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tdo. locandina boal“Buonasera a tutte e a tutti! Stiamo per entrare nel mondo del teatro, un teatro “strano”, non canonico, decisamente un teatro che proverà a coinvolgervi e a farvi alzare dalle sedie…benvenuti al Teatro dell’Oppresso!”.

Con queste parole il conduttore (il jolly) di Teatro dell’Oppresso è solito aprire una sessione di Teatro Forum, forse la tecnica più famosa e praticata dell’intero arsenale ideato da Augusto Boal e dai suoi collaboratori in Brasile a partire dagli anni ’60.

L’esperienza di Teatro dell’Oppresso (TdO) è innanzitutto un’esperienza corporea. Quante volte accade di giocare corpo a corpo con le persone che abbiamo vicino, con i colleghi di lavoro o con chi condividiamo verbosissimi progetti? Ecco, il TdO per prima cosa riporta i partecipanti alla dimensione corporea essenziale, e il lavoro sull’espressività del corpo è una delle fasi più importanti di un percorso di TdO, che ci permette di traslarci in quel mondo altro che è la finzione teatrale.  Il profondo e prolifico nesso tra teatro ed educazione è ormai stato scandagliato dai maestri pedagogici nostrani e non, possiamo forse condensarlo in una riflessione di R.Massa: “Dunque la specificità del lavoro educativo sarebbe proprio la possibilità di istituire un campo di esperienza in cui l’esperienza stessa possa essere metaforizzata, rielaborata. Non si tratterebbe allora di rappresentare la vita, ma di acquisire consapevolezza, mentre si rappresenta la vita, delle rappresentazioni che la guidano”. Ed ecco che compare una parola, consapevolezza, che insieme ad esperienza ci rimanda all’idea di una consapevolezza intimamente legata all’esperienza vissuta con noi stessi tutti, non solo “la pancia” e neppure solo “la testa” ma, come da più parti si continua imperterriti a ricordare – e ne abbiamo bisogno data la nostra storica smemoratezza – come un insieme di dimensioni interconnesse che hanno a che fare con il cognitivo, l’emotivo, il corporeo, la sfera relazionale ed espressiva.  Insomma, con tutto il teatro che siamo.

TdO  perchè? Il nome di questa metodologia teatrale, sociale e partecipativa, ci trasporta immediatamente in una dimensione sinistra, cupa, gonfia di presagi inquietanti…Eppure, chi  per la prima volta si spinge a sperimentare un laboratorio di TdO probabilmente  ricorderà il lieve imbarazzo nell’iniziare a prendersi ironicamente gioco di sè e degli altri, le risate, il divertimento, la forza del gruppo e la meraviglia di un vero e proprio processo di conoscenza. Il TdO si basa su dei semplici assunti, che per chi bazzica il mondo dell’educazione professionale e naturale dovrebbero essere basilari e assodati:

-l’idea della modificabilità dell’uomo;

-l’idea che l’assunzione di consapevolezza – razionale ma anche incarnata, emozionata – mediante il teatro può provocare azioni mirate al cambiamento;

-il conflitto non viene risolto a tutti i costi ma si pone l’accento sulla possibilità di sostare nella dimensione conflittuale.

Parole come trasformazione, conflitto, consapevolezza non sono neutre, e tantomeno lo erano quando, influenzatissimo dalla Pedagogia degli Oppressi di Paulo Freire, A.Boal decise di utilizzare, con le masse di contadini analfabeti peruviani e con i lavoratori di tutto il Sud America, le sue tecniche per non-attori. Nel TdO tutti possono fare gli attori, perchè l’esperienza teatrale è qui concepita come connaturata all’essere umano che da sempre re-cita, interagisce e prova a guardarsi da fuori per appropriarsi di se stesso e attribuire significato al mondo in cui è immerso. Per il TdO, “il teatro è essenzialmente comunicazione, è un vero e proprio linguaggio e in quanto tale appartiene a tutti gli uomini, senza distinzioni (…). L’essere umano non fa teatro, è teatro”. Per questa ragione il TdO è anzitutto qualcosa che possono fare tutti, che si può almeno provare a fare, proprio perchè attinge dall’esperienza umana di ciascuno di noi. Così come l’educazione non si può dire neutra, così il teatro, che Boal ha utilizzato con le categorie più sfruttate ma anche più combattive del Sud America, non può essere neutro e anzi si mette al servizio di un’idea di cambiamento sociale, di trasformazione e di maggiore partecipazione politica dei cittadini.

Articolo di Giusy Baldanza

serata TDO -CasarileSettimana prossima il capitolo due

Se vi interessa capire come funziona. Eccovi l’occasione giusta per scoprirlo.

Grazie a Giusy, preziosa collega e EducAttrice appassionata.

Christian S.

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Qui trovate il Capitolo Uno

boal2Nel tentativo di cogliere il profondo legame tra TdO ed educazione in senso ampio, ci viene in soccorso il Teatro Forum, forse la tecnica più emblematica tra quelle proposte da A. Boal: un gruppo di non attori prepara una scena di conflitto che metta in luce non solo l’aspetto psicologico dei personaggi ma anche la dimensione sociale, economica o politica che contribuisce a determinare la scena come situazione-problema. I non attori attingono alla loro viva esperienza per preparare la scena, incarnano problematiche reali e urgenti per loro e per altri che costituiranno il pubblico di spett-attori; la scena terminerà  nel momento di massimo conflitto tra le parti e non verrà risolta. Ed ecco il perchè di un nome strano, “spett-attori”: il conduttore (Jolly) prova a interrogare il pubblico su ciò che ha visto (poichè l’immagine è polisemica e vi si attribuiscono significati differenti) e a lasciare che si coinvolga profondamente in quella storia che si auspica possa essere anche un pò la sua.

IMG_8865 L’identificazione o il riconoscimento che si crea tra spett-attori e scena costituiscono la ragione per cui il pubblico si alzerà dalle sedie, per provare -nella bolla magica e protetta del teatro- a trasformare una situazione che nella realtà è davvero avvertita come penosa, bloccata, di difficile cambiamento. Gli interventi del pubblico permettono a tutta la comunità di imparare qualcosa osservando il susseguirsi di tentativi di liberazione dalle oppressioni anche se, per Boal e prima ancora per Freire, l’oppressore non è una entità separata ma spesso presente internamente allo stesso oppresso…e di cui occorre, mediante il gesto creativo del teatro, prendere consapevolezza. La comunità coinvolta in un processo di Teatro Forum si riconosce nella vicenda presentata dai non-attori, ha forse vissuto le stesse dinamiche e si muove irrequieto sulla sedia perchè “qui è tutto un disastro! Bisogna fare qualcosa…”come disse un bambino venuto ad assistere ad un Forum ambientato nel contesto famigliare.

tdo 1L’empatia stimolata dal confronto con gli attori o, meglio ancora, da una sessione di giochi-esercizi di TdO in cui si impara ad entrare in relazione con la propria corporeità in modo emancipante e solidale con gli altri corpi, funge da motore trainante l’azione, così come la consapevolezza di un sistema che produce ingiustizie e schiavitù, di cui noi pure siamo attori non sempre consapevoli. In questo senso il conflitto è inteso come un processo di esplicitazione di bisogni diversi, di chiarificazione e de-mistificazione delle dinamiche di potere in cui siamo immersi e che noi stessi agiamo, visibili a partire dalla postura spaziale e corporea, dalle sue meccanizzazioni e chiusure, dai suoi tic e aperture. Qualsiasi contesto sociale abitato da dinamiche di potere, di lotta e di volontà di cambiamento è una potenziale scena di Teatro Forum, dunque una potenziale scena di gioco teatrale. Maggiore è l’urgenza -personale, comunitaria, sociale- della situazione conflittuale messa in scena, maggiore sarà la partecipazione del pubblico/comunità partecipante a cui viene riconosciuto l’essere competente sulla propria vita e, a partire da questa competenza, la possibilità di costruire singolarmente e collettivamente ipotesi di cambiamento, in un processo di educazione reciproca e diffusa.

tdo 2Ad esempio, una classe quinta della scuola primaria porterà in scena delle storie di quotidiana fatica scolastica, o di bullismo o ancora di conflitti familiari comuni; un gruppo di adolescenti dell’Irlanda del Nord rifletterà teatralmente sui modelli adulti di riferimento o sulle domande tipiche della loro età, un gruppo di donne senegalesi sceglierà magari una storia legata alla propria condizione di donne e così via…Ci permettiamo di dire che un utile accorgimento, nel TdO così come nel mondo dell’educazione, è quello di porsi in ascolto delle storie degli altri e avere fiducia nelle capacità del singolo e del gruppo di determinare la propria vita, il proprio percorso di liberazione che, inutile dirlo, si configura come un percorso collettivo.

Articolo di Giusy Baldanza

*Se volete contattare Giusy (giuseppina.baldanza@artiemestierisociali.org)

Fonti: R.Massa “Il teatro, la peste, l’educazione”  – Boal “Il Teatro degli oppressi”

Foto di Angelo Miramonti

Negli ultimi mesi ho fatto l’educatore in un laboratorio di teatro insieme ad un attore comico. Un’esperienza straordinaria.

Cosa hanno in comune un comico e un educatore?  

il comico e l'educatore A prima vista nulla. 

Il comico e l’educatore sono due lavori differenti e distinti, il primo fa ridere l’altro insegna. Il comico di solito sale su un palco, l’educatore dovrebbe farci salire gli altri. L’educatore lavora per complessificare, il comico per alleggerire. L’educatore professionale è un mestiere moderno, il comico uno dei mestieri più antichi.

Poi se provi a guardare meglio…

Il comico rompe, trasforma e inventa. Anche l’educatore. Il comico ha una funzione sociale come l’educatore. Entrambi hanno un ruolo pubblico. L’educatore è flessibile, precario e fa i conti con la fatica di arrivare a fine mese proprio come il comico. Se li guardi così il comico e l’educatore non sembrano poi cosi distanti.

Il comico (…)

  • Cosa succede, invece, quando un comico ed un educatore si incontrano con un mandato formativo comune ? 

il comico e l'educatore 2Se si incontrano in una scuola per un laboratorio teatrale, possono accadere cose strane.

Accade che si mischiano tecniche teatrali con tecniche educative e il teatro non è più  solo l’oggetto di insegnamento ma anche lo strumento. Le competenze educative si mettono al servizio del teatro e viceversa, perché c’è da insegnare qualche cosa sul teatro e sulla vita, contemporaneamente. Il laboratorio diventa sul teatro, attraverso il teatro e per il teatro.

Accade che mentre si scopre il teatro si ride e mentre si ride si scopre qualche cosa di se stessi e mentre si scopre qualche cosa di se stessi si diventa grandi. Può capitare che anche gli insegnanti si sorprendano e ridano.

I ragazzi scoprono che a scuola si può anche ridere, creare e inventare, l’educatore scopre il valore della leggerezza ed il comico il valore della complessità. Accade che sacro e profano si mischiano. Può accadere che alla fine del laboratorio stiano meglio i ragazzi, le insegnanti, l’educatore e anche il comico.

Si scopre, in sintesi, che si può imparare ridendo.

Accade qualche volta, non sempre, ma accade. Accade se a qualche organizzazione viene in mente di mettere insieme un attore e un educatore dentro un percorso laboratoriale nelle scuole.

Ringrazio l’associazione (http://www.ilnaviglio.org) che mi ha permesso di fare questa importante esperienza professionale.

Ringrazio soprattutto Angelo C.  grande amico, attore comico e insegnante di teatro.

Christian S.

Le foto sono di Marco Bottani (www.ibot.it)