Archivio per dicembre, 2013

“Quando smetti di usare la fantasia il nulla ti porta via tutto” ( cit: la storia infinita )

le ali

I bambini voglio credere, anche quando scoprono che alcune cose non esistono. Hanno ragione, perché il mondo della fantasia è meraviglioso. Gli adulti ricorrono sempre meno alla fantasia, sempre più compressi verso la ricerca di ciò che si può realizzare, alla ricerca, insomma, di strategie per affrontare l’oggi. Il rischio è che le difficoltà spingano a star bassi, schiacciati, seduti ad attendere. Il rischio che corriamo è che anche potendo saltare 2 metri si metta l’asticella a 180 cm, in modo da essere sicuri del risultato. Il rischio che corriamo abbassando l’asticella è che si smetta di cercare, di provare strade “che ci sembrano” impossibili. Smettiamo di credere nella fantasia, perché quello è il mondo dell’ impossibile. Di ciò che a noi pare impossibile. I bambini invece, dato che ci credono e ci provano, alcune volte ci riescono.

Per chi fa educazione, la parola impossibile è un macigno spesso difficile da spostare. La parola impossibile rimanda a ciò che non  possiamo fare, a ciò che è inutile tentare di raggiungere. Al limite, al confine del nostro agire e presidiare.

«Fantàsia non ha confini, è il mondo della fantasìa umana. Ogni suo elemento, ogni sua creatura scaturisce dai sogni e dalle speranze dell’umanità, e quindi Fantàsia non può avere confini. Fantàsia muore perché la gente ha rinunciato a sperare e dimentica i propri sogni, così il Nulla dilaga. Il Nulla è il vuoto che ci circonda, è la disperazione che distrugge il mondo e io ho fatto in modo di aiutarlo perché è più facile dominare chi crede in niente. E questo è il modo più sicuro di conquistare il potere. Sono il servo del potere che si nasconde dietro il Nulla.» Gmork

Il mondo di ” Fantàsia” è un mondo necessario ai bambini, ma lo è anche per gli adulti, schiacciati dalla necessità di presidiare  vincoli e necessità quotidiane. Lasciarsi andare alla fantasia, ai sogni, per un adulto vuol dire progettarsi verso un futuro, al di la di ciò che la nostra mente riconosce come possibile. Provare anche a raggiungere ciò che ci “pare” impossibile.

Vista da questo prospettiva, provare a cercare l’impossibile è un rischio necessario, forse inevitabile.

In questo periodo progettare e  lanciare uno sguardo sul futuro è una necessità anche per chi lavora nei servizi educativi, anche se un futuro pare non esserci. Pro-gettare (gettare avanti), guardare oltre ciò che ci sembra possibile, oltre ciò che sarebbe ragionevole, perché la crisi si sta mangiando i servizi pezzo per pezzo e solo in questo modo si può provare a lasciare aperte alcune strade.

Mia figlia questo Natale, pur avendo scoperto che Babbo Natale non esiste, ha voluto crederci comunque. Ha scritto la lettera, lasciato latte e biscotti vicino al camino, fatto le solite 500 domande su come funziona e atteso sino al mattino del 25 con grande trepidazione per poter aprire i regali. Forse è andata così perché avevamo appena visto la storia infinita o forse perché ha ancora solo 7 anni, ma poco importa, è andata così, è stata questa la sua decisione. Una decisione che in famiglia abbiamo deciso di rispettare.

Forse io, ho delle cose da imparare da lei.

Il nulla ( “il male che affligge il mondo di Fantàsia”) si vede e si sente anche da noi.  Sta a noi provare a contrastarlo, ma qui non basta dare il nome alla principessa (come succede nella storia infinita), qui è necessario provare a rinominare il senso profondo della parola “educazione”.

Insomma…. cosa significa educare in tempo di crisi? Verso che cosa educhiamo?

Auguro a tutti voi un 2014 di grande Fantasia.

Christian S.

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Babbo-Natale-ubriaco

Ecco una foto di Babbo Natale la mattina del 26 dello scorso anno. Sfinito e distrutto per la fatica che aveva appena compiuto la notte tra il 24 e il 25 dicembre.

La scena, con grande probabilità, si ripeterà anche quest’anno. Da educatore non riesco a rimanere insensibile a certe immagini.

Il prossimo anno proviamo ad aiutarlo. Non chiediamogli nulla, altrimenti alla lunga rischia di essere un costo per qualche comunità terapeutica.

Buone feste a tutti. Christian S.

pulici

Primo scatto: una notizia.

«L’idea sembrava geniale. Aprire la curva chiusa per i cori razzisti ai piccoli tifosi. Peccato che durante Juventus-Udinese i ragazzini abbiano insultato Zeljko Brkic, portiere della squadra friulana.» (Il foglio 3 dicembre 2013).

Secondo scatto: una spiegazione.

«Marotta A.D. della Juventus “noi abbiamo voluto riempire lo stadio perché, diceva un sociologo, “il calcio senza spettatori è pari allo zero”, era impossibile vedere delle tribune vuote» (Corriere dello Sport 2 dicembre 2013)

Terzo scatto: l’opinione.

«Paolo Pulici oggi allena i giovani ragazzi della Tritium a Trezzo d’Adda ed interpellato sui giovani e del cattivo esempio dato dalle famiglie: “La mia squadra ideale è una squadra di orfani. Molti rovinano i figli senza nemmeno rendersene conto. Non hanno raggiunto i risultati sperati e riversano sui bambini le proprie frustrazioni. Dai, diventa ricco e famoso, così possiamo comprarci la villa”». Corriere della sera 6  Dicembre 2013

Paolino Pulici, 172 gol con la maglia del Torino, è stata una mia bandiera, una delle ultime ma questo è un altro discorso.

Qui c’è tutto un mondo: il pedagogico che passando per lo sport diventa letteratura, di più, filosofia.

La sola idea di una squadra di bambini orfani sembra la trama ideale per una fiaba, per un racconto o perché no un film.

Niente di nuovo, sia chiaro, basta pensare all’ideale greco che assegna il primato della collettività alla dimensione privata della famiglia. La responsabilità educativa è innanzi tutto della polis prima che della famiglia.

Che dire poi del riferimento allo sport. Già perché qui non si dice la prepotenza, la provocazione,  il comunitarismo educativo richiede il suo primato quando si parla di sport. Un richiamo che non può non far pensare al ginnasio, la palestra dove formare l’uomo quale membro della città. Di più richiama l’ideale educativo comunitario più autentico e spietato : quello di Sparta e i suoi cittadini soldato. Già perché se la squadra è di orfani probabilmente anche l’orizzonte di vita atteso di questi orfani si dovrà spendere all’interno della dimensione sportiva. L’esperienza sportiva è autentica non solo per crescere la disciplina, le virtù sportive e le competenze connesse ma perché è l’esperienza sportiva è paradigma stesso dell’educazione.

Più semplicemente la possibilità di educare in assenza di genitori rappresenta il sogno pedagogico di ogni educatore, finalmente libero di lavorare senza fastidiose interferenze, plasmando al meglio la materia con cui si opera.

Ma c’è molto altro

L’affermazione di Pulici infatti non è una proposta metodologica, non un programma di lavoro ma è molto meno di un auspicio, piuttosto, uno sfogo dettato dalla frustrazione di non poter esercitare la professione di allenatore nel pieno del suo significato educativo. Lo sport, il calcio, si ritrova oramai ostaggio dei più bassi istinti dei genitori dei atleti , dalle aspettative di riscatto delle ambizioni frustrate dei genitori riverse sui figli, da una passione per la disciplina sportiva alimentata quasi esclusivamente dalla ricerca del successo e della ricchezza, non dal desiderio di crescita e dall’amore per il gioco.

Allenare senza genitori di torno è anche una manifestazione di impotenza: una disperata richiesta che qualcuno si prenda carico di educare questi genitori, già che lo sport non è più in grado di insegnare loro alcunché.  Il genitore non è nemmeno il destinatario dello sfogo perché, considerato oramai come l’attore di una vicenda educativa cui si farebbe volentieri a meno.

C’è da chiedersi come agisca il genitore la rovinosa azione disturbante. Facile immaginarlo mentre trasmette ed enuncia i propri valori e le proprie ambizioni rivolto ai figli, a tavola o nel tragitto per andare alla partita, oppure mentre impreca durante la settimana contro l’allenatore colpevole di far perdere la squadra o di non tenere nella giusta considerazione le doti del figlio. Ma l’azione più incisiva ed efficace del genitore è quando impreca dagli spalti, quando mette in scena il suo peggio. Quindi proprio quando entra nella parte che gli è assegnata dal dispositivo del calcio, altrettanto costitutiva del calcio come sport: lo spettatore, il pubblico ma soprattutto il tifoso.

Infatti, su questo aspetto, Marotta ha ragione quando sostiene l’insussistenza del calcio come spettacolo in assenza di un pubblico. Chi altri sono i componenti del pubblico, nei tornei giovanili, se non tanti e tanti papà che avrebbero il compito di conformarsi alle buone maniere e ai valori dello sport ed invece spesso sovvertono anche le minime regole di buon senso.

Ecco un primo paradosso che è bene sottolineare. Se il calcio ha da dire qualcosa sul piano educativo (e non mi sentirei mai di sostenere il contrario) sia pure il calcio, si può manifestare e realizzare a pieno solo se ricompreso anche come evento di spettacolo, al pari di una piece teatrale. IL calcio è spettacolo: c’è una ribalta, gli spalti, gli spogliatoi, gli attori, i registi, le regole entro le quali le azioni che si svolgono hanno un senso, un tempo finito, una trama, financo uscieri, bigliettai e vigili del fuoco e solo se tutti assieme si funziona si ha un buon spettacolo. Il tifo stesso è parte dello spettacolo senza il quale lo sport invece che competizione offrirebbe alla vista solo noiosi e poco significativi gesti atletici.

Chi può o forse chi deve educare questi genitori? Non l’allenatore (vuoi per abdicazione vuoi per convinzione) che non li riconosce destinatari della propria azione educativa, né gli atletici figli, figuriamoci, né la Federazione del Calcio, a meno che possa pensarsi un calcio senza spettatori, appunto.

Per centrare l’affermazione di Pulici ho provato a chiedermi se vale anche per altre discipline sportive.

Ad esempio «il centometrista ideale è quello senza genitori». Come potrebbe esistere un atleta dei cento metri senza un genitore che lo aiuta ad affrontare trasferte, che lo scorazzi in giro. E quale genitore sogna successo e soldi in una disciplina dove di denaro ne gira ben poco.

Forse nel calcio questo invece potrebbe anche accadere. Nel calcio girano tanti soldi, certo più di ogni altra manifestazione sportiva almeno in Italia. Il sogno pedagogico si può realizzare più realisticamente nel calcio proprio in forza della sua rinomanza. Paradossalmente proprio quei soldi e la sua diffusione sono l’ostacolo per una autentica esperienza educativa calcistica. Già perché quel denaro si origina proprio dalla vocazione spettacolare, dalla notorietà, dalla spettacolarizzazione del gioco del calcio.

A pensarci bene l’unico senso che avrebbe il pensiero di un centometrista senza genitori sarebbe un segno di tutt’altro segno: quello del doping. E a pronunciare la frase potrebbe benissimo essere il preparatore atletico, il medico il farmacista dell’atleta. Nessun padre se sapesse cosa deve passare nel corpo del proprio centometrista accetterebbe di buon grado il rischio per la salute per raggiungere il primato sportivo.

E provando con altri sport, ancora, mi sembra che la frase funzioni poco. Ad esempio, il ciclista ideale non può essere orfano quando spesso il ciclismo è uno sport che si tramanda e si trasmette di padre in figlio

Ma è poi davvero un sogno operare in assenza di genitori. Non è semplicemente una aberrazione? Al pari di qualsiasi altra idea totalitaria. Più che sogno un incubo. L’impero del pedagogico. Nessuna esperienza può dirsi davvero educativa se non si sa confrontare con un contesto, con il mondo della vita. L’onnipotenza dell’educazione è il nodo contro il quale ogni educatore si scorna nella propria professione: l’incapacità di ritagliare il giusto ruolo all’educazione, parte di un sistema. L’incapacità di riconoscere i vincoli dello spazio entro il quale è possibile operare e della durata nel tempo di ogni azione, di obiettivo e di ogni verifica di risultato.

Di nuovo, quale esperienza educativa è possibile senza un ritorno costante al mondo della vita. Quale competenza è appresa se non è spendibile altrove.

In qualche modo e, certo, a suo modo la federazione del calcio ha provato ad affrontare un nodo della matassa e prova ad educare l’adulto negandogli la curva se non è in grado di corrispondere a semplici limiti morali ed etici. Qualche illuminato cerca di sovvertire le regole del gioco portando allo stadio i figli quale esempio per i padri, salvo poi scoprire che i padri restano sempre l’esempio dei figli.

In fondo anche l’allenatore, l’insegnante, l’educatore provano ad educare l’adulto formando i figli. Se un adulto sa ascoltare sa guardare il figlio che cresce può imparare che è possibile crescere quando si persegue la passione, la gioia e l’amore per il gioco.

Ed allora, caro Paolino, condivido questa affermazione perché rimarca il paradosso, amplifica il cortocircuito che non si può interrompere. E’ l’unico modo per attribuire a tutti il proprio pezzo di responsabilità.

Al genitore il compito si essere genitore e tifoso, cercando la migliore sintesi tra le due dimensioni.

All’allenatore il compito di proporre una esperienza sportiva agli atleti e di nominare ai genitori la posta in gioco.

Alla federazione che ha il compito di stabilire la misura dell’asticella, determinare e far rispettare le regole del gioco.

Allo Stato che ha il compito ultimo di marcare la differenza tra spettacolo – che in quanto tale è finzione, normato da leggi e regole che valgono solo all’ interno di quel contesto – e la delinquenza, l’illegalità.

Alla stampa che ha il compito di promuovere lo spettacolo senza impoverirne il contenuto con una spettacolarizzazione a tutti i costi.

Ai ragazzi il compito di farsene una ragione provando a prendere il meglio di tutta questa esperienza

Torrevecchia Pia, 15 dicembre 2013- Artigianamente ( http://artigianamente.blogspot.it/ )

Un ringraziamento ad R.C. Autore dell’articolo. Christian S.

copertina dedalo papinoSono, come dico nella presentazione del mio blog un Padre Imperfetto, mi piace definirmi padre errante, ma la sostanza è la stessa. Sono un padre che ha fatto un sacco di errori, non mi piace dirlo, ma non posso nemmeno mentire a me stesso. Mi pare di aver fatto meno errori con la mia seconda figlia e questo forse potrebbe significare che ho imparato un po’ meglio a fare il padre. Ovviamente questa è la mia idea,  saranno le mie figlie quando saranno grandi a valutare che razza di padre sono stato.

Sono un padre curioso e anche un po’ invidioso. Quando ho iniziato a fare l’educatore e successivamente il consulente pedagogico avevo sottovalutato le assonanze che il mio lavoro avrebbe avuto con la mia storia. Certo, perché occuparsi di educazione e pedagogia vuol dire fare i conti con come si è stati educati e quindi con il proprio padre, con il modelli educativi che abbiamo incontrato e soprattutto con i modelli che abbiamo amato e odiato. Significa fare i conti con la sensazione strana di dover mettere mano al proprio ” modello di padre” per poter aiutare gli altri a farlo con il proprio. E’ per questo che spesso dico che la mia ricerca, almeno una delle mi ricerche, sta nel tentativo di connettere gli apprendimenti paterni con quelli professionali. Il faticoso tentativo di non far scollare l’uomo dal professionista.

padri perfettiQuando ho incontrato il libro Padri Imperfetti (www.koipress.it) di Alessandro Curti ho avuto un sussulto di invidia: “…quel libro avrei dovuto scriverlo io, mannaggia…”. Ma per pubblicare un libro, oltre a sapere scrivere (cosa che sarebbe, nel mio caso, tutta da verificare) è necessario disporre di tempo, costanza e magari anche un’idea interessante. Io non ho avuto nessuna delle tre caratteristiche sopra elencate e quindi ho deciso di comprarlo. Mi è parso tutto più semplice.

Ho conosciuto Alessandro in rete, ma come dire, mi è piaciuto subito, ironico, dissacrante, mai sopra le righe, con un gran senso del limite e una spiccata somiglianza con il mio modo di vedere l’educazione. Uno di quei personaggi che ti viene la voglia di conoscere anche in carne ed ossa, insomma.

Come fai quindi a non comprare il suo primo romanzo. Soprattutto se parla anche di Padri-Educatori, cioè di quella categoria di uomini che si trova a fare i conti sia nella vita che nel lavoro con questioni di carattere educativo. Soprattutto se rischia, fortemente, di parlare anche di te.

Ho letto il suo libro a pezzi. Un bellissimo libro, intenso e ben scritto. Un libro che parla di come si può fare il padre, di come sia a volte faticoso, di mancanze e di competenze. Della capacità di imparare e di guardare al futuro. Dell’educazione come strumento per provare a cercare una strada che prima non avevamo visto. Un libro che parla, finalmente di cosa fa un educatore in un servizio di tutela minori. Un libro che ne parla da “un” punto di vista senza doverlo esplicitare. Un libro imperfetto, fatto di uomini e donne imperfette,  di bambini imperfetti. 

Un libro che parla di trasformazioni, dell’educazione come strumento per stare meglio e per andare oltre. Un testo che parla anche di padri che non riescono ad andare oltre, perché questa è una delle possibilità. Un racconto che narra in modo lucido di molti dei padri imperfetti che ho incontrato negli ultimi 40 anni della mia vita.

E’ un libro che parla dell’esigenza di fare i conti con le proprie imperfezioni e quindi che parla anche di me.

Grazie Alessandro, quanto mi piacerebbe incontrare “quell’Andrea” di cui parli nel libro. Ora provo a vedere se lo trovo su facebook. Sai per caso come si chiama di cognome?

Christian S.

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