Archivio per dicembre, 2017

roberta18 anni è l’età dei sogni è l’età del desiderio, che si fa concreto, di spiccare il volo.

Ma non i miei 18 anni bruscamente e maldestramente interrotti da parole inaspettate. Parole mediche che sentenziano senza lasciare spazio alle speranze. Senza lasciare alcuno spazio alla mia gioia quotidiana, lo sport.

Lo sport praticato diventa solo rimpianto o a tratti uno sbiadito ricordo.

Poi tanti, tanti anni dopo,  mi sorprendo a vivere  il mio corpo… quasi come una parte “altra” da me… si modifica, non risponde più ai pensieri della mia mente, fatica. E insieme a lui fatico anch’io a riconoscerlo , a gestirlo e a domarlo nei momenti più difficili. Non mi piace, mi infastidisce!

Mi ritrovo un corpo che sento  estraneo, un corpo che va accudito. Per lo meno, nella dimensione più pubblica in alcuni casi e in quella più privata negli altri. Un corpo che viene sorretto, accompagnato, protetto, aiutato, sostenuto, curato… un corpo con disabilità che quindi attiva sguardi e allontana contatti.

Lo sport rientra dalla finestra attraverso la gioia e la passione di mio figlio, non posso farne a meno mi piace, riaffiorano i ricordi, le emozioni e le sensazioni vitali. Penso che poter tifare sia già una grande opportunità. Passano i giorni, le settimane, i mesi e  anche qualche anno.

E’ sempre più complesso restare a guardare ma, la mia vocina interna, ad ogni barlume di desiderio impellente, mi riporta al corpo, al mio corpo… bloccato, stanco, incapace… impaurito.

Per caso…chissà se proprio per caso… scopro che nella mia città comincia un progetto di basket in carrozzina per bambini, mi sembra un sogno che si realizza anche se quella mia fastidiosa vocina non si lascia desiderare “ma dove vai? Sono tutti bimbi…cosa c’entri tu… e poi cosa ne diranno Maja e Leo si vergogneranno? …”

Insomma decido di imbavagliare la vocina e osare.

Basta poco per sorprendermi, per riscoprire anche altre proprietà del mio corpo. La sedia mi permette di correre come una matta da una parte all’altra del campo in piena autonomia , veloce o piano… come voglio, per quanto voglio e se lo voglio! Sono sola senza sostegni, accompagnamenti, protezioni… Sono io che finalmente incontro altri corpi che tornano ad essere parte delle persone stesse.

E così il basket in carrozzina compie la magia…  mente e corpo si ritrovano. La mente pensa, propone , incoraggia …il corpo risponde.

Si potrebbe forse pensare che con ogni sport questo sia possibile … no, non credo. Il basket in carrozzina ti impone di andare verso l’altro…di cercarlo, di inseguirlo, di attenderlo ma soprattutto   di scontrarti. Va a recuperare e ripropone simbolicamente attraverso il rumore e i contraccolpi delle carrozzine l’incontro tra i corpi… Non più solo sorretti, accompagnati, protetti ma lanciati uno verso l’altro in modo spericolatamente meraviglioso.

Di Roberta Di Martino.

“Compagna di Davide e mamma di Maja e Leo. Educatrice, pedagogista, mediatrice familiare e formatrice, insomma “in viaggio”. Ho una caratteristica rara, la malattia di Pompe. Ho così l’opportunità di esplorare contemporaneamente due sguardi della relazione di aiuto, sono al tempo stesso utente ed operatore dell’agire educativo. Fortuna o sfortuna? Non so, però è sicuramente una grande occasione.”

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Non sono un estimatore della legge. Non mi piace. Chi mi conosce personalmente lo sa.

Perché?

Principalmente perché tiene ancora separati gli educatori che provengono da Medicina e i laureati in Scienze dell’Educazione. E’ una divisione che non condivido, che mi pare solo il frutto di una diatriba tra Università. E’ una divisione che non mi convince nemmeno dal punto di visto tecnico e scientifico, perché l’educazione professionale è una. Se si voleva “specializzare” maggiormente gli educatori bastava fare un terzo anno in cui poter scegliere l’area, l’utenza o il servizio su cui concentrarsi. Ma forse era troppo facile. Il testo della legge non mi convince fino in fondo perché è pieno di buchi, imperfetto, con alcune gravi lacune. Un legge che si presta a molte interpretazioni e ad alcune forme di ingiustizia. La principale forma di ingiustizia è quella che porta a scaricare, anche sui lavoratori, i costi degli errori e delle scelte dalle Università in sede di avvio dei corsi di formazione specifici. Un testo fatto, almeno apparentemente, senza conoscere a fondo il mondo dell’educazione. Un testo che colloca le funzioni di coordinamento, giusto per fare un esempio, dentro un percorso (Scienze Pedagogiche/Pedagogia) che non forma, almeno fino ad oggi, i coordinatori dei servizi educativi. Almeno non in modo specifico. Una testo che scritto così rischia, quindi, di tagliare fuori gli educatori e le educatrici dalle funzioni di coordinamento dei servizi, magari a discapito di laureati magistrali provenienti da triennali di altro tipo. Una legge che porta con sè, inoltre, un grave “dimenticanza”, visto che non prevede nessuna forma di tutela per chi coordina da anni e che dopo l’approvazione della legge, probabilmente, non lo potrà più fare.

Giusto per esser chiari, ad oggi ci sono in giro alcuni percorsi specifici (Parma, Roma, tempo fa anche Milano) per formare i coordinatori e le coordinatrici e forse sarebbe necessario fossero molti di più, ma dovremmo partire dalle reali competenze necessarie per coordinare un servizio socio educativo, non da un’idea di competenze. Se vogliamo stare su ciò che dice DDL 2443, andrebbe ricordato che la magistrale in scienze pedagogiche, nella maggior parte dei casi, forma professionisti e professioniste per ruoli di secondo livello, ma il coordinamento dei servizi, pur rientrando nelle funzioni di secondo livello, è altra cosa, insomma. Necessita di competenze specifiche assai differenti.

Il DDL 2443 (il ddl Iori) è una legge che cerca però di mettere ordine, dove ordine ad oggi non c’è. Una legge che permette di sanare, finalmente, chi da anni lavora come educatore senza una formazione accademica specifica. Una legge che traccia una linea di pensiero (quando chiede alle università di lavorare per il profilo unico) e che potrebbe essere un punto di partenza per andare nella direzione che io auspico. Se dovesse passara, il DDL 2443 cambierà sicuramente il settore dell’educazione professionale. In meglio? Io lo spero, vivamente.

Ho un rapporto distante da questa legge. Chi mi conosce lo avrà capito e magari si sarà anche chiesto il perché. E’ una legge di cui personalmente non ho mai sentito la necessità, perché da 20 anni lavoro, insieme a molti colleghi e colleghe, per far cultura educativa, dando valore allo sguardo degli educatori e delle educatrici. Dove lavoro io la legge è già arrivata, si assumono educatori per far gli educatori, i bandi son fatti così, chiedono educatori per far gli educatori e psicologi per fare gli psicologi. Gli educatori si inquadrano al livello corretto (D2), poi se qualche cooperativa fa qualche furbata, questo è un altro discorso. Dove lavoro io si fa formazione, supervisione, anche e soprattutto con taglio pedagogico. Non abbiamo aspettato il DDL 2443, abbiamo lavorato con i dirigenti e le dirigenti degli enti locali per dar valore agli sguardi multi professionali, per integrarli e differenziarli. Abbiamo costruito servizi in cui gli educatori hanno un ruolo importante, sempre di più. Dove lavoro io si fa formazione sull’identità professionale degli educatori e delle educatrici, ciclicamente, perché l’identità si trasforma continuamente. Perché un’identità esiste anche in assenza della legge, il problema è imparare a riconoscerla e nominarla.

Non mi piacciono i movimenti di alcune associazioni di categoria, più interessate a mostrarsi per raccogliere soci che a lavorare per gli interessi di chi fa educazione. Non mi piacciono perché dove lavoro io la cultura educativa l’han fatta gli educatori e le educatrici, i coordinatori, le coordinatrici, i dirigenti e le dirigenti degli enti locali e il terzo settore, senza bisogno di nessuna associazione. Non mi piace chi rappresenta 250 persone e si pone come se ne rappresentasse 200 mila. Gente che si è permessa di chiamare “abusivi” i colleghi e le colleghe che per anni han tenuto in piedi i servizi educativi quando le Università e le istituzioni ancora non si erano accorti del mondo degli educatori. Questa gente non mi rappresenta. Dove lavoro io le associazioni di categoria non si son mai viste, eppure gli educatori e le educatrici godono di grande rispetto. Prima di rappresentare “gli altri” bisognerebbe imparare a rispettarli “gli altri”. Non mi piacciono, infine, le Associazioni che sembrano Sindacati. E’ un barbatrucco troppo evidente, insomma. Non mi piace chi cerca di appropriarsi di una legge, come se fosse una proprietà individuale.

Ci sono persone, dentro le associazioni, che mi piacciono, alcune anche parecchio. Ma questo è un altro discorso. Mi piacciono questi colleghi e colleghe perché non hanno aspettato la legge. Han fatto cultura, scritto di educazione, gestito gruppi, impegnato tempo, parlato di educazione, senza aspettare il DDL 2443. Son colleghi e colleghe che sono dentro le associazioni ma non “sono” le associazioni. Colleghi e colleghe che hanno una visione critica di ciò che osservano, fuori dalle visioni ideologiche.

Non mi piace la legge ma spero sia approvata, perché in questo caso credo sia meglio una legge “imperfetta” a nessuna legge. Di solito non sono uno che si accontenta, ma in questo caso sento che sia necessario partire da qui, da questa legge, per come è fatta. Sperando, ovviamente, di poterci mettere mano in un secondo momento. Spero sia approvata anche se la mia fiducia verso i parlamentari odierni è bassa e non per una posizione ideologica o qualunquista, ma per gli effetti di ciò che vedo. Un gruppo di senatori e senatrici che ha aspettato l’ultima settimana per cercare di approvare una legge importante per una intera categoria di professionisti e professioniste. Una legge che è in Parlamento da oltre 3 anni, approvata alla camera a giugno 2016 e che arriva solo oggi in Senato, è il segno di un ritardo imbarazzante. Fidarsi in futuro di chi ha posto così poca attenzione verso una legge così importante è un atto di coraggio, di fede o di follia. Scegliete voi.

Spero che il decreto venga approvato nonostante rimangano aperte alcune domande:

  • Saremo poi capaci di cambiarla?
  • Saremo capaci di sanare la frattura tra educatori socio-sanitari e socio-educativi?
  • Saremo capaci di non cedere alle derive di  specializzazione che l’educazione professionale sta prendendo?

Mi porto dietro questi dubbi, perché ho la sensazione che l’approvazione della legge rischi di frenare ogni altro impulso. Saremo capaci di continuare a far cultura dell’educazione quando la legge sarà approvata, perché l’identità di un popolo la fa il popolo stesso, non una legge.

Come dicevo tempo fa ad un collega che stimo, da cui ho preso la foto che trovate nel post, spero che la legge sia approvata anche perché son curioso di vedere cosa avranno da dire i colleghi e le colleghe che in questi anni han parlato solo del DDL 2443; quei colleghi che ne hanno parlato usandolo spesso come alibi, raccontando che senza un riconoscimento sembrava non si potesse fare nulla, utilizzando la mancata formalizzazione della legge Iori per posticipare il loro pezzo di responsabilità nella produzione di cultura dell’educazione. Parlare solo della legge è stato un modo per scaricare la responsabilità su altro fuori da se stessi.

Spero che sia approvata perché so di essere stato anche fortunato, di essere capitato in un territorio e dentro una cooperativa che crede e ha creduto nel valore dell’educazione professionale. Spero nell’approvazione perché altri colleghi non son stati altrettanto fortunati e credo che la legge possa aiutarli ad avere una cornice dentro cui muoversi.

Spero sia approvata, anche se penso che la legge, da sola, non ci proteggerà. Non ci proteggerà se non avremo altro da dire al mondo dell’educazione, se continueremo a cercare alibi, il prossimo sarà l’albo. La legge non ci darà, da sola, il riconoscimento, soprattutto se non saremo nelle condizioni di mostrare chi siamo e quello che sappiamo fare.  La legge non ci aiuterà a lavorare meglio, forse aiuterà a lavorare. La qualità di ciò che faremo dipenderà da noi. Nel mondo educativo ciò che abbiamo imparato a scuola o in Università non basta.  La dignità del lavoro educativo la si guadagna con la qualità del lavoro. Il resto, secondo me, sono alibi.

Fatemi un piacere, approvate il DDL 2443, così magari possiamo tornare a parlare anche di altro.

Per chi avesse voglia di approfondire, sul numero 311 di Animazione sociale c’è un’intervista di Ota De Leonardis che apre alcune interessanti riflessioni in merito. Vi consiglio di leggerla.

Christian S.