Archivio per la categoria ‘Scuola ed Educazione’

Gentilissimo Matteo,

ho deciso di scriverle per aiutarla a capire, forse perché gli educatori e le educatrici partono sempre dal presupposto che ci sia spazio per cambiare, per fare un passo indietro e addirittura per ammettere di aver sbagliato. Per noi c’è sempre spazio per riparare, insomma, anche quando come nel suo caso, lo spazio pare non esserci. Siamo fatti così. Quasi tutti. Non ci arrendiamo all’idea che non ci sia nulla da fare. E’ una delle nostre forze.

Le scrivo perché martedì 2 maggio, durante l’intervento della polizia in Stazione Centrale a Milano, lei ha insultato gli educatori, una categoria intera di uomini e donne che fanno un lavoro delicato.

Un lavoro, capisce Matteo?

Uno di quei lavori per cui ci si prepara, si studia e poi si va a lavorare. Un lavoro serio. Non c’è nulla da ridere, insomma.

Le scrivo perché questa categoria di persone è preziosa, per tanti cittadini, famiglie, ma anche per lei, perché il lavoro educativo ha un impatto sociale e indirettamente produce un effetto anche su chi, da lontano e dal suo pulpito, lo svaluta come ha fatto lei.

Le scrivo perché il rispetto è importante, rispetto delle persone, delle competenze e dei ruoli. Il rispetto è ciò che portiamo noi alle persone che incontriamo, un rispetto che pare invece mancare altrove. Il rispetto per un lavoro delicato, difficile, mal pagato e a volte anche rischioso. Il rispetto per una categoria di professionisti che accompagna adulti e bambini dentro le loro difficoltà, nelle loro sofferenze e dentro esperienze che nessuno vorrebbe mai affrontare. Lo stesso rispetto che le è mancato martedì 2 maggio 2017.

Le scrivo perché la nostra società rimane in piedi, anche grazie al lavoro di tanti educatori ed educatrici, che aspettano il rinnovo di un contratto da 5 anni. Professionisti che continuano a far bene il loro lavoro nonostante altri  (lei compreso) in questi anni abbiano fatto poco per risolvere i problemi di un categoria intera, se non tagliare servizi e quindi opportunità di lavoro.

Le scrivo perché mentre lei girava i suoi video c’erano persone che si prendevano cura degli altri, di anziani, persone con disabilità, adolescenti all’interno dei circuiti penali, minori non accompagnati e minori maltrattati e abusati. Famiglie intere in situazioni di fragilità. Le scrivo perché lei non sa nulla di educazione professionale e perché uno dei nostri obiettivi è anche quello di informare e aiutare le persone a capire. Facciamo anche questo. Orientiamo le persone nei loro percorsi di vita. Ci proviamo, proprio come sto facendo io con lei. Poi sta ad ogni persona provare a capire, prendere e costruire la propria strada.

Come dire Matteo, io provo a spiegarle, poi se non capisce è tutta responsabilità sua.

Le scrivo senza giudicarla, perché è quello che facciamo noi. Non giudichiamo le vite degli altri, le ascoltiamo, le accogliamo e poi proviamo, insieme a cambiare direzione. Impariamo continuamente dagli incontri che facciamo e lo facciamo perché il nostro lavoro è prezioso e soprattutto delicato. Delicato proprio come il suo.

Scrivo a lei, ma potrei farlo con tanti suoi colleghi, gli stessi che nel silenzio di questi anni, han svalutato il nostro lavoro, occupandosi sempre di altre questioni. Gli stessi suoi colleghi che si sono assunti la responsabilità di produrre sul nostro sistema sociale ed educativo parecchi danni. Soprattutto in alcune regioni.

Scrivo a lei come potrei scrivere a quei cittadini che parlano del mio lavoro non sapendo nulla. Scrivo a lei perché la sua fragorosa risata di martedì è offensiva e credo che lei se ne debba assumere la responsabilità. Sarà in grado di farlo? Fino ad oggi pare di no.

Scrivo a lei soprattutto perché ha una responsabilità politica e quindi ha anche una grande responsabilità rispetto a ciò che fa e dice. In questo caso si è preso l’onere di insultare una categoria intera di professionisti e professioniste. Ci tenevo a farglielo sapere.

Il popolo che ha umiliato con quella risata è un popolo misto, religioso e laico, proveniente da differenti estrazioni sociali ed età. Persone che si sono formate, hanno letto, ascoltato e continuano a farlo. E’ un popolo eterogeneo, fatto forse anche di persone che avrebbero voluto votarla alle prossime elezioni. E’ un popolo che spero ricordi le sue parole e la sua risata.

Siamo però un popolo resiliente, abituato a prender botte e insulti. Abituati anche, aimè, a non essere riconosciuti e a lavorare sulla propria identità professionale. Ma siamo anche un popolo che non si fa umiliare facilmente. Le è andata male questa volta.

Le scrivo spinto da un desiderio individuale, non cerchi connessioni con associazioni di settore, partiti o movimenti. Le scrivo da educatore. Questo faccio e questo farò nei prossimi anni. Giusto per anticipare ogni possibile, suo e di altri, desiderio di strumentalizzare questo post. Non è un attacco politico. E’ un tentativo di aiutarla a capire che quando non si sa nulla di un argomento si possono fare due cose: informarsi e chiedere a chi ne sa, oppure si può anche decidere di tacere. Non è indispensabile, insomma, occuparsi di tutto.

Le scrivo, infine, perché il lavoro educativo è un lavoro bellissimo. E’ il mio lavoro e io non permetto che venga svalutato, né da lei né da altri.

Chiudo rimandandole un concetto che considero molto importante: gli educatori e le educatrici sono un popolo che si assume, tutti i giorni, responsabilità che lei nemmeno immagina. Un popolo che avrebbe da insegnarle, almeno sulla responsabilità, molte cose, questo glielo posso assicurare.

Christian Sarno – Educatore  Professionale.

Per chi se lo fosse perso. Ecco il video

Giornata di formazione. Gruppo di capi scout. Attenti, motivati, appassionati e disponibili a mettersi in gioco. Una giornata intera di formazione di sabato. Quasi eroici, mi verrebbe da dire.

Alzi la mano chi nel suo tempo libero si è mai piazzato in un parco a parlare di prevaricazioni, cyberbullismo e regole?

Il tema centrale sono le prevaricazioni. Porto un affondo sulle regole e sulle modalità di trattarle, tematizzarle e sui rischi connessi. La discussione si sposta sulla colpa. Facilmente. Succede nel guardare i ragazzini che si accompagnano, succede riguardando le proprie azioni. Succede che il senso di colpa schiaccia e appiattisce. Sposta tutto su desiderio di scusarsi, di pentirsi e di espiare.  E’ difficile non caderci, capita anche a me, nell’analisi della azioni che faccio. Soprattutto da padre, ma anche da professionista.

Succede perché la colpa è pervasiva, culturale, vive e si annida nel profondo. Talmente profonda da immobilizzare o da portare al desiderio di chiudere. Troppo dolore.  Meglio scusarsi e finirla qui. Fa così anche mia figlia. Quando sente che non ha voglia, né spazio per andare avanti. Chiude. Si scusa e prova ad andarsene. La sua fortuna che io non la mollo. Non la mollo perché non voglio che si senta in colpa e soprattutto perché non voglio che tagli corto quando si parla invece di responsabilità.

Ecco il punto: colpa e responsabilità. Bella coppia.

Mi accorgo che la differenza tra colpa e responsabilità non è scontata. La prima, la maledetta colpa, guarda l’individuo, nella sua interezza, parla alla pancia, alle emozioni. Parla di qualche cosa che è sbagliato, mette al centro una specie di senso di tradimento della relazione. Hai sbagliato, ti devi scusare, lo devi fare con me, perché io sono la vittima. Hai trasgredito le regole. Hai tradito anche me, proprietario delle regole. Diventa una questione personale, di rapporto. Conduce in una unica strada, ad un unico modo di uscirne; le scuse. Scusarsi, anche provando a rassicurare che non succederà più. Quante volte abbiamo sentito “non lo faccio più” uscire dalla bocca dei bambini. Promettere di non farlo più vuol dire mettersi in un’ottica pericolosa, dove l’errore viene visto sono in un’ottica di non ripetizione. Ma l’errore è anche altro. E’ prezioso per conoscersi, per imparare a tollerare le imperfezioni degli altri, per scoprire strategie di risoluzione dei problemi, per imparare che siamo esseri imperfetti e che l’errore stesso non è una deviazione della strada maestra, ma parte della strada stessa. Perchè gli errori non si evitano, si affrontano.

Dall’altra parte c’è la responsabilità. Che parla del ruolo che stai attraversando, parla di un pezzo di te, di una cosa che hai o non hai fatto. Parla dell’aver fatto. Parla di qualche cosa che ci sembra cambiabile. Trasformabile. La responsabilità parla dell’azione e le azioni si possono fare in modo differente. Parla, a differenza della colpa, di qualche cosa che ci sembra più facilmente modificabile, ci fotografa l’azione che avremmo dovuto fare, magari in altro modo. Se parliamo di responsabilità diciamo ai ragazzi che devono imparare ad assumersela, che devono rispondere di ciò che han fatto. Non gli diciamo che devono scusarsi, pentirsi, insomma. Se parliamo di responsabilità parliamo di futuro, di diventar grandi, di diventar cittadini, responsabili di una parte del modo che stiamo costruendo. Se parliamo di responsabilità non gli chiediamo di fermarsi,  ma di andare avanti. 

Christian S.

PS: Parte del merito di questo post è dei capi Scout CNGEI di Cesano Maderno che mi ha aiutato a mettere a fuoco, meglio, una questione importante e preziosa, su cui ragiono da un po’. Una tema che mi sarà utile nei prossimi tempi, come uomo, padre e professionista dell’educazione.

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Papà, a cosa servono i compiti?

Ecco come ha esordito mia figlia, appena sveglia, qualche settimana fa.

Una di quelle domande che aprono strade di spiegazione differenti, alcune sintetiche e semplici altre più complesse e che richiederebbero maggior tempo. A mia figlia, quel giorno ne ho data una molto sintetica.

Per imparare.

Ero alla prese con la vestizione di due figlie in tempi ristretti, la mia concentrazione era orientata ad evitare di produrre i soliti codini storti e gli abbinamenti estetici inguardabili. Non avevo altra possibilità.

Una domanda del genere, però, produce naturalmente altre domande, la più interessante, per me è: per imparare cosa?

Qui la strada si fa generalmente in salita soprattutto se vogliamo provare a capire veramente a cosa potrebbero servire i compiti a casa. A volerla chiudere subito, potremmo dirci che servono per imparare a fissare, ripassare, memorizzare le nozioni e informazioni apprese in classe. Guardare i compiti da questo punti di vista li riduce solo ad uno strumento connesso con ciò che si fa in classe, ed invece potrebbero diventare ben altro.

I compiti potrebbero insegnare ai nostri figli qualche cosa che la scuola, per come è strutturata, non è in grado o non ha la possibilità di fare se non in modo parziale. I compiti potrebbero insegnare ai nostri figli a far da soli. In che senso vi chiederete voi? Nel senso che fare i compiti a casa, se riusciamo a rispettare alcuni vincoli, può diventare una grande occasione per sperimentare la responsabilità di svolgere il compito in autonomia, usando e ripescando le competenze apprese durante le mattinate scolastiche.

Facile a dirsi un po’ meno a farsi, state pensando. Vero?

No, facile se riusciamo a rispettare alcuni presupposti di partenza. Ovvero: i compiti devono essere fattibili in solitudine e i genitori dovrebbero permettere ai figli di farli in autonomia.

Per far questo però, è necessario che il valore che noi diamo ai compiti risieda, soprattutto, nell’averli fatti da soli. Far da soli permette ai nostri figli e agli insegnanti di verificare a che punto si è arrivati, permette di comprendere i propri punti di forza e le proprie fragilità. Far da soli vuol dire far più fatica ma sentire poi, una volta finito il compito, di avercela fatta da soli. Questo percorso è possibile quasi esclusivamente a casa, perché a scuola c’è il compagno o l’insegnante e in qualche modo l’aiuto lo trovi. Far da soli è possibile solo se decidiamo di accettare che i quaderni possano essere pieni di errori e correzioni. Perché facendo da soli è più facile sbagliare. Far da soli è possibile, per i nostri figli, se gli adulti imparano ad orientare lo sguardo sugli apprendimenti e non sui risultati, sul percorso e non sul compito stesso. Per fare questo dobbiamo accettare che il programma scolastico non sia l’obiettivo ma lo strumento per imparare delle cose. Il programma, così pensato, assume una tripla funzione: mette in successione le lezioni, stabilisce i tempi e i modi degli apprendimenti e permette di imparare “altro”. Imparare le tabelline, in questa ottica, insegna anche a far fatica, ad essere autonomo, a sbagliare, a correggersi e così via.

Far da soli permette di imparare a rileggersi. Per poterlo fare, però, è necessario che gli adulti cambino il modo di guardare la scuola e le esperienza ad essa connesse. In questa nuova visione, il problema non sarà più se i compiti sono tanti o pochi, ma che tipo di compiti e quale valore gli viene assegnato dal punto di vista educativo.

Giusto per essere chiaro. I compiti avrebbero un valore anche se servissero solo per completare il programma, ma dovremmo poi chiederci perché ci debba essere necessità di completare, fuori dalla scuola, qualche cosa che è presidio della scuola stessa. Avrebbero un valore anche se servissero solo per fissare degli apprendimenti, ma dovremmo chiederci, nel caso in cui togliessero spazio ad altro, cosa perdono i nostri figli. Se per fare i compiti non posso andare a giocare a calcio (solo per fare un esempio), il compito impedisce un’esperienza fondamentale per imparare a stare insieme, a far fatica, a collaborare. Impedisce un’esperienza relazionale complementare all’esperienza scolastica che aiuta indirettamente, attraverso quello che insegna, anche l’esperienza scolastica stessa.

I nostri figli possono svolgere i compiti da soli se non serve l’aiuto di un adulto o addirittura di un adulto specializzato. Il compito che posso fare da solo evita inoltre di costringere i genitori a fare i conti con competenze didattiche non sempre in possesso degli adulti presenti in casa al momento dei compiti. Quelle competenze, per intenderci meglio, che spesso i genitori, anche (ma non solo) per questioni di tempo, delegano a professionisti esterni.

Se vogliamo provare ad attribuire ai compiti a casa, un valore differente, lo si può fare solo attraverso un accordo tra genitori e istituzioni scolastica. Lo si può fare se alleggeriamo tutti, genitori compresi, la pressione verso il programma per interessarci anche ad “altre” competenze da apprendere. Lo possiamo fare, in sintesi, se siamo nella condizioni di rinunciare a parte del programma per imparare a far da soligestire le sconfitte,  lavorare in gruppo,  stare insieme e imparare dai problemi che si incotrano.

Lo possiamo fare, ricordandoci che l’esperienza scolastica ha come finalità quella di produrre cittadini capaci di stare in relazione con il mondo,  capaci di differenziare i luoghi per la competizione dai luoghi per la cooperazione. Capaci di essere felici per ciò che hanno imparato e non per aver preso mezzo voto in più del compagno.

Cosa penso in conclusione? Se accetteremo la sfida e saremo in grado di cambiare il nostro modo di dar valore al percorso scolastico, valorizzeremo la scuola come una delle esperienze educative e potremo spiegare ai nostri figli che la scuola e i compiti servono per affrontare la vita e non viceversa.

Buon inizio…

Christian S.

Un ringraziamento particolare va al Professor Marco Dallari a cui devo lo spunto che mi ha permesso questa riflessione.

Il seguente articolo è uscito su Gaggiano Magazine nel mese di luglio’16. Grazie ancora a Marco Costanzo per la fiducia che mi rimanda costantemente. 

Da qualche anno son tornato a lavorare a scuola, come all’inizio della mia carriera professionale, mischiando le mie due grandi passioni Cinema ed Educazione. Da questo incontro son nati alcuni laboratori, che ho portato , negli ultimi 4 anni, in diverse scuole. In questo caso specifico, vi propongo il video fatto con la 2F della scuola Gianni Rodari di Vermezzo, lo scorso anno. Il video è stato prodotto con i ragazzi, pensato con i ragazzi, scritto con i ragazzi e ovviamente interpretato dai ragazzi. Lavorare sui pregiudizi a scuola è possibile e lo si può fare anche attraverso strumenti, metodologie e didattiche differenti. In alcuni casi è più facile di quello che sembra. Basta provarci. In altri casi basta utilizzare la scusa delle risorse mancanti ed il gioco è fatto.

Buona Visone.

Christian S.

 

Qui trovate il resto dei video. Alcuni  possono essere utilizzati per discutere di alcune tematiche. Usateli.

P1060946Ovvero : Oggi papà viene a scuola con me (parte due). La parte uno la trovate qui

19 Marzo, festa del papà. Seconda esperienza alla scuola dell’infanzia. Una giornata, che questa volta pare partire all’insegna della consapevolezza, del ” so cosa mi aspetta”, del “adesso succede che…” ed invece. Già, perché hai sempre l’idea che essendoci già stato tu possa sapere cosa ti attende. Hai sempre l’idea che alcune emozioni, avendole vissute, siano controllabili. Ma basta poco a comprendere che le cose non stanno proprio così.

Pensi di aver imparato (ed è vero). Pensi di poter prevedere. Pensi che ne uscirai felice, senza scossoni, questa volta tranquillo e senza sorprese, ma presto ti accorgi che non è così, che ogni storia, ogni figlia, ogni esperienza di paternità ti trascina in una nuova strada.

Ore 9.00

Laboratorio con mia figlia Lisa (quasi 3 anni).

Obiettivo:  costruzione di una macchinina a vento e di una girandola.

Senso della giornata: ovviamente star con mia figlia, nel suo posto, con i suoi compagni, almeno una volta all’anno.

Valore: poterla guardare dove di solito non posso. Un’occasione rara, che difendo sempre con le unghie. Una grande occasione, che le educatrici di mia figlia mi hanno regalato anche quest’anno. Una mattinata che ha reso speciale una delle tante feste a cui sono allergico. Un nuova occasione di apprendimento, come sempre sono, le mie esperienze da papà.

Coloriamo la girandola. Guardo la spiegazione, sembra facile. Mia figlia si occupa del colore e del taglio della carena della macchina, mi distraggo un secondo e al posto della carena trovo una strana forma. Ci guardiamo. Mia figlia si accorge, credo dal mio sguardo, di non aver proprio fatto ciò che io e il progetto ci attendevamo da lei.

Mi guarda con quella faccia furba e mi dice. “Vabbè, fatto pasticcio”

Io, accompagnato da uno strano vento di calma e di attenzione pedagogica (cosa che con le mie figlie non sempre mi riesce), trovo un nuovo pezzo di carta, ridisegno la carena e le ripropongo il lavoro.

Riproviamo un altro paio di volte, ma la carena è roba da specialisti. Da padri appassionati di macchine, come si vede dalla foto, da padri non come me.

Mentre Lisa trita l’ennesimo foglio di carta, io provo a costruire la girandola, con quell’attenzione fluttuante che di solito non è per nulla presupposto di un lavoro di qualità.

Prendo la girandola colorata da mia figlia: taglio, incollo, piego e oplà… girandola finita.

Io : ” Guarda Lisa” . Soffio e la girandola vola via (mi ero dimenticato di fissarla con il perno).

Mi giro, con quella strana sensazione di avere gli occhi addosso e intercetto la faccia attenta di mia figlia.

Lisa: ” Papino Pasticcione”. Uno a uno e palla al centro. 

Ore 12.oo

Finisce la mattina e mi trovo a dover ringraziare le educatrici di mia figlia, che han fatto educazione senza quasi usar parole. Ma costruendo tempo e spazio per stare e soprattutto fare insieme.

Esco da scuola  e mi trovo in macchina, con la LisaCar sul sedile. Mi  ritrovo a sorridere e a ringraziare ancora una volta di aver incontrato le mie figlie, senza cui sarei sicuramente un uomo peggiore. Senza le quali sarei un uomo molto, ma molto meno felice.

Mi trovo a pensar di aver fatto una grande cosa il 19 marzo quando non sono andato a lavoro, ho spento il cellulare e mi son seduto su quella seggiolina scomoda a far merenda con mia figlia.

Christian S.

Ringrazio Sabrina per la foto e soprattutto per l’attenzione e la cura che pone nel coordinare il gruppo di educatrici della scuola di mia figlia. Ringrazio Monia e Federica, perché il loro sguardo, la mattina, mi aiuta a lasciare serenamente mia figlia.