Archivio per giugno, 2013

2249 in un giorno.

Pubblicato: giugno 24, 2013 in Sarno Pedagogia
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energiaUn post per dire grazie. Un post spudoratamente autocelebrativo. Un micro post che parla di numeri.

Mai avrei pensato che un mio post potesse essere letto da così tante persone in un giorno solo (2249 visite). Mai avrei pensato che un post potesse superare l’articolo sulla luccicanza.

Invece è successo con la cultura dei voti letto in un solo giorno da 2141 persone, incredibile.

Grazie a chi ha letto e commentato l’articolo e soprattutto a chi lo ha condiviso.

Christian S.

La foto è di Marco Bottani ( http://www.iboit.it)

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interno_pagellaPerché son così importanti i voti?

Sono importanti perché non sappiamo usare altri metri di valutazione, perché valutare sinteticamente è più facile, perché ci permette in automatico di capire chi è il migliore, di stilare una classifica,  insomma. Sono importanti alle elementari, alle medie, alle superiori e addirittura all’università.

I voti sono stati importanti anche per me, anche troppo. Sono stati importanti quando mi sono incazzato per quel 36 alle superiori. Ma se ci penso la rabbia era quasi solo per l’ingiustizia, non per il voto. Per il fatto che ci fosse gente che aveva fatto molto meno di me e aveva alla maturità preso 40, 42 o addirittura 45.

Sono stati importanti quando ho festeggiato,  suscitando grande stupore nel professore di psicologia dell’età evolutiva, il mio primo 18 all’ università.

Ora non lo sono più e non è solo una questione di età.

L’importanza che diamo ai voti è una questione culturale, storica, antica, eppure in una fase (qualche anno fa) avevamo provato a parlare di giudizi, valutazioni, processi educativi e processi di apprendimento… e poi cosa è successo?

La nostra cultura pare condizionata dalla valutazione sintetica, dall’assillo dei numeri. Tutto deve essere semplificato e ridotto ad un numero e soprattutto ad una competizione interna. Il migliore della classe, il peggiore, eccetera, eccetera, eccetera…

La scuola non può e non deve essere un luogo in cui si corre uno contro l’altro, ma un luogo di cooperazione. La scuola non dovrebbe essere il luogo in cui insegnare l’importanza di ciò che si è imparato e si sta imparando?  Ai genitori pare rimanere in mente solo il voto finale,  come mai?

Sia chiaro, non soffro più dello spirito di competizione che mi pervadeva da giovane, ora per me il voto è francamente poco interessante. Son poco interessanti i miei, quelli di mia figlia, quelli dei voti di laurea degli educatori che mandano i curricula per la selezione. Sono poco importanti per diversi motivi, sicuramente, ma son poco importanti soprattutto perché mi dicono poco, quasi nulla di ciò che è successo e di ciò che ha portato a quella numerica sintesi.

Mi dicono poco di cosa hanno imparato le persone dietro i voti.

Immagino che molti saranno amareggiati perché le mie parole sembreranno vanificare il grande sforzo per raggiungere la lode nell’esame di gingillometria e scienze confuse, ma non ci posso fare nulla, il voto ha per me, oggi, un valore praticamente nullo.

Eccovi alcuni dei discorsi ascoltati in questo periodo dell’anno:

  • “…Cosa ha preso tua figlia?…”
  • “…Io mi aspettavo un voto più alto, invece…”
  • “…io son rimasto deluso, la maestra è un po’ stretta di voti…”
  • “….Mio figlio uscito con 110 e lode, il tuo?”

Questi discorsi sono importanti, sono una fotografia di un sistema di pensiero predominante, di un modo di approcciare l’apprendimento attraverso la sintesi finale. Ma la sintesi finale è un voto di media, una semplificazione che fa perdere il valore di ciò che si è imparato, che prova a ridurre e a stringere.

Ciò che si è imparato non è riducibile, va raccontato in modo prolisso, ricco, con novizie di particolari, esempi e aneddoti.

Settimana scorsa ho ricevuto la prima pagella di mia figlia. Son felice del percorso che ha fatto, perché ha imparato a leggere, a far di conto, a star seduta, a colorare meglio, a parlare inglese, ad aiutare il suo compagno nel momento di difficoltà, a gestire la rabbia e la stanchezza, a  sopravvivere ai compiti pomeridiani e a far fatica. Ha imparato a difendersi dai compagni, ha scoperto che i suoi genitori non credono ma che lei potrà credere se lo vorrà. Ha scoperto che si può parlare di giustizia a scuola, che nella sua classe ci son bambini con storie differenti, che le aspettative dei grandi son faticose da inseguire, che al suo papà e alla sua mamma interessa soprattutto ciò che ha imparato. Ha imparato, anche, che ci sono compagni che hanno preso voti più alti di lei.

Questo post è dedicato a quell’essere meraviglioso che risponde al nome di Viola (mia figlia), alle insegnanti che le hanno permesso di imparare tutte queste cose e a tutti coloro che credono ancora che la formazione sia importante per ciò che impariamo.

Christian S.

Giù la maschera. Non siamo in grado di insegnare ad altri ciò che non sappiamo. E questo può diventare un problema. Diventa un problema soprattutto se sei un adulto, un genitore, un insegnante, un educatore, che ha una funzione educativa.

maschere

“Ma se non sai nulla di social network, cosa vuoi insegnarmi, manco hai facebook!”

Questa frase potrebbe essere la sintesi perfetta del pensiero di molti dei ragazzi che ho incontrato a scuola nell’ultimo periodo mentre conducevo un laboratorio video. Un pensiero che spesso cade poi nella provocazione, nella sfida, diventando a volte un sassolino fastidioso nelle scarpe degli stessi insegnanti, con il rischio di minare alle radici il ruolo dell’adulto educante. Credo però, se andiamo oltre il fastidio che ci provoca la domanda, che possa avere un fondamento interessante.

Avete mai provato ad insegnare qualche cosa agli adolescenti sui social network, sul mondo dei videogiochi, sui format televisivi, su internet o sulle nuove tecnologie in genere? Farlo è difficile, ma possibile. Servono alcune competenze specifiche però.

Proviamo ad immaginare un adulto che vuol insegnare al proprio figlio, studente, nipote qualche cosa su Facebook. Cosa gli serve?

  • Cultura specifica sul tema (Se parlo dei social network li devo conoscere a fondo, devo aver capito a cosa servono, averne approfondito la conoscenza e i possibili utilizzi )
  • Competenza tecnologica (Come posso insegnare qualche cosa sulle nuove tecnologie se non so nulla di come funzionano?)
  • Capacità di utilizzo dello strumento. (Posso insegnare qualche cosa sulla rete se manco so usare il mouse? I nuovi strumenti per conoscerli devi usarli, non si scappa.)
  • Capacità di insegnare (Questa è la base di ogni processo educativo e prescinde dal tema specifico)
  • Spazio per andare oltre i preconcetti (Se penso che facebook sia una roba inutile come faccio a trovare qualche cosa da  insegnare ai ragazzi?)

In sintesi: come direbbe Mel Brooks in Frankestein Yunior, si può fare!!

Si può fare se affrontiamo il tema con profondità, conoscenza, passione e andando oltre le semplificazioni e banalizzazioni frequenti sul mondo dei ragazzi. Se ci lasciamo colpire dal loro mondo, dai nuovi strumenti, da quello che apparentemente ci sembra senza senso, banale o di poco valore. Se troviamo il modo di sapere qualche cosa di più di ciò che sanno loro. Se proviamo a scoprire qualche cosa che loro non hanno ancora scovato, a cui non avevano pensato.  Si può fare se abbiamo voglia di imparare qualche cosa di nuovo da insegnare.

Altrimenti non si può fare.

Christian S.

La maschera che trovate nella foto è di Elisa Zaffina, come le altre che trovate sul suo blog (http://colombinablu.weebly.com/)