Archivio per la categoria ‘Imparare ed Insegnare’

6 dicembre 2018. Scuola per educatori professionale. Io la chiamo ancora così, son della vecchia guardia. In verità mi trovo davanti agli studenti e alle studentesse del corso di laurea per educatore professionale del Don Gnocchi. Aula bella e accogliente, un bel gruppo: 40 tra studenti e studentesse che frequentano il terzo anno del percorso di studi,  un gruppo di futuri educatori professionali, alcuni forse già in servizio.

Ho avuto spesso il privilegio di parlare del mio lavoro davanti agli studenti. Io con quel taglio sporco, meticcio, non sempre elegante. Non proprio un accademico, insomma. Ancora oggi mi chiedo cosa ci trovino gli altri di interessante nel mio modo di raccontare. Ma evidentemente c’è qualche cosa che funziona. In fondo è la stessa domanda che mi faccio quando scopro che ci son persone che leggono ciò che scrivo. E’ l’effetto di un percorso di studi zoppicante, in cui le restituzioni sulle competenze son state scarse e dove ho imparato ad affrontare soprattutto le fatiche. Le competenze le ho scovate da quando lavoro.

Mi invita Paola Eginardo, docente del corso di Metodologie dell’educazione professionale III (modulo scrittura professionale). Questa volta e per la prima volta, a parlare di scritture in rete e dei post che scrivo nei miei blog. Pare che a Paola piacciano e invita a parlare di scrittura uno che con la scrittura litiga e ha litigato da anni. Ma lei non forse non lo sa, perché ciò che vede è il risultato di un lungo lavoro di autoformazione e autocorrezione avvenuto anche attraverso l’uso del blog. Sì, perché ho imparato a scrivere, anche grazie al desiderio di raccontare agli altri (la scrittura in rete ha anche questa funzione). Perché scrivere sul blog ti espone allo sguardo di centinaia, migliaia di persone e quindi ti costringe ad avere grande cura di ciò che pubblichi. Ho riletto ogni post, centinaia di volte. Alcuni post sono ancora in bozza. Alcuni a furia di leggerli son finiti nel cestino.

Inizio il mio intervento proprio parlando del mio rapporto con la scrittura. Un rapporto ambivalente. L’ho odiata per anni, perché l’attenzione per evitare errori e orrori grammaticali mi è sempre costata una gran fatica. L’ho amata tanto nella versione moderna, perché ho trovato un modo di scrivere, il mio modo.  A quarant’anni mi ha fatto impazzire di nuovo la scrittura della tesi perché sono stato costretto a scrivere in modo più formale, attento ad uno stile che non mi appartiene. Mi emoziona invece quando mi accorgo che 15mila persone hanno letto un mio post, lo han fatto girare, condiviso, usato come se fosse loro. Mi sorprende il piacere che ho oggi di scrivere e la rabbia per non poterlo fare con costanza.

Quello che racconto è la storia di un cambiamento, io che di questo mi occupo. Un cambiamento nato dalla sfida con quella vocina interna che mi rimandava continuamente di lasciar stare, di occuparmi di altro. Quella vocina figlia, anche, di quello che alcuni insegnanti incontrati mi avevano lasciato. Una sfida iniziata invece grazie alla voce di un’altra docente, incontrata in tarda età. Una di quelle docenti che, se tieni le orecchie aperte, ti cambia la vita. Una docente che ha il nome di un fiore, come mia figlia e forse non è un caso.

Parlo di me, dei colleghi incontrati nel percorso di Snodi Pedagogici, del prezioso valore dell’incontro, avvenuto tramite la scrittura in un percorso comune che non ha nessuna storia simile in rete, soprattutto in ambito educativo. Un incontro simmetrico, alla pari e per questo doppiamente di valore. Snodi Pedagogici è un percorso di scrittura contemporanea e collettiva. Una bella storia,  insomma. Un gruppo di esperti di processi educativi che scrive partendo dallo stesso tema, che invita altri a scrivere e lo fa per un anno, tutti i mesi, raccordandosi attraverso la rete, senza essersi  mai visti. Un percorso che potrebbe essere tranquillamente il tema (o il titolo) di una tesi di una laurea in scienze della comunicazione.

Racconto di quello che abbiamo scritto e della necessità e del valore dello scrivere di educazione. Del bisogno che il nostro mondo ha di raccontare lo sguardo e le pratiche educative. Della scarna bibliografia presente che racconti “storie di educazione” in un mondo pieno, invece, di saggi e manuali di pedagogia e del bisogno di far cultura dell’educazione anche attraverso il racconto di storie, pensieri e riflessioni su ciò che gli educatori fanno tutti i giorni.

Il blog è stato, per me, anche un modo di dar valore alle pratiche e ai pensieri di altri colleghi e colleghe. Non ho scritto solo io, per fortuna, ed è stata un scelta che ho provato a conservare nel tempo.

Racconto loro di quanto sia inutile confrontare la scrittura accademica con quella dei blog, di quanto siano lontane, di quanto sia possibile trovare il proprio modo di scrivere e di quanto sia importante imparare a scrivere in ambito professionale. L’uso della scrittura non giudicante, non interpretativa, il presidio di ciò che è avvenuto tra l’educatore e gli utenti. Parliamo di quanto sia possibile, attraverso la scrittura di un post dedicato ad un uomo politico, dire alcune cose ai propri colleghi, ad una categoria intera di persone e lavoratori.

Mi piace parlare agli studenti, coordinare i tirocinanti, i ragazzi e le ragazze in servizio civile. Mi piace perché credo fortemente nel valore del passaggio di competenze e soprattutto nel rapporto tra maestro ed apprendista. Amo da sempre l’idea di poter lasciare agli altri ciò che ho imparato. In questo ambito non ho nessun richiamo competitivo. Gli incontri professionali hanno sempre avuto per me il medesimo obiettivo, lasciare e prendere competenze. Sempre.

Ci salutiamo, li ringrazio. Per me non sono quasi mai ringraziamenti formali, perché dall’esperienze che faccio, soprattutto quelle che mi piacciono, nasce sempre qualche cosa. Un post, un’idea, una riflessione o un nuovo progetto professionale. Son fatto cosi. Mentre torno a casa penso alle domane che mi han fatto e mi viene in mente un’immagine, una di quella immagini che ritorna da sempre, quella che richiama il bisogno di relazione tra chi ha attraversato un percorso professionale e chi lo deve iniziare. Il maestro e l’apprendista. Immagine perfetta per chi come me ama la Saga di Star Wars.

Mi richiama fortemente una domanda che mi è tornata in mente soprattutto durante l’approvazione della Legge 205.

Di cosa hanno bisogno degli educatori?

La mia risposta è: c’è bisogno di apprendistato. Di spazi di lavoro che permettano di dar valore all’incontro tra chi lavora da anni e i giovani educatori. Uno spazio in cui si insegni a ”fare educazione” praticandola. Spazi di passaggio delle competenze, trucchi e idee, uno spazio che valorizzi l’esperienza degli educatori che son sul campo da 25 anni e che contemporaneamente non lasci soli i giovani colleghi. Uno spazio “altro” rispetto a supervisione e formazione.

Sprecare l’opportunità di poter valorizzare gli apprendimenti e le competenze maturate dagli educatori che lavorano da anni sarebbe un sacrilegio. Non riesco a trovare un’altra parola per descriverlo.

Quello che manca, però, è la formalizzazione di uno spazio di pratica del lavoro educativo fianco a fianco. Uno spazio che restituisca ai “maestri educatori” il valore prezioso di accompagnare gli “apprendisti educatori” nel loro percorso formativo, all’inizio della loro carriera professionale, in un’ottica differente da quella che abbiamo praticato fino ad ora. In un’ottica che non lasci, a livello discrezionale alle cooperative la responsabilità di farlo o meno. Il lavoro educativo è un lavoro che, in alcuni tratti, assomiglia tanto ad un lavoro artigianale e che quindi necessità del trasferimento della “scatola” degli attrezzi di lavoro. L’apprendistato andrebbe reso obbligatorio, certificato, fuori dal fastidioso utilizzo odierno, che mi pare solo un trucco per risparmiare soldi sui contratti.

Abbiamo bisogno, passatemi la analogia cinematografica, di costruire le condizioni perché i vecchi Jedi accompagnino i giovani apprendisti ad imparare l’uso della spada, altrimenti rischiamo di farci male. Tutti. E di far male il nostro lavoro.

Sarebbe interessante, accanto alle legge 205 (quella dedicata agli educatori e ai pedagogisti), provare a dare forma ad un percorso di apprendistato formativo, magari anche selettivo, che permetta ai giovani educatori di essere accompagnati nei primi anni di carriera. Una parte integrante del percorso formativo istituzionale che dia valore e ruolo anche agli educatori senior presenti nelle cooperative e negli enti locali. Un percorso che, attraverso la formalizzazione di responsabilità e ruoli, possa essere utile anche per proteggere i giovani colleghi dall’essere gettati soli dentro i servizi e di conseguenza anche per proteggere gli utenti dei servizi.

Mi chiedo se le facoltà Universitarie che formeranno gli educatori e le educatrici avranno voglia, tempo e spazio, soprattutto ora che saranno detentrici dell’ unica formazione professionale certificata,  per strutturare un percorso formativo differente?

Christian S.

PS: Grazie di cuore a Paola Eginardo per lo sguardo ampio che pone sull’educazione professionale, anche nelle sue forme non accademiche. I suoi studenti sono fortunati, spero che lo abbiano capito.

Agli studenti che si iscrivono alle facoltà che formano gli educatori e che investono tempo e fatica per continuare a fare uno dei lavori più belli del mondo.

Alle donne con i nomi dei fiori. Preziose, più di quanto immaginano, anche per giovanotti di trent’anni.

A mia moglie. Perché senza di lei alcuni di questi post non sarebbero stati mai pubblicati. Lei sa perché.

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Giornata di formazione. Gruppo di capi scout. Attenti, motivati, appassionati e disponibili a mettersi in gioco. Una giornata intera di formazione di sabato. Quasi eroici, mi verrebbe da dire.

Alzi la mano chi nel suo tempo libero si è mai piazzato in un parco a parlare di prevaricazioni, cyberbullismo e regole?

Il tema centrale sono le prevaricazioni. Porto un affondo sulle regole e sulle modalità di trattarle, tematizzarle e sui rischi connessi. La discussione si sposta sulla colpa. Facilmente. Succede nel guardare i ragazzini che si accompagnano, succede riguardando le proprie azioni. Succede che il senso di colpa schiaccia e appiattisce. Sposta tutto su desiderio di scusarsi, di pentirsi e di espiare.  E’ difficile non caderci, capita anche a me, nell’analisi della azioni che faccio. Soprattutto da padre, ma anche da professionista.

Succede perché la colpa è pervasiva, culturale, vive e si annida nel profondo. Talmente profonda da immobilizzare o da portare al desiderio di chiudere. Troppo dolore.  Meglio scusarsi e finirla qui. Fa così anche mia figlia. Quando sente che non ha voglia, né spazio per andare avanti. Chiude. Si scusa e prova ad andarsene. La sua fortuna che io non la mollo. Non la mollo perché non voglio che si senta in colpa e soprattutto perché non voglio che tagli corto quando si parla invece di responsabilità.

Ecco il punto: colpa e responsabilità. Bella coppia.

Mi accorgo che la differenza tra colpa e responsabilità non è scontata. La prima, la maledetta colpa, guarda l’individuo, nella sua interezza, parla alla pancia, alle emozioni. Parla di qualche cosa che è sbagliato, mette al centro una specie di senso di tradimento della relazione. Hai sbagliato, ti devi scusare, lo devi fare con me, perché io sono la vittima. Hai trasgredito le regole. Hai tradito anche me, proprietario delle regole. Diventa una questione personale, di rapporto. Conduce in una unica strada, ad un unico modo di uscirne; le scuse. Scusarsi, anche provando a rassicurare che non succederà più. Quante volte abbiamo sentito “non lo faccio più” uscire dalla bocca dei bambini. Promettere di non farlo più vuol dire mettersi in un’ottica pericolosa, dove l’errore viene visto sono in un’ottica di non ripetizione. Ma l’errore è anche altro. E’ prezioso per conoscersi, per imparare a tollerare le imperfezioni degli altri, per scoprire strategie di risoluzione dei problemi, per imparare che siamo esseri imperfetti e che l’errore stesso non è una deviazione della strada maestra, ma parte della strada stessa. Perchè gli errori non si evitano, si affrontano.

Dall’altra parte c’è la responsabilità. Che parla del ruolo che stai attraversando, parla di un pezzo di te, di una cosa che hai o non hai fatto. Parla dell’aver fatto. Parla di qualche cosa che ci sembra cambiabile. Trasformabile. La responsabilità parla dell’azione e le azioni si possono fare in modo differente. Parla, a differenza della colpa, di qualche cosa che ci sembra più facilmente modificabile, ci fotografa l’azione che avremmo dovuto fare, magari in altro modo. Se parliamo di responsabilità diciamo ai ragazzi che devono imparare ad assumersela, che devono rispondere di ciò che han fatto. Non gli diciamo che devono scusarsi, pentirsi, insomma. Se parliamo di responsabilità parliamo di futuro, di diventar grandi, di diventar cittadini, responsabili di una parte del modo che stiamo costruendo. Se parliamo di responsabilità non gli chiediamo di fermarsi,  ma di andare avanti. 

Christian S.

PS: Parte del merito di questo post è dei capi Scout CNGEI di Cesano Maderno che mi ha aiutato a mettere a fuoco, meglio, una questione importante e preziosa, su cui ragiono da un po’. Una tema che mi sarà utile nei prossimi tempi, come uomo, padre e professionista dell’educazione.

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Sono stato al Convegno di Animazione Sociale sui giovani dal titolo Nuove Generazioni e altre generativitàIl 24 e 25 febbraio 2017.

Quando parti per andare in formazione hai sempre la speranza di tornare con qualche nuova scoperta. Non sempre accade.  Questo convegno invece, per me, è stato uno di quei casi. Sono tornato con un sacco di spunti, qualche dubbio e soprattutto con alcune domanda nuove, utili per ri-orientare il mio sguardo e per aiutare gli educatori con cui lavoro a metter pensieri nuovi.

Nuovi sguardi e nuove domande. Ecco come si apre e chiude il convegno: con il suggerimento, per chi si occupa di giovani in ambito socio-educativo di provare a cambiare modo di guardare, di guardarli. Cambiando, se possibile, anche le domande da porsi. Il convegno si chiude con una provocazione forte dell’attore Enrico Gentina. E’ una provocazione importante per chi come me spesso cerca di capire meglio le cose e cerca di capirli.

Cerchiamo sempre di capirli, ed invece…

“E se provassimo a pensare i giovani come supereroi? E invece “non ti capisco, non ti capisco, non ti capisco…”, ma è così necessario capirti? Sapere che ti ho capito? Interrogarmi continuamente perché tu possa sentirti capito, compreso, compresso, svelato…? E se invece mi preparassi al meglio di quello che posso essere e mi mettessi al tuo fianco? Perché noi siamo animali: se scappo tu mi rincorri, se mi abbasso tu ti abbassi, se alzo il livello tu alzi il tuo. L’invito è allora pensare a come mi pongo, a curare il nostro profilo: non quello di facebook ma quello che mettiamo in gioco nella relazione con loro, con i ragazzi.!” (E. Gentina)

A proposito di sguardi: chi organizza il convegno propone relatori dagli sguardi “altri”. Intervengono un pedagogista (Andrea Marchesi), una filosofa (Luigina Mortari), un’ antropologa (Vincenza Pellegrino), una sociologa (Ivana Pais) , un’economista (Roberta Carlini), un architetto (Stefano Boeri), un attore (Enrico Gentina) e la Compagnia del teatro Elfo Puccini. Tutti gli interventi provano a declinare il tema partendo dal proprio punto di vista. Diventa tutto molto interessante perché  fuori dalla deriva propria del mondo dell’educazione odierna. Deriva che spinge a parlar tra di noi, tra chi di quello si occupa, di quello si è formato, di quello vive e mangia. Propone uno sguardo “altro” ma che dell’educazione parla, perché l’educazione è fatta anche da altri. Fatta dagli urbanisti, che incidono sulla struttura delle nostre città, dagli artisti, che narrano dell’educazione, dalle strutture economiche e sociali che cambiano e condizionano anche le interazioni tra adulti e giovani. Mi torna fuori una domanda che da tempo gira per la mia testa.  Una domanda che mi pongo sempre più insistentemente, soprattutto da quando di educazione si occupano, soprattutto, educatori e pedagogisti.

E se fosse, invece, il caso di provare a farci aiutare a guardare l’educazione utilizzando altri sguardi? Se ci fosse il rischio che da dentro ci manchino alcune prospettive? Se stessimo rischiando di guardare il mondo dell’educazione da una prospettiva troppo parziale?

A proposito di giovani: nel pomeriggio, nei workshop, incontro i giovani e i ragazzi del progetto socialday. Un’esperienza che mette al centro il volontariato e la raccolta di fondi per progetti di cooperazione internazionale, dove al centro ci sono loro, i ragazzi. Loro valutano i progetti da finanziare, fanno il bando, si cercano il lavoro, stipulano il contratto e recuperano i soldi. Un progetto che è passato dai 1200 euro raccolti nel 2007 agli 82000 euro del 2016 e ha visto impegnati 8500 ragazzi delle scuole medie e superiori. Un progetto che entra a far parte del POF (Progetto dell’Offerta Formativa) delle scuole e che considera i ragazzi come costruttori di connessioni, come i reali protagonisti della costruzione della rete sul loro territorio. Non male dire.  Incontro l’esperienza e soprattutto incontro loro: 6 ragazzi dai 14 ai 19 anni, ragazzi che discutono con gli adulti, alla pari, senza indietreggiare o aver paura. Senza che la differenza di età e competenze li condizioni in alcun modo. Raccontano in modo chiaro, parlano di loro, ma parlano anche di noi. Quando parlano di noi ne parlano così: Silvia “noi abbiamo bisogno che gli adulti ci appoggino”. Penso a quel “appoggino” e alle parole che avrei usato io o alcuni dei miei colleghi educatori (accompagnamento, insegnamento, aiuto, …). Sento che Silvia ci propone qualche cosa di nuovo, rispetto alla posizione e alla funzione degli adulti e soprattutto degli adulti educanti. Gli adulti resistono all’immagine e alla posizione che i ragazzi ci attribuiscono. Spesso le domande sono connesse al ruolo degli adulti. In questo progetto dove sono gli insegnanti? Gli educatori?. La risposta che ci danno è che ci sono, camminano al loro fianco, ma  il ruolo centrale rimane quello dei ragazzi, che lentamente tessono la ragnatela e connettono tutto ciò che gli sta intorno. Formano loro i compagni, organizzano gli eventi, selezionano i progetti e li votano, raccolgono i soldi. Connettono le realtà del territorio (pubblico, privato e familiare) tutti intorno al progetto e intorno a loro. Io li osservo e mi accorgono che mi piace ciò che mi dicono, mette in discussione alcune cose che pratico, ma mi piace.

Se fosse arrivato il momento di cambiare prospettiva. Non gli adulti, quindi, che accompagnano i giovani all’incontro con il loro territorio, ma viceversa? Se ci facessimo condurre da loro provando a lasciargli la possibilità di indicarci quale è la strada che vogliono percorrere?

A proposito di simmetrie e asimmetrie: L’incontro con i ragazzi mi costringe a fare i conti con una questione per me preziosa che qui diventa assai spinosa. Il rapporto di asimmetria tra adulti e giovani. Il valore dell’asimmetria in educazione, oggetto principale della mia formazione, scricchiola. Vacilla ma non cade. Mi tocca reinterpretarlo. Mi tocca anche fare in conti con una richiesta, un desiderio dei giovani che mi arriva chiaramente nell’incontro con loro. Hanno voglia di far loro, di essere un nodo centrale. Ci chiedono di esserci ma in modo differente. Ci chiedono di non considerarli vuoti, stupidi, ci chiedono di rischiare insieme a loro. Ci dicono di esser pronti. Ci rimandano che sono in grado di aiutarci a guardarli. Ci ricordano, anche attraverso il sociaday, il valore delle altre esperienze di apprendimento peer to peer.

Se provassimo, almeno in alcuni casi, a pensare che l’apprendimento alla pari non sia solo un percorso “esotico”. Una specie di sottoprodotto dell’insegnamento tradizionale? Una questione di poco conto? Se provassimo a dargli lo stesso valore che gli danno loro?

A proposito di ascolto: Alla fine dell’incontro i ragazzi ci rimandano di essersi sentiti ascoltati, lo rimandano con grande felicità e stupore. “Avevamo paura di incontrarvi e invece …. “. Questa sorpresa dovrebbe interrogarci, tutti. Lo stupore ci lascia alcune domande sulle quali forse dovremmo lavorare.

Con quali occhi e con quali categorie di pensiero stiamo guardano i ragazzi? Con quanti e quali pregiudizi? E se fosse venuto il momento di smetterla di dire che noi sappiamo cosa sia meglio per loro e cominciassimo a chiederglielo?

A proposito di generatività: Se fosse il caso di provare a lasciarli generare? Magari noi ci potremmo occupare di costruire luoghi idonei per incontrarli, come diceva Enrico Gentina “prendendoci cura del nostro profilo”.

Christian Sarno

Ps: Ringrazio la Libera Compagnia di Arti e Mestieri Sociali che ha sollecitato, permesso e sostenuto questo mio momento formativo. Cosa che visti i tempi è proprio #tantaroba

viola-scout“Se non fossi stato scout penserei che un foulard sia solo un semplice fazzoletto alla francese e che il nodo piano sia solo un nodo da fare più lentamente degli altri. Se non fossi stato scout crederei ancora che uno zaino non può contenere i ricordi di una vita e che un guidone sia solo una guida turistica più importante delle altre. Se non fossi stato scout saprei ancora vestirmi e non andrei girando in pantaloncini in pieno inverno, rispondendo a chiunque mi dica “ma dove vai vestito cosi”, con un’ espressione al limite tra una smorfia di dolore ed un sorriso: “no, ma non fa così freddo”.Se non fossi stato scout non farei la figura dello spazzino ogni volta che vedo una cartaccia a terra e non avrei le tasche piene di fogli e bustine di plastica. Se non fossi stato scout crederei che le ore 6:00 di mattina siano solo una trovata degli orologiai per riempire gli spazi vuoti di un orologio, ma non avrei idea dell’infinito che si spalanca all’orizzonte quando il sole torna nel cielo dopo una notte d’amore con la luna. Se non fossi stato scout non avrei mai conosciuto il mio più grande amore, la mia chitarra, ma avrei risparmiato i timpani dei miei fratelli del reparto durante i campeggi insieme. Se non fossi stato scout avrei passato l’estate al mare, ignorando il fatto che solo la montagna ti fa comprendere “il senso della tua piccolezza e la dimensione infinita della tua anima”. Se non fossi stato scout penserei ad arrivare prima degli altri durante un’escursione, ed ignorerei totalmente la bellezza di un sorriso che ti regala una compagna in difficoltà quando la aiuti ad andare avanti. Se non fossi stato scout me ne starei a casa al caldo quando fuori piove, ma non avrei mai ascoltato la voce della pioggia sulle foglie degli alberi ed il profumo del sottobosco dopo un temporale. Se non fossi stato scout avrei tanti amici in meno, ma in particolar modo non avrei mai conosciuto fratello fuoco che ti fa compagnia nelle notti più dure, quando la paura di non farcela ti assale la mente e le forze vanno sempre di più a svanire. Se non fossi stato scout crederei che le storie di ragazzi che, con zaino in spalla, camminano per giorni e giorni macinando decine di chilometri in montagna, siano solo leggendarie montature cinematografiche. Se non fossi stato scout non avrei mai combattuto contro Shere Kan e penserei davvero che una pantera ed un orso non possano crescere un cucciolo d’uomo. Se non fossi stato scout non avrei mai scalato una montagna con uno zaino di 10 kg in spalla, ma non saprei che quando sei su, il vento può affogare tutti i tuoi pensieri, se ne bevi abbastanza. Se non fossi stato scout non avrei mai passato notti insonni in una tenda con una pietra a tormentarmi dietro la schiena, ma non mi sarei mai divertito a nascondermi, nelle tende degli altri, dai capi. Se non fossi stato scout, la mattina, invece di fare ginnastica, sarei stato nel letto a dormire, ma non avrei mai “fatto quattro salti in su e mosso un po’ la testa in giù”. Se non fossi stato scout non avrei mai dormito all’addiaccio sobbalzando dal sacco a pelo ad ogni piccolo rumore, ma non avrei mai confidato tutti i miei segreti alle stelle e giocato ad afferrare la luna. Se non fossi stato scout non mi sarei mai innamorato in route, e non avrei mai passato le notti a cercare il coraggio di parlarle, il giorno dopo. Se non fossi stato scout non sarei un uomo con il cuore di un Lupetto, i sogni di un Esploratore e la coscienza di un Rover…”

Forse non servirebbe aggiungere nulla sugli Scout, perché nel racconto trovate già tutto ciò che può esservi utile per capire quale è il valore di un’esperienza educative del genere. Non servirebbe ribadire quanto, ancora di più per i ragazzi moderni, possa essere interessenza fare un’esperienza lontano dalla città, nella natura, un’esperienza di libertà, fatica e di incontro con il mondo. Non servirebbe rimarcare quanto potrebbe essere utile imparare a farcela senza i genitori, imparare ad aiutarsi a vicenda, imparare che le competenze si apprendono, che a volte diventar grandi costa anche gran fatica. Non servirebbe ribadire, oggi ancor di più, quanto sia importante imparare a dividere con gli altri la propria cena e il proprio sacco a pelo oppure quanto sia utile per i nostri figli imparare a prendersi le responsabilità delle scelte del gruppo che si conduce. Si impara ad accettare che i vecchi lupi (così si chiamano gli adulti nel grande gioco scout) si ascoltano in silenzio, perché in un branco (come in un gruppo), i più anziani hanno spesso delle cose interessanti ed importanti da dire. Forse risulta inutile ribadire uno degli elementi che il percorso scout sottolinea in modo costante, ovvero che la protezione dei più piccoli o dei più fragili è un valore fondamentale che permette di stare bene insieme, tutti. Un Valore (lo scrivo volontariamente in grassetto) che non sempre ritroviamo nelle menti e nei comportamenti dei nostri figli.

Solo una cosa, non emerge dal bellissimo racconto: l’esperienza scout è molto più vicina a te di quanto tu possa pensare, sia da un punto di vista culturale, sia dal punto di vista geografico. Lo scoutismo è un’esperienza che mira a produrre cittadini in grado di prendersi le proprie responsabilità nei confronti di se stessi, degli altri e nei confronti del mondo stesso. Gli scout li trovi a pulire i parchi, a costruire case sugli alberi, a cantare e a giocare. Li puoi trovare addirittura a dormire tutti insieme in uno stanzone, giovani e vecchi lupi insieme. Gli scout Cngei (Corpo Nazionale Giovani Esploratori ed Esploratrici Italiani ), se ti è venuta la voglia li trovi facilmente, sono laici, motivati, simpatici (magari non proprio tutti) e aperti ai differenti modi di guardare il mondo. Per avere informazioni ti basta fare un giro sul loro sito (CNGEI) dove trovi tutto ciò che serve scegliere, sempre che tu abbia capito (o desiderio di capire) che cosa faranno fare a tuo figlio. Sempre che tu non abbia paura che si sbucci le ginocchia, perché se è così, forse è meglio che lo tieni a casa, perché a camminare in montagna con lo zaino in spalla si torna sporchi, stanchi, graffitati e con gli occhi ancora pieni di bellezza e libertà.

La storia che avete appena letto gira in rete da tempo, non mi è stato possibile trovarne la Paternità. L’autore mi scuserà. Mi piace anche pensare, però, lasciando volare la fantasia, che sia stato un regalo di un vecchio lupo e che in puro stile scout sia volontariamente senza autore. Perché nel mondo scout non importa chi sei, ma che ruolo, nella grande libro della jungla, interpreti. Il percorso educativo dei lupetti (9-12 anni) è infatti liberamente ispirato al Libro della jungla di Kipling, un testo che consiglio di leggere a tutti i genitori perché pieno di spunti straordinari, utili anche per rafforzare il nostro ruolo genitoriale e nello specifico ciò che attiene alla responsabilità educativa. Utile a ricordarci che la nostra più grande responsabilità è quella di fare dei nostri figlie e delle nostre figlie dei cittadini e cittadine responsabili, rispettosi e solidali. Ci ricorda che abbiamo, come adulti, grandi responsabilità sul futuro della nostra società, più di quello che spesso ci attribuiamo. Il grande gioco scout è uno dei tanti modi per aiutare i nostri figli a crescere, non l’unico ovviamente. Se non ti convince non importa, ti toccherà solo cercare un altro “gioco” che insegni a tua figlia il valore della responsabilità individuale e della condivisione delle esperienze. Buona ricerca allora o come si dice tra gli scout “ Buona caccia”.

Christian S.

Questo articolo è uscito sul numero 4 di Gaggiano Magazine, sempre grazie a Marco Costanzo, che mi permette di assaporare l’odore dei miei articoli su carta stampata.

 

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Papà, a cosa servono i compiti?

Ecco come ha esordito mia figlia, appena sveglia, qualche settimana fa.

Una di quelle domande che aprono strade di spiegazione differenti, alcune sintetiche e semplici altre più complesse e che richiederebbero maggior tempo. A mia figlia, quel giorno ne ho data una molto sintetica.

Per imparare.

Ero alla prese con la vestizione di due figlie in tempi ristretti, la mia concentrazione era orientata ad evitare di produrre i soliti codini storti e gli abbinamenti estetici inguardabili. Non avevo altra possibilità.

Una domanda del genere, però, produce naturalmente altre domande, la più interessante, per me è: per imparare cosa?

Qui la strada si fa generalmente in salita soprattutto se vogliamo provare a capire veramente a cosa potrebbero servire i compiti a casa. A volerla chiudere subito, potremmo dirci che servono per imparare a fissare, ripassare, memorizzare le nozioni e informazioni apprese in classe. Guardare i compiti da questo punti di vista li riduce solo ad uno strumento connesso con ciò che si fa in classe, ed invece potrebbero diventare ben altro.

I compiti potrebbero insegnare ai nostri figli qualche cosa che la scuola, per come è strutturata, non è in grado o non ha la possibilità di fare se non in modo parziale. I compiti potrebbero insegnare ai nostri figli a far da soli. In che senso vi chiederete voi? Nel senso che fare i compiti a casa, se riusciamo a rispettare alcuni vincoli, può diventare una grande occasione per sperimentare la responsabilità di svolgere il compito in autonomia, usando e ripescando le competenze apprese durante le mattinate scolastiche.

Facile a dirsi un po’ meno a farsi, state pensando. Vero?

No, facile se riusciamo a rispettare alcuni presupposti di partenza. Ovvero: i compiti devono essere fattibili in solitudine e i genitori dovrebbero permettere ai figli di farli in autonomia.

Per far questo però, è necessario che il valore che noi diamo ai compiti risieda, soprattutto, nell’averli fatti da soli. Far da soli permette ai nostri figli e agli insegnanti di verificare a che punto si è arrivati, permette di comprendere i propri punti di forza e le proprie fragilità. Far da soli vuol dire far più fatica ma sentire poi, una volta finito il compito, di avercela fatta da soli. Questo percorso è possibile quasi esclusivamente a casa, perché a scuola c’è il compagno o l’insegnante e in qualche modo l’aiuto lo trovi. Far da soli è possibile solo se decidiamo di accettare che i quaderni possano essere pieni di errori e correzioni. Perché facendo da soli è più facile sbagliare. Far da soli è possibile, per i nostri figli, se gli adulti imparano ad orientare lo sguardo sugli apprendimenti e non sui risultati, sul percorso e non sul compito stesso. Per fare questo dobbiamo accettare che il programma scolastico non sia l’obiettivo ma lo strumento per imparare delle cose. Il programma, così pensato, assume una tripla funzione: mette in successione le lezioni, stabilisce i tempi e i modi degli apprendimenti e permette di imparare “altro”. Imparare le tabelline, in questa ottica, insegna anche a far fatica, ad essere autonomo, a sbagliare, a correggersi e così via.

Far da soli permette di imparare a rileggersi. Per poterlo fare, però, è necessario che gli adulti cambino il modo di guardare la scuola e le esperienza ad essa connesse. In questa nuova visione, il problema non sarà più se i compiti sono tanti o pochi, ma che tipo di compiti e quale valore gli viene assegnato dal punto di vista educativo.

Giusto per essere chiaro. I compiti avrebbero un valore anche se servissero solo per completare il programma, ma dovremmo poi chiederci perché ci debba essere necessità di completare, fuori dalla scuola, qualche cosa che è presidio della scuola stessa. Avrebbero un valore anche se servissero solo per fissare degli apprendimenti, ma dovremmo chiederci, nel caso in cui togliessero spazio ad altro, cosa perdono i nostri figli. Se per fare i compiti non posso andare a giocare a calcio (solo per fare un esempio), il compito impedisce un’esperienza fondamentale per imparare a stare insieme, a far fatica, a collaborare. Impedisce un’esperienza relazionale complementare all’esperienza scolastica che aiuta indirettamente, attraverso quello che insegna, anche l’esperienza scolastica stessa.

I nostri figli possono svolgere i compiti da soli se non serve l’aiuto di un adulto o addirittura di un adulto specializzato. Il compito che posso fare da solo evita inoltre di costringere i genitori a fare i conti con competenze didattiche non sempre in possesso degli adulti presenti in casa al momento dei compiti. Quelle competenze, per intenderci meglio, che spesso i genitori, anche (ma non solo) per questioni di tempo, delegano a professionisti esterni.

Se vogliamo provare ad attribuire ai compiti a casa, un valore differente, lo si può fare solo attraverso un accordo tra genitori e istituzioni scolastica. Lo si può fare se alleggeriamo tutti, genitori compresi, la pressione verso il programma per interessarci anche ad “altre” competenze da apprendere. Lo possiamo fare, in sintesi, se siamo nella condizioni di rinunciare a parte del programma per imparare a far da soligestire le sconfitte,  lavorare in gruppo,  stare insieme e imparare dai problemi che si incotrano.

Lo possiamo fare, ricordandoci che l’esperienza scolastica ha come finalità quella di produrre cittadini capaci di stare in relazione con il mondo,  capaci di differenziare i luoghi per la competizione dai luoghi per la cooperazione. Capaci di essere felici per ciò che hanno imparato e non per aver preso mezzo voto in più del compagno.

Cosa penso in conclusione? Se accetteremo la sfida e saremo in grado di cambiare il nostro modo di dar valore al percorso scolastico, valorizzeremo la scuola come una delle esperienze educative e potremo spiegare ai nostri figli che la scuola e i compiti servono per affrontare la vita e non viceversa.

Buon inizio…

Christian S.

Un ringraziamento particolare va al Professor Marco Dallari a cui devo lo spunto che mi ha permesso questa riflessione.

Il seguente articolo è uscito su Gaggiano Magazine nel mese di luglio’16. Grazie ancora a Marco Costanzo per la fiducia che mi rimanda costantemente.