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A proposito di dolore, vita e morte. A proposito di limiti, rischi e responsabilità. A proposito di rapporto tra la vita di un educatore e la vita degli altri.

Ovvero: I dialoghi tra Mister Red e Mister Blu. 

Tunisia 2000Lo sai, nel tuo lavoro può succedere. L’hai detto non più di due settimane fa in equipe che il nostro lavoro riguarda la vita e la morte. Sembrava melodramma, occhi perplessi o increduli, ma volevi dire che il lavoro che si fa è importante, è serio, bisogna farlo con cura, anche quando ridi insieme ai ragazzi o giochi a pallone. Lo sai, ma non ti va sempre giù: titoli dei giornali, solo se quel giorno qualcosa va storto. Ma dei giorni prima a corrergli dietro te ne ricordi ormai a migliaia, e te ne ricordi solo tu; in piscina anche se non ti va, a farti mordere, a ridere a piangere, con le vittorie, le sconfitte. Talvolta pensi a quello in tv con la battuta sempre pronta, a quello che è bravo con una palla o è sempre al posto giusto che guadagna in un giorno, un anno del tuo lavoro. Ma te lo sei scelto. Se non sei vecchio, magari hai pure studiato per quello. Se non sei stato fortunato magari hai visto tuo padre piegarsi negli anni, a  fare l’operaio, mai a cercare un riconoscimento. La paga a fine mese e basta così. E ti sei chiesto perché l’etica del lavoro è più praticata, dai 1500€ in giù.  Ma oramai sei stato educato così, che ci vuoi fare. E ci credi, che ogni vita è degna di essere vissuta se insieme rendiamo la vita degna, anche quando è  al limite, anche quando non parla, o dice cose strane, non muove muscolo. E credi che nel tuo lavoro ci sia una responsabilità nel renderla degna, insieme alla fatica di tante mamme e papà che non  vogliono, non possono arrendersi.

Poi. Poi un giorno succede. Terribile. Non doveva succedere, non poteva. Lo sapevi che nel tuo lavoro, ma non è come potevi immaginarlo. Accogli un papà in ospedale e mandi giù il pianto, perché non lo aiuti. No, forse perché ti vergogni di confrontare la sofferenza. Ma anche tu sei padre  e per un po’ il ruolo si appanna.

Ritorni a casa. Tuo figlio compie 10 anni. È un passaggio importante. L’ aspetta da settimane, questa serata speciale. Se la merita e anche noi abbiamo faticato per arrivarci. E così ridi insieme a lui e mentre lo fai un’ombra, un pensiero corre a quel letto di ospedale, a quel papà e senti il pudore di un’ingiustizia. Ma poi pensi e ti dici che abbiamo un dovere alla felicità, quando non è a spese degli altri. La sofferenza ci scorre attorno e qualche volta ci travolge. E i sensi di colpa sono solo acqua torbida che aggiunge dolore a quell’oceano di sofferenza. Ma pensa cosa sarebbe quell’oceano se non avesse una terra che lo contenga, o almeno un’isola che salvi dai flutti chi ne è investito. E allora abbiamo il dovere anche nei confronti degli altri di portare quella terra che è fatta anche coi granelli dei nostri momenti felici, di essere quell’argine che è fatto anche dalla responsabilità di fare bene il nostro lavoro, di essere quell’isola a cui possono aggrapparsi i naufraghi che un domani avranno anche i volti nostri, o dei nostri figli.

E allora domani, sveglia alle 6,30, treno e ancora al centro. Perché sì, ora sì che l’hai veramente capito: nessuno si salva da solo.

Mister Red

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Lo sai mister Red, che il tuo scritto rimbomba dentro di me come i bassi di una canzone drum’n’bass.

Milano_FuoriSalone 2015Rimbombano le parole dette e ascoltate in anni di lavoro educativo, le riflessioni sul rischio e sul limite. Sulla condivisione ed esplicitazione del pericolo. Rimbomba lo stretto collegamento tra l’educazione e la vita e in questa cosa tra educazione e morte, che parte della vita è. Rimbomba il dolore e il senso di impotenza di alcuni storie. Rimbomba l’eco del dolore di tutti i “miei ” ragazzi venuti per salutare, anni fa, un loro amico che non aveva avuto la forza o la fortuna di trovare qualche cosa per cui valesse la pena vivere. Riempiono i miei occhi le centinai di persone venute a salutare Luigi, anziano partigiano novantenne che non sembrava essere mai pronto per salutare. Ritornano tutte le immagini dei rischi che mi son preso in anni di lavoro da educatore e che mi prendo ancora oggi da padre. Quei rischi che si corrono quando si decide che è arrivato il momento di lasciare andare senza rotelle, di staccare la mano che tiene la bicicletta. Il rischio di perdere il controllo e di non poter più proteggere. Ritorna in mente la volta “del bagno al mare con la bandiera rossa” con Miss Purple. Ritornano le immagini di tutti gli errori fatti nella mia carriera professionale e degli errori che faccio, settimanalmente, da padre. Alcuni per dolo, alcuni per incompetenza, altri per stanchezza, altri semplicemente perché a volte capita. Quasi tutti errori che oggi posso raccontare sorridendo. Ma tu lo sai bene, mister Red, non tutti gli errori si possono trattare nello stesso modo, spesso alcuni errori son “più errori” di altri. La possibilità di riderci su, pultroppo dipende anche dall’esito.

Lo sai bene, mio caro Mister Red quanto questo tuo scritto risuonerà in mister Black, che con la morte ci ha fatto in conti mentre lavorava, come di rado capita ad un educatore, per fortuna. Chissà quanto altri educatori ed educatrici si ritroveranno nelle tue parole e nelle tue emozioni Mister Red, quanti di loro hanno fatto i conti con il senso del limite, del rischio, del pericolo, per sè e per le persone che avevano in carico. Quanti di loro si sono accorti della delicatezza e dell’importanza del nostro lavoro.

Lo sai quante volte mi son chiesto se valesse la pena prendersi un rischio e quante volte ho deciso di provarci, perché l’educazione è anche coraggio, perché senza il coraggio si rimane dove si è, fermi ad aspettare che le cose cambino da sole. Ma tu lo sai bene, le cose non cambiano da sole, spesso per cambiarle ci serve una spinta, una frase, un consiglio, un appoggio. Spesso ci serve qualcuno che ci accompagni lungo la strada e a volte dobbiamo esser lì anche il giorno dopo, alle 6.30, quando la sveglia suona.

Lo sai mister Red, il tuo scritto è pieno di te. Di ciò che sei come educatore, come padre, come uomo.

Lo sai bene Mr. Red, quanto spesso il nostro lavoro ha inciso sulla nostra vita e quanto i nostri figli ci hanno aiutato a resistere alla strana e pericolosa “usanza” di pensare troppo al lavoro. Viva i figli allora, caro mister Red, soprattutto quelli che pretendono, giustamente, di poter festeggiare il loro compleanno con i loro papà.  Quelli che ci permettono di poter portare quel granello di sabbia di felicità anche il giorno il passaggio dello Tzunami.

Mister Blu

Chissà cose ne pensano Mister Orange, Miss Yellow. Li attendiamo.

Le foto sono di Marco Bottani

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3 novembre 2011, poco distante da una delle tante scuola materne del regno Italico.

Incrocio una madre che ha appena lasciato la figlia, piangente, nelle braccia della maestra alla scuola materna.

Io: difficile vero?

Md : già, soprattutto perchè succede tutte le mattine, o quasi…

Io: capisco, vederli piangere è difficile, soprattutto perchè la sensazione che hai è che sia tua la responsabilità, dato che piangono perchè li lasci…

Md: si, poi ci si mettono pure gli altri genitori, che mi raccontano che quando passano a lasciare o a prendere i loro figli in altri momenti la trovano sempre piangente…

Io: già , a volte ci si preoccupa poco dell’effetto delle comunicazioni che si fanno, a cosa serve raccontarti una cosa del genere?

Md: …a farmi piangere! ( …con le lacrime agli occhi)

Io: …in effetti sembra essere utile solo a quello…mi dispiace.

…anche i genitori piangono, e per fortuna, vuol dire che son vivi ( ma che fatica)…

Riflessioni sparse…

Appena finito lo scambio ho pensato subito che la domanda, le domande che mi portava questa mamma erano domande preziose, troppo importanti, quesiti che non potevo lasciare cadere, domande che non avrei dovuto e potuto perdere. Ho pensato che un post su questo argomento non potevo non aprirlo, insomma.  Mi han colpito due cose, la prima è la domanda del secolo, cioè :

  • Come si fa a reggere l’impatto del dolore che provochiamo (o pensiamo di provocare) ai nostri figli con le scelte che facciamo, sia che siano necessarie ( “devo lasciarti all’asilo perchè devo andare a lavorare…” ) sia quando sono conseguenze delle azioni educative?

la seconda è però ancora più interessante :

  • Come fa un genitore a rimandare agli altri genitori che le cose che le vengono raccontate non le servono , non le sono di aiuto e soprattuto che le fanno male.

Sulla prima osservazione: Maledetta voglia di gossip, maledetta voglia di sapere, maledetta voglia di controllo, ho pensato, son queste le cose che ci fregano a volte e che fregano spesso i genitori. Facciamo fatica a lasciare, facciamo fatica a mollare ( anche quando ne saremmo autorizzati) la responsabilità agli altri ( agli insegnanti per esempio). Facciamo fatica, noi genitori, ad alleggerirci : ” mia figlia è con un altro adulto, se ne occuperà lui”. Li lasciamo e per ore, continuiamo a pensarci, starà bene, sarà felice, sarà caduta, starà giocando. E’ la condanna dei genitori, forse. E’ difficile staccare dai propri figli, forse impossibile, ma è possibile sentirsi parte di un sistema educativo, parte di un gruppo di educatori ( genitori, zii, nonni, insegnanti,amic, ecc) che hanno la responsabilità, insieme, di crescere il bambini. Il problema è che a volte , ci si sente soli, persi, unici responsabili dell’educazione dei prorpi figli, perchè la responsabilità educativa gli “altri” adulti non la prendono più.

Sulla seconda domanda: Facciamo fatica soprattutto a comprendere che le comunicazioni che facciamo non sono neutre ( ” bene, dato che questa mattina ho del tempo, ti racconto di tuo figlio, anche se non me lo hai chiesto…”) e che hanno sempre un impatto su chi le ascolta, soprattuto se raccontiamo di emozioni come il pianto, il dolore, la felicità. Facciamo fatica a pensare che sia necessario, almeno a volte e su alcuni temi, entrare in punta di piedi, perchè alcuni argomenti sono delicati e necessitano di mani di velluto. Facciamo fatica a chiedere posso, facciamo fatica a chiedere scusa , a dire mi dispiace, a sentirci responsabili di ciò che abbiamo prodotto negli altri. Facciamo fatica, ancora una volta, nel prenderci la nostra responsabilità.

Due domande, due questioni inerenti la condivisione della responsabilità educativa, che strano….oppure no.

Verrebbe da chiedere insomma: Ma chi ti ha chiesto di raccontarmi come vedi la mattina mia figlia, e soprattuto perchè non mi racconti anche quando la vedi bene, mica piangerà sempre, maledetta sindrome da ” studio aperto” ( tg catastrofista)….

…anche i genitori sbagliano, ma soprattutto sbagliano tempi e modi delle comunicazioni …

Christian S.