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Ieri avete perso. Male e in modo netto. Avete perso una partita che non potevate vincere. Perché alcune sconfitte son così. In alcuni casi non si vince, nemmeno se si dà il massimo, nemmeno se le altre sbagliano partita. Si perde e basta. E’ inutile girarci intorno, sarebbe solo un modo di prendersi in giro.

Allora bisogna partire da qui, dal senso del limite. Perché alcuni limiti si possono superare, altri invece vanno solo rispettati. Compresi e rispettati. Sia quando sono individuali, sia quando son collettivi. Inutile provare a scaricare sulle altre o a prendersi tutto. Il basket è uno sport di squadra e la valutazione deve essere complessiva. Ieri non si poteva vincere, ma si poteva giocare meglio, lottare, cosa che non è successa. Sulla vittoria non potevate fare nulla, su questo invece sì, è possibile lavorare. Forse dobbiamo tutti imparare a partire da ciò che si può fare e non da ciò che vorremmo.

I limiti si compensano, si superano e alcune volte si rispettano, soprattutto quando non sono possibili le prime due opzioni. Oggi è il giorno di imparare a rispettarli, ad accettare che oltre non si poteva andare, senza che ciò possa diventare un alibi, perché questo è il rischio.

“Papà son tropo forti, è inutile”. Invece no, non è inutile, dobbiamo solo cambiare l’obbiettivo. Non si gioca più per vincere, ma per dare tutto e farle faticare. Perché loro entreranno in campo convinte che sarà facile e starà a voi fargliela sudare, la vittoria. Perché vinceranno anche la prossima volta, probabilmente, ma devono guadagnarsela, devo sbucciarsi le ginocchia, lottare, anche se son più forti. Serve anche a loro.

Si giocherà per far meglio individualmente in modo che si faccia meglio insieme, per far meglio di ieri, per far tesoro di ciò che abbiamo imparato da questa sconfitta. Si giocherà per cercare di essere lì, se dovessero sbagliarla loro, la partita, questa volta. Perché è così che funziona lo sport, se gli altri sbagliano e non sei pronto, la perdi anche quando potevi vincerla. Si giocherà per capire se avete imparato a fare i conti con l’idea che ci possa essere una squadra più forte della vostra, una quadra che sembra imbattibile. Si giocherà per verificare che quello strano senso di inferiorità non vi immobilizzi, perché può capitare, come è successo ieri.

Serve figlia mia. Serve imparare a giocare mettendo in campo la rabbia e la delusione che ti porti a casa oggi, per imparare a soffrire ancora di più e spingersi oltre i propri limiti, perché finisca con un risultato differente, perché escano dal campo sorprese per come ci avete provato. Serve, sia a voi che a loro.

Ti ho chiesto come ti sentivi, mi hai risposto che eri dispiaciuta, che non eri felice, che non eri contenta di come avevi giocato e ne abbiamo discusso. Ho sentito e sento il bisogno di aiutarti a non perderti negli alibi, perché gli alibi non servono a nulla, se non a nascondersi dietro barriere che ti lasciano dove sei. E’ una questione di rapporto con il limite. Se lo conosci e lo rispetti, diventa un tuo alleato. Se invece non ci rifletti, rischi di andare a sbatterci contro continuamente, senza accorgerti che è inutile e che stai solo sprecando energie. Che la strada per uscire, in sintesi, è un’altra.

Imparare a studiare i tuoi limiti ti permetterà di spostare lo sguardo da ciò che non puoi fare a ciò che invece puoi cambiare. Ci saranno cose che potrai modificare, non sarà il risultato finale, sarà il tuo modo di stare in campo, di giocare, di prenderti le tue responsabilità. Il tuo modo di prendere le sconfitte, per esempio.

Ho perso anche io e quando ci son passato dentro, il nonno mi ha insegnato anche a riderci sopra. Mi faceva incazzare, lo ricordo bene, ai tempi, ma ad oggi credo di doverlo ringraziare. Se riesco, a volte, a prendere le fatiche quotidiane con leggerezza lo devo anche a lui e alla sua modalità dissacrante. Si chiamano eredità, nel bene e nel male.

Ci rideremo sopra, figlia mia, questo è sicuro, senza dimenticarci che insieme alla leggerezza, c’è un lavoro da fare sui limiti. Tuoi e delle tue compagne, perché se imparerai a portare rispetto verso i tuoi limiti, lo sarai anche con quelli di chi gioca con te. Se imparerai a lavorare sui tuoi, potrai aiutare anche gli altri a farlo con i loro.

Imparare a rapportarti con i tuoi limiti è un percorso complesso che non ti toglierà la sofferenza che le sconfitte si portano dietro ma ti aiuterà a dargli un senso, un valore e ti permetterà di andare a cercare cosa c’è dietro la sofferenza che ti provoca. Succederà se ti prenderai il tempo di rifletterci su, perché dalle sconfitte si impara poco, se le lasci solo passare. Perché le esperienze di per sé son esperienze, diventano preziose se ci mettiamo pensiero, anche se ci verrebbe più semplice archiviarle e passare alla partita successiva.

Se riusciremo a fare questo, ragazzina colorata, avremo fatto un gran passo avanti, insieme. Perché il rispetto dei limiti degli altri è ciò che ci permetterà di arrabbiarci di meno con loro, spostando l’attenzione verso ciò che possiamo fare, evitando di sembrare una palla che rimbalza contro il tabellone. Perché se la palla la tiri sempre nello stesso punto e con la stessa forza, il rimbalzo è sempre lo stesso. Perché come ti dico spesso, il tabellone è tuo amico, se sai come usarlo.

Se riuscirai ad accettare i tuoi limiti un giorno riuscirai ad accettare anche i miei e forse avremo vinto in due. Anzi, avremmo vinto sicuramente, entrambi.

Christian S.

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baskin 1Dicembre 2014

L’azienda per cui lavoro affida il confezionamento dei regali per clienti e dipendenti ad AGDP Onlus, associazione impegnata nel costruire insieme a ragazzi con Sindrome di Down un futuro di dignità e di autonomia professionale. Durante un pranzo organizzato con questi ragazzi, Martina, indubbiamente la “leader” della situazione, mi racconta i suoi programmi pomeridiani: “Oggi pomeriggio ho gli allenamenti di Baskin” dice con entusiasmo contagioso. “Di cosaaaa?” domando io, perplesso. “Il Baskin è uno sport come il basket, ma dove noi giochiamo insieme ai normodotati” risponde lei lasciandomi basito per la sua sorprendente padronanza del linguaggio.
Inutile dire che, raccolta la mascella, passo il pomeriggio in cerca di informazioni sul web. Mi imbatto così in un regolamento articolato, in qualche filmato sul tubo ma soprattutto nella pagina facebook del Baskin Rho. Bastano pochi click e a Gennaio eccomi pronto al mio primo allenamento di Baskin.
Siamo in una marea e ce n’è per tutti i gusti: normodotati che sanno (o pensano) di saper giocare a basket, normodotati alle prime armi e ragazzi con diversi gradi di disabilità fisica e/o mentale.
Dopo 20 minuti di esercizi vari finalizzati al coinvolgimento di tutti i giocatori, si inizia a far sul serio con la partitella. Si gioca 6 per parte, si attacca (e, almeno teoricamente, difende) sia nei canestri classici, sia in canestri di diversa altezza posti all’estremità della linea di metà campo. Il gioco così si sviluppa in maniera completamente diversa dal basket, senza il classico avanti e indietro.
Sono ovviamente disorientato, ma mi piace da matti, tutti giocano per vincere e per farlo si devono sfruttare le qualità di ogni persona, che indipendentemente dalla propria abilità, è chiamata a dare il suo fondamentale contributo.
Senza quasi rendermene conto, si arriva alla prima partita del campionato, che ci vede subito di fronte in un derby con il nostro settore giovanile (il che mi fa rendere conto che, a 33, sono ormai nella squadra dei “vecchi”). Vinciamo una bella partita di una ventina di punti, mi colpiscono in particolare:
– vedere il nostro giocatore/allenatore giocare contro i suoi due figli (uno dei quali in carrozzina) per lui è derby nel derby;
– su 56 punti totali, una buona trentina li hanno messi le persone con le disabilità più gravi (Marco, cecchino in carrozzina ed Erika, una ragazza con disabilità ma che dalla sua mattonella è più puntuale della rata del mutuo)
– sugli spalti più pubblico della maggior parte delle partite di Serie D che ho visto quest’anno, con applausi e incitamenti equamente distribuiti;
– a fine partita, foto di gruppo delle 2 squadre e grandi sorrisi per tutti.
Solo un paio di settimane di allenamenti e di nuovo in campo, questa volta a Cinisello contro le temibili “Pantere”, in una partita sentita da entrambe le parti per via di precedenti un po’ turbolenti.
Pronti via e perdiamo la bussola, lasciandoci andare ad evitabili proteste e ritrovandoci sotto 20 a 5 in un Amen. Ristabiliamo un minimo di calma ed incominciamo la lenta rimonta, che ci porta a vincere in volata 46 a 43, non senza qualche tensione in campo. Questa volta la mia attenzione è catturata soprattutto dall’intensità e dalla battaglia agonistica vista in campo, che da una parte evidenzia il carattere sportivo e competitivo di questo sport (quindi non “assistenzialista”), mentre dall’altra riporta a galla problemi e atteggiamenti che speravo di non trovare in un contesto almeno teoricamente “protetto”. E questo apre molto spazio per il dibattito su dove sia da porre il limite e quale sia il reale obiettivo dello sport a tutti i livelli.
Marco il cecchinoRimango altresì colpito dal costatare che Marco (il cecchino) ne ha messi 21, su 46… San Marco! L’indomani, 15 febbraio, è la giornata del Baskin a Cremona (dove questo sport è nato). 10 (DIECI) squadre della sola provincia di Cremona si affrontano in uno spezzatino domenicale con straordinaria cornice di pubblico e e partecipazione di cestisti di grido (uno su tutti, Daniel Hackett).
E questo è solo l’inizio…
I love this Game!
Articolo di Fabrizio Foglia

pulici

Primo scatto: una notizia.

«L’idea sembrava geniale. Aprire la curva chiusa per i cori razzisti ai piccoli tifosi. Peccato che durante Juventus-Udinese i ragazzini abbiano insultato Zeljko Brkic, portiere della squadra friulana.» (Il foglio 3 dicembre 2013).

Secondo scatto: una spiegazione.

«Marotta A.D. della Juventus “noi abbiamo voluto riempire lo stadio perché, diceva un sociologo, “il calcio senza spettatori è pari allo zero”, era impossibile vedere delle tribune vuote» (Corriere dello Sport 2 dicembre 2013)

Terzo scatto: l’opinione.

«Paolo Pulici oggi allena i giovani ragazzi della Tritium a Trezzo d’Adda ed interpellato sui giovani e del cattivo esempio dato dalle famiglie: “La mia squadra ideale è una squadra di orfani. Molti rovinano i figli senza nemmeno rendersene conto. Non hanno raggiunto i risultati sperati e riversano sui bambini le proprie frustrazioni. Dai, diventa ricco e famoso, così possiamo comprarci la villa”». Corriere della sera 6  Dicembre 2013

Paolino Pulici, 172 gol con la maglia del Torino, è stata una mia bandiera, una delle ultime ma questo è un altro discorso.

Qui c’è tutto un mondo: il pedagogico che passando per lo sport diventa letteratura, di più, filosofia.

La sola idea di una squadra di bambini orfani sembra la trama ideale per una fiaba, per un racconto o perché no un film.

Niente di nuovo, sia chiaro, basta pensare all’ideale greco che assegna il primato della collettività alla dimensione privata della famiglia. La responsabilità educativa è innanzi tutto della polis prima che della famiglia.

Che dire poi del riferimento allo sport. Già perché qui non si dice la prepotenza, la provocazione,  il comunitarismo educativo richiede il suo primato quando si parla di sport. Un richiamo che non può non far pensare al ginnasio, la palestra dove formare l’uomo quale membro della città. Di più richiama l’ideale educativo comunitario più autentico e spietato : quello di Sparta e i suoi cittadini soldato. Già perché se la squadra è di orfani probabilmente anche l’orizzonte di vita atteso di questi orfani si dovrà spendere all’interno della dimensione sportiva. L’esperienza sportiva è autentica non solo per crescere la disciplina, le virtù sportive e le competenze connesse ma perché è l’esperienza sportiva è paradigma stesso dell’educazione.

Più semplicemente la possibilità di educare in assenza di genitori rappresenta il sogno pedagogico di ogni educatore, finalmente libero di lavorare senza fastidiose interferenze, plasmando al meglio la materia con cui si opera.

Ma c’è molto altro

L’affermazione di Pulici infatti non è una proposta metodologica, non un programma di lavoro ma è molto meno di un auspicio, piuttosto, uno sfogo dettato dalla frustrazione di non poter esercitare la professione di allenatore nel pieno del suo significato educativo. Lo sport, il calcio, si ritrova oramai ostaggio dei più bassi istinti dei genitori dei atleti , dalle aspettative di riscatto delle ambizioni frustrate dei genitori riverse sui figli, da una passione per la disciplina sportiva alimentata quasi esclusivamente dalla ricerca del successo e della ricchezza, non dal desiderio di crescita e dall’amore per il gioco.

Allenare senza genitori di torno è anche una manifestazione di impotenza: una disperata richiesta che qualcuno si prenda carico di educare questi genitori, già che lo sport non è più in grado di insegnare loro alcunché.  Il genitore non è nemmeno il destinatario dello sfogo perché, considerato oramai come l’attore di una vicenda educativa cui si farebbe volentieri a meno.

C’è da chiedersi come agisca il genitore la rovinosa azione disturbante. Facile immaginarlo mentre trasmette ed enuncia i propri valori e le proprie ambizioni rivolto ai figli, a tavola o nel tragitto per andare alla partita, oppure mentre impreca durante la settimana contro l’allenatore colpevole di far perdere la squadra o di non tenere nella giusta considerazione le doti del figlio. Ma l’azione più incisiva ed efficace del genitore è quando impreca dagli spalti, quando mette in scena il suo peggio. Quindi proprio quando entra nella parte che gli è assegnata dal dispositivo del calcio, altrettanto costitutiva del calcio come sport: lo spettatore, il pubblico ma soprattutto il tifoso.

Infatti, su questo aspetto, Marotta ha ragione quando sostiene l’insussistenza del calcio come spettacolo in assenza di un pubblico. Chi altri sono i componenti del pubblico, nei tornei giovanili, se non tanti e tanti papà che avrebbero il compito di conformarsi alle buone maniere e ai valori dello sport ed invece spesso sovvertono anche le minime regole di buon senso.

Ecco un primo paradosso che è bene sottolineare. Se il calcio ha da dire qualcosa sul piano educativo (e non mi sentirei mai di sostenere il contrario) sia pure il calcio, si può manifestare e realizzare a pieno solo se ricompreso anche come evento di spettacolo, al pari di una piece teatrale. IL calcio è spettacolo: c’è una ribalta, gli spalti, gli spogliatoi, gli attori, i registi, le regole entro le quali le azioni che si svolgono hanno un senso, un tempo finito, una trama, financo uscieri, bigliettai e vigili del fuoco e solo se tutti assieme si funziona si ha un buon spettacolo. Il tifo stesso è parte dello spettacolo senza il quale lo sport invece che competizione offrirebbe alla vista solo noiosi e poco significativi gesti atletici.

Chi può o forse chi deve educare questi genitori? Non l’allenatore (vuoi per abdicazione vuoi per convinzione) che non li riconosce destinatari della propria azione educativa, né gli atletici figli, figuriamoci, né la Federazione del Calcio, a meno che possa pensarsi un calcio senza spettatori, appunto.

Per centrare l’affermazione di Pulici ho provato a chiedermi se vale anche per altre discipline sportive.

Ad esempio «il centometrista ideale è quello senza genitori». Come potrebbe esistere un atleta dei cento metri senza un genitore che lo aiuta ad affrontare trasferte, che lo scorazzi in giro. E quale genitore sogna successo e soldi in una disciplina dove di denaro ne gira ben poco.

Forse nel calcio questo invece potrebbe anche accadere. Nel calcio girano tanti soldi, certo più di ogni altra manifestazione sportiva almeno in Italia. Il sogno pedagogico si può realizzare più realisticamente nel calcio proprio in forza della sua rinomanza. Paradossalmente proprio quei soldi e la sua diffusione sono l’ostacolo per una autentica esperienza educativa calcistica. Già perché quel denaro si origina proprio dalla vocazione spettacolare, dalla notorietà, dalla spettacolarizzazione del gioco del calcio.

A pensarci bene l’unico senso che avrebbe il pensiero di un centometrista senza genitori sarebbe un segno di tutt’altro segno: quello del doping. E a pronunciare la frase potrebbe benissimo essere il preparatore atletico, il medico il farmacista dell’atleta. Nessun padre se sapesse cosa deve passare nel corpo del proprio centometrista accetterebbe di buon grado il rischio per la salute per raggiungere il primato sportivo.

E provando con altri sport, ancora, mi sembra che la frase funzioni poco. Ad esempio, il ciclista ideale non può essere orfano quando spesso il ciclismo è uno sport che si tramanda e si trasmette di padre in figlio

Ma è poi davvero un sogno operare in assenza di genitori. Non è semplicemente una aberrazione? Al pari di qualsiasi altra idea totalitaria. Più che sogno un incubo. L’impero del pedagogico. Nessuna esperienza può dirsi davvero educativa se non si sa confrontare con un contesto, con il mondo della vita. L’onnipotenza dell’educazione è il nodo contro il quale ogni educatore si scorna nella propria professione: l’incapacità di ritagliare il giusto ruolo all’educazione, parte di un sistema. L’incapacità di riconoscere i vincoli dello spazio entro il quale è possibile operare e della durata nel tempo di ogni azione, di obiettivo e di ogni verifica di risultato.

Di nuovo, quale esperienza educativa è possibile senza un ritorno costante al mondo della vita. Quale competenza è appresa se non è spendibile altrove.

In qualche modo e, certo, a suo modo la federazione del calcio ha provato ad affrontare un nodo della matassa e prova ad educare l’adulto negandogli la curva se non è in grado di corrispondere a semplici limiti morali ed etici. Qualche illuminato cerca di sovvertire le regole del gioco portando allo stadio i figli quale esempio per i padri, salvo poi scoprire che i padri restano sempre l’esempio dei figli.

In fondo anche l’allenatore, l’insegnante, l’educatore provano ad educare l’adulto formando i figli. Se un adulto sa ascoltare sa guardare il figlio che cresce può imparare che è possibile crescere quando si persegue la passione, la gioia e l’amore per il gioco.

Ed allora, caro Paolino, condivido questa affermazione perché rimarca il paradosso, amplifica il cortocircuito che non si può interrompere. E’ l’unico modo per attribuire a tutti il proprio pezzo di responsabilità.

Al genitore il compito si essere genitore e tifoso, cercando la migliore sintesi tra le due dimensioni.

All’allenatore il compito di proporre una esperienza sportiva agli atleti e di nominare ai genitori la posta in gioco.

Alla federazione che ha il compito di stabilire la misura dell’asticella, determinare e far rispettare le regole del gioco.

Allo Stato che ha il compito ultimo di marcare la differenza tra spettacolo – che in quanto tale è finzione, normato da leggi e regole che valgono solo all’ interno di quel contesto – e la delinquenza, l’illegalità.

Alla stampa che ha il compito di promuovere lo spettacolo senza impoverirne il contenuto con una spettacolarizzazione a tutti i costi.

Ai ragazzi il compito di farsene una ragione provando a prendere il meglio di tutta questa esperienza

Torrevecchia Pia, 15 dicembre 2013- Artigianamente ( http://artigianamente.blogspot.it/ )

Un ringraziamento ad R.C. Autore dell’articolo. Christian S.

Oggi, quasi per caso, mi passa sotto gli occhi questo video. Guardandolo ho pensato che fosse un video straordinario, eccezionale, un video speciale. Un video che andrebbe fatto vedere  in tutte le scuole. Un esempio di come si può raccontare un nuova disciplina. Un bella storia che narra del rapporto tra sport e disabilità. Un esempio di come si possa, nonostante i propri limiti, andare oltre ciò che gli altri immaginano per noi. Spesso è proprio lo sguardo degli altri che ci limita.

Correre, saltare, saper cadere, saper atterrare ed allenarsi.  Se volete imparare a farlo , ecco un gruppo di scimmie che fanno al caso vostro.

piangereSan Valentino : Oscar Pistorius ha sparato alla fidanzata, 4 colpi.

Ho parlato tanto dell’atleta Pistorius, ne ho incensato le gesta e il coraggio. Oggi parlarne in quel modo sembra quasi impossibile, soprattutto se ciò che è avvenuto il giorno di san valentino dovesse essere veramente omicidio volontario.

Chi è veramente Oscar Pistorius?

Pistorius è due uomini, uno pubblico e uno privato.

Di quello pubblico sappiamo tutto, di quello privato nulla, fino al 14 febbraio.

Quello pubblico è colui che ha combattuto (trovate diversi post nel mio blog) per essere in pista, per correre, per stare con gli altri.

Quello privato forse con gli altri non ci starà più.

Il Pistorius pubblico è un lottatore, un combattente, una persona con disabilità che ha voluto gareggiare con chi disabilità non ne aveva. Un uomo che ha detto e gridato a tutti di non voler essere considerato differente. Che non si è accontentato. Un uomo forte,deciso, paziente, costante e apparentemente felice.

Il Pistorius privato (oggi diventato pubblico) oggi piange (Il video), tiene gli occhi a terra, non riesce più ad alzare la testa come ha fatto alla olimpiadi quando è scattato dai blocchi di partenza della 4 per 100. Oggi, anche lui è un uomo distrutto, che dovrà affrontare, da solo probabilmente, tutte le sue debolezze.

Oscar sembra  in qualche modo come me, come tutti noi. Vizi privati e pubbliche virtù, insomma. Anche io ho sono un uomo pubblico e privato. Anche io, forse, son meglio nella versione pubblica. Anche gli educatori che incontro, nelle supervisioni e nelle formazioni, portano una parte di se stessi (professionale) che non sempre collima con la versione personale. Anche da educatori, portiamo una parte di noi stessi, forse ripulita di ciò che non ci piacerebbe gli altri vedessero.

Le azioni educative  si svolgono spesso in una scena pubblica, dove uomini e donne interpretano un ruolo ( genitori, educatori e insegnati, ecc) più o meno aderente con ciò essi sono realmente.

Tornando ad Oscar, lui è un uomo differente da me, perchè ha sbagliato in modo irreversibile. Ha compiuto la tipologia di  errore, volontario o meno, peggiore possibileGli errori irreversibili ti tolgono la possibilità di recuperare, di ricominciare e di riparare, ti tolgono il fiato. A volte non farli è anche una questione di fortuna.

Nella vita come in educazione (professionale o naturale) capita di sbagliare, capita di provare e non riuscire, capita anche di farcela. Quello che dobbiamo e cerchiamo di evitare è l’ irreversibilità delle nostre azioni. E se non ci riusciamo?

Quindi la domanda finale è questa : Come si fa a ripartire da un errore irreversibile?

Christian S.