Archivio per la categoria ‘Family Pedagogia’

 

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Di Valentina Re.

Inizio a leggere “Mai più sole” con gli occhi dell’educatrice, incuriosita dai possibili spunti professionali che mi aspetto di poter cogliere. 

Nonostante i vari e ripetuti tentativi di Ginevra di boicottare la mia lettura, le parole scorrono veloci e in qualche giorno mi ritrovo ad essere già a poco più della metà. 

Pronta ad iniziare il capitolo “Nuove vite” abbandono, forse meno involontariamente di quanto credo, per circa una settimana, il mio appuntamento serale con le diverse protagoniste, prediligendo serie TV o, ahimè, le Winx. 

Sono resistente e non so esattamente a cosa. 

Cara me, non sfuggi certo a te stessa. Sai bene cosa ti mette in scacco, cosa ti fa vibrare quelle corde sempre tese e quali emozioni sei tanto brava a decantare agli altri  ma un po’ meno alla tua pelle. 

Come qualcuno mi suggerisce “e falla uscire quella lacrima”.

Fare il lavoro che faccio mi mette spesso nelle condizioni di dovermi interrogare su vari e svariati argomenti; genitorialità, solitudine, coesione, appartenenza, paura e distanza. Quella stessa distanza che ancora oggi spesso fatico a mettere tra me e chi ho di fronte ma che ho imparato benissimo a mettere tra la mia testa e la mia pancia, perché a volte quelle sensazioni così vive, sono talmente intense che fanno quasi male ed è un continuo mettere e togliere pezzi di un’ armatura che vanno costantemente incastrati e oliati tra loro.

È lo sguardo che fa la differenza. 

Il modo di guardare e la posizione da cui si guarda e la mia, nel leggere queste quattro storie, si è spostata. 

“Nuove vite”: nascono bambini, nascono mamme ed è da qui che cambio prospettiva.

Consapevole di questo riprendo da dove ho sospeso e divoro la seconda metà del mio libro.

Una storia di donne, diverse per esperienze di vita, per cultura, per ambizione e per istinto. Una storia di mamme che devono essere forti, che vogliono essere forti, che si celano dietro traballanti certezze, che convivono con timori e mancanze che incanalano sensi di colpa in troppo amore, se mai l’ amore può essere troppo, che si confrontano con stili, passioni e persone. 

Mi sono arrabbiata, intenerita, emozionata, talvolta riscoperta nel mio voler fare sempre di più, nel non sentirmi mai abbastanza pronta o in grado di fronteggiare a certe imprevedibili situazioni che accadono fuori dall’ordinario. È un libro che perdona, non con la rassegnazione ma con l’accettazione dell’ essere quello che si riesce, è un libro che dà speranza perché “I bambini sono come gli orti Ivan. E’ importante seminare bene, ma ancora più importante e’ curarli dopo che si è seminato. Innaffiare il giusto, strappare le erbacce, aggiungere concime quando serve. Sapendo che sarà qualcun altro a coglierne i frutti.”

È un libro che dà nome alle paure, prima tra tutte quella del distacco, non solo dai propri figli ma anche da quelle parti di noi che ci trasciniamo, del lasciare andare, del far fronte all’idea che “i nostri bambini diventano figli della società”.

È una storia di coraggio, ci vuole coraggio per credere che “Tutto evolve… Nel bene o nel male tutto evolve.”

Ho iniziato a leggere questo libro con gli occhi dell’educatrice, un mestiere, più che un lavoro, faticoso ed intenso che ad oggi, per me, è un meraviglioso valore aggiunto, in cui credo profondamente e che scelgo di darmi. 

Ho finito di leggere questo libro con gli occhi della madre (ammesso e non concesso che non siano gli stessi) inumiditi e commossi dalla rassicurante certezza che no, non sarò  MAI PIÙ SOLA. 

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Se desiderate comprare il libro:

Se vi interessa ecco un altro post su un libro di Alessandro Curti, Padri Imperfetti.

Christian S.

 

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Papà, a cosa servono i compiti?

Ecco come ha esordito mia figlia, appena sveglia, qualche settimana fa.

Una di quelle domande che aprono strade di spiegazione differenti, alcune sintetiche e semplici altre più complesse e che richiederebbero maggior tempo. A mia figlia, quel giorno ne ho data una molto sintetica.

Per imparare.

Ero alla prese con la vestizione di due figlie in tempi ristretti, la mia concentrazione era orientata ad evitare di produrre i soliti codini storti e gli abbinamenti estetici inguardabili. Non avevo altra possibilità.

Una domanda del genere, però, produce naturalmente altre domande, la più interessante, per me è: per imparare cosa?

Qui la strada si fa generalmente in salita soprattutto se vogliamo provare a capire veramente a cosa potrebbero servire i compiti a casa. A volerla chiudere subito, potremmo dirci che servono per imparare a fissare, ripassare, memorizzare le nozioni e informazioni apprese in classe. Guardare i compiti da questo punti di vista li riduce solo ad uno strumento connesso con ciò che si fa in classe, ed invece potrebbero diventare ben altro.

I compiti potrebbero insegnare ai nostri figli qualche cosa che la scuola, per come è strutturata, non è in grado o non ha la possibilità di fare se non in modo parziale. I compiti potrebbero insegnare ai nostri figli a far da soli. In che senso vi chiederete voi? Nel senso che fare i compiti a casa, se riusciamo a rispettare alcuni vincoli, può diventare una grande occasione per sperimentare la responsabilità di svolgere il compito in autonomia, usando e ripescando le competenze apprese durante le mattinate scolastiche.

Facile a dirsi un po’ meno a farsi, state pensando. Vero?

No, facile se riusciamo a rispettare alcuni presupposti di partenza. Ovvero: i compiti devono essere fattibili in solitudine e i genitori dovrebbero permettere ai figli di farli in autonomia.

Per far questo però, è necessario che il valore che noi diamo ai compiti risieda, soprattutto, nell’averli fatti da soli. Far da soli permette ai nostri figli e agli insegnanti di verificare a che punto si è arrivati, permette di comprendere i propri punti di forza e le proprie fragilità. Far da soli vuol dire far più fatica ma sentire poi, una volta finito il compito, di avercela fatta da soli. Questo percorso è possibile quasi esclusivamente a casa, perché a scuola c’è il compagno o l’insegnante e in qualche modo l’aiuto lo trovi. Far da soli è possibile solo se decidiamo di accettare che i quaderni possano essere pieni di errori e correzioni. Perché facendo da soli è più facile sbagliare. Far da soli è possibile, per i nostri figli, se gli adulti imparano ad orientare lo sguardo sugli apprendimenti e non sui risultati, sul percorso e non sul compito stesso. Per fare questo dobbiamo accettare che il programma scolastico non sia l’obiettivo ma lo strumento per imparare delle cose. Il programma, così pensato, assume una tripla funzione: mette in successione le lezioni, stabilisce i tempi e i modi degli apprendimenti e permette di imparare “altro”. Imparare le tabelline, in questa ottica, insegna anche a far fatica, ad essere autonomo, a sbagliare, a correggersi e così via.

Far da soli permette di imparare a rileggersi. Per poterlo fare, però, è necessario che gli adulti cambino il modo di guardare la scuola e le esperienza ad essa connesse. In questa nuova visione, il problema non sarà più se i compiti sono tanti o pochi, ma che tipo di compiti e quale valore gli viene assegnato dal punto di vista educativo.

Giusto per essere chiaro. I compiti avrebbero un valore anche se servissero solo per completare il programma, ma dovremmo poi chiederci perché ci debba essere necessità di completare, fuori dalla scuola, qualche cosa che è presidio della scuola stessa. Avrebbero un valore anche se servissero solo per fissare degli apprendimenti, ma dovremmo chiederci, nel caso in cui togliessero spazio ad altro, cosa perdono i nostri figli. Se per fare i compiti non posso andare a giocare a calcio (solo per fare un esempio), il compito impedisce un’esperienza fondamentale per imparare a stare insieme, a far fatica, a collaborare. Impedisce un’esperienza relazionale complementare all’esperienza scolastica che aiuta indirettamente, attraverso quello che insegna, anche l’esperienza scolastica stessa.

I nostri figli possono svolgere i compiti da soli se non serve l’aiuto di un adulto o addirittura di un adulto specializzato. Il compito che posso fare da solo evita inoltre di costringere i genitori a fare i conti con competenze didattiche non sempre in possesso degli adulti presenti in casa al momento dei compiti. Quelle competenze, per intenderci meglio, che spesso i genitori, anche (ma non solo) per questioni di tempo, delegano a professionisti esterni.

Se vogliamo provare ad attribuire ai compiti a casa, un valore differente, lo si può fare solo attraverso un accordo tra genitori e istituzioni scolastica. Lo si può fare se alleggeriamo tutti, genitori compresi, la pressione verso il programma per interessarci anche ad “altre” competenze da apprendere. Lo possiamo fare, in sintesi, se siamo nella condizioni di rinunciare a parte del programma per imparare a far da soligestire le sconfitte,  lavorare in gruppo,  stare insieme e imparare dai problemi che si incotrano.

Lo possiamo fare, ricordandoci che l’esperienza scolastica ha come finalità quella di produrre cittadini capaci di stare in relazione con il mondo,  capaci di differenziare i luoghi per la competizione dai luoghi per la cooperazione. Capaci di essere felici per ciò che hanno imparato e non per aver preso mezzo voto in più del compagno.

Cosa penso in conclusione? Se accetteremo la sfida e saremo in grado di cambiare il nostro modo di dar valore al percorso scolastico, valorizzeremo la scuola come una delle esperienze educative e potremo spiegare ai nostri figli che la scuola e i compiti servono per affrontare la vita e non viceversa.

Buon inizio…

Christian S.

Un ringraziamento particolare va al Professor Marco Dallari a cui devo lo spunto che mi ha permesso questa riflessione.

Il seguente articolo è uscito su Gaggiano Magazine nel mese di luglio’16. Grazie ancora a Marco Costanzo per la fiducia che mi rimanda costantemente. 

bimba orsoIntendiamoci.

Non è che non ci si possa provare, è solo praticamente impossibile oltre che doppiamente faticoso e spesso inefficace. Impossibile perché volente o nolente gli altri adulti incidono sui nostri figli. Lo fanno direttamente (insegnanti, allenatori, parenti) o indirettamente (modelli televisivi, cantanti, politici e cosi via). Insomma lo fanno e basta. Quello che potremmo fare, quindi, è provare a capire quale sia il valore che si cela dietro le azioni educative degli altri adulti sui nostri figli e le nostre figlie. Provare a capire come agevolare l’incontro con altri modelli educativi, accompagnare i ragazzi verso altri adulti, cercare spazi e esperienze che consegnino i nostri bambini all’educazione degli altri. Provare a capire, in sintesi, se vale la pena provare a non farcela da soli.

Dico spesso che educare i figli non è una funzione individuale ma una funzione sociale. Una responsabilità di tutti, non solo dei genitori. Lo è perché i figli non sono di nessuno, anche se diciamo “mia figlia o mio figlio”, i figli non sono oggetti, non si possiedono, insomma. I ragazzi, le ragazze e i loro percorsi son responsabilità della società, del paese, della comunità tutta. Lo sono sia se hanno dei genitori presenti, sia se son soli.

Ci sono diverse forme di  responsabilità educativa.

L’adozione. Scelgo di diventare genitore di un ragazzo o di una ragazza, nato in un altro posto, da un’altra madre. Me ne occupo perché ne ho bisogno io ma anche perché ne han bisogno loro. Me ne occupo perché un team di professionisti, dopo lunghi colloqui ed analisi, ha deciso che sono nelle condizioni di occuparmene.  Me ne occupo per sempre. In questi anni ho incontrato diversi genitori adottivi. Tutti, nel raccontarmi le gioie e le  fatiche del percorso di adozione, si son fatti la stessa domanda: Chissà cosa accadrebbe se la verifica che viene fatta sui genitori adottivi fosse fatta su tutti i genitori? Chissà.

Non lo sapremo mai, forse per fortuna mi vien da dire. Dico per fortuna perché, pur comprendendo la delicatezza dell’incarico di chi dà in adozione i bambini, penso che una verifica pre-adottiva sia importante ma poco indicativa. Perché? Perché si impara a far il genitore quando il bambino arriva. Perché diventare genitore è un percorso complesso, un percorso di apprendimento che inizia quando il figlio“ ti piomba in braccio” come diceva in una serata un padre adottivo. Un percorso che ha quasi nulla di teorico e molto di pratico. Alessandro Curti,  educatore ed autore del libro “Padri imperfetti”  lo descrive così:  “Perché l’arrivo di un figlio è come quando in un cartone animato, il pianoforte cade sulla testa del personaggio principale …”.

Penso che diventare genitori ti faccia sentire, oggi, anche molto solo. E qui torna l’importanza della condivisione della responsabilità.

L’adozione non è l’unica forma possibile. C’è l’affido, ovvero: mi occupo di un ragazzo o di una ragazza che potrebbe tornare in famiglia, prendendomi un pezzo, importantissimo, di responsabilità educativa in una fase della sua vita delicata e complessa. Mi prendo questa responsabilità sapendo che è parziale, anche nel tempo e che un giorno, molto probabilmente, dovremo salutarci. L’affido in questo senso è una scelta decisamente coraggiosa.

Ci sono le forme di affido temporaneo. Un esempio sono le centinaia di famiglie che da anni accolgono, per brevi periodi, i bambini di Chernobyl per permettergli di respirare aria pulita. A Milano fa quasi sorridere pensare di aver aria pulita, ma rispetto a Chernobyl ovviamente qui è come esser in alta montagna.

Adozione e affido son due forme possibili di presa in carico dei ragazzi. Non le uniche. Né migliori Né peggiori, insomma. Sono le forme che alcune famiglie hanno deciso per loro, perché le hanno sentite come sostenibili, praticabili, possibili. Perché occuparsi di un minore, in qualsiasi forma tu lo faccia, è un percorso tanto bello quanto faticoso.

Ma la responsabilità educativa viaggia parallelamente e trasversalmente alle questioni familiare. La responsabilità educativa è anche quella delle insegnanti e degli educatori. Dei capi Scout e degli allenatori. Degli anziani e dei cittadini tutti. Non solo, per intendersi, di chi fa il genitore.

Troppo facile insomma, quando un ragazzo del tuo paese finisce in carcere,  scaricare tutte le responsabilità sulla famiglia, che dovrebbe provare a “salvare il proprio figlio” da sola. Magari facendo anche i conti con i messaggi che altri adulti, i media e la società mandano direttamente o indirettamente ai ragazzi. Troppo comodo, per come la penso io, star seduti fuori dal bar a giudicar le scelte dei genitori. Facile è far finta di nulla, far finta di non aver responsabilità. Se quel ragazzo è su una strada pericolosa, un pezzettino di responsabilità è anche nostra, che nulla abbiamo fatto, magari, quando lo abbiamo visto spaccare a 12 anni, per gioco, una panchina del parco della Baronella.

Troppo semplice pensare che quando un ragazzo a scuola prende in giro un suo compagno sia un problema loro. Mia figlia, che assiste magari silente a ciò che succede, non è esente da responsabilità. Nelle situazioni di prevaricazione ci son diverse figure, Il bullo, la vittima del bullo e gli spettatori. Nel dolore che si produce in queste storie gli spettatori hanno molta più responsabilità di quanto si pensi. Ovviamente, la responsabilità di mia figlia diventerà anche e per un pezzo, affar mio.

Cosa fare allora da genitori?

Permettiamo ai ragazzi di incontrare altri adulti, mandiamolo agli scout, a far sport, dal maestro di batteria e chiediamo agli adulti che incontrano i nostri figli di non delegare la loro responsabilità. Chiediamo agli insegnanti di tenere un pezzo della responsabilità educativa e non di far solo didattica. Chiediamo agli allenatori di insegnare a star insieme, a perdere, a rispettar le regole e non solo a giocare a calcio. Chiediamo ai nostri anziani di arrabbiarsi con i ragazzi che rovinano il bene pubblico, chiediamo ai cittadini di prendersi ognuno il proprio pezzo di responsabilità sui nostri figli, perché: Nessuno si salva da solo.

Cosa vi chiedo io, per le mie figlie. Vi chiedo, quando le incontrerete in paese, di far quello che avreste fatto con i vostri figli. Poi se non sarà per me, la scelta migliore ne parleremo, tra adulti, provando a capire come tenere insieme il mio pensiero di educazione e il vostro. Nel frattempo, però, le mie figlie avranno capito di non esser sole. Nemmeno quando i genitori sono assenti.

Perché la responsabilità educativa rende meno sole le persone. E’ questo che fa.

 Christian S.

* Il titolo originale di questo articolo, uscito sul numero 3 di Gaggiano Magazine, era “Nessuno si salva da solo” titolo tratto da un libro di Margaret Mazzantini del 2012. Sul blog lo trovate leggermente modificato, anche nel titolo.

Se volete l’articolo in versione A3,  ecccolo : Nessuno si salva da solo A3

CiabatteIl termine “diversamente abili“ mi è sempre piaciuto poco, mi ha dato da subito la sensazione che fosse un barbatrucco per non dire altro, per non nominare e utilizzare altre parole che son sempre risultate più ostiche. Come mi disse il mio amico Giulio, sordo dalla nascita: “Io non sono diversamente udente, io non ci sento proprio”. Da quel giorno preferisco usare il termine “persone con disabilità”, perché dà l’idea che la disabilità sia una parte della persona, non la persona stessa. Igor Salomone, consulente pedagogico e mio docente, ci esortava a non aver paura ad usare la parola handicap, o meglio portatore di handicap, perché il significato della parola richiama la responsabilità sociale. La parola handicap è presa in prestito dallo sport e significa svantaggio. In questo senso richiama la responsabilità sociale perché, se non ci sono i saliscendi sui marciapiedi, l’handicap alle persone sulla carrozzina, lo abbiamo creato anche noi, che nulla abbiamo fatto con le nostre amministrazioni perché mettessero a norma le strade, i mezzi e gli spazi pubblici. Se la leggiamo in questo modo, la parola handicap non lascia sole le persone, richiama tutti ad assumersi ruolo e relative responsabilità.

La mia sfida – In questo articolo proverò a raccontarvi alcuni dei possibili modi di fare i conti con i propri limiti anche rispetto al ruolo educativo. Mi assumerò un rischio, lo so, perché parlare di persone con disabilità è delicato, si parla delle vite degli altri e il tema dei limiti è un tema caldo per tutti i genitori. Ci voglio provare, sperando che le mie parole non risultino irrispettose, so perfettamente che fare i conti con i nostri limiti, soprattutto quando sono evidenti e immutabili, è tutt’altro che facile. Ci sono tanti genitori in giro e io li osservo spesso; in rete, nei parchi, a scuola; li osservo perché i genitori mi incuriosiscono, mi interessano le nuove modalità di stare con i figli, le modalità di parlare e di prendersi cura dei bambini. Osservo soprattutto i padri, perché da anni il paterno è una mia grande passione, anche professionale. Li osservo perché, a volte, dai loro modi e dai gesti, imparo.

Diversamente Giulio (i limiti come opportunità)

Giulio è un mio caro amico. Qualche anno fa rimasi colpito dalla modalità con cui dormiva con la figlia di pochi mesi, mentre erano entrambi ospiti a casa nostra. Giulio è un insegnante di educazione fisica che spesso viaggia solo con la figlia e in una chiacchierata mi disse: “Devo tenermela accanto la notte, altrimenti se piange non la sento”. Mi aveva sorpreso, non solo perché aveva trovato una soluzione ad un potenziale problema, ma anche perché aveva trasformato un limite in una grande opportunità, quella di stare accanto a sua figlia. Lo aveva fatto, inoltre, mandando al macero almeno un centinaio di volumi di pedagogia. Quei manuali, per intendersi, che ci insegnano che non possa esistere relazione educativa sana se il figlio dorme con i genitori. Vederli dormire assieme è stata una della scene più emozionanti a cui abbia mai avuto la fortuna di assistere. La soluzione trovata da Giulio mi aveva insegnato a guardare oltre. Un limite diventava una possibilità, si trasformava, non senza fatica ovviamente, in una bellissima opportunità. La soluzione di Giulio aveva anche provocato in me un pizzico di invidia, perché per un certo verso mi avrebbe fatto comodo essere stato obbligato a dormire accanto alle mie figlie, cosa che non ho praticamente mai fatto, se non durante le simpaticissime nottate di febbre. Giulio ha regalato a sua figlia un bellissimo spazio di condivisione e un messaggio, quello di un padre che senza alibi si occupa di sua figlia. Non c’è lavoro, non c’è scusa, non c’è handicap che tenga: io son qui con te. Altri avrebbero potuto tranquillamente delegare alla madre, usando il proprio limite per scaricare la responsabilità. Giulio no.

Diversamente Lele (i limiti come punto di partenza)

Anni dopo ho incontrato Lele, Diversamente padre anche lui. Da una parte è un padre come tanti, uno di quei padri che accompagna i figli a scuola, li veste, li coccola e li fa giocare. Dall’altra parte è un padre differente perché fa tutto questo senza una gamba che gli è stata amputata a causa di un incidente stradale. Ho avuto la fortuna di incontrarlo perché le nostre figlie sono in classe insieme. Ci siamo incontrati per discutere di barriere architettoniche e di servizi per i giovani, per scambiarci indirizzi utili per mangiare bene. Ma ci incontriamo anche perché il suo modo di rapportarsi con il suo limite davanti ai figli mi piace, anche se in alcuni casi mi crea anche un po’ di imbarazzo. Io che son qui che mi lamento per tutto e guarda lui cosa fa? Si butta in piscina con la carrozzina, gioca a hockey e lavora anche se potrebbe stare a casa. Insomma, non fa il “disabile”. Non si fa limitare dal suo handicap, in modo pubblico, davanti ai figli, in rete e senza paura, Lele vive la sua nuova vita. Lele regala ai figli uno dei più grandi insegnamenti possibili: il limite non è un punto di arrivo, non è un solo un ostacolo, può essere anche un punto da cui ripartire per impostare la propria vita. Quando lo incontro per raccontargli dell’articolo, mi dice: “Io son nato 7 anni fa, il giorno dell’incidente. Da quel giorno la mia vita è cambiata, forse in meglio”. Lo guardo negli occhi e non posso far altro che credergli. Non ci posso far nulla, il suo modo di pensare alla sua nuova vita mi ricorda tanto le parole di Alex Zanardi, ex pilota di formula uno, oggi pilota di handbike bi-amputato. Diversamente Alex parla così del suo percorso: “La vita è un percorso lungo, dal quale s’impara sempre qualche cosa, eppure siamo consapevoli che moriremo ignoranti perché non si può imparare tutto. Quanto mi è accaduto mi ha arricchito di esperienze che altrimenti avrei completamente ignorato. Certo ci sono state molte difficoltà, ma anche tante soddisfazioni e alla fine non ho alcun rimpianto per quello che mi è accaduto”. Credo che dalle parole di Alex e Lele ci sia molto da imparare.

Diversamente Roberta (i propri limiti per accompagnare gli altri)

Roberta è una madre che lotta da quando è giovane con una malattia rara. Una di quelle malattie che non finisce, con cui sei obbligata a convivere come se fossero un paio di occhiali spessi. Due figli, un marito, tanta fatica (che posso solo immaginare) e nessun apparente segno di condizionamento, perché ha fatto e fa quello che le interessa e le piace. E’ una madre che ha lavorato per anni come educatrice, in modo appassionato e intelligente e che oggi fa la formatrice, la mediatrice familiare e civile. Una professionista che accompagna gli altri dentro le loro difficoltà, nei loro drammi e conflitti, nelle loro scoperte e nei loro percorsi di crescita. Roberta è una madre che racconta della sua malattia, in pubblico e ai sui figli, usando il proprio percorso personale di confronto con i limiti perché sia utile ad altri. Lo usa con competenza, perché lo ha analizzato, spezzettato e ricomposto per usarlo nel suo lavoro oltre che nella sua vita. E’ una di quelle donne che ha fatto del proprio limite un propulsore. La sua storia e il suo modo di raccontarsi è estremamente interessante oltre che utile. Ogni tanto, quando penso a lei mi tornano in mente le parole con cui si descrive in uno degli articoli che ha pubblicato: “Non penso che la mia malattia sia un dono, tutt’altro, proprio una sfiga invece. Però oggi sono la donna che sono perché con me c’è anche lei. Mi ha permesso di vedere i limiti, negarli, odiarli, rifiutarli e poi cominciare a volerli conoscere meglio per “farci la pace” e provare ad aggirarli”. Quando leggo queste parole, mi sento più forte anche io. Eccovi un link in cui potete trovare il racconto da cui son tratte le parole che ho citato, vi consiglio di leggerlo. Lo trovate qui.

Diversamente noi (quelli che hanno imparato o impareranno)

Poi ci sono gli altri. Quelli che si son trovati ad affrontare i loro limiti ed hanno avuto la possibilità di posticipare la riflessione, che si son potuti permettere di pensarci poi o che son riusciti a non pensarci. Quelli che hanno faticato nel raccontare i propri limiti ai loro figli perché temevano che fosse un messaggio perdente, che non han trovato le parole e i tempi, quelli che si son convinti di non avere limiti o che fosse meglio non farli vedere. Quelli che ci han provato e ad un certo punto hanno scoperto che si poteva fare, che alcune cose si potevano dire e che dai propri limiti si può, non senza fatica, partire. Quelli che ad un certo punto han preso da parte i figli e han cominciato a raccontare, che lo faranno oggi, domani, tra un po’, ma lo faranno. Quelli che han trovato o troveranno, insomma, il modo e l’occasione per aiutare i propri figli a fare i conti con i loro limiti, perché han scoperto che ogni limite può trasformarsi in una possibilità, in un punto di partenza e in un percorso di apprendimento. Quelli che potremmo chiamare “diversamente” genitori senza che ci sembri un trucco linguistico per non dire altro. Con questo significato la parola diversamente, devo essere sincero, mi piace assai di più.

Christian S.

Hockey firmaUn ringraziamento particolare va a Giulio, Roberta e Lele. Perché incontrarli è stato per me molto importante. Forse più di quanto loro possano pensare.

A Marco Costanzo con cui collaboro da tempo, sia per Gaggiano On line che per Gaggiano Magazine (da cui è tratto l’articolo).

A chi mi legge. Perché per me rimane una gran cosa.

A Emaneuele Foieni e Alessandra Calzolaio per le foto.

Se vi interessa scaricare l’articolo per farlo leggere a chi non usa la rete lo potete fare qui: Diversamente genitori

 

parco2Parco. Un pomeriggio di sole. Potrebbe essere uno dei tanti parchi della provincia di Milano.

Due genitori commentano il ripristino di uno dei giochi. Nello specifico, una carrucola. Uno di quei nuovi giochi apparsi, negli ultimi tempi, nei nostri parchi.

Madre: “Hai visto, hanno rimesso a posto la carrucola”. Padre: “Eh già!… Fino a che non si farà male qualche altro bambino”. Madre: “Vero, ti ricordi iI bimbo piccolo caduto dalla carrucola?” Padre: “Si, proprio lui. Poi era anche piccolo, avrà avuto massimo 3 anni”. Madre: “Eh già, e pensa che la madre era lì, giusto ad una decina di metri”.

Il dialogo continua, si posta sulla sicurezza in generale, sul rischio e poi devia su altri argomenti. Dal mio punto di vista meno interessanti. Provo a fermarmi sui primi due temi che lo scambio propone.

Rischio e sicurezza.

La percezione della sicurezza è una cosa soggettiva, dipende da ognuno di noi. Per alcuni la sicurezza equivale al tentativo di costruire degli ambienti che possano proteggere, senza deroghe, il proprio figlio da ciò che possa far male. In questo senso, tutto ciò che può sfuggire al proprio controllo (la carrucola per esempio) diventa oggetto pericoloso e quindi da eliminare. In questo senso tutti i giochi di un parco possono risultare potenzialmente pericolosi. Dall’altalena si può cadere o dall’altalena si può esser colpiti. Da uno scivolo si può cadere o essere travolti durante una discesa. In questa visione la sicurezza è connessa con il controllo. Il controllo rischia di far rima con la negazione delle esperienze che non posso controllare totalmente e che quindi sento come pericolose. In questa direzione il rischio è che tutte le esperienze siano potenzialmente pericolose (perché incontrollabili) e che quindi il genitore si trovi nella condizione di non permettere al proprio figlio di poter crescere. Perché è attraverso le esperienze (anche quelle rischiose e pericolose) che si diventa grandi. Esistono altri possibili modi di percepire la sicurezza, ovviamente. Amo pensare che il rischio sia uno dei fattori di un’esperienza, un fattore importante, uno dei fattori ineliminabili, uno dei fattori da cui non ha senso, nessun senso provare a fuggire ma che dobbiamo affrontare, che ci piaccia o meno. In questa direzione, forse, il dovere da genitore, potrebbe essere quello di aiutare i figli ad affrontare i pericoli, dotandoli degli strumenti adatti per farlo. Nel caso specifico il dovere di un genitore, che fa salire il proprio figlio su una carrucola, sarà quello di aiutarlo ad imparare ad usarla, accompagnandolo ad acquisire le competenze necessarie per affrontare la sua nuova esperienza. In questo senso la competenza aumenta la possibilità di utilizzare il gioco e diminuisce il rischio, anche se non lo elimina del tutto, perché nessuna esperienza è priva di rischi e pericoli, nemmeno quelle che già abbiamo affrontato. In questa direzione, un genitore dovrebbe cercare di esercitare il proprio ruolo (educativo) proprio tenendo conto che nulla potrà mai eliminare, totalmente, il pericolo di cadere o essere colpito da una carrucola. E’ anche attraverso questa consapevolezza che nasce la possibilità di accompagnare i ragazzi dentro le proprie esperienze, nell’ottica di aiutarli ad imparare a salire, da soli, su quelle “pericolosissime” carrucole.

Sul ruolo e sulle responsabilità.

Rileggendo bene il dialogo con uno sguardo attento, quel “la madre era ad una decina di metri” ci può aiutare a capire alcune cose interessanti. Se sono a 10 metri da un bambino di 3 anni vicino ad una carrucola, mi prendo (io) un rischio grosso. Il problema poi non può essere la presenza della carrucola, altrimenti dovremmo eliminare le macchine, le strade, i terrazzi e così via. Come dire: se decido di lasciare libero di correre per un parco mio figlio, non posso pretendere che dal parco vengano tolte tutte le cose che potrebbero fargli male. Posso però decidere di stare ad una distanza ridotta. Posso accompagnarlo a guardarsi intorno, posso aiutarlo ad imparare ad osservare il posto in cui è. Chiedere di togliere la carrucola da un parco pubblico, per farvi capire, è come pretendere che mio figlio possa giocare a pallone senza che rischi di sbucciarsi le ginocchia. In questo senso, quando decidiamo di togliere le rotelle alla bici dei nostri figli decidiamo che siamo pronti (noi più di lui) a prenderci il rischio. Decidiamo anche che siamo pronti ad esercitare l’atra parte del nostro ruolo, quella, che per farla breve, aggiunge al desiderio di proteggerli anche il desiderio che possano viaggiare da soli. In questa connessione tra protezione e spinta verso l’esperienza, credo si giochi molto del delicato ruolo educativo attribuito ai genitori.

Il valore dell’esperienza, della libertà e delle opportunità.

Fare i genitori non è facile, lo so. Tante domande e poche risposte. Torna sempre la stessa domanda. Cosa vuol dire crescere, bene, un figlio? Significa aiutarli ad essere liberi, a scegliere e a farlo con la consapevolezza di ciò che fanno. Nelle loro esperienze devono fare i conti con gli ambienti reali che attraversano. Il rischio, invece, è che gli si costruiscano attorno esperienze artifi- ciali, in cui gli apprendimenti risultino poi poco esportabili. Come possono imparare ad affrontare la vita se non attraversando le esperienze della vita stessa? I nostri figli hanno necessità di provare, sbagliare e di cadere. Hanno anche bisogno di sentire che ciò che succede fa parte della vita e dell’esperienza, non che, le cadute, siano una strana e inaspettata interferenza su un tragitto che doveva essere lineare. Le cadute (come gli errori) non sono imperfezioni ma fan parte della vita, sono esperienza da cui a volte si può imparare molto e da cui non possiamo scappare. Facciamoli salire sulle carrucole, proviamo a far si che il nostro desiderio di proteggerli e tutelarli non tolga loro la possibilità di fare esperienza. Proviamoci e prima o poi, sarà possibile anche per noi accettare che anche la carrucola sia una buona opportunità di sperimentare il rischio, la paura ed imparare ad affrontarle.

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Le due meravigliose creature nelle foto son le mie figlie. La piccola aveva paura di salire, la sorella più grande le ha permesso di fare un’esperienza. Mi son preso un bel rischio, potevano cadere. Ho trattenuto il fiato, ma son contento di aver rischiato.

Quindi, buona carrucola a tutti.

Christian Sarno

L’articolo che avete appena letto è stato pubblicato sul numero zero di Gaggiano Magazine, in edicola ad ottobre 2015. Ci tengo a ringraziare Marco Costanzo (per le foto), ideatore e coordinatore editoriale. Senza di lui, forse, questo articolo non sarebbe mai nato. 

 Per chi volesse scaricarsi e far girare l’eritcolo in versione originale, eccovi Carrucole pericolose in pdf e in versione A3