Archivio per febbraio, 2012

Idea di Andrea Marchesi e Christian Sarno

Testi di Andrea Marchesi

Il secondo post sull’educazione al maschile.

A.A.A cercasi educatore maschio

Un collega mi racconta che si sono dimessi tre educatori maschi nel giro di poche settimane e nella sua cooperativa sono disperati: non riescono a trovare figure maschili. Penso alle centinaia di curriculum vitae che ho ricevuto negli ultimi anni: gli unici maschi sono psicologi, oppure formatori e coordinatori. Educatori zero: solo donne. Entro in aula di scienze dell’educazione, 200 persone. I maschi si contano sulle dita di un paio di mani. Eppure se penso agli esordi, prima metà degli anni ’90, in campo sociale ricordo una presenza equilibrata, una leggera maggioranza femminile a tratti impercettibile. Ripercorro i volti dei tanti colleghi incontrati in questi vent’anni e mi tornano in mente tanti educatori maschi. Che cosa è successo ? Che cosa sta determinando l’evaporazione del maschile dalla professione educativa ? C’è forse un ritorno alla femminilizzazione dell’educazione ? E che effetti sta producendo sui soggetti implicati nelle interazioni educative ?

Il prossimo post il 5 marzo….

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Ho fatto sport per quasi 15 anni, sempre sport di squadra, sempre condotto da uno o più allenatori. Ho giocato a basket prevalentemente, ma anche a calcio e pallavolo, sempre con risultati discreti, mai ottimi (non ero un fenomeno, insomma). Ho giocato in tante squadre, spesso perdenti,  in cui si lottava e correva come matti e mi son divertito, tantissimo, anche senza vincere. Ho visto pochi compagni diventare professionisti, forse uno soltanto.

Per tanti anni, giocando a basket, mi son chiesto cosa pensassero i miei allenatori, se fossero veramente interessati alla mia crescita sportiva, se fossero interessati ad insegnarmi altro, oltre al palleggio e tiro.

Mi son chiesto se per loro fosse importante qualche cosa oltre il risultato.

Pensandoci, oggi, non trovo traccia di nessuno di loro nella mia mente e questo, un po’ mi dispiace, devo essere sincero. L’assenza di ricordi legati ai “maestri sportivi”  in una carriera di 20 anni però, dovrebbe dirmi delle cose, perché di solito ” i miei maestri ” li ricordo molto bene.

Non mi son chiesto allora, che formazione avessero perché per me erano allenatori, erano quelli che decidevano se farti giocare o meno, erano quelli che sapevano giocare meglio di te (a volte), che ne sapevano più di te (quasi sempre), erano quelli a cui non potevi dire nulla perché se gli rispondevi male, ti lasciavano fuori squadra.

Ho pensato per anni che mi sarebbe piaciuto fare l’allenatore, anche gratis o quasi, ci son passato vicino, qualche abboccamento, qualche mezza idea, ma mai nulla, mai fatto realmente il pensiero di prendere il patentino allenatori per esempio.

Se oggi non faccio l’allenatore forse è perché nessuno di loro è riuscito a farmi pensare o capire che allenare fosse anche educare, prendersi cura, accompagnare e soprattutto insegnare. Forse, invece, è solo perché io non ho compreso il preziosissimo valore del loro ruolo o mi son occupato di educare con altri strumenti e in altri luoghi.

Se penso a quanto può essere potente e divertente insegnare una disciplina sportiva, penso che a non fare l’allenatore, forse, mi son perso qualche cosa.

Se penso, invece, che altri lo fanno, il pensiero mi rassicura, perché : “mica posso fare tutto io…”. A questo proposito vi segnalo un bel blog  “AllenarEducare” e un bel post di un padre, sul rapporto tra “fragilità” e competizione, tra sport e competenze specifiche.

Una bella riflessione, su come lo sport possa aiutare i bambini ad imparare anche a stare insieme.

Palla al centro….

Christian S.

Per maggiori informazioni e per iscrivervi andate al sito www.artiemestierisociali.org/arttherapy.htm

Idea di Andrea Marchesi e Christian Sarno

Testi di Andrea Marchesi

Parlare di educazione al maschile, parlarne in un convegno intitolato ” uomini in educazione”, parlarne solo il 14 marzo?  Perchè sprecare un’occasione così interessante, rara e preziosa limitandosi a parlarne in una sola giornata?

Abbiamo pensato che a queste domande dovevamo e potevamo rispondere aprendo qui , in un blog, uno spazio di riflessione ulteriore. Uno spazio che permettesse di ragionare, liberamente , anche in forma anonima e che permettesse di condividere pensieri e riflessioni intorno all’educazione al maschile. 

Faremo tre post, con brevi riflessioni e alcune domande. Il primo è questo. Il secondo sarà pubblicato venerdì 24 febbraio per chiudere con un post il 5 marzo.

Qui ci vuole il maschio !

Non si tratta dell’esclamazione di un elettricista, né dell’esortazione di un allevatore, tanto meno di questioni ancora più triviali. E’ l’ingiunzione che convoca l’educatore maschio, pronunciata da assistenti sociali, psicologi, pedagogisti, coordinatori, educatori. Ci vuole il maschio perché c’è un utente da contenere fisicamente, perché quel bambino non ha il padre e vive con una madre particolarmente protettiva, perché il gruppo di adolescenti è composto prevalentemente da maschi, perché quel genitore, di religione musulmana ha qualche problema nel riconoscere l’autorità incarnata da una figura femminile. Gli esempi potrebbero essere innumerevoli. Ma che cosa ci si aspetta dalla presenza di una figura educativa maschile ? Quali aspettative si addensano ? E quale idea di maschile viene messa in gioco ?

La locandina del convegno: uomini_in_educazione

Una amica, in serata, rispetto all’ormai famoso articolo (che trovate sotto) che narra di un bimbo di 4 anni fatto correre nudo sulla neve dal padre perchè ci teneva a farlo fortificare nel fisico e nella mente, mi ha fatto notare che potrebbe essere solo un metodo educativo diverso dal mio. Mi ha rimandato che in alcune culture, l’educazione è anche questa.

Io, lo premetto, rimango fortemente convinto che ciò che si vede nel video ( e nelle foto) non parli di metodi educativi “tollerabili” , che far correre un bambino di 4 anni sulla neve, guardarlo mentre piange e soffre non sia accettabile a prescindere dal fatto che sia educativo (nel senso che insegni qualche cosa) o meno.

Può succedere, in alcuni casi,  che i metodi educativi, l’appello alle  differenze culturali, siano utilizzati per giustificare e tollerare  violenze e umiliazioni?

Capita di incrociare metodi educativi forti, duri, severi, ma fino a che punto?

Quale è il limite tra durezza e violenza in educazione?

http://www.repubblica.it/esteri/2012/02/08/foto/tiger_dad-29536690/1/?ref=HREC2-27