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mani in faccia

Newtown ( Connecticut – USA) , 14 dicembre 2012. Un ragazzo di 20 anni, Adam Lanza, entra in una scuola elementare e spara su bambini ed insegnanti. Un disastro.

Non è facile commentare un evento del genere,  26 persone morte, di cui 20 bambini, il dolore, anche se lontano, strozza la voce e i pensieri. Io però sento il dovere e il bisogno di provare a mettere qualche parola, dove di parole sembrano non essercene.

” …il senso di protezione”:  L’immagine della maestra che chiede ai bambini sopravvissuti di mettersi in fila, ad occhi chiusi, per uscire dalla scuola è un’immagine durissima, straziante, fortissima, ma che rimanda all’idea di volerli proteggere, ancora, di voler provare ad evitare che, alle immagini già viste, se ne aggiungessero altre, magari quelle di qualche altro bimbo della classe che in quella tragica mattina non era riuscito a sopravvivere.  Le parole di quella maestra sono la sintesi di ciò che tutti noi abbiamo pensato, genitori, figli e cittadini. Parte di ciò che vorremmo fare sempre quando si parla di bambini. Vorremmo proteggerli anche da ciò che non possiamo prevedere.

Io ho deciso di proteggere mia figlia, potevo farlo. La televisione in casa mia in questi giorni è rimasta spenta. Poi dovrò trovare il tempo di parlarne con lei, perché immagino che alcuni dei suoi compagni avranno visto, ascoltato, saranno stati esposti alle orrende immagini che sono passate nei media. Ma questa è un’altra storia…

” il senso di impotenza”:  Quando avvengono queste cose, comincia il valzer delle domande.

  • Come avremmo potuto impedirlo?
  • Come si poteva fermare Adam?
  • Perché chi lo conosceva non si è accorto di nulla?
  • Perché , perché, perché…

Quel rimbombo che senti, quando succedono cose di questo tipo, è il rimbombo del senso di impotenza perché  hai, da una parte, la netta sensazione di essere davanti a quel tipo di eventi che non puoi impedire e prevedere, dall’altra l’idea che qualche cosa avresti potuto o dovuto fare.  Quel rimbombo, devo essere sincero lo sento anche io, anche se la lontananza un po’ lo attenua.

” ..il senso di responsabilità” : Quando ho sentito parlare di ragazzo “autistico” mi son subito detto: “…eccoci, ora per evitare di dire che anche noi  siamo responsabili (almeno per un pezzo) di ciò che è successo, diciamo che era autistico così la colpa ricade sulla malattia e siamo tutti con la coscienza a posto”.  Nessuna nostra responsabilità se aveva le armi, nessuna se era fuori controllo, solo e fuori come un balcone, nessuna responsabilità della società rispetto a ciò che produce, insomma. Adam, che ci piaccia o meno l’abbiamo prodotto noi, perché per entrare in una scuola armato di tutto punto e uccidere 26 persone non ci vuole solo un “uomo malato”, ma una società “malata”.

“… cercando un senso, dove il senso non c’è (cit. Vasco) : Ovviamente ora diventa difficile, quasi impossibile, trovare un senso a ciò che è successo e forse alcuni di noi faticheranno a trovarlo. Le famiglie delle vittime in alcune interviste dicevano : “…non sappiamo come elaborare una cosa del genere “. Forse l’unica cosa che puoi fare è metterlo via, quel dolore, piano piano, metterlo dove meno fa male. Forse più che metterlo via devi trovare il modo di spostarlo verso qualche cosa, dove verso non sia contro ma in una “qualche” direzione.

“…il senso del cambiamento”:  L’unico senso che trovo io, a km di distanza dalla tragedia, è legato al bisogno di cambiare. Cambiare il rapporto tra uomini e armi, cambiare il rapporto tra uomini e uomini, cambiare il modo di proteggersi e cambiare il modo di stare insieme, perché ad aver paura si rischia di vedere “Orchi” in ogni luogo.

Christian S.

Ecci i post di Igor Salomone e Alessandro Curti che mi hanno sollecitato questa riflessione.

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