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Sono stato al Convegno di Animazione Sociale sui giovani dal titolo Nuove Generazioni e altre generativitàIl 24 e 25 febbraio 2017.

Quando parti per andare in formazione hai sempre la speranza di tornare con qualche nuova scoperta. Non sempre accade.  Questo convegno invece, per me, è stato uno di quei casi. Sono tornato con un sacco di spunti, qualche dubbio e soprattutto con alcune domanda nuove, utili per ri-orientare il mio sguardo e per aiutare gli educatori con cui lavoro a metter pensieri nuovi.

Nuovi sguardi e nuove domande. Ecco come si apre e chiude il convegno: con il suggerimento, per chi si occupa di giovani in ambito socio-educativo di provare a cambiare modo di guardare, di guardarli. Cambiando, se possibile, anche le domande da porsi. Il convegno si chiude con una provocazione forte dell’attore Enrico Gentina. E’ una provocazione importante per chi come me spesso cerca di capire meglio le cose e cerca di capirli.

Cerchiamo sempre di capirli, ed invece…

“E se provassimo a pensare i giovani come supereroi? E invece “non ti capisco, non ti capisco, non ti capisco…”, ma è così necessario capirti? Sapere che ti ho capito? Interrogarmi continuamente perché tu possa sentirti capito, compreso, compresso, svelato…? E se invece mi preparassi al meglio di quello che posso essere e mi mettessi al tuo fianco? Perché noi siamo animali: se scappo tu mi rincorri, se mi abbasso tu ti abbassi, se alzo il livello tu alzi il tuo. L’invito è allora pensare a come mi pongo, a curare il nostro profilo: non quello di facebook ma quello che mettiamo in gioco nella relazione con loro, con i ragazzi.!” (E. Gentina)

A proposito di sguardi: chi organizza il convegno propone relatori dagli sguardi “altri”. Intervengono un pedagogista (Andrea Marchesi), una filosofa (Luigina Mortari), un’ antropologa (Vincenza Pellegrino), una sociologa (Ivana Pais) , un’economista (Roberta Carlini), un architetto (Stefano Boeri), un attore (Enrico Gentina) e la Compagnia del teatro Elfo Puccini. Tutti gli interventi provano a declinare il tema partendo dal proprio punto di vista. Diventa tutto molto interessante perché  fuori dalla deriva propria del mondo dell’educazione odierna. Deriva che spinge a parlar tra di noi, tra chi di quello si occupa, di quello si è formato, di quello vive e mangia. Propone uno sguardo “altro” ma che dell’educazione parla, perché l’educazione è fatta anche da altri. Fatta dagli urbanisti, che incidono sulla struttura delle nostre città, dagli artisti, che narrano dell’educazione, dalle strutture economiche e sociali che cambiano e condizionano anche le interazioni tra adulti e giovani. Mi torna fuori una domanda che da tempo gira per la mia testa.  Una domanda che mi pongo sempre più insistentemente, soprattutto da quando di educazione si occupano, soprattutto, educatori e pedagogisti.

E se fosse, invece, il caso di provare a farci aiutare a guardare l’educazione utilizzando altri sguardi? Se ci fosse il rischio che da dentro ci manchino alcune prospettive? Se stessimo rischiando di guardare il mondo dell’educazione da una prospettiva troppo parziale?

A proposito di giovani: nel pomeriggio, nei workshop, incontro i giovani e i ragazzi del progetto socialday. Un’esperienza che mette al centro il volontariato e la raccolta di fondi per progetti di cooperazione internazionale, dove al centro ci sono loro, i ragazzi. Loro valutano i progetti da finanziare, fanno il bando, si cercano il lavoro, stipulano il contratto e recuperano i soldi. Un progetto che è passato dai 1200 euro raccolti nel 2007 agli 82000 euro del 2016 e ha visto impegnati 8500 ragazzi delle scuole medie e superiori. Un progetto che entra a far parte del POF (Progetto dell’Offerta Formativa) delle scuole e che considera i ragazzi come costruttori di connessioni, come i reali protagonisti della costruzione della rete sul loro territorio. Non male dire.  Incontro l’esperienza e soprattutto incontro loro: 6 ragazzi dai 14 ai 19 anni, ragazzi che discutono con gli adulti, alla pari, senza indietreggiare o aver paura. Senza che la differenza di età e competenze li condizioni in alcun modo. Raccontano in modo chiaro, parlano di loro, ma parlano anche di noi. Quando parlano di noi ne parlano così: Silvia “noi abbiamo bisogno che gli adulti ci appoggino”. Penso a quel “appoggino” e alle parole che avrei usato io o alcuni dei miei colleghi educatori (accompagnamento, insegnamento, aiuto, …). Sento che Silvia ci propone qualche cosa di nuovo, rispetto alla posizione e alla funzione degli adulti e soprattutto degli adulti educanti. Gli adulti resistono all’immagine e alla posizione che i ragazzi ci attribuiscono. Spesso le domande sono connesse al ruolo degli adulti. In questo progetto dove sono gli insegnanti? Gli educatori?. La risposta che ci danno è che ci sono, camminano al loro fianco, ma  il ruolo centrale rimane quello dei ragazzi, che lentamente tessono la ragnatela e connettono tutto ciò che gli sta intorno. Formano loro i compagni, organizzano gli eventi, selezionano i progetti e li votano, raccolgono i soldi. Connettono le realtà del territorio (pubblico, privato e familiare) tutti intorno al progetto e intorno a loro. Io li osservo e mi accorgono che mi piace ciò che mi dicono, mette in discussione alcune cose che pratico, ma mi piace.

Se fosse arrivato il momento di cambiare prospettiva. Non gli adulti, quindi, che accompagnano i giovani all’incontro con il loro territorio, ma viceversa? Se ci facessimo condurre da loro provando a lasciargli la possibilità di indicarci quale è la strada che vogliono percorrere?

A proposito di simmetrie e asimmetrie: L’incontro con i ragazzi mi costringe a fare i conti con una questione per me preziosa che qui diventa assai spinosa. Il rapporto di asimmetria tra adulti e giovani. Il valore dell’asimmetria in educazione, oggetto principale della mia formazione, scricchiola. Vacilla ma non cade. Mi tocca reinterpretarlo. Mi tocca anche fare in conti con una richiesta, un desiderio dei giovani che mi arriva chiaramente nell’incontro con loro. Hanno voglia di far loro, di essere un nodo centrale. Ci chiedono di esserci ma in modo differente. Ci chiedono di non considerarli vuoti, stupidi, ci chiedono di rischiare insieme a loro. Ci dicono di esser pronti. Ci rimandano che sono in grado di aiutarci a guardarli. Ci ricordano, anche attraverso il sociaday, il valore delle altre esperienze di apprendimento peer to peer.

Se provassimo, almeno in alcuni casi, a pensare che l’apprendimento alla pari non sia solo un percorso “esotico”. Una specie di sottoprodotto dell’insegnamento tradizionale? Una questione di poco conto? Se provassimo a dargli lo stesso valore che gli danno loro?

A proposito di ascolto: Alla fine dell’incontro i ragazzi ci rimandano di essersi sentiti ascoltati, lo rimandano con grande felicità e stupore. “Avevamo paura di incontrarvi e invece …. “. Questa sorpresa dovrebbe interrogarci, tutti. Lo stupore ci lascia alcune domande sulle quali forse dovremmo lavorare.

Con quali occhi e con quali categorie di pensiero stiamo guardano i ragazzi? Con quanti e quali pregiudizi? E se fosse venuto il momento di smetterla di dire che noi sappiamo cosa sia meglio per loro e cominciassimo a chiederglielo?

A proposito di generatività: Se fosse il caso di provare a lasciarli generare? Magari noi ci potremmo occupare di costruire luoghi idonei per incontrarli, come diceva Enrico Gentina “prendendoci cura del nostro profilo”.

Christian Sarno

Ps: Ringrazio la Libera Compagnia di Arti e Mestieri Sociali che ha sollecitato, permesso e sostenuto questo mio momento formativo. Cosa che visti i tempi è proprio #tantaroba

IMG-20151224-WA0001Per chi fa educazione, sia naturalmente che professionalmente ci sono alcuni rischi, alcune possibili deviazioni dalla strada maestra, alcune possibilità di passare al lato oscuro, citando guerre stellari. Proverò qui ad individuarne alcune, sicuro che ve ne siano altre e altrettanto sicuro che io sia caduto, almeno una volta, in tutti i lati oscuri che proverò ad evidenziare.

Capitolo 1 : Educazione VS Manipolazione

Potrebbe essere facile stabilire il confine tra educare e manipolare, ma non lo è. Quanti, nell’atto dell’educare hanno gioito per il ripetersi di un atteggiamento, per l’obbedienza di un bambino, per l’esecuzione quasi automatica di un’azione. Quanti si sono rallegrati di un richiesta apparentemente compresa, assorbita, fatta propria. Chi di noi non ha educato nell’intenzione di trasferire proprie competenze, saperi, comportamenti, valori e agiti? Dove si situa il confine tra la manipolazione, la costruzione dell’altro a nostra immagine e somiglianza e l’educare verso la ricerca della propria strada, dei propri valori, della propria identità? Il confine è labile, una sottile linea su cui camminiamo, a volte oscillando verso il lato oscuro dell’educazione, quel tentativo di “costruire” soggetti che siano come noi, che pensino come noi e che se possibile ci assomiglino anche nelle scelte valoriali. Forse però l’educazione è soprattutto altro; è spingere a cercare il proprio, il proprio modo di pensare anche se è differente dal nostro. Siamo pronti ad accettare che l’educare possa produrre anche differenze, lontananze e addirittura separazioni? Siamo pronti ad accettare che aver contribuito a crescere figli non significhi averli costretti ad aderire ai nostri valori e alle nostre modalità di vivere? A volte non siamo pronti, perché riconoscere se stessi in chi si educa è una azione antica e seducente. Perché ci dà la sensazione di essere arrivati, che sia rimasto qualche cosa di noi nell’altro. Il passo più difficile dell’educare, quello che allontana il lato oscuro, è l’accettazione dell’educare come azione orientata verso il livello più alto possibile di indipendenza del pensiero, delle azioni e dei valori dell’altro. Il più grande successo per chi educa potrebbe essere aver contribuito a far crescere esseri in grado di scegliere consapevolmente la propria strada, anche se questa strada non è quella che avevamo immaginato per loro?

Capitolo 2 : Amore VS Arroganza.

Il secondo lato oscuro è l’arroganza del sapere, quel sapere che alcuni educatori o genitori utilizzano per schiacciare, prepotentemente, gli esseri che avrebbero l’obiettivo di far crescere. Quante volte ho incontrato questa prepotenza, in ambito professionale e nella vita. Quante volte mi son chiesto se il genitore che abusava della sua posizione dominante con il proprio figlio fosse consapevole di essere nel lato oscuro dell’educazione. Qualche volta mi è capitato di ragionarci anche con gli educatori, quando ci siamo interrogati sul potere dell’educazione professionale, su quella posizione dominante che spesso assumiamo grazie alle fragilità e difficoltà delle persona che incontriamo. Il governo e la consapevolezza  di quel potere è ciò che ci permette di non cedere al lato oscuro, a quel lato che smette di dar voce alla forza dell’aiutare per cedere alla forza del dominare. Ho la fortuna di aver incontrato pochi educatori arroganti, lo devo ammettere, ma quando li ho incrociati lo ho riconosciuti subito. L’educatore arrogante è colui che non ha più nulla da imparare, che si pone nell’incontro con le fragilità come colui che sa, come l’unica possibilità di salvezza, che porta la sua competenza non per trasferirla ma per evidenziare la sua posizione di asimmetria, di dominanza. Nei parchi si incontrano anche tanti genitori che han ceduto al lato oscuro, che governano la relazione solo utilizzando la loro posizione di potere, non accorgendosi poi che via via che i figli crescono alcune asimmetrie svaniscono, diventano inefficaci, perché i ragazzi fanno di tutto per sottrarsi alle posizioni di sottomissione, per fortuna. L’educazione è un atto d’amore, un atto che dovrebbe orientare le azioni per costruire il miglior stato di benessere possibile. Educare non è solo competenza tecnica, non si impara solo nelle Università, si impara attraverso la vita, gli incontri e soprattutto attraverso la sperimentazione diretta dell’educazione stessa. Educare, per come la vedo io, non vuol dire innamorarsi dell’altro ma provare ad innamorarsi della relazione che sto costruendo con lui, provare ad innamorarsi di ciò che quella relazione produce, di ciò che possiamo generare insieme, per me e per lui. Quando incontro educatori naturali e professionali innamorati dell’educare, mi pare sia più facile tenere lontano il lato oscuro.

Capitolo 3: Obbedire VS Disobbedire

Da qualche tempo ho come la sensazione che il mondo dell’educazione sia entrato in un strano e cupo viaggio. Un viaggio che sta conducendo gli educatori e le educatrici sempre di più verso un meccanismo di omologazione. Un viaggio in cui sento forte l’assenza di contestazione. Un movimento orientato verso l’accettazione di tutto ciò che succede, dove nulla scalfisce la traiettoria degli educatori.

Si certifica? Bene certifichiamo. Ci son bisogni individuali? Rispondiamo ai bisogni individuali. I servizi (soprattutto quelli sanitari) son pieni di burocrazie, schede, codici, tutto tempo sottratto al lavoro con e per gli utenti. Compiliamo le cartelle e se possibili facciamolo anche bene.

Gli educatori diventano così ottimi compilatori, conservatori di file e cartelle, smarrendo, anche per assenza di tempo, la capacità di stare, di ideare e di rischiare, perché se smetti di far l’educatore (perché passi il tuo tempo a compilar cartelle), smetti anche di saperlo fare. Il mondo attorno a te cambia e i tuoi strumenti, anche relazionali, diventano vecchi. Passi al alto oscuro, al lato che ti porta lontano dalla felicità, verso quella strana e sconfortante sensazione che ti fa pensare che ciò stai facendo non ha nulla a che fare con quello per cui ti sei formato.

Un collega educatore, durante il convegno #assalti al cielo, ha provato a sollecitarci tutti con una provocazione che ho sentito forte e che vi ripropongo.

…e se fosse venuto il momento di disobbedire, di non certificare, di non compilare, …”

Se fosse venuto il momento, aggiungo io, di provare a tornare ad occuparci della costruzione di opportunità, di quelle occasioni che permettono all’altro di “scartare di lato” (citando Bufalo Bill di F. De Gregori). Se fosse venuto il momento di ridurre il tempo per produrre dati che dovrebbero certificare la qualità e che invece sottraggono parte del tempo proprio alle funzione educativa?

L’educazione non sta rischiando di diventare, solo, propedeutica a risolvere problemi già emersi? Di certo, in questi tutti i servizi, non si lavora né per provare ad anticipare né per deviare e spingere verso il cambiamento. Si lavora, soprattutto, per aiutare gli altri ad adattarsi.

Se così fosse, il mondo educativo, avrebbe già ampiamente ceduto al lato oscuro della forza. Se fossi così forse servirebbe un risveglio della forza. Un ritorno alla sua funzione originale. Uno spazio in cui rivendicare la necessità di “disobbedire “, di fermarsi, di provare (e forse lo si può fare solo insieme) a sottrarsi ad alcuni compiti.

Siamo sicuri, in questa direzione, che sia così necessario avere gli educatori a scuola? (giusto per fare un esempio). Siamo sicuri che la funzione educativa, all’interno della scuola, debba essere delegata ad altri e che non sia una funzione inscindibile dall’insegnamento? Siamo pronti a lavorare perché, tra qualche anno, a scuola non vi siano più educatori ed insegnanti ma solamente docenti che utilizzano le proprie discipline per educare. Siamo disponibili a rinunciare ad una “fetta della torta”, se questo porta benessere e felicità a quel soggetto o quel sistema? Per far questo è necessario esser pronti a rinunciare alla seduzione del lato oscuro. Perché il lato oscuro da potere, questo è certo.                                   

Capitolo 4. Lo spin-off (prossimamente): Titolo VS Senza titolo Vs Diversamente titolo

Il mondo dell’educazione professionale è un posto strano, una strada professionale piena di personaggi interessanti, più lo frequento più me ne convinco. Negli ultimi anni, però, si assiste al nascere di una strana sfida intestina, una sfida tra educatori. Un vera e propria battaglia tra professionisti, che attraverso differenti percorsi professionali fanno o dovrebbero fare lo stesso lavoro. Da una parte gli educatori che da anni lavorano nei servizi (con o senza i titoli adeguati) e dall’altra il nuovi laureati (con 2 titoli che vanno in conflitto tra di loro). Tutti contro tutti, in una folle lotta all’ultimo posto di lavoro, dove la voce fuori campo sembra dire: “Ne resterà uno solo”. 

Quella voce fuori campo mi ricorda il nulla che avanzadella storia infinita, altro che lato oscuro.

Christian S.

I primi due capitoli di questo articolo erano stati già pubblicati il 17 luglio 2014 sul blog di Sylvia Baldessari “Il piccolo Doge”, il terzo è fresco fresco di giornata. Lo Spin-off, un anticipazione del capitolo 4.

Ringrazio Syliva che ha custodito i primi due capitoli nel suo blog e Massimo V. caro amico e collega. E’ anche grazie a lui se a 43 anni mi faccio, ancora, un sacco di domande. E’ grazie a lui se è nato il terzo capitolo di questa storia.

IIMG-20140818-WA0001l 28 agosto i blogger del gruppo Snodi Pedagogici scriveranno e pubblicheranno una serie di articoli, sui propri blog, inerenti ai blogging day già pubblicati:

 
#EducazionEAmore
#EducazionEbellezza
#PedagogicAlert
 
Una sorta di conclusione su quanto è emerso fino ad oggi grazie ai vostri contributi, per rileggere assieme a voi i passaggi fondamentali, provando a dare delle risposte ma anche porre e porsi nuove domande, in vista dell’antologia che verrà pubblicata ad autunno e il cui ricavato andrà in beneficenza alla “La locanda dei Girasoli
 
Gli articoli verranno pubblicati sui diversi social con #Pensodunquebloggodue e raccolti sul sito di snodi pedagogici
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Amore, Stereotipi e  Morte.  Quali connessioni si possono trovare con l’educazione?
 
 
  • L’amore per il proprio lavoro, come lo racconta Laura Ghelli in #educazioneEamore

Non solo l’amore per il lavoro educativo ma per il proprio lavoro, quale che sia,  potrebbe forse spingerci a farlo meglio? Oppure è solo la storiella che ci vogliamo raccontare. Come si fa ad amare il lavoro in fabbrica, monotono, ripetitivo e alienante? Come si fa ad amare un lavoro sottopagato, sfruttato e precarizzato? Un luogo di lavoro che cambia ogni settimana, un prodotto che non vedi, l’impossibilità di costruire relazioni lavorative perché ogni 6 mesi i miei colleghi non ci sono più. E’ forse proprio questa la sfida, trovare un briciolo d’amore per la cosa che stiamo facendo nonostante la fatica che ci richiede e le condizioni in cui lavoriamo, nonostante non sia il lavoro che si sognava, nonostante il padrone, il capo, i colleghi vuoti… nonostante tutto. La sfida allora è trovare quel pezzettino di amore che alberga nella possibilità di dare un senso anche dove il senso non pare esserci.

Eccola la sfida impossibile: innamorarsi di ciò che si impara mentre si lavora, dell’opportunità di insegnare ad un collega oppure della sensazione di stanchezza al ritorno a casa. Innamorarsi della soddisfazione di averlo fatto bene.

  • Gli stereotipi, che nel racconto di Claudia Cavaliere diventano fardelli da doversi scrollare di dosso in #educazioneEbellezza

Allora proviamo a scrollarci di dosso qualche stereotipo e generalizzazione che accompagna l’educazione.

  1. Fare educazione non vuol dire rendere le persone ben educate. L’educazione dovrebbe anche contribuire a formare menti curiose e ribelli. Menti che sappiano opporsi alle ingiustizie, alle ineguaglianza, che sappiano rischiare e quando necessario contestare le regole. Educare aiuta a sviluppare il senso critico. Il senso critico produce domande. Le domande chiedono risposte. Le risposte, a volte, son faticose.  Educazione fa rima con fatica.
  2. Fare educazione non consiste esclusivamente nel mettere un mucchio di regole, perché come dice Igor Salomone in questa intervista due regole in contraddizione rischiano poi di creare un sistema stupido e  inefficace.
  3. Fare educazione non vuol dire fornire soluzioni per affrontare i problemi e le difficoltà (anche se questo pare essere il percorso più facile) ma aiutare gli altri a trovare la propria soluzione. Il valore dell’educazione si cela in ciò che gli altri imparano dall’incontro con te, non dal passaggio di trucchetti e/0 strategie educative.

 

  • La morte.

Son felice che ne abbia parlato Elisa Benzi in #pedagogicalert, perché per me è un argomento faticoso, ostico, difficile da sfogliare. Ho provato tempo indietro ad affrontarlo, ma, francamente, mi pare mi vengano meglio affondi su altri temi. Ma ci vuole qualche altro che lo faccia, che ci allerti sulla necessità di parlarne, di preparare e prepararsi alla morte e di farlo anche con i nostri figli. La morte e il dolore, son come la noia, sembrano solo difetti, deviazioni dalla strada maestra, ma son fasi, passaggi che ogni individuo attraversa e che dobbiamo imparare ad affrontare e a nominare. L’educazione lavora anche sui tabu, o almeno dovrebbe farlo, ma quanta fatica facciamo a parlare della morte? Quanta fatica e quanta paura.

Cosa vuol dire educare al dolore? Forse vuol dire imparare a accettare che il dolore dell’altro esiste, imparare a rispettarlo, a non averne paura, imparare a tollerare che a volte uno dei modi di affrontare il dolore sia attraverso il silenzio. Imparare che il dolore passa, quasi sempre. Quasi, perché con alcuni dolori (soprattutto quelli non fisici) a volte è necessario imparare a conviverci, perché rimangono lì “comodamente seduti a guardarci”. In alcuni casi al dolore occorre non opporsi, occorre lasciarlo defluire, andare e correre via. A rapportarsi con il dolore si impara e a volte ci vuole tempo. Io non son tanto bravo a rapportarmi con il dolore, mia moglie lo sa bene.

Christian S.

 

*Appendice: Quale è il valore pedagogico di un Bday (blogging day*)

*Cosa è un Blogging Day: X articoli pubblicati da autori in un medesimo momento su un medesimo tema. (ovvero il qui presente #pensodunquebloggodue)

Per me il valore è stato:

  • Poter incontrare altri sguardi, altri modi di guardare il mondo dell’educazione
  • Poter curiosare nei diversi linguaggi, dialetti e tagli pedagogici
  • Per incontrare e incrociare storie e pensieri che altrimenti rimarrebbero rinchiusi nella mia testa o ad andare bene nel mio blog.
  • Poter ospitare chi ha voglia di scrivere di educazione ma non ha il tempo, la voglia e la costanza di gestire un blog.
  • Poter costruire insieme, in modo condiviso, cultura intorno all’educazione.
  • Poter imparare dagli altri, perché di cose da imparare ne ho ancora parecchie, per fortuna.
  • Imparare cosa è un Bday, un blog crossing, un hashtag, una tag, un link, un blog, e così via.

Per te che valore ha avuto ? (Se hai voglia di raccontarmelo, qui sotto troverai lo spazio che desideri )

 I blogging day fanno parte di un progetto culturale organizzato e promosso da Snodi Pedagogici.
Questo avrà termine con l’estate e sfocerà in un’antologia dei contributi che verrà pubblicata sotto forma di ebook, il cui ricavato andrà in beneficenza alla Locanda dei Girasoli

I blogger che partecipano.

pedagogianera

“Quali sono le zone oscure dell’educazione?

Quali elementi ci sono nell’educazione e nella pedagogia che, se non vengono valutati, portano l ‘azione educativa ad essere “pericolosa” per chi educa e ch è educato?
Chi sono i cattivi maestri?
Oppure la pedagogia può come disciplina, citando Marguerite Yourcenar, saper guardare nel buio con disobbedienza, ottimismo e avventatezza e scoprire strade inusitate?”

Pedagogia Nera – @Elisa benzi

Pedagogia nera, malgrado la spiegazione di ciò che si può intendere con questa definizione, io mi sento di scrivere il mio pensiero riguardo la morte e la malattia, forse perché il nero evoca in me dolore, tristezza e rassegnazione.

Come ci comportiamo con i bambini di fronte alla morte, alla malattia, alla vecchiaia? Li educhiamo all’ineluttabilità della fine? Accogliamo la decadenza fisica e mentale dovute al passare degli anni? Raccontiamo loro la malattia, la possibilità di essere debilitati nel fisico?

“Non voglio che veda il nonno malato di Alzheimer”, “al funerale della nonna non la porto”, “della malattia del papà non diremo nulla”, queste sono affermazioni che ho sentito spesso e che mi hanno fatto spesso riflettere. Ammiro molto una cara amica che ha abituato il figlio alla realtà della vita, ponendolo di fronte al dolore della perdita e al peso della malattia di persone molto care.

Il figlio ha goduto della compagnia di una nonna malata di Alzheimer, la mamma mi raccontava che era meraviglioso vedere come questa anziana signora comunicava  perfettamente (pur non parlando) con il nipote di quattro – cinque anni. Il feeling che c’era tra loro viaggiava attraverso canali molto sottili per noi misteriosi. Il bimbo a circa sette anni ha visto la nonna defunta, ha partecipato al funerale e ha preso così contatto a modo suo con la morte. Ha avuto anche la fortuna di godere della compagnia della bisnonna che da un certo punto in poi ha consumato gli ultimi anni della sua vita in una casa di riposo. Il bambino ha frequentato la casa di riposo, ha visto la solitudine, il consumarsi della vita e ne ha fatto tesoro. La mamma spesso mi racconta che lui trovava molto triste vedere la solitudine di alcuni anziani e si chiedeva spesso il perché di tale abbandono.

Una mamma mi ha raccontato che ha lottato contro tutti, nel momento in cui ha deciso di spiegare al figlio di dieci anni, che il padre era affetto da una malattia degenerativa e da una leggera depressione conseguente alla malattia. Secondo molti avrebbe dovuto tacere finché i disturbi non si fossero visti chiaramente. Questa mamma invece, ha avuto la forza di condividere tutto con il figlio. Questo ragazzino ha potuto prendersi il tempo di elaborare il dolore attraverso momenti di rabbia, di pianto, di silenzio; è riuscito insieme alla mamma a trovare il modo di apprezzare tutte le cose positive del suo papà facendole diventare dei punti di forza utili a sopperire le debolezze nella relazione. Oggi è un ragazzo sensibile alle debolezze altrui, è solidale, sempre pronto alla collaborazione, riflessivo nei confronti degli altri.

La malattia fa parte della vita, certo sapere di avere un genitore malato è doloroso, ma bisogna allenarsi anche al dolore, imparare ad accoglierlo ci permette di imparare ad accettarlo non passivamente ma trovando le strategie per convivere con esso. Non è giusto allontanare il dolore, bisogna educare a vivere il dolore, esternandolo o chiudendolo in noi stessi, tenendo presente che se lo facciamo nostro avremo modo di imparare a fare un passo in avanti per trovare un’altra strada per il benessere.

La morte racchiude in sé il mistero della vita, ma non è negando la morte che vivremo felici. La morte è separazione, è imparare “a fare a meno di”, solo se la accogliamo troveremo le strategie per superarla. Il prof. Spaltro dice “il malessere esiste, il benessere va creato” io aggiungo che solo insegnando a farci invadere dal dolore si riesce a trovare un alternativa ad esso.

Ecco l’autrice e il suo sito.

foto elisaELISA BENZI – laureata in Scienze filosofiche (indirizzo psico-pedagogico). Co-fondatrice di Snodi Pedagogici. Titolare di InDialogo – affianca gli studenti della scuola secondaria di I° nello studio, in modo particolare si occupa dei ragazzi che hanno difficoltà di apprendimento (DSA). Realizza progetti sull’uso di Internet e dei Social Network per le scuole e per le famiglie. Sensibile ai temi dell’educazione, in particolare riguardo all’adolescenza. Ha lavorato in contesti multinazionali nel settore IT. È specialista in Conduzione di Gruppo.

Ringrazio molto Elisa, soprattutto perché il suo post è profondo e coraggioso. Son felice di averla ospitata.

Se avete voglia di leggere il mio contributo lo potete trovare in uno dei blog che trovate sotto. Quale? Tropo facile, trovatelo.

I blog che partecipano.

politicaeducazioneOgni mese il gruppo Facebook  “Educatori, Consulenti pedagogici e Pedagogisti” (link del gruppo)  propone un tema, una riflessione educativa, alla quale partecipare con un proprio contributo scritto. Una volta raccolti, quest’ultimi vengono ospitati e divulgati dal circuito blogger di Snodi Pedagogici.

Il tema del mese di marzo: pedagogia e politica

“La cura della polis attraverso le pratiche di accudimento sociali. Una dimensione politica dell’educazione che esiste, anche se il termine politica, oggi si confonde troppo spesso con “partito” e può spaventare. Politica ed educazione, invece: due facce della stessa medaglia. Perché se le pratiche educative non diventano cura dei territori e costruzioni di reti di significati sociali, l’educazione perde in partenza la sua sfida. Un’educazione che non ha bisogno dell’aggettivo “civica” per essere sostanziata. Perché educare è già un atto civico. L’educazione tras-forma l’umanità in cittadinanza”.

Un tema che va oltre le classiche figure educative e che contempla chi nella società cresce, vive e in questa vede un’occasione da lasciare come eredità alle nuove generazioni.

Inoltre, Snodi Pedagogici, tiene a precisare che il percorso dei blogging day non è casuale, ma facente parte di un progetto culturale più ampio. Quest’ultimo si sta lentamente concretizzando e appena avremo alcune conferme ne daremo l’annuncio, chiedendo a chi ha partecipato fin dal primo se è d’accordo a prendervi parte.
Buona lettura.

PEDAGOGIA E POLITICA

Accostare la pedagogia alla politica, è un po’ come cercare di far fare all’amore l’acqua con l’olio, purtroppo  non ci si riesce. O quantomeno io non ci riesco. Oggi la politica, di certo più di ieri, rappresenta l’apice di una società allo sfacelo e per tale ragione è molto semplice considerarla la più grave forma di diseducazione sociale. La difesa del proprio status quo, l’anteporre l’io agli altri e il farsi largo tra i cadaveri sono i capisaldi della politica nostrana. Ecco, la pedagogia per me è tutto il contrario, lo dico da profano. Non sono un cultore della materia, mi occupo di tutt’altro , non credo però serva essere dei luminari per capire quanto questi due mondi siano distanti. Se la politica fosse realmente quello che millanta di essere, allora sì che ci sarebbe da prendere esempio. La politica dovrebbe essere l’arte di risolvere i problemi della gente comune, di prodigarsi per il bene del Paese, concetti vecchi come Matusalemme e dai tempi di Matusalemme bistrattati. Se oggi le giovani generazioni hanno pochi valori è perché è mancato l’esempio delle generazioni più vecchie, che a loro volta si vedono governate da una classe dirigente inetta, egoista ed opportunista. Quindi non posso che concludere che per me, nel contesto in cui mi trovo a vivere e in questo preciso momento storico, non esiste alcun legame tra pedagogia e politica. E mi spiace davvero.

Luca Giangiacomi.

giangiacomi

Sono una persona tranquilla e moderata. Il mio sguardo alla vita è quello del cittadino del mondo, mi piace confrontarmi con culture differenti e lontane dalla mia.

 

 

 

 

Tutti i contributi su #pedagogiaepolitica verranno raccolti qui

Ecco i blog che partecipano al Blogging Day:

…e gli altri articoli