Archivio per la categoria ‘Libri Pedagogici’

viola-scout“Se non fossi stato scout penserei che un foulard sia solo un semplice fazzoletto alla francese e che il nodo piano sia solo un nodo da fare più lentamente degli altri. Se non fossi stato scout crederei ancora che uno zaino non può contenere i ricordi di una vita e che un guidone sia solo una guida turistica più importante delle altre. Se non fossi stato scout saprei ancora vestirmi e non andrei girando in pantaloncini in pieno inverno, rispondendo a chiunque mi dica “ma dove vai vestito cosi”, con un’ espressione al limite tra una smorfia di dolore ed un sorriso: “no, ma non fa così freddo”.Se non fossi stato scout non farei la figura dello spazzino ogni volta che vedo una cartaccia a terra e non avrei le tasche piene di fogli e bustine di plastica. Se non fossi stato scout crederei che le ore 6:00 di mattina siano solo una trovata degli orologiai per riempire gli spazi vuoti di un orologio, ma non avrei idea dell’infinito che si spalanca all’orizzonte quando il sole torna nel cielo dopo una notte d’amore con la luna. Se non fossi stato scout non avrei mai conosciuto il mio più grande amore, la mia chitarra, ma avrei risparmiato i timpani dei miei fratelli del reparto durante i campeggi insieme. Se non fossi stato scout avrei passato l’estate al mare, ignorando il fatto che solo la montagna ti fa comprendere “il senso della tua piccolezza e la dimensione infinita della tua anima”. Se non fossi stato scout penserei ad arrivare prima degli altri durante un’escursione, ed ignorerei totalmente la bellezza di un sorriso che ti regala una compagna in difficoltà quando la aiuti ad andare avanti. Se non fossi stato scout me ne starei a casa al caldo quando fuori piove, ma non avrei mai ascoltato la voce della pioggia sulle foglie degli alberi ed il profumo del sottobosco dopo un temporale. Se non fossi stato scout avrei tanti amici in meno, ma in particolar modo non avrei mai conosciuto fratello fuoco che ti fa compagnia nelle notti più dure, quando la paura di non farcela ti assale la mente e le forze vanno sempre di più a svanire. Se non fossi stato scout crederei che le storie di ragazzi che, con zaino in spalla, camminano per giorni e giorni macinando decine di chilometri in montagna, siano solo leggendarie montature cinematografiche. Se non fossi stato scout non avrei mai combattuto contro Shere Kan e penserei davvero che una pantera ed un orso non possano crescere un cucciolo d’uomo. Se non fossi stato scout non avrei mai scalato una montagna con uno zaino di 10 kg in spalla, ma non saprei che quando sei su, il vento può affogare tutti i tuoi pensieri, se ne bevi abbastanza. Se non fossi stato scout non avrei mai passato notti insonni in una tenda con una pietra a tormentarmi dietro la schiena, ma non mi sarei mai divertito a nascondermi, nelle tende degli altri, dai capi. Se non fossi stato scout, la mattina, invece di fare ginnastica, sarei stato nel letto a dormire, ma non avrei mai “fatto quattro salti in su e mosso un po’ la testa in giù”. Se non fossi stato scout non avrei mai dormito all’addiaccio sobbalzando dal sacco a pelo ad ogni piccolo rumore, ma non avrei mai confidato tutti i miei segreti alle stelle e giocato ad afferrare la luna. Se non fossi stato scout non mi sarei mai innamorato in route, e non avrei mai passato le notti a cercare il coraggio di parlarle, il giorno dopo. Se non fossi stato scout non sarei un uomo con il cuore di un Lupetto, i sogni di un Esploratore e la coscienza di un Rover…”

Forse non servirebbe aggiungere nulla sugli Scout, perché nel racconto trovate già tutto ciò che può esservi utile per capire quale è il valore di un’esperienza educative del genere. Non servirebbe ribadire quanto, ancora di più per i ragazzi moderni, possa essere interessenza fare un’esperienza lontano dalla città, nella natura, un’esperienza di libertà, fatica e di incontro con il mondo. Non servirebbe rimarcare quanto potrebbe essere utile imparare a farcela senza i genitori, imparare ad aiutarsi a vicenda, imparare che le competenze si apprendono, che a volte diventar grandi costa anche gran fatica. Non servirebbe ribadire, oggi ancor di più, quanto sia importante imparare a dividere con gli altri la propria cena e il proprio sacco a pelo oppure quanto sia utile per i nostri figli imparare a prendersi le responsabilità delle scelte del gruppo che si conduce. Si impara ad accettare che i vecchi lupi (così si chiamano gli adulti nel grande gioco scout) si ascoltano in silenzio, perché in un branco (come in un gruppo), i più anziani hanno spesso delle cose interessanti ed importanti da dire. Forse risulta inutile ribadire uno degli elementi che il percorso scout sottolinea in modo costante, ovvero che la protezione dei più piccoli o dei più fragili è un valore fondamentale che permette di stare bene insieme, tutti. Un Valore (lo scrivo volontariamente in grassetto) che non sempre ritroviamo nelle menti e nei comportamenti dei nostri figli.

Solo una cosa, non emerge dal bellissimo racconto: l’esperienza scout è molto più vicina a te di quanto tu possa pensare, sia da un punto di vista culturale, sia dal punto di vista geografico. Lo scoutismo è un’esperienza che mira a produrre cittadini in grado di prendersi le proprie responsabilità nei confronti di se stessi, degli altri e nei confronti del mondo stesso. Gli scout li trovi a pulire i parchi, a costruire case sugli alberi, a cantare e a giocare. Li puoi trovare addirittura a dormire tutti insieme in uno stanzone, giovani e vecchi lupi insieme. Gli scout Cngei (Corpo Nazionale Giovani Esploratori ed Esploratrici Italiani ), se ti è venuta la voglia li trovi facilmente, sono laici, motivati, simpatici (magari non proprio tutti) e aperti ai differenti modi di guardare il mondo. Per avere informazioni ti basta fare un giro sul loro sito (CNGEI) dove trovi tutto ciò che serve scegliere, sempre che tu abbia capito (o desiderio di capire) che cosa faranno fare a tuo figlio. Sempre che tu non abbia paura che si sbucci le ginocchia, perché se è così, forse è meglio che lo tieni a casa, perché a camminare in montagna con lo zaino in spalla si torna sporchi, stanchi, graffitati e con gli occhi ancora pieni di bellezza e libertà.

La storia che avete appena letto gira in rete da tempo, non mi è stato possibile trovarne la Paternità. L’autore mi scuserà. Mi piace anche pensare, però, lasciando volare la fantasia, che sia stato un regalo di un vecchio lupo e che in puro stile scout sia volontariamente senza autore. Perché nel mondo scout non importa chi sei, ma che ruolo, nella grande libro della jungla, interpreti. Il percorso educativo dei lupetti (9-12 anni) è infatti liberamente ispirato al Libro della jungla di Kipling, un testo che consiglio di leggere a tutti i genitori perché pieno di spunti straordinari, utili anche per rafforzare il nostro ruolo genitoriale e nello specifico ciò che attiene alla responsabilità educativa. Utile a ricordarci che la nostra più grande responsabilità è quella di fare dei nostri figlie e delle nostre figlie dei cittadini e cittadine responsabili, rispettosi e solidali. Ci ricorda che abbiamo, come adulti, grandi responsabilità sul futuro della nostra società, più di quello che spesso ci attribuiamo. Il grande gioco scout è uno dei tanti modi per aiutare i nostri figli a crescere, non l’unico ovviamente. Se non ti convince non importa, ti toccherà solo cercare un altro “gioco” che insegni a tua figlia il valore della responsabilità individuale e della condivisione delle esperienze. Buona ricerca allora o come si dice tra gli scout “ Buona caccia”.

Christian S.

Questo articolo è uscito sul numero 4 di Gaggiano Magazine, sempre grazie a Marco Costanzo, che mi permette di assaporare l’odore dei miei articoli su carta stampata.

 

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Di Valentina Re.

Inizio a leggere “Mai più sole” con gli occhi dell’educatrice, incuriosita dai possibili spunti professionali che mi aspetto di poter cogliere. 

Nonostante i vari e ripetuti tentativi di Ginevra di boicottare la mia lettura, le parole scorrono veloci e in qualche giorno mi ritrovo ad essere già a poco più della metà. 

Pronta ad iniziare il capitolo “Nuove vite” abbandono, forse meno involontariamente di quanto credo, per circa una settimana, il mio appuntamento serale con le diverse protagoniste, prediligendo serie TV o, ahimè, le Winx. 

Sono resistente e non so esattamente a cosa. 

Cara me, non sfuggi certo a te stessa. Sai bene cosa ti mette in scacco, cosa ti fa vibrare quelle corde sempre tese e quali emozioni sei tanto brava a decantare agli altri  ma un po’ meno alla tua pelle. 

Come qualcuno mi suggerisce “e falla uscire quella lacrima”.

Fare il lavoro che faccio mi mette spesso nelle condizioni di dovermi interrogare su vari e svariati argomenti; genitorialità, solitudine, coesione, appartenenza, paura e distanza. Quella stessa distanza che ancora oggi spesso fatico a mettere tra me e chi ho di fronte ma che ho imparato benissimo a mettere tra la mia testa e la mia pancia, perché a volte quelle sensazioni così vive, sono talmente intense che fanno quasi male ed è un continuo mettere e togliere pezzi di un’ armatura che vanno costantemente incastrati e oliati tra loro.

È lo sguardo che fa la differenza. 

Il modo di guardare e la posizione da cui si guarda e la mia, nel leggere queste quattro storie, si è spostata. 

“Nuove vite”: nascono bambini, nascono mamme ed è da qui che cambio prospettiva.

Consapevole di questo riprendo da dove ho sospeso e divoro la seconda metà del mio libro.

Una storia di donne, diverse per esperienze di vita, per cultura, per ambizione e per istinto. Una storia di mamme che devono essere forti, che vogliono essere forti, che si celano dietro traballanti certezze, che convivono con timori e mancanze che incanalano sensi di colpa in troppo amore, se mai l’ amore può essere troppo, che si confrontano con stili, passioni e persone. 

Mi sono arrabbiata, intenerita, emozionata, talvolta riscoperta nel mio voler fare sempre di più, nel non sentirmi mai abbastanza pronta o in grado di fronteggiare a certe imprevedibili situazioni che accadono fuori dall’ordinario. È un libro che perdona, non con la rassegnazione ma con l’accettazione dell’ essere quello che si riesce, è un libro che dà speranza perché “I bambini sono come gli orti Ivan. E’ importante seminare bene, ma ancora più importante e’ curarli dopo che si è seminato. Innaffiare il giusto, strappare le erbacce, aggiungere concime quando serve. Sapendo che sarà qualcun altro a coglierne i frutti.”

È un libro che dà nome alle paure, prima tra tutte quella del distacco, non solo dai propri figli ma anche da quelle parti di noi che ci trasciniamo, del lasciare andare, del far fronte all’idea che “i nostri bambini diventano figli della società”.

È una storia di coraggio, ci vuole coraggio per credere che “Tutto evolve… Nel bene o nel male tutto evolve.”

Ho iniziato a leggere questo libro con gli occhi dell’educatrice, un mestiere, più che un lavoro, faticoso ed intenso che ad oggi, per me, è un meraviglioso valore aggiunto, in cui credo profondamente e che scelgo di darmi. 

Ho finito di leggere questo libro con gli occhi della madre (ammesso e non concesso che non siano gli stessi) inumiditi e commossi dalla rassicurante certezza che no, non sarò  MAI PIÙ SOLA. 

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Se desiderate comprare il libro:

Se vi interessa ecco un altro post su un libro di Alessandro Curti, Padri Imperfetti.

Christian S.

 

Devo molto a Rosa, mia grande maestra di vita e al mondo dell’educazione professionale, che mi accompagna da ormai quasi vent’anni. In questo libro potete trovare entrambe le cose, alcune storie di educazione professionale e pezzi del pensiero di Rosa Ronzio, consulente pedagogica che per 25 anni, all’interno dello studio Dedalo di cui era co-titolare, ha formato tanti colleghi, compreso il sottoscritto.

Il labirinto dei destini incrociati è un libro utile per capire cosa vuol dire fare educazione professionale nei servizi alla persona. Un testo che aiuta a comprendere le fatiche, i pensieri e le domande che gli educatori e le educatrici affrontano mentre lavorano. Chi si occupa di educazione professionale si riconoscerà in molte di queste storie. Quindi, non posso che consigliarlo. Anche ai non addetti ai lavori, ovviamente.

Unico problema: non è in vendita diretta. Se lo volete, dovete contattate l’autrice (rosa.ronzio@gmail.com) e lei troverà il modo di farvelo avere, magari tramite uno dei tanti autori dei testi. Io ne ho qualche copia. Se vi serve, battete un colpo. rosa

copertina dedalo papinoSono, come dico nella presentazione del mio blog un Padre Imperfetto, mi piace definirmi padre errante, ma la sostanza è la stessa. Sono un padre che ha fatto un sacco di errori, non mi piace dirlo, ma non posso nemmeno mentire a me stesso. Mi pare di aver fatto meno errori con la mia seconda figlia e questo forse potrebbe significare che ho imparato un po’ meglio a fare il padre. Ovviamente questa è la mia idea,  saranno le mie figlie quando saranno grandi a valutare che razza di padre sono stato.

Sono un padre curioso e anche un po’ invidioso. Quando ho iniziato a fare l’educatore e successivamente il consulente pedagogico avevo sottovalutato le assonanze che il mio lavoro avrebbe avuto con la mia storia. Certo, perché occuparsi di educazione e pedagogia vuol dire fare i conti con come si è stati educati e quindi con il proprio padre, con il modelli educativi che abbiamo incontrato e soprattutto con i modelli che abbiamo amato e odiato. Significa fare i conti con la sensazione strana di dover mettere mano al proprio ” modello di padre” per poter aiutare gli altri a farlo con il proprio. E’ per questo che spesso dico che la mia ricerca, almeno una delle mi ricerche, sta nel tentativo di connettere gli apprendimenti paterni con quelli professionali. Il faticoso tentativo di non far scollare l’uomo dal professionista.

padri perfettiQuando ho incontrato il libro Padri Imperfetti (www.koipress.it) di Alessandro Curti ho avuto un sussulto di invidia: “…quel libro avrei dovuto scriverlo io, mannaggia…”. Ma per pubblicare un libro, oltre a sapere scrivere (cosa che sarebbe, nel mio caso, tutta da verificare) è necessario disporre di tempo, costanza e magari anche un’idea interessante. Io non ho avuto nessuna delle tre caratteristiche sopra elencate e quindi ho deciso di comprarlo. Mi è parso tutto più semplice.

Ho conosciuto Alessandro in rete, ma come dire, mi è piaciuto subito, ironico, dissacrante, mai sopra le righe, con un gran senso del limite e una spiccata somiglianza con il mio modo di vedere l’educazione. Uno di quei personaggi che ti viene la voglia di conoscere anche in carne ed ossa, insomma.

Come fai quindi a non comprare il suo primo romanzo. Soprattutto se parla anche di Padri-Educatori, cioè di quella categoria di uomini che si trova a fare i conti sia nella vita che nel lavoro con questioni di carattere educativo. Soprattutto se rischia, fortemente, di parlare anche di te.

Ho letto il suo libro a pezzi. Un bellissimo libro, intenso e ben scritto. Un libro che parla di come si può fare il padre, di come sia a volte faticoso, di mancanze e di competenze. Della capacità di imparare e di guardare al futuro. Dell’educazione come strumento per provare a cercare una strada che prima non avevamo visto. Un libro che parla, finalmente di cosa fa un educatore in un servizio di tutela minori. Un libro che ne parla da “un” punto di vista senza doverlo esplicitare. Un libro imperfetto, fatto di uomini e donne imperfette,  di bambini imperfetti. 

Un libro che parla di trasformazioni, dell’educazione come strumento per stare meglio e per andare oltre. Un testo che parla anche di padri che non riescono ad andare oltre, perché questa è una delle possibilità. Un racconto che narra in modo lucido di molti dei padri imperfetti che ho incontrato negli ultimi 40 anni della mia vita.

E’ un libro che parla dell’esigenza di fare i conti con le proprie imperfezioni e quindi che parla anche di me.

Grazie Alessandro, quanto mi piacerebbe incontrare “quell’Andrea” di cui parli nel libro. Ora provo a vedere se lo trovo su facebook. Sai per caso come si chiama di cognome?

Christian S.

Chi legge il mio blog, sa che mi piace dar spazio a chi scrive di educazione. Oggi lo farò raccontando di uno strano incontro. Uno di quegli incontri che oggi chiamiamo : Virtuali.

Incontro Patrizia Gerbino in rete, qualche commento ai miei post, scambi interessanti e poi una strana proposta. “Ti andrebbe di leggere il miei libri ? (mi dice lei). Come si può non accettare una proposta del genere. Poche settimane dopo mi arrivano, via posta, i suoi due libri. Faccio fatica ad iniziare, perché capitano in un periodo complesso, strano pieno di impegni e con poco tempo. Poi trovo il tempo. Mentre lo leggo penso: “…una collega che ha voglia e tempo per raccontare cosa fa,  bene.”

i passi di andrea

Quello che mi trovo di fronte è un libro che racconta, passo dopo passo, l’incontro con un bambino autistico e le strategie professionali messe in campo per aiutarlo nel percorso didattico e di crescita personale. Un libro diretto, chiaro e leggibile. Un libro che accenna anche ad alcune delle  metodologie possibili.

Bell’idea quella di raccontare il proprio lavoro, quello di farla in un libro e quella di lasciar traccia di ciò che facciamo. Bell’idea in tutti i sensi, insomma.

Clicco Mi Piace (…è o non è un incontro virtuale?)

Patrizia Gerbino ha scritto anche un’altro libro, che si intitola Nuvole Perdute e raccoglie le lettere di un anziano che racconta di se’ e dell’amore.

Se volete saperne di più oppure volete i suoi libri eccovi il contatto: patrizia.gerbino@alice.it

Christian S.