Archivio per maggio, 2016

bimba orsoIntendiamoci.

Non è che non ci si possa provare, è solo praticamente impossibile oltre che doppiamente faticoso e spesso inefficace. Impossibile perché volente o nolente gli altri adulti incidono sui nostri figli. Lo fanno direttamente (insegnanti, allenatori, parenti) o indirettamente (modelli televisivi, cantanti, politici e cosi via). Insomma lo fanno e basta. Quello che potremmo fare, quindi, è provare a capire quale sia il valore che si cela dietro le azioni educative degli altri adulti sui nostri figli e le nostre figlie. Provare a capire come agevolare l’incontro con altri modelli educativi, accompagnare i ragazzi verso altri adulti, cercare spazi e esperienze che consegnino i nostri bambini all’educazione degli altri. Provare a capire, in sintesi, se vale la pena provare a non farcela da soli.

Dico spesso che educare i figli non è una funzione individuale ma una funzione sociale. Una responsabilità di tutti, non solo dei genitori. Lo è perché i figli non sono di nessuno, anche se diciamo “mia figlia o mio figlio”, i figli non sono oggetti, non si possiedono, insomma. I ragazzi, le ragazze e i loro percorsi son responsabilità della società, del paese, della comunità tutta. Lo sono sia se hanno dei genitori presenti, sia se son soli.

Ci sono diverse forme di  responsabilità educativa.

L’adozione. Scelgo di diventare genitore di un ragazzo o di una ragazza, nato in un altro posto, da un’altra madre. Me ne occupo perché ne ho bisogno io ma anche perché ne han bisogno loro. Me ne occupo perché un team di professionisti, dopo lunghi colloqui ed analisi, ha deciso che sono nelle condizioni di occuparmene.  Me ne occupo per sempre. In questi anni ho incontrato diversi genitori adottivi. Tutti, nel raccontarmi le gioie e le  fatiche del percorso di adozione, si son fatti la stessa domanda: Chissà cosa accadrebbe se la verifica che viene fatta sui genitori adottivi fosse fatta su tutti i genitori? Chissà.

Non lo sapremo mai, forse per fortuna mi vien da dire. Dico per fortuna perché, pur comprendendo la delicatezza dell’incarico di chi dà in adozione i bambini, penso che una verifica pre-adottiva sia importante ma poco indicativa. Perché? Perché si impara a far il genitore quando il bambino arriva. Perché diventare genitore è un percorso complesso, un percorso di apprendimento che inizia quando il figlio“ ti piomba in braccio” come diceva in una serata un padre adottivo. Un percorso che ha quasi nulla di teorico e molto di pratico. Alessandro Curti,  educatore ed autore del libro “Padri imperfetti”  lo descrive così:  “Perché l’arrivo di un figlio è come quando in un cartone animato, il pianoforte cade sulla testa del personaggio principale …”.

Penso che diventare genitori ti faccia sentire, oggi, anche molto solo. E qui torna l’importanza della condivisione della responsabilità.

L’adozione non è l’unica forma possibile. C’è l’affido, ovvero: mi occupo di un ragazzo o di una ragazza che potrebbe tornare in famiglia, prendendomi un pezzo, importantissimo, di responsabilità educativa in una fase della sua vita delicata e complessa. Mi prendo questa responsabilità sapendo che è parziale, anche nel tempo e che un giorno, molto probabilmente, dovremo salutarci. L’affido in questo senso è una scelta decisamente coraggiosa.

Ci sono le forme di affido temporaneo. Un esempio sono le centinaia di famiglie che da anni accolgono, per brevi periodi, i bambini di Chernobyl per permettergli di respirare aria pulita. A Milano fa quasi sorridere pensare di aver aria pulita, ma rispetto a Chernobyl ovviamente qui è come esser in alta montagna.

Adozione e affido son due forme possibili di presa in carico dei ragazzi. Non le uniche. Né migliori Né peggiori, insomma. Sono le forme che alcune famiglie hanno deciso per loro, perché le hanno sentite come sostenibili, praticabili, possibili. Perché occuparsi di un minore, in qualsiasi forma tu lo faccia, è un percorso tanto bello quanto faticoso.

Ma la responsabilità educativa viaggia parallelamente e trasversalmente alle questioni familiare. La responsabilità educativa è anche quella delle insegnanti e degli educatori. Dei capi Scout e degli allenatori. Degli anziani e dei cittadini tutti. Non solo, per intendersi, di chi fa il genitore.

Troppo facile insomma, quando un ragazzo del tuo paese finisce in carcere,  scaricare tutte le responsabilità sulla famiglia, che dovrebbe provare a “salvare il proprio figlio” da sola. Magari facendo anche i conti con i messaggi che altri adulti, i media e la società mandano direttamente o indirettamente ai ragazzi. Troppo comodo, per come la penso io, star seduti fuori dal bar a giudicar le scelte dei genitori. Facile è far finta di nulla, far finta di non aver responsabilità. Se quel ragazzo è su una strada pericolosa, un pezzettino di responsabilità è anche nostra, che nulla abbiamo fatto, magari, quando lo abbiamo visto spaccare a 12 anni, per gioco, una panchina del parco della Baronella.

Troppo semplice pensare che quando un ragazzo a scuola prende in giro un suo compagno sia un problema loro. Mia figlia, che assiste magari silente a ciò che succede, non è esente da responsabilità. Nelle situazioni di prevaricazione ci son diverse figure, Il bullo, la vittima del bullo e gli spettatori. Nel dolore che si produce in queste storie gli spettatori hanno molta più responsabilità di quanto si pensi. Ovviamente, la responsabilità di mia figlia diventerà anche e per un pezzo, affar mio.

Cosa fare allora da genitori?

Permettiamo ai ragazzi di incontrare altri adulti, mandiamolo agli scout, a far sport, dal maestro di batteria e chiediamo agli adulti che incontrano i nostri figli di non delegare la loro responsabilità. Chiediamo agli insegnanti di tenere un pezzo della responsabilità educativa e non di far solo didattica. Chiediamo agli allenatori di insegnare a star insieme, a perdere, a rispettar le regole e non solo a giocare a calcio. Chiediamo ai nostri anziani di arrabbiarsi con i ragazzi che rovinano il bene pubblico, chiediamo ai cittadini di prendersi ognuno il proprio pezzo di responsabilità sui nostri figli, perché: Nessuno si salva da solo.

Cosa vi chiedo io, per le mie figlie. Vi chiedo, quando le incontrerete in paese, di far quello che avreste fatto con i vostri figli. Poi se non sarà per me, la scelta migliore ne parleremo, tra adulti, provando a capire come tenere insieme il mio pensiero di educazione e il vostro. Nel frattempo, però, le mie figlie avranno capito di non esser sole. Nemmeno quando i genitori sono assenti.

Perché la responsabilità educativa rende meno sole le persone. E’ questo che fa.

 Christian S.

* Il titolo originale di questo articolo, uscito sul numero 3 di Gaggiano Magazine, era “Nessuno si salva da solo” titolo tratto da un libro di Margaret Mazzantini del 2012. Sul blog lo trovate leggermente modificato, anche nel titolo.

Se volete l’articolo in versione A3,  ecccolo : Nessuno si salva da solo A3

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