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scritta sul muro

Qualche mese fa, in uno dei tanti gruppi di educatori che frequento in rete una futura collega se ne esce con un commento razzista su un uomo di colore responsabile di aver commesso un reato.

Il commento suonava all’incirca così : …a te,  negro di merda, auguro di , ecc, ecc

Ovviamente io, che su queste cose non riesco a lasciar correre, ho provato (credo inutilmente) a fare capire che il commento era inappropriato. Ho provato a farle capire che alcuni termini non si possono usare senza saperne il significato e soprattutto non sapendo chi di solito ne fa uso (vedi foto). Ho provato a farle capire che il colore della pelle di questo uomo nulla centra con il fatto che fosse un assassino o una brava persona. Ho provato a farle capire che il termine “negro” non è un termine neutro,

Ho provato. Ma ho avuto la netta impressione di non esserci per nulla riuscito.

Le ho rimandato inoltre, che mi pareva ancora più grave che uscisse da chi, tra qualche anno, si sarebbe occupata, magari, di bimbi e famiglie migranti. Che avrebbe discusso con loro della possibile integrazione del figlio. Come avrebbe fatto a spiegare ai bambini della classe che lo avevano chiamato “negro” che quella parola può creare dolore perché offensiva?

Può anche essere che la giovane educatrice in questione fosse solo ignorante, che non ne conoscesse il significato e magari anche il suo l’utilizzo. Non mi pare, sinceramente. che questo possa cambiare la sostanza. Che tu sia razzista perché ignorante o perché convinto, sempre educatore sei.

Ora: Si può fare educazione (a scuola, in strada, nelle comunità, nei centri giovani, ecc) con un pensiero così condizionato? Può un insegnante essere una buona docente se ha un pensiero discriminante? Come posso accompagnare i miei studenti, se ciò che provo per loro è repulsione per la loro provenienza, il colore della loro pelle, la loro cultura o la loro famiglia? Può un’educatrice professionale con un pensiero del genere occuparsi dell’integrazione di un bambino rom? Io, francamente, non lo so.

Quel che spero è che un giorno, l’educatrice in questione, si ricordi di quell’antipatico vecchio educatore che le aveva fatto “due palle” per una sua frase su facebook e che nel frattempo abbia imparato qualche cosa in più su di lei, su quanto è importante avere attenzione alla comunicazione e su come si può fare meglio il proprio lavoro educativo. Lo spero per lei.

Christian S.

Ps: L’orrenda scritta che vedete nella foto è stata ridipinta da un gruppo di bambini e dall’artista che aveva disegnato il pezzo. Anche questa è educazione. Chi ha facebook, qui può trovare le foto che raccontano il meraviglioso lavoro fatto per coprire scritta e svastica.

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anelli

Robbie Rogers è un calciatore inglese gay di 27 anni, Roger era un calciatore gay di 27 anni. Oggi, è un ragazzo che lascia il proprio lavoro perché gay.

Nell’articolo, Robbie ci chiama in causa tutti, allenatori, tifosi, amici e famiglie.

Trovo l’esito di questa storia incredibile. Non perché non ne comprenda il processo o le motivazioni ma perché fotografa un problema che speravo, almeno in parte, superato. Dico in parte perché so bene che persistono nella nostra società gravi e gravissimi problemi di discriminazione rispetto alle scelte sessuali. Dico in parte perché mi pareva che qualche passo avanti fosse stato fatto. Ma forse non è così.

Il coming out di Rogers mi ha costretto ad interrogarmi. Mi ha spinto a riflettere su quanto lavoro ci sia ancora da fare per educare le persone all’incontro con l “altro”. L’altro da me, l’altro da ciò che vorrei che fosse, l’altro dal mio modo di pensare, l’altro dalla media e l’altro da ciò che io sceglierei. L’altro che spaventa. Succede per tutti gli altri, per tutti coloro che, per una serie di motivi, si distinguono, esteticamente, politicamente o rispetto alle scelte personali, sessuali e religiose. Succede anche alle popolazioni che arrivano da lontano, percepiti come altro da noi, trattati come se fossero pericolosi, dannosi o se va bene invisibili.

  • E’ così difficile accettare che le scelte altrui siano tanto differenti dalle mie?
  • E’ così difficile accettare che esistano altri modi di vedere l’amore, che esistano tanti modi di pensarsi insieme, di percepire il proprio corpo e la propria anima?
  • Gli altri sono, effettivamente, così pericolosi?

Se è vero che l’identità delle persone si forma attraverso l’incontro con gli altri. Come possiamo incontrare l’altro se per potermi definire “altro ” devo soffrire, sentirmi escluso, rischiare di essere espulso e deriso. Il rischio, come successo a Roger, è che io sia costretto ad essere come te, ad uniformarmi, a fingere di essere ciò che non sono. Il rischio è che si perda il valore, reale, della differenza.

C’è ancora tanta strada da fare, perché una società “adulta” non può costringere un ragazzo di 27 anni a cambiare lavoro, costringerlo nell’anonimato per anni. Una società “adulta”, come una famiglia “adulta”, prende i propri figli e li accompagna verso la felicità, la propria felicità. Una società “adulta” non costringe i propri figli a nascondere la fonte delle propria felicità.

Non siamo ancora abbastanza maturi.

Mi fa rabbia ciò che ho letto, perché Robbie ha appena comunicato al mondo che smetterà di giocare al pallone e lo ha fatto  raccontando di quanto sia stato difficile ascoltare frasi come : “Non passare la palla come un frocio“. Mi fa rabbia perché non mi pare che avesse voglia di smettere.

Alcune parole pensano come macigni. Leggere alcune frasi mi ha provocato un brivido lungo la schiena, un sottile freddo dentro le ossa, un senso di nausea. Leggendo l’articolo mi son detto che come educatore, genitore e uomo ho molto lavoro da fare perché la società in cui vivo impari ad incontrare veramente gli altri. Devo lavorare perché Rogers possa fare il lavoro che desidera, perché così facendo Robbie sarà sicuramente più felice e se è felice lui magari saranno felici anche le persone che gli stanno accanto, perché felicità genera felicità.

Educare alle differenze per educare alla felicità. Credo sia questa, per i prossimi tempi, la più importante responsabilità professionale e personale che ci aspetta.

Gli adulti con cui vivo e lavoro ne saranno consapevoli e soprattutto ne saranno in grado?

Christian S.

La foto è di Marco Bottani (www.ibot.it)

piangereSan Valentino : Oscar Pistorius ha sparato alla fidanzata, 4 colpi.

Ho parlato tanto dell’atleta Pistorius, ne ho incensato le gesta e il coraggio. Oggi parlarne in quel modo sembra quasi impossibile, soprattutto se ciò che è avvenuto il giorno di san valentino dovesse essere veramente omicidio volontario.

Chi è veramente Oscar Pistorius?

Pistorius è due uomini, uno pubblico e uno privato.

Di quello pubblico sappiamo tutto, di quello privato nulla, fino al 14 febbraio.

Quello pubblico è colui che ha combattuto (trovate diversi post nel mio blog) per essere in pista, per correre, per stare con gli altri.

Quello privato forse con gli altri non ci starà più.

Il Pistorius pubblico è un lottatore, un combattente, una persona con disabilità che ha voluto gareggiare con chi disabilità non ne aveva. Un uomo che ha detto e gridato a tutti di non voler essere considerato differente. Che non si è accontentato. Un uomo forte,deciso, paziente, costante e apparentemente felice.

Il Pistorius privato (oggi diventato pubblico) oggi piange (Il video), tiene gli occhi a terra, non riesce più ad alzare la testa come ha fatto alla olimpiadi quando è scattato dai blocchi di partenza della 4 per 100. Oggi, anche lui è un uomo distrutto, che dovrà affrontare, da solo probabilmente, tutte le sue debolezze.

Oscar sembra  in qualche modo come me, come tutti noi. Vizi privati e pubbliche virtù, insomma. Anche io ho sono un uomo pubblico e privato. Anche io, forse, son meglio nella versione pubblica. Anche gli educatori che incontro, nelle supervisioni e nelle formazioni, portano una parte di se stessi (professionale) che non sempre collima con la versione personale. Anche da educatori, portiamo una parte di noi stessi, forse ripulita di ciò che non ci piacerebbe gli altri vedessero.

Le azioni educative  si svolgono spesso in una scena pubblica, dove uomini e donne interpretano un ruolo ( genitori, educatori e insegnati, ecc) più o meno aderente con ciò essi sono realmente.

Tornando ad Oscar, lui è un uomo differente da me, perchè ha sbagliato in modo irreversibile. Ha compiuto la tipologia di  errore, volontario o meno, peggiore possibileGli errori irreversibili ti tolgono la possibilità di recuperare, di ricominciare e di riparare, ti tolgono il fiato. A volte non farli è anche una questione di fortuna.

Nella vita come in educazione (professionale o naturale) capita di sbagliare, capita di provare e non riuscire, capita anche di farcela. Quello che dobbiamo e cerchiamo di evitare è l’ irreversibilità delle nostre azioni. E se non ci riusciamo?

Quindi la domanda finale è questa : Come si fa a ripartire da un errore irreversibile?

Christian S.

mani in faccia

Newtown ( Connecticut – USA) , 14 dicembre 2012. Un ragazzo di 20 anni, Adam Lanza, entra in una scuola elementare e spara su bambini ed insegnanti. Un disastro.

Non è facile commentare un evento del genere,  26 persone morte, di cui 20 bambini, il dolore, anche se lontano, strozza la voce e i pensieri. Io però sento il dovere e il bisogno di provare a mettere qualche parola, dove di parole sembrano non essercene.

” …il senso di protezione”:  L’immagine della maestra che chiede ai bambini sopravvissuti di mettersi in fila, ad occhi chiusi, per uscire dalla scuola è un’immagine durissima, straziante, fortissima, ma che rimanda all’idea di volerli proteggere, ancora, di voler provare ad evitare che, alle immagini già viste, se ne aggiungessero altre, magari quelle di qualche altro bimbo della classe che in quella tragica mattina non era riuscito a sopravvivere.  Le parole di quella maestra sono la sintesi di ciò che tutti noi abbiamo pensato, genitori, figli e cittadini. Parte di ciò che vorremmo fare sempre quando si parla di bambini. Vorremmo proteggerli anche da ciò che non possiamo prevedere.

Io ho deciso di proteggere mia figlia, potevo farlo. La televisione in casa mia in questi giorni è rimasta spenta. Poi dovrò trovare il tempo di parlarne con lei, perché immagino che alcuni dei suoi compagni avranno visto, ascoltato, saranno stati esposti alle orrende immagini che sono passate nei media. Ma questa è un’altra storia…

” il senso di impotenza”:  Quando avvengono queste cose, comincia il valzer delle domande.

  • Come avremmo potuto impedirlo?
  • Come si poteva fermare Adam?
  • Perché chi lo conosceva non si è accorto di nulla?
  • Perché , perché, perché…

Quel rimbombo che senti, quando succedono cose di questo tipo, è il rimbombo del senso di impotenza perché  hai, da una parte, la netta sensazione di essere davanti a quel tipo di eventi che non puoi impedire e prevedere, dall’altra l’idea che qualche cosa avresti potuto o dovuto fare.  Quel rimbombo, devo essere sincero lo sento anche io, anche se la lontananza un po’ lo attenua.

” ..il senso di responsabilità” : Quando ho sentito parlare di ragazzo “autistico” mi son subito detto: “…eccoci, ora per evitare di dire che anche noi  siamo responsabili (almeno per un pezzo) di ciò che è successo, diciamo che era autistico così la colpa ricade sulla malattia e siamo tutti con la coscienza a posto”.  Nessuna nostra responsabilità se aveva le armi, nessuna se era fuori controllo, solo e fuori come un balcone, nessuna responsabilità della società rispetto a ciò che produce, insomma. Adam, che ci piaccia o meno l’abbiamo prodotto noi, perché per entrare in una scuola armato di tutto punto e uccidere 26 persone non ci vuole solo un “uomo malato”, ma una società “malata”.

“… cercando un senso, dove il senso non c’è (cit. Vasco) : Ovviamente ora diventa difficile, quasi impossibile, trovare un senso a ciò che è successo e forse alcuni di noi faticheranno a trovarlo. Le famiglie delle vittime in alcune interviste dicevano : “…non sappiamo come elaborare una cosa del genere “. Forse l’unica cosa che puoi fare è metterlo via, quel dolore, piano piano, metterlo dove meno fa male. Forse più che metterlo via devi trovare il modo di spostarlo verso qualche cosa, dove verso non sia contro ma in una “qualche” direzione.

“…il senso del cambiamento”:  L’unico senso che trovo io, a km di distanza dalla tragedia, è legato al bisogno di cambiare. Cambiare il rapporto tra uomini e armi, cambiare il rapporto tra uomini e uomini, cambiare il modo di proteggersi e cambiare il modo di stare insieme, perché ad aver paura si rischia di vedere “Orchi” in ogni luogo.

Christian S.

Ecci i post di Igor Salomone e Alessandro Curti che mi hanno sollecitato questa riflessione.

Ziguli è un libro difficile. Un libro che non so nemmeno se consigliare. E’ un libro che mi ha messo in discreta difficoltà.

Ziguli è un libro strano, forte, dal punto di vista culturale anche innovativo perchè prova a parlare di disabilità con grande onestà e trasparenza, ma è un libro che non mi ha convinto fino in fondo. E’ un libro crudo, che parla del rapporto tra un padre e il proprio figlio con disabilità, è un libro che non mi ha convinto soprattutto rispetto al retrogusto che lascia. Un libro violento, come violenta, in alcune fasi, deve essere la vita con un figlio con una disabilità così grave.

Ziguli è un pugno in faccia. Perchè devo prendermi un pugno in faccia (oltretutto pagandolo) e magari esserne contento? Zigulì non è un libro che lascia immobili, insomma.

“Ziguli è un libro che fa male e fa pure incazzare.”

Un libro molto emotivo, che sembra avere come unico senso e obiettivo il  “buttare fuori” le scorie della fatica e della delusione. Un libro “individuale”, un libro amaro, che parla della solitudine delle emozioni, che racconta anche di un rapporto profondo, ma ne parla tenendo quasi unito amore e insofferenza.

Un libro che spero abbia permesso, almeno all’autore, di sentirsi meglio, perché questo sembra l’unico obiettivo del libro. Un libro che nom fa sentire meglio chi lo legge, almeno non ha fatto sentire meglio me.

“Zigulì è un libro da cui ho avuto necessità di difendermi.”

Leggetelo, se volete, poi mi saprete dire cosa vi avrà comunicato.

Christian.S.