Archivio per dicembre, 2015

CiabatteIl termine “diversamente abili“ mi è sempre piaciuto poco, mi ha dato da subito la sensazione che fosse un barbatrucco per non dire altro, per non nominare e utilizzare altre parole che son sempre risultate più ostiche. Come mi disse il mio amico Giulio, sordo dalla nascita: “Io non sono diversamente udente, io non ci sento proprio”. Da quel giorno preferisco usare il termine “persone con disabilità”, perché dà l’idea che la disabilità sia una parte della persona, non la persona stessa. Igor Salomone, consulente pedagogico e mio docente, ci esortava a non aver paura ad usare la parola handicap, o meglio portatore di handicap, perché il significato della parola richiama la responsabilità sociale. La parola handicap è presa in prestito dallo sport e significa svantaggio. In questo senso richiama la responsabilità sociale perché, se non ci sono i saliscendi sui marciapiedi, l’handicap alle persone sulla carrozzina, lo abbiamo creato anche noi, che nulla abbiamo fatto con le nostre amministrazioni perché mettessero a norma le strade, i mezzi e gli spazi pubblici. Se la leggiamo in questo modo, la parola handicap non lascia sole le persone, richiama tutti ad assumersi ruolo e relative responsabilità.

La mia sfida – In questo articolo proverò a raccontarvi alcuni dei possibili modi di fare i conti con i propri limiti anche rispetto al ruolo educativo. Mi assumerò un rischio, lo so, perché parlare di persone con disabilità è delicato, si parla delle vite degli altri e il tema dei limiti è un tema caldo per tutti i genitori. Ci voglio provare, sperando che le mie parole non risultino irrispettose, so perfettamente che fare i conti con i nostri limiti, soprattutto quando sono evidenti e immutabili, è tutt’altro che facile. Ci sono tanti genitori in giro e io li osservo spesso; in rete, nei parchi, a scuola; li osservo perché i genitori mi incuriosiscono, mi interessano le nuove modalità di stare con i figli, le modalità di parlare e di prendersi cura dei bambini. Osservo soprattutto i padri, perché da anni il paterno è una mia grande passione, anche professionale. Li osservo perché, a volte, dai loro modi e dai gesti, imparo.

Diversamente Giulio (i limiti come opportunità)

Giulio è un mio caro amico. Qualche anno fa rimasi colpito dalla modalità con cui dormiva con la figlia di pochi mesi, mentre erano entrambi ospiti a casa nostra. Giulio è un insegnante di educazione fisica che spesso viaggia solo con la figlia e in una chiacchierata mi disse: “Devo tenermela accanto la notte, altrimenti se piange non la sento”. Mi aveva sorpreso, non solo perché aveva trovato una soluzione ad un potenziale problema, ma anche perché aveva trasformato un limite in una grande opportunità, quella di stare accanto a sua figlia. Lo aveva fatto, inoltre, mandando al macero almeno un centinaio di volumi di pedagogia. Quei manuali, per intendersi, che ci insegnano che non possa esistere relazione educativa sana se il figlio dorme con i genitori. Vederli dormire assieme è stata una della scene più emozionanti a cui abbia mai avuto la fortuna di assistere. La soluzione trovata da Giulio mi aveva insegnato a guardare oltre. Un limite diventava una possibilità, si trasformava, non senza fatica ovviamente, in una bellissima opportunità. La soluzione di Giulio aveva anche provocato in me un pizzico di invidia, perché per un certo verso mi avrebbe fatto comodo essere stato obbligato a dormire accanto alle mie figlie, cosa che non ho praticamente mai fatto, se non durante le simpaticissime nottate di febbre. Giulio ha regalato a sua figlia un bellissimo spazio di condivisione e un messaggio, quello di un padre che senza alibi si occupa di sua figlia. Non c’è lavoro, non c’è scusa, non c’è handicap che tenga: io son qui con te. Altri avrebbero potuto tranquillamente delegare alla madre, usando il proprio limite per scaricare la responsabilità. Giulio no.

Diversamente Lele (i limiti come punto di partenza)

Anni dopo ho incontrato Lele, Diversamente padre anche lui. Da una parte è un padre come tanti, uno di quei padri che accompagna i figli a scuola, li veste, li coccola e li fa giocare. Dall’altra parte è un padre differente perché fa tutto questo senza una gamba che gli è stata amputata a causa di un incidente stradale. Ho avuto la fortuna di incontrarlo perché le nostre figlie sono in classe insieme. Ci siamo incontrati per discutere di barriere architettoniche e di servizi per i giovani, per scambiarci indirizzi utili per mangiare bene. Ma ci incontriamo anche perché il suo modo di rapportarsi con il suo limite davanti ai figli mi piace, anche se in alcuni casi mi crea anche un po’ di imbarazzo. Io che son qui che mi lamento per tutto e guarda lui cosa fa? Si butta in piscina con la carrozzina, gioca a hockey e lavora anche se potrebbe stare a casa. Insomma, non fa il “disabile”. Non si fa limitare dal suo handicap, in modo pubblico, davanti ai figli, in rete e senza paura, Lele vive la sua nuova vita. Lele regala ai figli uno dei più grandi insegnamenti possibili: il limite non è un punto di arrivo, non è un solo un ostacolo, può essere anche un punto da cui ripartire per impostare la propria vita. Quando lo incontro per raccontargli dell’articolo, mi dice: “Io son nato 7 anni fa, il giorno dell’incidente. Da quel giorno la mia vita è cambiata, forse in meglio”. Lo guardo negli occhi e non posso far altro che credergli. Non ci posso far nulla, il suo modo di pensare alla sua nuova vita mi ricorda tanto le parole di Alex Zanardi, ex pilota di formula uno, oggi pilota di handbike bi-amputato. Diversamente Alex parla così del suo percorso: “La vita è un percorso lungo, dal quale s’impara sempre qualche cosa, eppure siamo consapevoli che moriremo ignoranti perché non si può imparare tutto. Quanto mi è accaduto mi ha arricchito di esperienze che altrimenti avrei completamente ignorato. Certo ci sono state molte difficoltà, ma anche tante soddisfazioni e alla fine non ho alcun rimpianto per quello che mi è accaduto”. Credo che dalle parole di Alex e Lele ci sia molto da imparare.

Diversamente Roberta (i propri limiti per accompagnare gli altri)

Roberta è una madre che lotta da quando è giovane con una malattia rara. Una di quelle malattie che non finisce, con cui sei obbligata a convivere come se fossero un paio di occhiali spessi. Due figli, un marito, tanta fatica (che posso solo immaginare) e nessun apparente segno di condizionamento, perché ha fatto e fa quello che le interessa e le piace. E’ una madre che ha lavorato per anni come educatrice, in modo appassionato e intelligente e che oggi fa la formatrice, la mediatrice familiare e civile. Una professionista che accompagna gli altri dentro le loro difficoltà, nei loro drammi e conflitti, nelle loro scoperte e nei loro percorsi di crescita. Roberta è una madre che racconta della sua malattia, in pubblico e ai sui figli, usando il proprio percorso personale di confronto con i limiti perché sia utile ad altri. Lo usa con competenza, perché lo ha analizzato, spezzettato e ricomposto per usarlo nel suo lavoro oltre che nella sua vita. E’ una di quelle donne che ha fatto del proprio limite un propulsore. La sua storia e il suo modo di raccontarsi è estremamente interessante oltre che utile. Ogni tanto, quando penso a lei mi tornano in mente le parole con cui si descrive in uno degli articoli che ha pubblicato: “Non penso che la mia malattia sia un dono, tutt’altro, proprio una sfiga invece. Però oggi sono la donna che sono perché con me c’è anche lei. Mi ha permesso di vedere i limiti, negarli, odiarli, rifiutarli e poi cominciare a volerli conoscere meglio per “farci la pace” e provare ad aggirarli”. Quando leggo queste parole, mi sento più forte anche io. Eccovi un link in cui potete trovare il racconto da cui son tratte le parole che ho citato, vi consiglio di leggerlo. Lo trovate qui.

Diversamente noi (quelli che hanno imparato o impareranno)

Poi ci sono gli altri. Quelli che si son trovati ad affrontare i loro limiti ed hanno avuto la possibilità di posticipare la riflessione, che si son potuti permettere di pensarci poi o che son riusciti a non pensarci. Quelli che hanno faticato nel raccontare i propri limiti ai loro figli perché temevano che fosse un messaggio perdente, che non han trovato le parole e i tempi, quelli che si son convinti di non avere limiti o che fosse meglio non farli vedere. Quelli che ci han provato e ad un certo punto hanno scoperto che si poteva fare, che alcune cose si potevano dire e che dai propri limiti si può, non senza fatica, partire. Quelli che ad un certo punto han preso da parte i figli e han cominciato a raccontare, che lo faranno oggi, domani, tra un po’, ma lo faranno. Quelli che han trovato o troveranno, insomma, il modo e l’occasione per aiutare i propri figli a fare i conti con i loro limiti, perché han scoperto che ogni limite può trasformarsi in una possibilità, in un punto di partenza e in un percorso di apprendimento. Quelli che potremmo chiamare “diversamente” genitori senza che ci sembri un trucco linguistico per non dire altro. Con questo significato la parola diversamente, devo essere sincero, mi piace assai di più.

Christian S.

Hockey firmaUn ringraziamento particolare va a Giulio, Roberta e Lele. Perché incontrarli è stato per me molto importante. Forse più di quanto loro possano pensare.

A Marco Costanzo con cui collaboro da tempo, sia per Gaggiano On line che per Gaggiano Magazine (da cui è tratto l’articolo).

A chi mi legge. Perché per me rimane una gran cosa.

A Emaneuele Foieni e Alessandra Calzolaio per le foto.

Se vi interessa scaricare l’articolo per farlo leggere a chi non usa la rete lo potete fare qui: Diversamente genitori

 

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