni bambini?

Come consideriamo le emozioni dei nostri bambini, dei genitori? E che ruolo hanno nel processo di apprendimento?

Come valutiamo? Anche il colorare ora è esercizio di coloritura e segue una valutazione (questa domanda sarà anche sarcastica… ma ora l’ho scritta)? Come è vissuto dai bambini il colorare?

Come desideriamo la scuola? Come ci sediamo su quella panchina?

Di Federica Vergani

Ecco i blog che partecipano all’evento:

Per iscriversi ecco il link diretto:  http://laspecialenormalita.wordpress.com/

la_speciale_normalita

Ospito con grande piacere alcune riflessioni di Luca Franchini sul film: Io vado a scuola (…di Pascal Plisson, Titolo originale: Sur le chemin de l’école. Documentario, durata 75 minuti).  

Grazie a luca e Buona lettura . Christian S.

elefante

Quattro storie accostate l’una all’altra, ragazzi e bambini impegnati in un gesto che siamo soliti considerare routine ma che per loro non è tale: andare a scuola.

Fratello e sorella in Kenya marciano per due ore attraverso la savana, si tengono a debita distanza dagli elefanti per non farli infuriare, salgono e scendono colline per arrivare in tempo per l’alza bandiera della scuola. Così tutti i giorni.

La ragazzina marocchina che vive sui monti dell’Atlante deve addirittura fare un tragitto di quattro ore per raggiungere, insieme a due amiche incontrate ad un crocevia di sentieri, il convitto-scuola in cui resterà per tutta la settimana. Ci mancava pure che dovesse farlo ogni mattina.

In Patagonia il fratello grande monta sul cavallo insieme alla sorellina e trottano per un’ora e mezzo attraverso steppe (si può dire se sei in Argentina?) ventose, guadando torrenti e cercando riferimenti per orientarsi tra grandi prati e montagne, mentre in India due bambini spingono la carrozzina del fratello maggiore, irrigidito da una disabilità solo fisica, passando in mezzo a mandrie di animali, percorsi accidentati e pozze d’acque in cui rischiano di ribaltare la carrozzina. Bucano pure una gomma, la fanno riparare, e finalmente arrivano a scuola. Anch’essi un’ora e mezzo circa di cammino, ogni giorno.

Cosa cavolo spinge questi ragazzi ad affrontare simili fatiche fisiche ed emotive per andarsi a sedere su di un banco ed affrontare nuove fatiche, questa volta molto più mentali, con decine di compagni e un maestro? Perché non vanno anch’essi ad ingrossare le fila dei drop-out o dei totali analfabeti, visto che vivono in contesti rurali in cui si vive di agricoltura ed allevamento e chissà a cosa potrà servir loro mai studiare? Perché soprattutto non hanno il volto triste e annoiato degli adolescenti delle nostre scuole?

Il film alla fine ci racconta una sorta di post-storia, quello che questi ragazzi faranno dopo qualche anno, sostanzialmente si tratta dei risultati gratificanti che hanno raggiunto, dopo tanto penare…Insomma il messaggio sembra “tieni duro che se vuoi puoi farcela” è un invito ad affrontare e superare le avversità, ovunque tu sia e qualunque ostacolo tu abbia davanti. Può essere una buona motivazione a studiare per chi vive in luoghi isolati, meravigliosi per natura e disponibilità di spazi ma in cui il tempo sembra essersi fermato. Studiare per uscire da tradizioni secolari, crescere, migliorarsi…

Però non è questo, a mio avviso, l’aspetto più interessante del film. Anche perché di storie in cui “se vuoi puoi” è piena la filmografia, di Hollywood soprattutto. La scalata sociale, la crescita sportiva… storie di persone con volontà incrollabile che resistono a qualunque avversità pur di arrivare al loro obiettivo. E va bene…ma come si fa ad avere una volontà incrollabile? Sarà mica che “o ce l’hai o non ce l’hai”, e allora no, non mi sta bene, dove sta la prospettiva educativa a me tanto cara? E poi è proprio soltanto questione di volontà?

Ho provato a ribaltare la prospettiva. Non è che questi ragazzi il successo se lo conquistino tutti i giorni proprio con le loro “traversate”? Riuscire ad andare a scuola ogni giorno è un successo, peraltro non individuale ma sempre condiviso con i fratelli e attentamente preparato con i genitori, che la sera prima si prodigano di consigli (“sali sulla collina per vedere dove sono gli elefanti”, “fermati a lasciare un nastro rosso al tempietto”) e il giorno dopo salutano sorridenti i loro figli che si apprestano a percorsi lunghi e pericolosi. Da soli (non possono fare diversamente).

Una bella iniezione di fiducia, uno splendido messaggio che “ce la farai, ne sono sicuro”. Che ce la farai domani, non che devi resistere perché alla fine arriverai al successo. Il successo è già lì, dietro la prima collina e oltre il torrente.

La strada per la scuola è già il primo pezzo della formazione, un semplice ma limpido esempio di convergenza scuola-famiglia. Un esempio che sfugge a tutti coloro che ogni mattina i figli a scuola li accompagnano e pure in macchina. Alcuni dati (ricerca del 2010) per fare un paragone: solo il 7% dei bambini italiani si reca alla scuola primaria da solo, alle medie è il 34%. Senza scomodare il Kenya e gli elefanti, in Germania sono il 68% e in Inghilterra il 78%! Chissà cosa gli dicono i genitori la sera prima…

Articolo di Luca Franchini

La foto è di Marco Bottani (www.bot.it)

scritta sul muro

Qualche mese fa, in uno dei tanti gruppi di educatori che frequento in rete una futura collega se ne esce con un commento razzista su un uomo di colore responsabile di aver commesso un reato.

Il commento suonava all’incirca così : …a te,  negro di merda, auguro di , ecc, ecc

Ovviamente io, che su queste cose non riesco a lasciar correre, ho provato (credo inutilmente) a fare capire che il commento era inappropriato. Ho provato a farle capire che alcuni termini non si possono usare senza saperne il significato e soprattutto non sapendo chi di solito ne fa uso (vedi foto). Ho provato a farle capire che il colore della pelle di questo uomo nulla centra con il fatto che fosse un assassino o una brava persona. Ho provato a farle capire che il termine “negro” non è un termine neutro,

Ho provato. Ma ho avuto la netta impressione di non esserci per nulla riuscito.

Le ho rimandato inoltre, che mi pareva ancora più grave che uscisse da chi, tra qualche anno, si sarebbe occupata, magari, di bimbi e famiglie migranti. Che avrebbe discusso con loro della possibile integrazione del figlio. Come avrebbe fatto a spiegare ai bambini della classe che lo avevano chiamato “negro” che quella parola può creare dolore perché offensiva?

Può anche essere che la giovane educatrice in questione fosse solo ignorante, che non ne conoscesse il significato e magari anche il suo l’utilizzo. Non mi pare, sinceramente. che questo possa cambiare la sostanza. Che tu sia razzista perché ignorante o perché convinto, sempre educatore sei.

Ora: Si può fare educazione (a scuola, in strada, nelle comunità, nei centri giovani, ecc) con un pensiero così condizionato? Può un insegnante essere una buona docente se ha un pensiero discriminante? Come posso accompagnare i miei studenti, se ciò che provo per loro è repulsione per la loro provenienza, il colore della loro pelle, la loro cultura o la loro famiglia? Può un’educatrice professionale con un pensiero del genere occuparsi dell’integrazione di un bambino rom? Io, francamente, non lo so.

Quel che spero è che un giorno, l’educatrice in questione, si ricordi di quell’antipatico vecchio educatore che le aveva fatto “due palle” per una sua frase su facebook e che nel frattempo abbia imparato qualche cosa in più su di lei, su quanto è importante avere attenzione alla comunicazione e su come si può fare meglio il proprio lavoro educativo. Lo spero per lei.

Christian S.

Ps: L’orrenda scritta che vedete nella foto è stata ridipinta da un gruppo di bambini e dall’artista che aveva disegnato il pezzo. Anche questa è educazione. Chi ha facebook, qui può trovare le foto che raccontano il meraviglioso lavoro fatto per coprire scritta e svastica.