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Questo è un post che avrei dovuto pubblicare qualche mese fa, quando fu immesso sul mercato il gioco Pokemon Go. L’articolo esce ora, leggermente modificato rispetto a come era nato, ma il suo senso rimane e forse, leggendolo oggi, assume ancora maggior significato. E’ un post che parla di pregiudizi, banalizzazioni e superficialità. Tre azioni che quando sono contemporanee rischiano di essere un mix esplosivo.

Pokemon Go esce poco prima dell’estate, a giungo del 2016. Quasi sei mesi fa, insomma.

I commenti e soprattutto le critiche negative giungono in modo frettoloso, non importa che il gioco sia uscito in Italia da poco meno di 2 settimane. Nulla ferma gli adulti che si scatenano in avvertimenti connessi con la pericolosità del gioco, sottolineandone rischi, alla ricerca di  soluzioni e soprattutto di colpevoli. Leggerli lascia la netta sensazione di essere di fronte ad adulti che nulla sanno del gioco e che basano le loro valutazioni su pregiudizi e preconcetti tra l’altro già sentiti verso altri giochi e/o verso le nuove tecnologie. Pregiudizi per lo più basati su semplificazioni, generalizzazioni e banalizzazioni.

Io invece, da appassionato di videogiochi e di educazione,  ho preferito far tre cose prima di permettermi valutazioni in merito. Ho preso tempo, ho studiato il gioco provandolo e ho messo da parte quello strano pensiero che porta tanti adulti a dire “non ci sono più i giovani di una volta…”. Metter da parte i propri pregiudizi vuol dire provare anche a metterli in discussione. Per metterli in discussione è necessario lasciare le porte aperte per poter cambiare idea.

La dipendenza: Tranquilli. Pokemon Go, per come è pensato oggi (problemi di connessione, instabilità dell’applicazione, impossibilità di geo-localizzarvi, ecc) e per struttura del gioco (finisce) non ha nessuna possibilità di rendere i vostri figli/e o fidanzati/e dipendenti. Forse li può rendere più nervosi e infelici, ma questo può succedere anche per altri motivi. Mi colpisce sempre molto la tendenza a far diventare “patologia” tutto ciò che si muove intorno ai ragazzi. Sembriamo, in questo senso, un mondo di adulti “malati” sempre alla ricerca delle patologie a cui dovrebbero essere soggetti i nostri ragazzi. Siamo spesso talmente orientati a cercare segni di possibili malattie che non ci accorgiamo che spesso i ragazzi stanno meglio di noi. Pokemon Go, ad oggi, fa solo voglia di disinstallare l’applicazione e questo forse è un peccato. Se vi interessa sapere perché, qualche spunto lo trovate poco sotto.

La ricerca del colpevole: Mi incuriosisce molto chi inveisce contro alcuni tipi di giochi e poi magari ha comprato il cellulare al figlio di 8 anni senza nemmeno insegnargli come si usa e soprattutto pretendendo che impari ad usarlo senza sbagliare. Chi si sorprende, in sintesi, che il figliolo abbia mandato un video in mutande a tutti i compagni delle medie, scaricato applicazioni a pagamento e guardato un porno prima di aver messo piede alle scuole medie. Il problema, se vogliamo parlare di pericoli e di dipendenza “sta nel manico” come direbbe mio nonno. Il problema (sempre che lo si voglia individuare) sta nel modo di utilizzare lo strumento (lo smartphone), perché è lì che eventualmente rischiamo di perderci i figli. Il problema credo che sia il presidio delle regole di utilizzo della tecnologia, che sia cioè come insegniamo ed educhiamo i nostri figli all’utilizzo di ciò che i cellulari filtrano. Insegniamo che c’è un tempo dedicato e limitato? Presidiamo quel tempo costringendo i ragazzi a guardare oltre lo schermo e costruiamo intorno a loro opportunità di divertimento e socialità? Se non lo facciamo, se non li aiutiamo a trovare un sistema di regole per usare il cellulare, il sistema di regole lo trovano da soli e questo sì, può essere un problema, perché da soli è più facile sbagliare e non accorgersi degli errori che si stanno facendo. Da soli inoltre è più facile isolarsi e star male. Se invece vogliamo prendere la strada più semplice, possiamo sempre prendercela con Pokemon Go anche quando per catturare un Pokemon “un tizio” rischia di investirci, dimenticandoci che abbiamo fatto la stessa cosa quando sono arrivati i cellulari e ti investivano per rispondere al telefono o per mandare un messaggio, dimenticandoci che si fanno incidenti anche per seguire il navigatore, insomma.

La svalutazione degli altri: Mi incuriosisce e mi sollecita molto l’analisi delle modalità e motivazioni con cui svalutiamo gli altri, soprattutto quando fanno scelte differenti dalle nostre e nelle quali non ci riconosciamo. Nel caso delle nuove tecnologie inoltre c’è sempre quel retrogusto di “si stava meglio quando si….”. Se si parla di videogiochi siamo invece alla banalizzazione spiccia, totale. Impossibile pensare che un “giochino” (così spesso vengono definiti) possa essere fonte di apprendimento e quindi di sviluppo di competenze. Invece sì, i videogiochi (non tutti ovviamente) hanno la possibilità di insegnare ai ragazzi competenze preziose, come la risoluzione dei problemi o lo sviluppo della logica. Per chi fosse interessato a capire meglio di cosa parlo consiglio la lettura di: Video game education. Studi e percorsi di formazione (D. Felini). Un testo che spiega quante e quali opportunità si possano celare dietro alcuni videogiochi, utili anche per insegnare a cooperare, a non sprecare, a rispettare il mondo e la natura.

Mi infastidisce molto la tendenza degli adulti a ridicolizzare o banalizzare ciò che fanno i giovani. Chi ha deciso che giocare a Pokemon Go sia peggio che postare sui social le foto dei figli, i fatti personali e le citazioni? Chi ha deciso che la musica che ascoltavamo noi  sia meglio di quella odierna e che il modo di stare insieme oggi non sia meglio del nostro?

Ho sempre pensato che per parlare degli adolescenti sia necessario ricordarsi che tipo di adolescenti siamo stati. Io son cresciuto in mezzo ai paninari, a gente che litigava perché “Zio, i Duran son meglio degli Spandau”, in mezzo a gente che teneva i pantaloni arrotolati, metteva un penny nei mocassini e ascoltava i Righeira pensando che non ci sarebbe stata canzone migliore per raccontare la fine dell’estate. Ho troppo rispetto della mia adolescenza per non averne di quella dei giovani di oggi.

Il valore di un gioco: Pokemon Go probabilmente non verrà inserito nei capolavori del decennio (il suo uso non è già più una novità e così sono svanite magicamente anche tutte le paure connesse) ma ha sancito un nuovo modo di concepire i videogiochi, credo che dovremmo tenerne conto. Pokemon Go costringe, ha costretto e costringerà milioni di adolescenti ad uscire di casa. Un gioco prezioso, soprattutto se pensiamo a tutti quei ragazzi che negli ultimi anni si son rintanati davanti al computer e han filtrato la loro vita solo attraverso il monitor. Prezioso perché costringe a camminare, perché per continuare a giocare devi visitare luoghi di carattere storico e culturale e ti costringe a curiosare nei luoghi in cui vivi. Hai visto mai che mentre sto cercando un Pokemon davanti ad un edificio storico mi venga voglia di entrarci. Prezioso perché magari, girando, posso incontrare altri ragazzi che condividono la mia stessa passione e costruirci delle relazioni che potrebbero anche diventare importanti. E’ inutile, insomma, pensare ad un mondo differente, si filtra il rapporto con gli altri, anche, attraverso il cellulare e non mi pare che vi siano movimenti che spingano in altre direzioni. Allora, forse, si tratta di capire come insegnare ai nostri figli ad utilizzare il gioco e ciò che può produrre. Per far questo dobbiamo lavorare sui nostri pregiudizi, smetterla di banalizzare le vite dei nostri figli e provare a star con loro. Ad incuriosirci. Provare a capire cosa può essergli utile, dentro questo nuovo modo di stare in relazioni tra di loro. Dobbiamo osservarli e ascoltarli, ma dovremmo provare a farlo senza pensare che siano dei “Pirla” perché altrimenti non credo possa funzionare.

In conclusione: Io non so cosa ne sarà di questo gioco in futuro e nemmeno mi interessa in modo particolare. So però che mi è parsa una buona occasione per svelare alcuni dei preconcetti di cui son vittime gli adulti, in modo trasversale. Ricchi e poveri, laureati e non. Tutti (o quasi) troppo lontani dalla propria adolescenza per ricordarsi che anche noi abbiamo fatto cose che ai nostri genitori sembravano “senza valore” ma che per noi erano, invece, di grandissimo valore. Perché il valore delle cose è anche e soprattutto soggettivo.

Quando ci chiediamo come poter accompagnare, anche nella distanza generazionale, i nostri figli nei loro percorso di crescita, dovremmo iniziare imparando a non svalutare ciò che fanno, perché poi diventerebbe paradossale chiedersi come mai non vogliano parlare con noi.

Voi parlereste con uno che vi considera un cretino? Io no.

Christian S.

Un ringraziamento particolare va a Maria Antonietta Bergamasco, una collega incontrata in rete che ha sollecitato questa mia riflessione.

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Rho

Quando ho letto il post di Fabrizio mi son posto due domande, entrambe trovano parziale risposta nel post di Andrea (che ringrazio), che potrete leggere sotto.

La prima domanda è: Ma come funziona il Baskin, che regole ha? Come riesce a valorizzare le differenti competenze e abilità?

La seconda domanda è relativa alla rapporto tra disabilità, competizione e agonismo.  Mi son chiesto: Possibile che anche in ambito “protetto”, in cui l’obiettivo principale parrebbe l’ inclusione delle competenze si parli di competizione, vittorie e risultati?

Possibile si, perché non dovrebbe essere così? Forse solo perché a tirare a canestro ci son persone con disabilità? Un ragazzo in carrozzina non ha il diritto di desiderare la vittoria?

Quanti preconcetti accompagnano le persone con disabilità.

La mia domanda si fonda su un preconcetto, tra l’altro pure di stampo discriminatorio e decisamente “buonista” (“Orrore”).  Il pensiero retrostante è che le persone con disabilità non si possano permettere di provare gli stessi sentimenti di un giocatore professionista. Come se la disabilità dovesse, in automatico, modificare il senso e il valore di una partita di basket. Questo è ovviamente un pensiero che non aiuta l’inclusione, che si sofferma solo sulle differenze e le banalizza, un pensiero che non tiene conto delle somiglianze e perde di vista, soprattutto, il contesto dentro cui si svolge l’incontro tra le persone. E’ un pensiero prigioniero degli schemi che sottolineano le mancanze e i limiti e non le opportunità, la forza e la potenza nascosta in alcuni giochi di squadra.

Ho sentito che fosse necessario fermare il pensiero che mi aveva attraversato. Alcuni pensieri vanno analizzati e approfonditi, perché rischiano di farci perdere di vista il reale senso di alcuni incontri. La domanda che mi son fatto, il pensiero retrostante e il preconcetto emerso nell’analisi, si concentrano tutti sulla disabilità perdendo di vista la persona e ciò che sta facendo.

Se avessi lasciato scorrere il pensiero, avrei perso l’occasione di riflettere su una delle competenze più importanti che si possono sviluppare grazie al Baskin, ovvero: imparare a costruirsi un buon rapporto con le vittorie e le sconfitte. D’altro canto, anche io ho imparato a perdere proprio grazie alla innumerevoli batoste subite nella mia ventennale carriera cestistica e non serve raccontare, quanto questa competenza mi sia stata utile nella vita, successivamente.

Il baskin è uno sport, con regole differenti, ma in cui uno degli obiettivi rimane, si gioca per vincere. Quindi, bando alla chiacchere, alziamo la palla e che vinca il migliore!

Buona lettura. Christian.

Erica al tiroBaskin . Alta tensione evitabile?                                       di Andrea Brunelli

Se vai a vedere una partita di Baskin o giochi una partita amichevole probabilmente rimarrai stupito dal clima di festa sugli spalti e dal fair play in campo.

In campionato le cose in campo cambiano. Perché tutti vogliono vincere e il Baskin soffre dei battibecchi tipici di tutti gli sport: “era fallo”, “era mia”, “era fuori” …(e meno male che non c’è il fuorigioco!). In più ha delle polemiche specifiche, di solito i motivi di attrito sono sulle deleghe* e sui ruoli**.

Se aggiungi che non c’è una classe arbitrale vera e propria ma che è la squadra di casa che deve fornire un (e di solito un solo) arbitro, e che magari c’è qualche vecchia ruggine tra le squadre, ecco che gli ingredienti una situazione incandescente ci sono tutti.

Il fischio di inizio rischia di coincidere con l’accensione della miccia.

Cosa succederà ? E’ inevitabile che la scintilla percorra tutta la sua serpentina ?

Dipende. Forse no. Di solito no.

Ci sono almeno tre fattori che abbassano la tensione.

Primo. Nel Baskin ogni squadra ha giocatori maschi e femmine per regolamento. Ogni squadra ha giocatori forti (si spera) e meno forti. Ci sono i cosiddetti normodotati e persone con qualche handicap. Questa combinazione di persone diverse sposta il baricentro dalla competitività esasperata verso qualcosa di inedito: il Baskin appunto.

Secondo. Nel Baskin c’è la bella abitudine di applaudire il tiro del pivot proprio e avversario che faccia o meno canestro. Il pivot è quel ruolo che gioca in un’area semicircolare protetta posta sulla linea laterale all’altezza della metà campo. Ha 10 secondi per effettuare un tiro da 2 o 3 punti. Da un punto di vista agonistico, il pivot avversario è l’ultimo giocatore da incoraggiare poiché di solito sono i punti dei pivot che determinano il risultato finale della partita. Ma in quell’applauso ci si ricorda che il Baskin non è uno sport come gli altri. Si applaude allo sforzo, all’impegno e all’abilità di uno per applaudire lo sforzo, l’impegno e l’abilità di tutti. Inoltre il tiro del pivot è un momento particolare della partita, il preferito dal pubblico: è quasi come un rigore nel calcio. Qualche secondo in cui compagni, avversari e pubblico sono sospesi insieme a guardare la cosa più bella e semplice di questo sport: vedere se la palla entra nel canestro. Insomma quel tiro unisce le due squadre e il pubblico.

Poi finito l’applauso, nemici come prima fino al fischio finale.

Terzo. Siccome le squadre sono miste, gli spogliatoi non sono divisi in locali – ospiti, ma maschi di qua – femmine di la. Quindi a fine della partita ti ritrovi nello spogliatoio proprio con quel tizio con cui magari hai avuto una scaramuccia in campo. Ma qui hai un’opportunità unica di fare due chiacchere e stemperare gli animi. A me è capitato durante una partita in cui avevo subito parecchi falli ed avevo chiesto di uscire prima della fine perché sentivo che ero troppo nervoso. Negli spogliatoi ho iniziato a parlare col mio marcatore (stretto) e ho trovato una persona buona che mi ha raccontato di quando giocava a basket, di come ha iniziato a giocare a Baskin con suo figlio disabile…insomma è stato un momento in cui ho potuto vedere la cose da un’altra prospettiva. Tutt’oggi quando ci affrontiamo ci salutiamo con cordialità.

Nel Baskin, come in qualsiasi sport, l’alta tensione è sempre in agguato.

Come sarà la prossima partita ? No lo so, dipende da noi.

Ogni squadra è come un vascello nei caraibi con una polveriera nella stiva: se vuoi goderti la vacanza tieni a bada la tua polveriera.

Ogni squadra la propria!

Auguri !

* La delega consente all’allenatore di chiedere ed ottenere che il proprio pivot possa tirare da più vicino rispetto alla distanza fissata dal regolamento. Di solito la si chiede per quei giocatori che non hanno il tiro abbastanza lungo per arrivare al canestro. Se poi un pivot ha percentuali di realizzazione superiore al 90%, ti chiedi se la delega fosse necessaria.

** L’allenatore assegna un ruolo ai propri giocatori in base alle loro abilità. Un giocatore forte avrà ruolo 5. Uno meno forte il ruolo 4, ecc. Il regolamento impone più limitazioni ai ruoli più forti :a d esempio non possono difendere sui ruoli più deboli. Schierare un giocatore forte come un 5 con il ruolo 4 da dei notevoli vantaggi alla propria squadra, ma è scorretto.

Se volete seguire la squadra ecco il link della pagina Facebook del Baskin Rho.

IIMG-20140818-WA0001l 28 agosto i blogger del gruppo Snodi Pedagogici scriveranno e pubblicheranno una serie di articoli, sui propri blog, inerenti ai blogging day già pubblicati:

 
#EducazionEAmore
#EducazionEbellezza
#PedagogicAlert
 
Una sorta di conclusione su quanto è emerso fino ad oggi grazie ai vostri contributi, per rileggere assieme a voi i passaggi fondamentali, provando a dare delle risposte ma anche porre e porsi nuove domande, in vista dell’antologia che verrà pubblicata ad autunno e il cui ricavato andrà in beneficenza alla “La locanda dei Girasoli
 
Gli articoli verranno pubblicati sui diversi social con #Pensodunquebloggodue e raccolti sul sito di snodi pedagogici
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Amore, Stereotipi e  Morte.  Quali connessioni si possono trovare con l’educazione?
 
 
  • L’amore per il proprio lavoro, come lo racconta Laura Ghelli in #educazioneEamore

Non solo l’amore per il lavoro educativo ma per il proprio lavoro, quale che sia,  potrebbe forse spingerci a farlo meglio? Oppure è solo la storiella che ci vogliamo raccontare. Come si fa ad amare il lavoro in fabbrica, monotono, ripetitivo e alienante? Come si fa ad amare un lavoro sottopagato, sfruttato e precarizzato? Un luogo di lavoro che cambia ogni settimana, un prodotto che non vedi, l’impossibilità di costruire relazioni lavorative perché ogni 6 mesi i miei colleghi non ci sono più. E’ forse proprio questa la sfida, trovare un briciolo d’amore per la cosa che stiamo facendo nonostante la fatica che ci richiede e le condizioni in cui lavoriamo, nonostante non sia il lavoro che si sognava, nonostante il padrone, il capo, i colleghi vuoti… nonostante tutto. La sfida allora è trovare quel pezzettino di amore che alberga nella possibilità di dare un senso anche dove il senso non pare esserci.

Eccola la sfida impossibile: innamorarsi di ciò che si impara mentre si lavora, dell’opportunità di insegnare ad un collega oppure della sensazione di stanchezza al ritorno a casa. Innamorarsi della soddisfazione di averlo fatto bene.

  • Gli stereotipi, che nel racconto di Claudia Cavaliere diventano fardelli da doversi scrollare di dosso in #educazioneEbellezza

Allora proviamo a scrollarci di dosso qualche stereotipo e generalizzazione che accompagna l’educazione.

  1. Fare educazione non vuol dire rendere le persone ben educate. L’educazione dovrebbe anche contribuire a formare menti curiose e ribelli. Menti che sappiano opporsi alle ingiustizie, alle ineguaglianza, che sappiano rischiare e quando necessario contestare le regole. Educare aiuta a sviluppare il senso critico. Il senso critico produce domande. Le domande chiedono risposte. Le risposte, a volte, son faticose.  Educazione fa rima con fatica.
  2. Fare educazione non consiste esclusivamente nel mettere un mucchio di regole, perché come dice Igor Salomone in questa intervista due regole in contraddizione rischiano poi di creare un sistema stupido e  inefficace.
  3. Fare educazione non vuol dire fornire soluzioni per affrontare i problemi e le difficoltà (anche se questo pare essere il percorso più facile) ma aiutare gli altri a trovare la propria soluzione. Il valore dell’educazione si cela in ciò che gli altri imparano dall’incontro con te, non dal passaggio di trucchetti e/0 strategie educative.

 

  • La morte.

Son felice che ne abbia parlato Elisa Benzi in #pedagogicalert, perché per me è un argomento faticoso, ostico, difficile da sfogliare. Ho provato tempo indietro ad affrontarlo, ma, francamente, mi pare mi vengano meglio affondi su altri temi. Ma ci vuole qualche altro che lo faccia, che ci allerti sulla necessità di parlarne, di preparare e prepararsi alla morte e di farlo anche con i nostri figli. La morte e il dolore, son come la noia, sembrano solo difetti, deviazioni dalla strada maestra, ma son fasi, passaggi che ogni individuo attraversa e che dobbiamo imparare ad affrontare e a nominare. L’educazione lavora anche sui tabu, o almeno dovrebbe farlo, ma quanta fatica facciamo a parlare della morte? Quanta fatica e quanta paura.

Cosa vuol dire educare al dolore? Forse vuol dire imparare a accettare che il dolore dell’altro esiste, imparare a rispettarlo, a non averne paura, imparare a tollerare che a volte uno dei modi di affrontare il dolore sia attraverso il silenzio. Imparare che il dolore passa, quasi sempre. Quasi, perché con alcuni dolori (soprattutto quelli non fisici) a volte è necessario imparare a conviverci, perché rimangono lì “comodamente seduti a guardarci”. In alcuni casi al dolore occorre non opporsi, occorre lasciarlo defluire, andare e correre via. A rapportarsi con il dolore si impara e a volte ci vuole tempo. Io non son tanto bravo a rapportarmi con il dolore, mia moglie lo sa bene.

Christian S.

 

*Appendice: Quale è il valore pedagogico di un Bday (blogging day*)

*Cosa è un Blogging Day: X articoli pubblicati da autori in un medesimo momento su un medesimo tema. (ovvero il qui presente #pensodunquebloggodue)

Per me il valore è stato:

  • Poter incontrare altri sguardi, altri modi di guardare il mondo dell’educazione
  • Poter curiosare nei diversi linguaggi, dialetti e tagli pedagogici
  • Per incontrare e incrociare storie e pensieri che altrimenti rimarrebbero rinchiusi nella mia testa o ad andare bene nel mio blog.
  • Poter ospitare chi ha voglia di scrivere di educazione ma non ha il tempo, la voglia e la costanza di gestire un blog.
  • Poter costruire insieme, in modo condiviso, cultura intorno all’educazione.
  • Poter imparare dagli altri, perché di cose da imparare ne ho ancora parecchie, per fortuna.
  • Imparare cosa è un Bday, un blog crossing, un hashtag, una tag, un link, un blog, e così via.

Per te che valore ha avuto ? (Se hai voglia di raccontarmelo, qui sotto troverai lo spazio che desideri )

 I blogging day fanno parte di un progetto culturale organizzato e promosso da Snodi Pedagogici.
Questo avrà termine con l’estate e sfocerà in un’antologia dei contributi che verrà pubblicata sotto forma di ebook, il cui ricavato andrà in beneficenza alla Locanda dei Girasoli

I blogger che partecipano.