Archivio per la categoria ‘Giochi Pedagogici’

viola-scout“Se non fossi stato scout penserei che un foulard sia solo un semplice fazzoletto alla francese e che il nodo piano sia solo un nodo da fare più lentamente degli altri. Se non fossi stato scout crederei ancora che uno zaino non può contenere i ricordi di una vita e che un guidone sia solo una guida turistica più importante delle altre. Se non fossi stato scout saprei ancora vestirmi e non andrei girando in pantaloncini in pieno inverno, rispondendo a chiunque mi dica “ma dove vai vestito cosi”, con un’ espressione al limite tra una smorfia di dolore ed un sorriso: “no, ma non fa così freddo”.Se non fossi stato scout non farei la figura dello spazzino ogni volta che vedo una cartaccia a terra e non avrei le tasche piene di fogli e bustine di plastica. Se non fossi stato scout crederei che le ore 6:00 di mattina siano solo una trovata degli orologiai per riempire gli spazi vuoti di un orologio, ma non avrei idea dell’infinito che si spalanca all’orizzonte quando il sole torna nel cielo dopo una notte d’amore con la luna. Se non fossi stato scout non avrei mai conosciuto il mio più grande amore, la mia chitarra, ma avrei risparmiato i timpani dei miei fratelli del reparto durante i campeggi insieme. Se non fossi stato scout avrei passato l’estate al mare, ignorando il fatto che solo la montagna ti fa comprendere “il senso della tua piccolezza e la dimensione infinita della tua anima”. Se non fossi stato scout penserei ad arrivare prima degli altri durante un’escursione, ed ignorerei totalmente la bellezza di un sorriso che ti regala una compagna in difficoltà quando la aiuti ad andare avanti. Se non fossi stato scout me ne starei a casa al caldo quando fuori piove, ma non avrei mai ascoltato la voce della pioggia sulle foglie degli alberi ed il profumo del sottobosco dopo un temporale. Se non fossi stato scout avrei tanti amici in meno, ma in particolar modo non avrei mai conosciuto fratello fuoco che ti fa compagnia nelle notti più dure, quando la paura di non farcela ti assale la mente e le forze vanno sempre di più a svanire. Se non fossi stato scout crederei che le storie di ragazzi che, con zaino in spalla, camminano per giorni e giorni macinando decine di chilometri in montagna, siano solo leggendarie montature cinematografiche. Se non fossi stato scout non avrei mai combattuto contro Shere Kan e penserei davvero che una pantera ed un orso non possano crescere un cucciolo d’uomo. Se non fossi stato scout non avrei mai scalato una montagna con uno zaino di 10 kg in spalla, ma non saprei che quando sei su, il vento può affogare tutti i tuoi pensieri, se ne bevi abbastanza. Se non fossi stato scout non avrei mai passato notti insonni in una tenda con una pietra a tormentarmi dietro la schiena, ma non mi sarei mai divertito a nascondermi, nelle tende degli altri, dai capi. Se non fossi stato scout, la mattina, invece di fare ginnastica, sarei stato nel letto a dormire, ma non avrei mai “fatto quattro salti in su e mosso un po’ la testa in giù”. Se non fossi stato scout non avrei mai dormito all’addiaccio sobbalzando dal sacco a pelo ad ogni piccolo rumore, ma non avrei mai confidato tutti i miei segreti alle stelle e giocato ad afferrare la luna. Se non fossi stato scout non mi sarei mai innamorato in route, e non avrei mai passato le notti a cercare il coraggio di parlarle, il giorno dopo. Se non fossi stato scout non sarei un uomo con il cuore di un Lupetto, i sogni di un Esploratore e la coscienza di un Rover…”

Forse non servirebbe aggiungere nulla sugli Scout, perché nel racconto trovate già tutto ciò che può esservi utile per capire quale è il valore di un’esperienza educative del genere. Non servirebbe ribadire quanto, ancora di più per i ragazzi moderni, possa essere interessenza fare un’esperienza lontano dalla città, nella natura, un’esperienza di libertà, fatica e di incontro con il mondo. Non servirebbe rimarcare quanto potrebbe essere utile imparare a farcela senza i genitori, imparare ad aiutarsi a vicenda, imparare che le competenze si apprendono, che a volte diventar grandi costa anche gran fatica. Non servirebbe ribadire, oggi ancor di più, quanto sia importante imparare a dividere con gli altri la propria cena e il proprio sacco a pelo oppure quanto sia utile per i nostri figli imparare a prendersi le responsabilità delle scelte del gruppo che si conduce. Si impara ad accettare che i vecchi lupi (così si chiamano gli adulti nel grande gioco scout) si ascoltano in silenzio, perché in un branco (come in un gruppo), i più anziani hanno spesso delle cose interessanti ed importanti da dire. Forse risulta inutile ribadire uno degli elementi che il percorso scout sottolinea in modo costante, ovvero che la protezione dei più piccoli o dei più fragili è un valore fondamentale che permette di stare bene insieme, tutti. Un Valore (lo scrivo volontariamente in grassetto) che non sempre ritroviamo nelle menti e nei comportamenti dei nostri figli.

Solo una cosa, non emerge dal bellissimo racconto: l’esperienza scout è molto più vicina a te di quanto tu possa pensare, sia da un punto di vista culturale, sia dal punto di vista geografico. Lo scoutismo è un’esperienza che mira a produrre cittadini in grado di prendersi le proprie responsabilità nei confronti di se stessi, degli altri e nei confronti del mondo stesso. Gli scout li trovi a pulire i parchi, a costruire case sugli alberi, a cantare e a giocare. Li puoi trovare addirittura a dormire tutti insieme in uno stanzone, giovani e vecchi lupi insieme. Gli scout Cngei (Corpo Nazionale Giovani Esploratori ed Esploratrici Italiani ), se ti è venuta la voglia li trovi facilmente, sono laici, motivati, simpatici (magari non proprio tutti) e aperti ai differenti modi di guardare il mondo. Per avere informazioni ti basta fare un giro sul loro sito (CNGEI) dove trovi tutto ciò che serve scegliere, sempre che tu abbia capito (o desiderio di capire) che cosa faranno fare a tuo figlio. Sempre che tu non abbia paura che si sbucci le ginocchia, perché se è così, forse è meglio che lo tieni a casa, perché a camminare in montagna con lo zaino in spalla si torna sporchi, stanchi, graffitati e con gli occhi ancora pieni di bellezza e libertà.

La storia che avete appena letto gira in rete da tempo, non mi è stato possibile trovarne la Paternità. L’autore mi scuserà. Mi piace anche pensare, però, lasciando volare la fantasia, che sia stato un regalo di un vecchio lupo e che in puro stile scout sia volontariamente senza autore. Perché nel mondo scout non importa chi sei, ma che ruolo, nella grande libro della jungla, interpreti. Il percorso educativo dei lupetti (9-12 anni) è infatti liberamente ispirato al Libro della jungla di Kipling, un testo che consiglio di leggere a tutti i genitori perché pieno di spunti straordinari, utili anche per rafforzare il nostro ruolo genitoriale e nello specifico ciò che attiene alla responsabilità educativa. Utile a ricordarci che la nostra più grande responsabilità è quella di fare dei nostri figlie e delle nostre figlie dei cittadini e cittadine responsabili, rispettosi e solidali. Ci ricorda che abbiamo, come adulti, grandi responsabilità sul futuro della nostra società, più di quello che spesso ci attribuiamo. Il grande gioco scout è uno dei tanti modi per aiutare i nostri figli a crescere, non l’unico ovviamente. Se non ti convince non importa, ti toccherà solo cercare un altro “gioco” che insegni a tua figlia il valore della responsabilità individuale e della condivisione delle esperienze. Buona ricerca allora o come si dice tra gli scout “ Buona caccia”.

Christian S.

Questo articolo è uscito sul numero 4 di Gaggiano Magazine, sempre grazie a Marco Costanzo, che mi permette di assaporare l’odore dei miei articoli su carta stampata.

 

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Questo è un post che avrei dovuto pubblicare qualche mese fa, quando fu immesso sul mercato il gioco Pokemon Go. L’articolo esce ora, leggermente modificato rispetto a come era nato, ma il suo senso rimane e forse, leggendolo oggi, assume ancora maggior significato. E’ un post che parla di pregiudizi, banalizzazioni e superficialità. Tre azioni che quando sono contemporanee rischiano di essere un mix esplosivo.

Pokemon Go esce poco prima dell’estate, a giungo del 2016. Quasi sei mesi fa, insomma.

I commenti e soprattutto le critiche negative giungono in modo frettoloso, non importa che il gioco sia uscito in Italia da poco meno di 2 settimane. Nulla ferma gli adulti che si scatenano in avvertimenti connessi con la pericolosità del gioco, sottolineandone rischi, alla ricerca di  soluzioni e soprattutto di colpevoli. Leggerli lascia la netta sensazione di essere di fronte ad adulti che nulla sanno del gioco e che basano le loro valutazioni su pregiudizi e preconcetti tra l’altro già sentiti verso altri giochi e/o verso le nuove tecnologie. Pregiudizi per lo più basati su semplificazioni, generalizzazioni e banalizzazioni.

Io invece, da appassionato di videogiochi e di educazione,  ho preferito far tre cose prima di permettermi valutazioni in merito. Ho preso tempo, ho studiato il gioco provandolo e ho messo da parte quello strano pensiero che porta tanti adulti a dire “non ci sono più i giovani di una volta…”. Metter da parte i propri pregiudizi vuol dire provare anche a metterli in discussione. Per metterli in discussione è necessario lasciare le porte aperte per poter cambiare idea.

La dipendenza: Tranquilli. Pokemon Go, per come è pensato oggi (problemi di connessione, instabilità dell’applicazione, impossibilità di geo-localizzarvi, ecc) e per struttura del gioco (finisce) non ha nessuna possibilità di rendere i vostri figli/e o fidanzati/e dipendenti. Forse li può rendere più nervosi e infelici, ma questo può succedere anche per altri motivi. Mi colpisce sempre molto la tendenza a far diventare “patologia” tutto ciò che si muove intorno ai ragazzi. Sembriamo, in questo senso, un mondo di adulti “malati” sempre alla ricerca delle patologie a cui dovrebbero essere soggetti i nostri ragazzi. Siamo spesso talmente orientati a cercare segni di possibili malattie che non ci accorgiamo che spesso i ragazzi stanno meglio di noi. Pokemon Go, ad oggi, fa solo voglia di disinstallare l’applicazione e questo forse è un peccato. Se vi interessa sapere perché, qualche spunto lo trovate poco sotto.

La ricerca del colpevole: Mi incuriosisce molto chi inveisce contro alcuni tipi di giochi e poi magari ha comprato il cellulare al figlio di 8 anni senza nemmeno insegnargli come si usa e soprattutto pretendendo che impari ad usarlo senza sbagliare. Chi si sorprende, in sintesi, che il figliolo abbia mandato un video in mutande a tutti i compagni delle medie, scaricato applicazioni a pagamento e guardato un porno prima di aver messo piede alle scuole medie. Il problema, se vogliamo parlare di pericoli e di dipendenza “sta nel manico” come direbbe mio nonno. Il problema (sempre che lo si voglia individuare) sta nel modo di utilizzare lo strumento (lo smartphone), perché è lì che eventualmente rischiamo di perderci i figli. Il problema credo che sia il presidio delle regole di utilizzo della tecnologia, che sia cioè come insegniamo ed educhiamo i nostri figli all’utilizzo di ciò che i cellulari filtrano. Insegniamo che c’è un tempo dedicato e limitato? Presidiamo quel tempo costringendo i ragazzi a guardare oltre lo schermo e costruiamo intorno a loro opportunità di divertimento e socialità? Se non lo facciamo, se non li aiutiamo a trovare un sistema di regole per usare il cellulare, il sistema di regole lo trovano da soli e questo sì, può essere un problema, perché da soli è più facile sbagliare e non accorgersi degli errori che si stanno facendo. Da soli inoltre è più facile isolarsi e star male. Se invece vogliamo prendere la strada più semplice, possiamo sempre prendercela con Pokemon Go anche quando per catturare un Pokemon “un tizio” rischia di investirci, dimenticandoci che abbiamo fatto la stessa cosa quando sono arrivati i cellulari e ti investivano per rispondere al telefono o per mandare un messaggio, dimenticandoci che si fanno incidenti anche per seguire il navigatore, insomma.

La svalutazione degli altri: Mi incuriosisce e mi sollecita molto l’analisi delle modalità e motivazioni con cui svalutiamo gli altri, soprattutto quando fanno scelte differenti dalle nostre e nelle quali non ci riconosciamo. Nel caso delle nuove tecnologie inoltre c’è sempre quel retrogusto di “si stava meglio quando si….”. Se si parla di videogiochi siamo invece alla banalizzazione spiccia, totale. Impossibile pensare che un “giochino” (così spesso vengono definiti) possa essere fonte di apprendimento e quindi di sviluppo di competenze. Invece sì, i videogiochi (non tutti ovviamente) hanno la possibilità di insegnare ai ragazzi competenze preziose, come la risoluzione dei problemi o lo sviluppo della logica. Per chi fosse interessato a capire meglio di cosa parlo consiglio la lettura di: Video game education. Studi e percorsi di formazione (D. Felini). Un testo che spiega quante e quali opportunità si possano celare dietro alcuni videogiochi, utili anche per insegnare a cooperare, a non sprecare, a rispettare il mondo e la natura.

Mi infastidisce molto la tendenza degli adulti a ridicolizzare o banalizzare ciò che fanno i giovani. Chi ha deciso che giocare a Pokemon Go sia peggio che postare sui social le foto dei figli, i fatti personali e le citazioni? Chi ha deciso che la musica che ascoltavamo noi  sia meglio di quella odierna e che il modo di stare insieme oggi non sia meglio del nostro?

Ho sempre pensato che per parlare degli adolescenti sia necessario ricordarsi che tipo di adolescenti siamo stati. Io son cresciuto in mezzo ai paninari, a gente che litigava perché “Zio, i Duran son meglio degli Spandau”, in mezzo a gente che teneva i pantaloni arrotolati, metteva un penny nei mocassini e ascoltava i Righeira pensando che non ci sarebbe stata canzone migliore per raccontare la fine dell’estate. Ho troppo rispetto della mia adolescenza per non averne di quella dei giovani di oggi.

Il valore di un gioco: Pokemon Go probabilmente non verrà inserito nei capolavori del decennio (il suo uso non è già più una novità e così sono svanite magicamente anche tutte le paure connesse) ma ha sancito un nuovo modo di concepire i videogiochi, credo che dovremmo tenerne conto. Pokemon Go costringe, ha costretto e costringerà milioni di adolescenti ad uscire di casa. Un gioco prezioso, soprattutto se pensiamo a tutti quei ragazzi che negli ultimi anni si son rintanati davanti al computer e han filtrato la loro vita solo attraverso il monitor. Prezioso perché costringe a camminare, perché per continuare a giocare devi visitare luoghi di carattere storico e culturale e ti costringe a curiosare nei luoghi in cui vivi. Hai visto mai che mentre sto cercando un Pokemon davanti ad un edificio storico mi venga voglia di entrarci. Prezioso perché magari, girando, posso incontrare altri ragazzi che condividono la mia stessa passione e costruirci delle relazioni che potrebbero anche diventare importanti. E’ inutile, insomma, pensare ad un mondo differente, si filtra il rapporto con gli altri, anche, attraverso il cellulare e non mi pare che vi siano movimenti che spingano in altre direzioni. Allora, forse, si tratta di capire come insegnare ai nostri figli ad utilizzare il gioco e ciò che può produrre. Per far questo dobbiamo lavorare sui nostri pregiudizi, smetterla di banalizzare le vite dei nostri figli e provare a star con loro. Ad incuriosirci. Provare a capire cosa può essergli utile, dentro questo nuovo modo di stare in relazioni tra di loro. Dobbiamo osservarli e ascoltarli, ma dovremmo provare a farlo senza pensare che siano dei “Pirla” perché altrimenti non credo possa funzionare.

In conclusione: Io non so cosa ne sarà di questo gioco in futuro e nemmeno mi interessa in modo particolare. So però che mi è parsa una buona occasione per svelare alcuni dei preconcetti di cui son vittime gli adulti, in modo trasversale. Ricchi e poveri, laureati e non. Tutti (o quasi) troppo lontani dalla propria adolescenza per ricordarsi che anche noi abbiamo fatto cose che ai nostri genitori sembravano “senza valore” ma che per noi erano, invece, di grandissimo valore. Perché il valore delle cose è anche e soprattutto soggettivo.

Quando ci chiediamo come poter accompagnare, anche nella distanza generazionale, i nostri figli nei loro percorso di crescita, dovremmo iniziare imparando a non svalutare ciò che fanno, perché poi diventerebbe paradossale chiedersi come mai non vogliano parlare con noi.

Voi parlereste con uno che vi considera un cretino? Io no.

Christian S.

Un ringraziamento particolare va a Maria Antonietta Bergamasco, una collega incontrata in rete che ha sollecitato questa mia riflessione.

parco2Parco. Un pomeriggio di sole. Potrebbe essere uno dei tanti parchi della provincia di Milano.

Due genitori commentano il ripristino di uno dei giochi. Nello specifico, una carrucola. Uno di quei nuovi giochi apparsi, negli ultimi tempi, nei nostri parchi.

Madre: “Hai visto, hanno rimesso a posto la carrucola”. Padre: “Eh già!… Fino a che non si farà male qualche altro bambino”. Madre: “Vero, ti ricordi iI bimbo piccolo caduto dalla carrucola?” Padre: “Si, proprio lui. Poi era anche piccolo, avrà avuto massimo 3 anni”. Madre: “Eh già, e pensa che la madre era lì, giusto ad una decina di metri”.

Il dialogo continua, si posta sulla sicurezza in generale, sul rischio e poi devia su altri argomenti. Dal mio punto di vista meno interessanti. Provo a fermarmi sui primi due temi che lo scambio propone.

Rischio e sicurezza.

La percezione della sicurezza è una cosa soggettiva, dipende da ognuno di noi. Per alcuni la sicurezza equivale al tentativo di costruire degli ambienti che possano proteggere, senza deroghe, il proprio figlio da ciò che possa far male. In questo senso, tutto ciò che può sfuggire al proprio controllo (la carrucola per esempio) diventa oggetto pericoloso e quindi da eliminare. In questo senso tutti i giochi di un parco possono risultare potenzialmente pericolosi. Dall’altalena si può cadere o dall’altalena si può esser colpiti. Da uno scivolo si può cadere o essere travolti durante una discesa. In questa visione la sicurezza è connessa con il controllo. Il controllo rischia di far rima con la negazione delle esperienze che non posso controllare totalmente e che quindi sento come pericolose. In questa direzione il rischio è che tutte le esperienze siano potenzialmente pericolose (perché incontrollabili) e che quindi il genitore si trovi nella condizione di non permettere al proprio figlio di poter crescere. Perché è attraverso le esperienze (anche quelle rischiose e pericolose) che si diventa grandi. Esistono altri possibili modi di percepire la sicurezza, ovviamente. Amo pensare che il rischio sia uno dei fattori di un’esperienza, un fattore importante, uno dei fattori ineliminabili, uno dei fattori da cui non ha senso, nessun senso provare a fuggire ma che dobbiamo affrontare, che ci piaccia o meno. In questa direzione, forse, il dovere da genitore, potrebbe essere quello di aiutare i figli ad affrontare i pericoli, dotandoli degli strumenti adatti per farlo. Nel caso specifico il dovere di un genitore, che fa salire il proprio figlio su una carrucola, sarà quello di aiutarlo ad imparare ad usarla, accompagnandolo ad acquisire le competenze necessarie per affrontare la sua nuova esperienza. In questo senso la competenza aumenta la possibilità di utilizzare il gioco e diminuisce il rischio, anche se non lo elimina del tutto, perché nessuna esperienza è priva di rischi e pericoli, nemmeno quelle che già abbiamo affrontato. In questa direzione, un genitore dovrebbe cercare di esercitare il proprio ruolo (educativo) proprio tenendo conto che nulla potrà mai eliminare, totalmente, il pericolo di cadere o essere colpito da una carrucola. E’ anche attraverso questa consapevolezza che nasce la possibilità di accompagnare i ragazzi dentro le proprie esperienze, nell’ottica di aiutarli ad imparare a salire, da soli, su quelle “pericolosissime” carrucole.

Sul ruolo e sulle responsabilità.

Rileggendo bene il dialogo con uno sguardo attento, quel “la madre era ad una decina di metri” ci può aiutare a capire alcune cose interessanti. Se sono a 10 metri da un bambino di 3 anni vicino ad una carrucola, mi prendo (io) un rischio grosso. Il problema poi non può essere la presenza della carrucola, altrimenti dovremmo eliminare le macchine, le strade, i terrazzi e così via. Come dire: se decido di lasciare libero di correre per un parco mio figlio, non posso pretendere che dal parco vengano tolte tutte le cose che potrebbero fargli male. Posso però decidere di stare ad una distanza ridotta. Posso accompagnarlo a guardarsi intorno, posso aiutarlo ad imparare ad osservare il posto in cui è. Chiedere di togliere la carrucola da un parco pubblico, per farvi capire, è come pretendere che mio figlio possa giocare a pallone senza che rischi di sbucciarsi le ginocchia. In questo senso, quando decidiamo di togliere le rotelle alla bici dei nostri figli decidiamo che siamo pronti (noi più di lui) a prenderci il rischio. Decidiamo anche che siamo pronti ad esercitare l’atra parte del nostro ruolo, quella, che per farla breve, aggiunge al desiderio di proteggerli anche il desiderio che possano viaggiare da soli. In questa connessione tra protezione e spinta verso l’esperienza, credo si giochi molto del delicato ruolo educativo attribuito ai genitori.

Il valore dell’esperienza, della libertà e delle opportunità.

Fare i genitori non è facile, lo so. Tante domande e poche risposte. Torna sempre la stessa domanda. Cosa vuol dire crescere, bene, un figlio? Significa aiutarli ad essere liberi, a scegliere e a farlo con la consapevolezza di ciò che fanno. Nelle loro esperienze devono fare i conti con gli ambienti reali che attraversano. Il rischio, invece, è che gli si costruiscano attorno esperienze artifi- ciali, in cui gli apprendimenti risultino poi poco esportabili. Come possono imparare ad affrontare la vita se non attraversando le esperienze della vita stessa? I nostri figli hanno necessità di provare, sbagliare e di cadere. Hanno anche bisogno di sentire che ciò che succede fa parte della vita e dell’esperienza, non che, le cadute, siano una strana e inaspettata interferenza su un tragitto che doveva essere lineare. Le cadute (come gli errori) non sono imperfezioni ma fan parte della vita, sono esperienza da cui a volte si può imparare molto e da cui non possiamo scappare. Facciamoli salire sulle carrucole, proviamo a far si che il nostro desiderio di proteggerli e tutelarli non tolga loro la possibilità di fare esperienza. Proviamoci e prima o poi, sarà possibile anche per noi accettare che anche la carrucola sia una buona opportunità di sperimentare il rischio, la paura ed imparare ad affrontarle.

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Le due meravigliose creature nelle foto son le mie figlie. La piccola aveva paura di salire, la sorella più grande le ha permesso di fare un’esperienza. Mi son preso un bel rischio, potevano cadere. Ho trattenuto il fiato, ma son contento di aver rischiato.

Quindi, buona carrucola a tutti.

Christian Sarno

L’articolo che avete appena letto è stato pubblicato sul numero zero di Gaggiano Magazine, in edicola ad ottobre 2015. Ci tengo a ringraziare Marco Costanzo (per le foto), ideatore e coordinatore editoriale. Senza di lui, forse, questo articolo non sarebbe mai nato. 

 Per chi volesse scaricarsi e far girare l’eritcolo in versione originale, eccovi Carrucole pericolose in pdf e in versione A3

tdo. locandina boal“Buonasera a tutte e a tutti! Stiamo per entrare nel mondo del teatro, un teatro “strano”, non canonico, decisamente un teatro che proverà a coinvolgervi e a farvi alzare dalle sedie…benvenuti al Teatro dell’Oppresso!”.

Con queste parole il conduttore (il jolly) di Teatro dell’Oppresso è solito aprire una sessione di Teatro Forum, forse la tecnica più famosa e praticata dell’intero arsenale ideato da Augusto Boal e dai suoi collaboratori in Brasile a partire dagli anni ’60.

L’esperienza di Teatro dell’Oppresso (TdO) è innanzitutto un’esperienza corporea. Quante volte accade di giocare corpo a corpo con le persone che abbiamo vicino, con i colleghi di lavoro o con chi condividiamo verbosissimi progetti? Ecco, il TdO per prima cosa riporta i partecipanti alla dimensione corporea essenziale, e il lavoro sull’espressività del corpo è una delle fasi più importanti di un percorso di TdO, che ci permette di traslarci in quel mondo altro che è la finzione teatrale.  Il profondo e prolifico nesso tra teatro ed educazione è ormai stato scandagliato dai maestri pedagogici nostrani e non, possiamo forse condensarlo in una riflessione di R.Massa: “Dunque la specificità del lavoro educativo sarebbe proprio la possibilità di istituire un campo di esperienza in cui l’esperienza stessa possa essere metaforizzata, rielaborata. Non si tratterebbe allora di rappresentare la vita, ma di acquisire consapevolezza, mentre si rappresenta la vita, delle rappresentazioni che la guidano”. Ed ecco che compare una parola, consapevolezza, che insieme ad esperienza ci rimanda all’idea di una consapevolezza intimamente legata all’esperienza vissuta con noi stessi tutti, non solo “la pancia” e neppure solo “la testa” ma, come da più parti si continua imperterriti a ricordare – e ne abbiamo bisogno data la nostra storica smemoratezza – come un insieme di dimensioni interconnesse che hanno a che fare con il cognitivo, l’emotivo, il corporeo, la sfera relazionale ed espressiva.  Insomma, con tutto il teatro che siamo.

TdO  perchè? Il nome di questa metodologia teatrale, sociale e partecipativa, ci trasporta immediatamente in una dimensione sinistra, cupa, gonfia di presagi inquietanti…Eppure, chi  per la prima volta si spinge a sperimentare un laboratorio di TdO probabilmente  ricorderà il lieve imbarazzo nell’iniziare a prendersi ironicamente gioco di sè e degli altri, le risate, il divertimento, la forza del gruppo e la meraviglia di un vero e proprio processo di conoscenza. Il TdO si basa su dei semplici assunti, che per chi bazzica il mondo dell’educazione professionale e naturale dovrebbero essere basilari e assodati:

-l’idea della modificabilità dell’uomo;

-l’idea che l’assunzione di consapevolezza – razionale ma anche incarnata, emozionata – mediante il teatro può provocare azioni mirate al cambiamento;

-il conflitto non viene risolto a tutti i costi ma si pone l’accento sulla possibilità di sostare nella dimensione conflittuale.

Parole come trasformazione, conflitto, consapevolezza non sono neutre, e tantomeno lo erano quando, influenzatissimo dalla Pedagogia degli Oppressi di Paulo Freire, A.Boal decise di utilizzare, con le masse di contadini analfabeti peruviani e con i lavoratori di tutto il Sud America, le sue tecniche per non-attori. Nel TdO tutti possono fare gli attori, perchè l’esperienza teatrale è qui concepita come connaturata all’essere umano che da sempre re-cita, interagisce e prova a guardarsi da fuori per appropriarsi di se stesso e attribuire significato al mondo in cui è immerso. Per il TdO, “il teatro è essenzialmente comunicazione, è un vero e proprio linguaggio e in quanto tale appartiene a tutti gli uomini, senza distinzioni (…). L’essere umano non fa teatro, è teatro”. Per questa ragione il TdO è anzitutto qualcosa che possono fare tutti, che si può almeno provare a fare, proprio perchè attinge dall’esperienza umana di ciascuno di noi. Così come l’educazione non si può dire neutra, così il teatro, che Boal ha utilizzato con le categorie più sfruttate ma anche più combattive del Sud America, non può essere neutro e anzi si mette al servizio di un’idea di cambiamento sociale, di trasformazione e di maggiore partecipazione politica dei cittadini.

Articolo di Giusy Baldanza

serata TDO -CasarileSettimana prossima il capitolo due

Se vi interessa capire come funziona. Eccovi l’occasione giusta per scoprirlo.

Grazie a Giusy, preziosa collega e EducAttrice appassionata.

Christian S.

Qui trovate il Capitolo Uno

boal2Nel tentativo di cogliere il profondo legame tra TdO ed educazione in senso ampio, ci viene in soccorso il Teatro Forum, forse la tecnica più emblematica tra quelle proposte da A. Boal: un gruppo di non attori prepara una scena di conflitto che metta in luce non solo l’aspetto psicologico dei personaggi ma anche la dimensione sociale, economica o politica che contribuisce a determinare la scena come situazione-problema. I non attori attingono alla loro viva esperienza per preparare la scena, incarnano problematiche reali e urgenti per loro e per altri che costituiranno il pubblico di spett-attori; la scena terminerà  nel momento di massimo conflitto tra le parti e non verrà risolta. Ed ecco il perchè di un nome strano, “spett-attori”: il conduttore (Jolly) prova a interrogare il pubblico su ciò che ha visto (poichè l’immagine è polisemica e vi si attribuiscono significati differenti) e a lasciare che si coinvolga profondamente in quella storia che si auspica possa essere anche un pò la sua.

IMG_8865 L’identificazione o il riconoscimento che si crea tra spett-attori e scena costituiscono la ragione per cui il pubblico si alzerà dalle sedie, per provare -nella bolla magica e protetta del teatro- a trasformare una situazione che nella realtà è davvero avvertita come penosa, bloccata, di difficile cambiamento. Gli interventi del pubblico permettono a tutta la comunità di imparare qualcosa osservando il susseguirsi di tentativi di liberazione dalle oppressioni anche se, per Boal e prima ancora per Freire, l’oppressore non è una entità separata ma spesso presente internamente allo stesso oppresso…e di cui occorre, mediante il gesto creativo del teatro, prendere consapevolezza. La comunità coinvolta in un processo di Teatro Forum si riconosce nella vicenda presentata dai non-attori, ha forse vissuto le stesse dinamiche e si muove irrequieto sulla sedia perchè “qui è tutto un disastro! Bisogna fare qualcosa…”come disse un bambino venuto ad assistere ad un Forum ambientato nel contesto famigliare.

tdo 1L’empatia stimolata dal confronto con gli attori o, meglio ancora, da una sessione di giochi-esercizi di TdO in cui si impara ad entrare in relazione con la propria corporeità in modo emancipante e solidale con gli altri corpi, funge da motore trainante l’azione, così come la consapevolezza di un sistema che produce ingiustizie e schiavitù, di cui noi pure siamo attori non sempre consapevoli. In questo senso il conflitto è inteso come un processo di esplicitazione di bisogni diversi, di chiarificazione e de-mistificazione delle dinamiche di potere in cui siamo immersi e che noi stessi agiamo, visibili a partire dalla postura spaziale e corporea, dalle sue meccanizzazioni e chiusure, dai suoi tic e aperture. Qualsiasi contesto sociale abitato da dinamiche di potere, di lotta e di volontà di cambiamento è una potenziale scena di Teatro Forum, dunque una potenziale scena di gioco teatrale. Maggiore è l’urgenza -personale, comunitaria, sociale- della situazione conflittuale messa in scena, maggiore sarà la partecipazione del pubblico/comunità partecipante a cui viene riconosciuto l’essere competente sulla propria vita e, a partire da questa competenza, la possibilità di costruire singolarmente e collettivamente ipotesi di cambiamento, in un processo di educazione reciproca e diffusa.

tdo 2Ad esempio, una classe quinta della scuola primaria porterà in scena delle storie di quotidiana fatica scolastica, o di bullismo o ancora di conflitti familiari comuni; un gruppo di adolescenti dell’Irlanda del Nord rifletterà teatralmente sui modelli adulti di riferimento o sulle domande tipiche della loro età, un gruppo di donne senegalesi sceglierà magari una storia legata alla propria condizione di donne e così via…Ci permettiamo di dire che un utile accorgimento, nel TdO così come nel mondo dell’educazione, è quello di porsi in ascolto delle storie degli altri e avere fiducia nelle capacità del singolo e del gruppo di determinare la propria vita, il proprio percorso di liberazione che, inutile dirlo, si configura come un percorso collettivo.

Articolo di Giusy Baldanza

*Se volete contattare Giusy (giuseppina.baldanza@artiemestierisociali.org)

Fonti: R.Massa “Il teatro, la peste, l’educazione”  – Boal “Il Teatro degli oppressi”

Foto di Angelo Miramonti