Archivio per la categoria ‘Etica Pedagogica’

bimba orsoIntendiamoci.

Non è che non ci si possa provare, è solo praticamente impossibile oltre che doppiamente faticoso e spesso inefficace. Impossibile perché volente o nolente gli altri adulti incidono sui nostri figli. Lo fanno direttamente (insegnanti, allenatori, parenti) o indirettamente (modelli televisivi, cantanti, politici e cosi via). Insomma lo fanno e basta. Quello che potremmo fare, quindi, è provare a capire quale sia il valore che si cela dietro le azioni educative degli altri adulti sui nostri figli e le nostre figlie. Provare a capire come agevolare l’incontro con altri modelli educativi, accompagnare i ragazzi verso altri adulti, cercare spazi e esperienze che consegnino i nostri bambini all’educazione degli altri. Provare a capire, in sintesi, se vale la pena provare a non farcela da soli.

Dico spesso che educare i figli non è una funzione individuale ma una funzione sociale. Una responsabilità di tutti, non solo dei genitori. Lo è perché i figli non sono di nessuno, anche se diciamo “mia figlia o mio figlio”, i figli non sono oggetti, non si possiedono, insomma. I ragazzi, le ragazze e i loro percorsi son responsabilità della società, del paese, della comunità tutta. Lo sono sia se hanno dei genitori presenti, sia se son soli.

Ci sono diverse forme di  responsabilità educativa.

L’adozione. Scelgo di diventare genitore di un ragazzo o di una ragazza, nato in un altro posto, da un’altra madre. Me ne occupo perché ne ho bisogno io ma anche perché ne han bisogno loro. Me ne occupo perché un team di professionisti, dopo lunghi colloqui ed analisi, ha deciso che sono nelle condizioni di occuparmene.  Me ne occupo per sempre. In questi anni ho incontrato diversi genitori adottivi. Tutti, nel raccontarmi le gioie e le  fatiche del percorso di adozione, si son fatti la stessa domanda: Chissà cosa accadrebbe se la verifica che viene fatta sui genitori adottivi fosse fatta su tutti i genitori? Chissà.

Non lo sapremo mai, forse per fortuna mi vien da dire. Dico per fortuna perché, pur comprendendo la delicatezza dell’incarico di chi dà in adozione i bambini, penso che una verifica pre-adottiva sia importante ma poco indicativa. Perché? Perché si impara a far il genitore quando il bambino arriva. Perché diventare genitore è un percorso complesso, un percorso di apprendimento che inizia quando il figlio“ ti piomba in braccio” come diceva in una serata un padre adottivo. Un percorso che ha quasi nulla di teorico e molto di pratico. Alessandro Curti,  educatore ed autore del libro “Padri imperfetti”  lo descrive così:  “Perché l’arrivo di un figlio è come quando in un cartone animato, il pianoforte cade sulla testa del personaggio principale …”.

Penso che diventare genitori ti faccia sentire, oggi, anche molto solo. E qui torna l’importanza della condivisione della responsabilità.

L’adozione non è l’unica forma possibile. C’è l’affido, ovvero: mi occupo di un ragazzo o di una ragazza che potrebbe tornare in famiglia, prendendomi un pezzo, importantissimo, di responsabilità educativa in una fase della sua vita delicata e complessa. Mi prendo questa responsabilità sapendo che è parziale, anche nel tempo e che un giorno, molto probabilmente, dovremo salutarci. L’affido in questo senso è una scelta decisamente coraggiosa.

Ci sono le forme di affido temporaneo. Un esempio sono le centinaia di famiglie che da anni accolgono, per brevi periodi, i bambini di Chernobyl per permettergli di respirare aria pulita. A Milano fa quasi sorridere pensare di aver aria pulita, ma rispetto a Chernobyl ovviamente qui è come esser in alta montagna.

Adozione e affido son due forme possibili di presa in carico dei ragazzi. Non le uniche. Né migliori Né peggiori, insomma. Sono le forme che alcune famiglie hanno deciso per loro, perché le hanno sentite come sostenibili, praticabili, possibili. Perché occuparsi di un minore, in qualsiasi forma tu lo faccia, è un percorso tanto bello quanto faticoso.

Ma la responsabilità educativa viaggia parallelamente e trasversalmente alle questioni familiare. La responsabilità educativa è anche quella delle insegnanti e degli educatori. Dei capi Scout e degli allenatori. Degli anziani e dei cittadini tutti. Non solo, per intendersi, di chi fa il genitore.

Troppo facile insomma, quando un ragazzo del tuo paese finisce in carcere,  scaricare tutte le responsabilità sulla famiglia, che dovrebbe provare a “salvare il proprio figlio” da sola. Magari facendo anche i conti con i messaggi che altri adulti, i media e la società mandano direttamente o indirettamente ai ragazzi. Troppo comodo, per come la penso io, star seduti fuori dal bar a giudicar le scelte dei genitori. Facile è far finta di nulla, far finta di non aver responsabilità. Se quel ragazzo è su una strada pericolosa, un pezzettino di responsabilità è anche nostra, che nulla abbiamo fatto, magari, quando lo abbiamo visto spaccare a 12 anni, per gioco, una panchina del parco della Baronella.

Troppo semplice pensare che quando un ragazzo a scuola prende in giro un suo compagno sia un problema loro. Mia figlia, che assiste magari silente a ciò che succede, non è esente da responsabilità. Nelle situazioni di prevaricazione ci son diverse figure, Il bullo, la vittima del bullo e gli spettatori. Nel dolore che si produce in queste storie gli spettatori hanno molta più responsabilità di quanto si pensi. Ovviamente, la responsabilità di mia figlia diventerà anche e per un pezzo, affar mio.

Cosa fare allora da genitori?

Permettiamo ai ragazzi di incontrare altri adulti, mandiamolo agli scout, a far sport, dal maestro di batteria e chiediamo agli adulti che incontrano i nostri figli di non delegare la loro responsabilità. Chiediamo agli insegnanti di tenere un pezzo della responsabilità educativa e non di far solo didattica. Chiediamo agli allenatori di insegnare a star insieme, a perdere, a rispettar le regole e non solo a giocare a calcio. Chiediamo ai nostri anziani di arrabbiarsi con i ragazzi che rovinano il bene pubblico, chiediamo ai cittadini di prendersi ognuno il proprio pezzo di responsabilità sui nostri figli, perché: Nessuno si salva da solo.

Cosa vi chiedo io, per le mie figlie. Vi chiedo, quando le incontrerete in paese, di far quello che avreste fatto con i vostri figli. Poi se non sarà per me, la scelta migliore ne parleremo, tra adulti, provando a capire come tenere insieme il mio pensiero di educazione e il vostro. Nel frattempo, però, le mie figlie avranno capito di non esser sole. Nemmeno quando i genitori sono assenti.

Perché la responsabilità educativa rende meno sole le persone. E’ questo che fa.

 Christian S.

* Il titolo originale di questo articolo, uscito sul numero 3 di Gaggiano Magazine, era “Nessuno si salva da solo” titolo tratto da un libro di Margaret Mazzantini del 2012. Sul blog lo trovate leggermente modificato, anche nel titolo.

Se volete l’articolo in versione A3,  ecccolo : Nessuno si salva da solo A3

educatore arroganteHo incontrato spesso gente arrogante nella mia vita. Ne ho incontrata da educatore, da studente e anche da cittadino.

Vedo gente arrogante tutte le volte che esco di casa, gente che sorpassa la coda nell’altra corsia e quando ti azzardi a farglielo notare, ha anche il coraggio di risponderti male.

Sono abituato ad averci a che fare, insomma.

Non riesco però a sopportare, tanto bene, l’arroganza del potere, né quando è connessa con il potere istituzionale né quando il potere si basa sul fatto che : ” sto meglio di te”, “ho studiato più di te “ oppure “ho un ruolo per te importante,”  o “ti sono necessario”.  Non riesco a sopportare chi abusa del proprio potere perché l’altro è debole, in difficoltà o in una situazione di marginalità.

Tempo fa una collega Assistente Sociale, mi racconta dell’incontro tra un’educatore e una madre.

Educatore: “Signora: …forse lei vede in me le competenze che non possiede.”

Ovviamente la Mamma in questione, non è stata in grado i difendersi e di dir nulla. Si è portata a casa, probabilmente, un grande senso di inferiorità e quella tipica sensazione che ti rimane quando sei vittima di un abuso di potere. Non è stata in grado di rispondere, anche perché, forse, mai si sarebbe aspettata un entrata di questo tipo da chi doveva essere lì ad aiutarla.

L’educatore in questione ha mostrato (anche e soprattutto nella incapacità di rileggere la durezza della sua “arrogante” comunicazione)  la mancanza di alcune competenze di base necessarie per svolgere le funzioni di aiuto, forse addirittura dei requisiti minimi per fare educazione professionale. Per fare educazione, prima (o accanto) alle competenze tecniche, servono competenze etiche, umane ed emotive. Bisogna possedere grande umiltà, rispetto e eccezionale attenzione nell’uso del proprio sapere e soprattutto del proprio potere.

La mancanza di queste competenze di base, purtroppo, vanifica anche le competenze tecniche e scientifiche.

Le vanifica perché le invalida e le tradisce.

Le vanifica perché un educatore arrogante è un educatore pericoloso. Perché facciamo un lavoro delicato, in cui mettiamo “le mani e la testa” nelle vite delle persone che accompagniamo. Perché non si può abusare in questo modo della posizione di forza che spesso ci troviamo a esercitare.

L’abuso del potere, è quindi,  un problema anche dell’educazione.

Se nell’articolo dell’ educatrice razzista ponevo una domanda, qui mi permetto un’affermazione: all’educatore arrogante non dovrebbe essere permesso di fare il suo lavoro, almeno fino a che che non decida di cambiare, di imparare ad essere un educatore.

La domanda, in questo caso è: come possiamo fermare gli educatori e le educatrici arroganti? 

Un caro saluto. Christian S.

Ps: Sabato sera, uscirà un’articolo di un collega proprio sul potere in educazione, vi consiglio di leggerlo.

La foto è di Marco Bottani (www.ibot.it)

baskin 1Dicembre 2014

L’azienda per cui lavoro affida il confezionamento dei regali per clienti e dipendenti ad AGDP Onlus, associazione impegnata nel costruire insieme a ragazzi con Sindrome di Down un futuro di dignità e di autonomia professionale. Durante un pranzo organizzato con questi ragazzi, Martina, indubbiamente la “leader” della situazione, mi racconta i suoi programmi pomeridiani: “Oggi pomeriggio ho gli allenamenti di Baskin” dice con entusiasmo contagioso. “Di cosaaaa?” domando io, perplesso. “Il Baskin è uno sport come il basket, ma dove noi giochiamo insieme ai normodotati” risponde lei lasciandomi basito per la sua sorprendente padronanza del linguaggio.
Inutile dire che, raccolta la mascella, passo il pomeriggio in cerca di informazioni sul web. Mi imbatto così in un regolamento articolato, in qualche filmato sul tubo ma soprattutto nella pagina facebook del Baskin Rho. Bastano pochi click e a Gennaio eccomi pronto al mio primo allenamento di Baskin.
Siamo in una marea e ce n’è per tutti i gusti: normodotati che sanno (o pensano) di saper giocare a basket, normodotati alle prime armi e ragazzi con diversi gradi di disabilità fisica e/o mentale.
Dopo 20 minuti di esercizi vari finalizzati al coinvolgimento di tutti i giocatori, si inizia a far sul serio con la partitella. Si gioca 6 per parte, si attacca (e, almeno teoricamente, difende) sia nei canestri classici, sia in canestri di diversa altezza posti all’estremità della linea di metà campo. Il gioco così si sviluppa in maniera completamente diversa dal basket, senza il classico avanti e indietro.
Sono ovviamente disorientato, ma mi piace da matti, tutti giocano per vincere e per farlo si devono sfruttare le qualità di ogni persona, che indipendentemente dalla propria abilità, è chiamata a dare il suo fondamentale contributo.
Senza quasi rendermene conto, si arriva alla prima partita del campionato, che ci vede subito di fronte in un derby con il nostro settore giovanile (il che mi fa rendere conto che, a 33, sono ormai nella squadra dei “vecchi”). Vinciamo una bella partita di una ventina di punti, mi colpiscono in particolare:
– vedere il nostro giocatore/allenatore giocare contro i suoi due figli (uno dei quali in carrozzina) per lui è derby nel derby;
– su 56 punti totali, una buona trentina li hanno messi le persone con le disabilità più gravi (Marco, cecchino in carrozzina ed Erika, una ragazza con disabilità ma che dalla sua mattonella è più puntuale della rata del mutuo)
– sugli spalti più pubblico della maggior parte delle partite di Serie D che ho visto quest’anno, con applausi e incitamenti equamente distribuiti;
– a fine partita, foto di gruppo delle 2 squadre e grandi sorrisi per tutti.
Solo un paio di settimane di allenamenti e di nuovo in campo, questa volta a Cinisello contro le temibili “Pantere”, in una partita sentita da entrambe le parti per via di precedenti un po’ turbolenti.
Pronti via e perdiamo la bussola, lasciandoci andare ad evitabili proteste e ritrovandoci sotto 20 a 5 in un Amen. Ristabiliamo un minimo di calma ed incominciamo la lenta rimonta, che ci porta a vincere in volata 46 a 43, non senza qualche tensione in campo. Questa volta la mia attenzione è catturata soprattutto dall’intensità e dalla battaglia agonistica vista in campo, che da una parte evidenzia il carattere sportivo e competitivo di questo sport (quindi non “assistenzialista”), mentre dall’altra riporta a galla problemi e atteggiamenti che speravo di non trovare in un contesto almeno teoricamente “protetto”. E questo apre molto spazio per il dibattito su dove sia da porre il limite e quale sia il reale obiettivo dello sport a tutti i livelli.
Marco il cecchinoRimango altresì colpito dal costatare che Marco (il cecchino) ne ha messi 21, su 46… San Marco! L’indomani, 15 febbraio, è la giornata del Baskin a Cremona (dove questo sport è nato). 10 (DIECI) squadre della sola provincia di Cremona si affrontano in uno spezzatino domenicale con straordinaria cornice di pubblico e e partecipazione di cestisti di grido (uno su tutti, Daniel Hackett).
E questo è solo l’inizio…
I love this Game!
Articolo di Fabrizio Foglia

malta busMalta, estate 2014. Salgo con la mia famiglia su un bus Maltese, non consapevole che stavo per assistere ad una inaspettata lezione educativa, o quasi.

Nei bus Maltesi ci sono alcuni posti riservati, due sono riservati ai portatori di Handicap uno alle madri con bimbi piccoli sul passeggino (il disegno raffigura una donna ovviamente). Si vede che son stati dominati dagli inglesi, che hanno una pessima cucina, ma su questa cose son forti.

Il bus è pieno, molti turisti, qualche maltese.

Salgo con fatica con il passeggino, sia per la sabbia incastrata nelle ruote sia per la quantità di persone che mi trovo davanti.

Mentre mi faccio faticosamente strada sento la voce dell’ autista che sembra dire: stand up (alzarsi)

Spingo il passeggino (10 cm)

– Stand Up

Spingo il passeggino (20 cm)

-Stand Up (la voce si fa sempre più vicina)

Spingo il passeggino ( 50 cm)

-Stand Up (la voce è ormai alla mie spalle)

Mi giro. Il piccolo autista si para davanti ad un turista 40-50 enne comodamente seduto sul posto dedicato alle donne con figli. Il simpatico turista ha inoltre adagiata sulle gambe la corpulenta e abbronzata fidanzata.

Il piccolo autista con aumento esponenziale del volume della voce e guardandolo dal basso all’alto dice: Stand Up, you understand ? (alzati, hai capito?).

Il turista risponde:  I understand (ho capito)

L’autista ripete 4-5 volte la stessa domanda ricevendo la stessa risposta. (Ho avuto la netta sensazione che si aspettasse le scuse, ovviamente mai arrivate)

Epilogo: Il turista si è alzato ed ha lasciato il posto a me, che come ben sapete non sono una madre, ma che in quel caso ne interpretavo il ruolo. Fine della storia, per fortuna. (Poteva andare anche peggio, citando Igor in “Frankenstein junior”).

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Ho, in prima battuta, quasi solidarizzato con il turista, perché il tono mi era sembrato forte, aggressivo, quasi eccessivo.

Poi, riflettendoci ci ho ripensato.

E’ vero, si possono dire le cose in diversi modi, con differenti toni, magari più pacati, ma sedersi sul posto dedicato ai portatori di handicap o alle madri con figli è un’azione culturalmente violenta, fatta di superficialità, disattenzione, insensibilità o ignoranza e che ha un significato anche visivo, terribile, per me inaccettabile. Un’azione che nega un diritto.

Ci siamo quasi abituati alle macchine posteggiate nel parcheggio riservato, sui marciapiedi che non ci facciamo caso, se non quando quel posto ci serve. Se non quando, con il passeggino siamo costretti a passare in strada, rischiando la vita. Fino ad allora rischiamo di esser tolleranti, di dire: vabbè, di passare oltre.

L’autista questa volta ha deciso di non far finta di nulla e di dire, di parlare. Di dire in modo forte, magari anche eccessivo. Forse perché stanco o perché costretto a ripeterlo più volte, ad alzarsi dal posto di guida oppure perché il turista non si è mai scusato. Magari le scuse avrebbero condotto l’autista a moderare il suo tono.

Non è importante ora perché fosse arrabbiato. L’autista era orientato alla difesa di un diritto.  Da questo punto di vista : “chissenfrega dei modi “, verrebbe da dire. Mica si può sempre parlare in modo gentile a chi manco si accorge di ciò che sta facendo. Mica si può accettare che manco ci si scusi per aver occupato un posto di cui non si hai il diritto.

Non amo i gesti violenti e nemmeno le modalità aggressive, sia chiaro, ma in alcuni casi, forse un pochettino di forza nelle parole non guasta.

Altra cosa che mi ha colpito, in conclusione, è stata la mia reazione. Son sembrato quasi più interessato a tutelare il turista che a tutelare un diritto che in quel momento avevo. Mi son sembrato, inoltre, più attento alla forma (certamente importante) che alla sostanza. Più attento agli altri che a me. Mi ero quasi dimenticato che il posto fosse dedicato a chi era in una situazione di maggiore difficoltà rispetto agli altri. Quindi a chi andrebbe maggiormente tutelato. Mi era sfuggito che l’autista stava lottando per il rispetto di un diritto.

Detto questo, mi rimangono aperte alcune domande, eccole.

  • Riusciamo a tollerare che sia necessario, in alcuni casi, usar la forza per far rispettare i diritti delle persone?
  • Possiamo pensare che l’uso della forza (in questo caso verbale) possa essere anch’essa un’azione educativa?

Ad entrambe le domande, fatico a rispondere in modo chiaro e deciso. La mia “allergia” alle modalità aggressive mi condiziona.

 Christian S.

 Ps: Un altro strano caso in cui la vita si intreccia con l’educazione, vero A.M.?

potere dell'educazione

Novembre 2013 : Durante una supervisione con un gruppo di educatori, la discussione gira attorno al potere dell’educazione professionale, il potere di insegnare, di accompagnare, di proteggere, aiutare ma anche quel potere che a volte può risultare schiacciante, faticoso e complesso perché imprendibile.

Un potere che può essere anche ingombrante.

In ambito educativo competenze naturali e professionali si incontrano, le prima spesso provano ad imparare qualche cosa da ciò che l’ambito professionale potrebbe portare. L’educazione professionale dalla sua parte dovrebbe farlo da ciò che incontra in ambito naturale, perché è da li che arriva e perché questo incontro potrebbe permettere di capire meglio, approfondire e studiare i modelli educativi, familiari e genitoriali.

In alcuni casi ciò non avviene. I genitori prendono poco dagli educatori e viceversa. Mi preoccupa molto quando gli educatori non imparano da ciò che incontrano, ma questa volta vorrei concentrarmi maggiormente sulle difficoltà che potrebbero trovare i genitori ad imparare dagli educatori.

Ipotesi: Stiamo rischiando che le competenze apprese in anni di studi (fuori e dentro le aule universitarie) e di esperienza propongano ai genitori un modello di educazione inarrivabile o senza nessuna trasferibilità del sapere. Ossia: Come posso imparare da te se mi sembra che le tue competenze siano frutto di un percorso che non potrò affrontare? Se il tuo linguaggio non mi è familiare? Se i riferimenti non sono gli stessi? Il rischio, forse, è che la professionalizzazione del ruolo educativo, la crescita degli educatori e della cultura pedagogica stia sempre di più allargando la forbice delle competenze naturali e professionali. Da una parte i genitori, sempre più soli e quindi con meno spazio per imparare dagli altri modelli educativi naturali, dall’altra gli educatori, sempre più competenti e accompagnati e quindi sempre più potenzialmente lontani.

A cosa serve incontrare un educatore, se di ciò che dice non riesco/posso farmene nulla? Cosa me ne faccio di un bravo educatore che non sa trasferire le proprie competenze agli adulti che incontra. Non rischiamo solo di produrre una dipendenza dall’esperto? Quando ho un problema, chiamo l’educatore, insomma.

Un educatore non dovrebbe lavorare, anche e soprattutto, per non essere (ove possibile) più necessario? Per lasciare al sistema che incontra gli strumenti per fare senza di lui? Io credo di si, ma forse la domanda è : come?

Christian S.

La foto è di Marco Bottani ( http://www.ibot.it)