Archivio per la categoria ‘Educazione e legge’

Non sono un estimatore della legge. Non mi piace. Chi mi conosce personalmente lo sa.

Perché?

Principalmente perché tiene ancora separati gli educatori che provengono da Medicina e i laureati in Scienze dell’Educazione. E’ una divisione che non condivido, che mi pare solo il frutto di una diatriba tra Università. E’ una divisione che non mi convince nemmeno dal punto di visto tecnico e scientifico, perché l’educazione professionale è una. Se si voleva “specializzare” maggiormente gli educatori bastava fare un terzo anno in cui poter scegliere l’area, l’utenza o il servizio su cui concentrarsi. Ma forse era troppo facile. Il testo della legge non mi convince fino in fondo perché è pieno di buchi, imperfetto, con alcune gravi lacune. Un legge che si presta a molte interpretazioni e ad alcune forme di ingiustizia. La principale forma di ingiustizia è quella che porta a scaricare, anche sui lavoratori, i costi degli errori e delle scelte dalle Università in sede di avvio dei corsi di formazione specifici. Un testo fatto, almeno apparentemente, senza conoscere a fondo il mondo dell’educazione. Un testo che colloca le funzioni di coordinamento, giusto per fare un esempio, dentro un percorso (Scienze Pedagogiche/Pedagogia) che non forma, almeno fino ad oggi, i coordinatori dei servizi educativi. Almeno non in modo specifico. Una testo che scritto così rischia, quindi, di tagliare fuori gli educatori e le educatrici dalle funzioni di coordinamento dei servizi, magari a discapito di laureati magistrali provenienti da triennali di altro tipo. Una legge che porta con sè, inoltre, un grave “dimenticanza”, visto che non prevede nessuna forma di tutela per chi coordina da anni e che dopo l’approvazione della legge, probabilmente, non lo potrà più fare.

Giusto per esser chiari, ad oggi ci sono in giro alcuni percorsi specifici (Parma, Roma, tempo fa anche Milano) per formare i coordinatori e le coordinatrici e forse sarebbe necessario fossero molti di più, ma dovremmo partire dalle reali competenze necessarie per coordinare un servizio socio educativo, non da un’idea di competenze. Se vogliamo stare su ciò che dice DDL 2443, andrebbe ricordato che la magistrale in scienze pedagogiche, nella maggior parte dei casi, forma professionisti e professioniste per ruoli di secondo livello, ma il coordinamento dei servizi, pur rientrando nelle funzioni di secondo livello, è altra cosa, insomma. Necessita di competenze specifiche assai differenti.

Il DDL 2443 (il ddl Iori) è una legge che cerca però di mettere ordine, dove ordine ad oggi non c’è. Una legge che permette di sanare, finalmente, chi da anni lavora come educatore senza una formazione accademica specifica. Una legge che traccia una linea di pensiero (quando chiede alle università di lavorare per il profilo unico) e che potrebbe essere un punto di partenza per andare nella direzione che io auspico. Se dovesse passara, il DDL 2443 cambierà sicuramente il settore dell’educazione professionale. In meglio? Io lo spero, vivamente.

Ho un rapporto distante da questa legge. Chi mi conosce lo avrà capito e magari si sarà anche chiesto il perché. E’ una legge di cui personalmente non ho mai sentito la necessità, perché da 20 anni lavoro, insieme a molti colleghi e colleghe, per far cultura educativa, dando valore allo sguardo degli educatori e delle educatrici. Dove lavoro io la legge è già arrivata, si assumono educatori per far gli educatori, i bandi son fatti così, chiedono educatori per far gli educatori e psicologi per fare gli psicologi. Gli educatori si inquadrano al livello corretto (D2), poi se qualche cooperativa fa qualche furbata, questo è un altro discorso. Dove lavoro io si fa formazione, supervisione, anche e soprattutto con taglio pedagogico. Non abbiamo aspettato il DDL 2443, abbiamo lavorato con i dirigenti e le dirigenti degli enti locali per dar valore agli sguardi multi professionali, per integrarli e differenziarli. Abbiamo costruito servizi in cui gli educatori hanno un ruolo importante, sempre di più. Dove lavoro io si fa formazione sull’identità professionale degli educatori e delle educatrici, ciclicamente, perché l’identità si trasforma continuamente. Perché un’identità esiste anche in assenza della legge, il problema è imparare a riconoscerla e nominarla.

Non mi piacciono i movimenti di alcune associazioni di categoria, più interessate a mostrarsi per raccogliere soci che a lavorare per gli interessi di chi fa educazione. Non mi piacciono perché dove lavoro io la cultura educativa l’han fatta gli educatori e le educatrici, i coordinatori, le coordinatrici, i dirigenti e le dirigenti degli enti locali e il terzo settore, senza bisogno di nessuna associazione. Non mi piace chi rappresenta 250 persone e si pone come se ne rappresentasse 200 mila. Gente che si è permessa di chiamare “abusivi” i colleghi e le colleghe che per anni han tenuto in piedi i servizi educativi quando le Università e le istituzioni ancora non si erano accorti del mondo degli educatori. Questa gente non mi rappresenta. Dove lavoro io le associazioni di categoria non si son mai viste, eppure gli educatori e le educatrici godono di grande rispetto. Prima di rappresentare “gli altri” bisognerebbe imparare a rispettarli “gli altri”. Non mi piacciono, infine, le Associazioni che sembrano Sindacati. E’ un barbatrucco troppo evidente, insomma. Non mi piace chi cerca di appropriarsi di una legge, come se fosse una proprietà individuale.

Ci sono persone, dentro le associazioni, che mi piacciono, alcune anche parecchio. Ma questo è un altro discorso. Mi piacciono questi colleghi e colleghe perché non hanno aspettato la legge. Han fatto cultura, scritto di educazione, gestito gruppi, impegnato tempo, parlato di educazione, senza aspettare il DDL 2443. Son colleghi e colleghe che sono dentro le associazioni ma non “sono” le associazioni. Colleghi e colleghe che hanno una visione critica di ciò che osservano, fuori dalle visioni ideologiche.

Non mi piace la legge ma spero sia approvata, perché in questo caso credo sia meglio una legge “imperfetta” a nessuna legge. Di solito non sono uno che si accontenta, ma in questo caso sento che sia necessario partire da qui, da questa legge, per come è fatta. Sperando, ovviamente, di poterci mettere mano in un secondo momento. Spero sia approvata anche se la mia fiducia verso i parlamentari odierni è bassa e non per una posizione ideologica o qualunquista, ma per gli effetti di ciò che vedo. Un gruppo di senatori e senatrici che ha aspettato l’ultima settimana per cercare di approvare una legge importante per una intera categoria di professionisti e professioniste. Una legge che è in Parlamento da oltre 3 anni, approvata alla camera a giugno 2016 e che arriva solo oggi in Senato, è il segno di un ritardo imbarazzante. Fidarsi in futuro di chi ha posto così poca attenzione verso una legge così importante è un atto di coraggio, di fede o di follia. Scegliete voi.

Spero che il decreto venga approvato nonostante rimangano aperte alcune domande:

  • Saremo poi capaci di cambiarla?
  • Saremo capaci di sanare la frattura tra educatori socio-sanitari e socio-educativi?
  • Saremo capaci di non cedere alle derive di  specializzazione che l’educazione professionale sta prendendo?

Mi porto dietro questi dubbi, perché ho la sensazione che l’approvazione della legge rischi di frenare ogni altro impulso. Saremo capaci di continuare a far cultura dell’educazione quando la legge sarà approvata, perché l’identità di un popolo la fa il popolo stesso, non una legge.

Come dicevo tempo fa ad un collega che stimo, da cui ho preso la foto che trovate nel post, spero che la legge sia approvata anche perché son curioso di vedere cosa avranno da dire i colleghi e le colleghe che in questi anni han parlato solo del DDL 2443; quei colleghi che ne hanno parlato usandolo spesso come alibi, raccontando che senza un riconoscimento sembrava non si potesse fare nulla, utilizzando la mancata formalizzazione della legge Iori per posticipare il loro pezzo di responsabilità nella produzione di cultura dell’educazione. Parlare solo della legge è stato un modo per scaricare la responsabilità su altro fuori da se stessi.

Spero che sia approvata perché so di essere stato anche fortunato, di essere capitato in un territorio e dentro una cooperativa che crede e ha creduto nel valore dell’educazione professionale. Spero nell’approvazione perché altri colleghi non son stati altrettanto fortunati e credo che la legge possa aiutarli ad avere una cornice dentro cui muoversi.

Spero sia approvata, anche se penso che la legge, da sola, non ci proteggerà. Non ci proteggerà se non avremo altro da dire al mondo dell’educazione, se continueremo a cercare alibi, il prossimo sarà l’albo. La legge non ci darà, da sola, il riconoscimento, soprattutto se non saremo nelle condizioni di mostrare chi siamo e quello che sappiamo fare.  La legge non ci aiuterà a lavorare meglio, forse aiuterà a lavorare. La qualità di ciò che faremo dipenderà da noi. Nel mondo educativo ciò che abbiamo imparato a scuola o in Università non basta.  La dignità del lavoro educativo la si guadagna con la qualità del lavoro. Il resto, secondo me, sono alibi.

Fatemi un piacere, approvate il DDL 2443, così magari possiamo tornare a parlare anche di altro.

Per chi avesse voglia di approfondire, sul numero 311 di Animazione sociale c’è un’intervista di Ota De Leonardis che apre alcune interessanti riflessioni in merito. Vi consiglio di leggerla.

Christian S.

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