Archivio per la categoria ‘Contro Cultura Pedagogica’

6 dicembre 2018. Scuola per educatori professionale. Io la chiamo ancora così, son della vecchia guardia. In verità mi trovo davanti agli studenti e alle studentesse del corso di laurea per educatore professionale del Don Gnocchi. Aula bella e accogliente, un bel gruppo: 40 tra studenti e studentesse che frequentano il terzo anno del percorso di studi,  un gruppo di futuri educatori professionali, alcuni forse già in servizio.

Ho avuto spesso il privilegio di parlare del mio lavoro davanti agli studenti. Io con quel taglio sporco, meticcio, non sempre elegante. Non proprio un accademico, insomma. Ancora oggi mi chiedo cosa ci trovino gli altri di interessante nel mio modo di raccontare. Ma evidentemente c’è qualche cosa che funziona. In fondo è la stessa domanda che mi faccio quando scopro che ci son persone che leggono ciò che scrivo. E’ l’effetto di un percorso di studi zoppicante, in cui le restituzioni sulle competenze son state scarse e dove ho imparato ad affrontare soprattutto le fatiche. Le competenze le ho scovate da quando lavoro.

Mi invita Paola Eginardo, docente del corso di Metodologie dell’educazione professionale III (modulo scrittura professionale). Questa volta e per la prima volta, a parlare di scritture in rete e dei post che scrivo nei miei blog. Pare che a Paola piacciano e invita a parlare di scrittura uno che con la scrittura litiga e ha litigato da anni. Ma lei non forse non lo sa, perché ciò che vede è il risultato di un lungo lavoro di autoformazione e autocorrezione avvenuto anche attraverso l’uso del blog. Sì, perché ho imparato a scrivere, anche grazie al desiderio di raccontare agli altri (la scrittura in rete ha anche questa funzione). Perché scrivere sul blog ti espone allo sguardo di centinaia, migliaia di persone e quindi ti costringe ad avere grande cura di ciò che pubblichi. Ho riletto ogni post, centinaia di volte. Alcuni post sono ancora in bozza. Alcuni a furia di leggerli son finiti nel cestino.

Inizio il mio intervento proprio parlando del mio rapporto con la scrittura. Un rapporto ambivalente. L’ho odiata per anni, perché l’attenzione per evitare errori e orrori grammaticali mi è sempre costata una gran fatica. L’ho amata tanto nella versione moderna, perché ho trovato un modo di scrivere, il mio modo.  A quarant’anni mi ha fatto impazzire di nuovo la scrittura della tesi perché sono stato costretto a scrivere in modo più formale, attento ad uno stile che non mi appartiene. Mi emoziona invece quando mi accorgo che 15mila persone hanno letto un mio post, lo han fatto girare, condiviso, usato come se fosse loro. Mi sorprende il piacere che ho oggi di scrivere e la rabbia per non poterlo fare con costanza.

Quello che racconto è la storia di un cambiamento, io che di questo mi occupo. Un cambiamento nato dalla sfida con quella vocina interna che mi rimandava continuamente di lasciar stare, di occuparmi di altro. Quella vocina figlia, anche, di quello che alcuni insegnanti incontrati mi avevano lasciato. Una sfida iniziata invece grazie alla voce di un’altra docente, incontrata in tarda età. Una di quelle docenti che, se tieni le orecchie aperte, ti cambia la vita. Una docente che ha il nome di un fiore, come mia figlia e forse non è un caso.

Parlo di me, dei colleghi incontrati nel percorso di Snodi Pedagogici, del prezioso valore dell’incontro, avvenuto tramite la scrittura in un percorso comune che non ha nessuna storia simile in rete, soprattutto in ambito educativo. Un incontro simmetrico, alla pari e per questo doppiamente di valore. Snodi Pedagogici è un percorso di scrittura contemporanea e collettiva. Una bella storia,  insomma. Un gruppo di esperti di processi educativi che scrive partendo dallo stesso tema, che invita altri a scrivere e lo fa per un anno, tutti i mesi, raccordandosi attraverso la rete, senza essersi  mai visti. Un percorso che potrebbe essere tranquillamente il tema (o il titolo) di una tesi di una laurea in scienze della comunicazione.

Racconto di quello che abbiamo scritto e della necessità e del valore dello scrivere di educazione. Del bisogno che il nostro mondo ha di raccontare lo sguardo e le pratiche educative. Della scarna bibliografia presente che racconti “storie di educazione” in un mondo pieno, invece, di saggi e manuali di pedagogia e del bisogno di far cultura dell’educazione anche attraverso il racconto di storie, pensieri e riflessioni su ciò che gli educatori fanno tutti i giorni.

Il blog è stato, per me, anche un modo di dar valore alle pratiche e ai pensieri di altri colleghi e colleghe. Non ho scritto solo io, per fortuna, ed è stata un scelta che ho provato a conservare nel tempo.

Racconto loro di quanto sia inutile confrontare la scrittura accademica con quella dei blog, di quanto siano lontane, di quanto sia possibile trovare il proprio modo di scrivere e di quanto sia importante imparare a scrivere in ambito professionale. L’uso della scrittura non giudicante, non interpretativa, il presidio di ciò che è avvenuto tra l’educatore e gli utenti. Parliamo di quanto sia possibile, attraverso la scrittura di un post dedicato ad un uomo politico, dire alcune cose ai propri colleghi, ad una categoria intera di persone e lavoratori.

Mi piace parlare agli studenti, coordinare i tirocinanti, i ragazzi e le ragazze in servizio civile. Mi piace perché credo fortemente nel valore del passaggio di competenze e soprattutto nel rapporto tra maestro ed apprendista. Amo da sempre l’idea di poter lasciare agli altri ciò che ho imparato. In questo ambito non ho nessun richiamo competitivo. Gli incontri professionali hanno sempre avuto per me il medesimo obiettivo, lasciare e prendere competenze. Sempre.

Ci salutiamo, li ringrazio. Per me non sono quasi mai ringraziamenti formali, perché dall’esperienze che faccio, soprattutto quelle che mi piacciono, nasce sempre qualche cosa. Un post, un’idea, una riflessione o un nuovo progetto professionale. Son fatto cosi. Mentre torno a casa penso alle domane che mi han fatto e mi viene in mente un’immagine, una di quella immagini che ritorna da sempre, quella che richiama il bisogno di relazione tra chi ha attraversato un percorso professionale e chi lo deve iniziare. Il maestro e l’apprendista. Immagine perfetta per chi come me ama la Saga di Star Wars.

Mi richiama fortemente una domanda che mi è tornata in mente soprattutto durante l’approvazione della Legge 205.

Di cosa hanno bisogno degli educatori?

La mia risposta è: c’è bisogno di apprendistato. Di spazi di lavoro che permettano di dar valore all’incontro tra chi lavora da anni e i giovani educatori. Uno spazio in cui si insegni a ”fare educazione” praticandola. Spazi di passaggio delle competenze, trucchi e idee, uno spazio che valorizzi l’esperienza degli educatori che son sul campo da 25 anni e che contemporaneamente non lasci soli i giovani colleghi. Uno spazio “altro” rispetto a supervisione e formazione.

Sprecare l’opportunità di poter valorizzare gli apprendimenti e le competenze maturate dagli educatori che lavorano da anni sarebbe un sacrilegio. Non riesco a trovare un’altra parola per descriverlo.

Quello che manca, però, è la formalizzazione di uno spazio di pratica del lavoro educativo fianco a fianco. Uno spazio che restituisca ai “maestri educatori” il valore prezioso di accompagnare gli “apprendisti educatori” nel loro percorso formativo, all’inizio della loro carriera professionale, in un’ottica differente da quella che abbiamo praticato fino ad ora. In un’ottica che non lasci, a livello discrezionale alle cooperative la responsabilità di farlo o meno. Il lavoro educativo è un lavoro che, in alcuni tratti, assomiglia tanto ad un lavoro artigianale e che quindi necessità del trasferimento della “scatola” degli attrezzi di lavoro. L’apprendistato andrebbe reso obbligatorio, certificato, fuori dal fastidioso utilizzo odierno, che mi pare solo un trucco per risparmiare soldi sui contratti.

Abbiamo bisogno, passatemi la analogia cinematografica, di costruire le condizioni perché i vecchi Jedi accompagnino i giovani apprendisti ad imparare l’uso della spada, altrimenti rischiamo di farci male. Tutti. E di far male il nostro lavoro.

Sarebbe interessante, accanto alle legge 205 (quella dedicata agli educatori e ai pedagogisti), provare a dare forma ad un percorso di apprendistato formativo, magari anche selettivo, che permetta ai giovani educatori di essere accompagnati nei primi anni di carriera. Una parte integrante del percorso formativo istituzionale che dia valore e ruolo anche agli educatori senior presenti nelle cooperative e negli enti locali. Un percorso che, attraverso la formalizzazione di responsabilità e ruoli, possa essere utile anche per proteggere i giovani colleghi dall’essere gettati soli dentro i servizi e di conseguenza anche per proteggere gli utenti dei servizi.

Mi chiedo se le facoltà Universitarie che formeranno gli educatori e le educatrici avranno voglia, tempo e spazio, soprattutto ora che saranno detentrici dell’ unica formazione professionale certificata,  per strutturare un percorso formativo differente?

Christian S.

PS: Grazie di cuore a Paola Eginardo per lo sguardo ampio che pone sull’educazione professionale, anche nelle sue forme non accademiche. I suoi studenti sono fortunati, spero che lo abbiano capito.

Agli studenti che si iscrivono alle facoltà che formano gli educatori e che investono tempo e fatica per continuare a fare uno dei lavori più belli del mondo.

Alle donne con i nomi dei fiori. Preziose, più di quanto immaginano, anche per giovanotti di trent’anni.

A mia moglie. Perché senza di lei alcuni di questi post non sarebbero stati mai pubblicati. Lei sa perché.

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Non sono un estimatore della legge. Non mi piace. Chi mi conosce personalmente lo sa.

Perché?

Principalmente perché tiene ancora separati gli educatori che provengono da Medicina e i laureati in Scienze dell’Educazione. E’ una divisione che non condivido, che mi pare solo il frutto di una diatriba tra Università. E’ una divisione che non mi convince nemmeno dal punto di visto tecnico e scientifico, perché l’educazione professionale è una. Se si voleva “specializzare” maggiormente gli educatori bastava fare un terzo anno in cui poter scegliere l’area, l’utenza o il servizio su cui concentrarsi. Ma forse era troppo facile. Il testo della legge non mi convince fino in fondo perché è pieno di buchi, imperfetto, con alcune gravi lacune. Un legge che si presta a molte interpretazioni e ad alcune forme di ingiustizia. La principale forma di ingiustizia è quella che porta a scaricare, anche sui lavoratori, i costi degli errori e delle scelte dalle Università in sede di avvio dei corsi di formazione specifici. Un testo fatto, almeno apparentemente, senza conoscere a fondo il mondo dell’educazione. Un testo che colloca le funzioni di coordinamento, giusto per fare un esempio, dentro un percorso (Scienze Pedagogiche/Pedagogia) che non forma, almeno fino ad oggi, i coordinatori dei servizi educativi. Almeno non in modo specifico. Una testo che scritto così rischia, quindi, di tagliare fuori gli educatori e le educatrici dalle funzioni di coordinamento dei servizi, magari a discapito di laureati magistrali provenienti da triennali di altro tipo. Una legge che porta con sè, inoltre, un grave “dimenticanza”, visto che non prevede nessuna forma di tutela per chi coordina da anni e che dopo l’approvazione della legge, probabilmente, non lo potrà più fare.

Giusto per esser chiari, ad oggi ci sono in giro alcuni percorsi specifici (Parma, Roma, tempo fa anche Milano) per formare i coordinatori e le coordinatrici e forse sarebbe necessario fossero molti di più, ma dovremmo partire dalle reali competenze necessarie per coordinare un servizio socio educativo, non da un’idea di competenze. Se vogliamo stare su ciò che dice DDL 2443, andrebbe ricordato che la magistrale in scienze pedagogiche, nella maggior parte dei casi, forma professionisti e professioniste per ruoli di secondo livello, ma il coordinamento dei servizi, pur rientrando nelle funzioni di secondo livello, è altra cosa, insomma. Necessita di competenze specifiche assai differenti.

Il DDL 2443 (il ddl Iori) è una legge che cerca però di mettere ordine, dove ordine ad oggi non c’è. Una legge che permette di sanare, finalmente, chi da anni lavora come educatore senza una formazione accademica specifica. Una legge che traccia una linea di pensiero (quando chiede alle università di lavorare per il profilo unico) e che potrebbe essere un punto di partenza per andare nella direzione che io auspico. Se dovesse passara, il DDL 2443 cambierà sicuramente il settore dell’educazione professionale. In meglio? Io lo spero, vivamente.

Ho un rapporto distante da questa legge. Chi mi conosce lo avrà capito e magari si sarà anche chiesto il perché. E’ una legge di cui personalmente non ho mai sentito la necessità, perché da 20 anni lavoro, insieme a molti colleghi e colleghe, per far cultura educativa, dando valore allo sguardo degli educatori e delle educatrici. Dove lavoro io la legge è già arrivata, si assumono educatori per far gli educatori, i bandi son fatti così, chiedono educatori per far gli educatori e psicologi per fare gli psicologi. Gli educatori si inquadrano al livello corretto (D2), poi se qualche cooperativa fa qualche furbata, questo è un altro discorso. Dove lavoro io si fa formazione, supervisione, anche e soprattutto con taglio pedagogico. Non abbiamo aspettato il DDL 2443, abbiamo lavorato con i dirigenti e le dirigenti degli enti locali per dar valore agli sguardi multi professionali, per integrarli e differenziarli. Abbiamo costruito servizi in cui gli educatori hanno un ruolo importante, sempre di più. Dove lavoro io si fa formazione sull’identità professionale degli educatori e delle educatrici, ciclicamente, perché l’identità si trasforma continuamente. Perché un’identità esiste anche in assenza della legge, il problema è imparare a riconoscerla e nominarla.

Non mi piacciono i movimenti di alcune associazioni di categoria, più interessate a mostrarsi per raccogliere soci che a lavorare per gli interessi di chi fa educazione. Non mi piacciono perché dove lavoro io la cultura educativa l’han fatta gli educatori e le educatrici, i coordinatori, le coordinatrici, i dirigenti e le dirigenti degli enti locali e il terzo settore, senza bisogno di nessuna associazione. Non mi piace chi rappresenta 250 persone e si pone come se ne rappresentasse 200 mila. Gente che si è permessa di chiamare “abusivi” i colleghi e le colleghe che per anni han tenuto in piedi i servizi educativi quando le Università e le istituzioni ancora non si erano accorti del mondo degli educatori. Questa gente non mi rappresenta. Dove lavoro io le associazioni di categoria non si son mai viste, eppure gli educatori e le educatrici godono di grande rispetto. Prima di rappresentare “gli altri” bisognerebbe imparare a rispettarli “gli altri”. Non mi piacciono, infine, le Associazioni che sembrano Sindacati. E’ un barbatrucco troppo evidente, insomma. Non mi piace chi cerca di appropriarsi di una legge, come se fosse una proprietà individuale.

Ci sono persone, dentro le associazioni, che mi piacciono, alcune anche parecchio. Ma questo è un altro discorso. Mi piacciono questi colleghi e colleghe perché non hanno aspettato la legge. Han fatto cultura, scritto di educazione, gestito gruppi, impegnato tempo, parlato di educazione, senza aspettare il DDL 2443. Son colleghi e colleghe che sono dentro le associazioni ma non “sono” le associazioni. Colleghi e colleghe che hanno una visione critica di ciò che osservano, fuori dalle visioni ideologiche.

Non mi piace la legge ma spero sia approvata, perché in questo caso credo sia meglio una legge “imperfetta” a nessuna legge. Di solito non sono uno che si accontenta, ma in questo caso sento che sia necessario partire da qui, da questa legge, per come è fatta. Sperando, ovviamente, di poterci mettere mano in un secondo momento. Spero sia approvata anche se la mia fiducia verso i parlamentari odierni è bassa e non per una posizione ideologica o qualunquista, ma per gli effetti di ciò che vedo. Un gruppo di senatori e senatrici che ha aspettato l’ultima settimana per cercare di approvare una legge importante per una intera categoria di professionisti e professioniste. Una legge che è in Parlamento da oltre 3 anni, approvata alla camera a giugno 2016 e che arriva solo oggi in Senato, è il segno di un ritardo imbarazzante. Fidarsi in futuro di chi ha posto così poca attenzione verso una legge così importante è un atto di coraggio, di fede o di follia. Scegliete voi.

Spero che il decreto venga approvato nonostante rimangano aperte alcune domande:

  • Saremo poi capaci di cambiarla?
  • Saremo capaci di sanare la frattura tra educatori socio-sanitari e socio-educativi?
  • Saremo capaci di non cedere alle derive di  specializzazione che l’educazione professionale sta prendendo?

Mi porto dietro questi dubbi, perché ho la sensazione che l’approvazione della legge rischi di frenare ogni altro impulso. Saremo capaci di continuare a far cultura dell’educazione quando la legge sarà approvata, perché l’identità di un popolo la fa il popolo stesso, non una legge.

Come dicevo tempo fa ad un collega che stimo, da cui ho preso la foto che trovate nel post, spero che la legge sia approvata anche perché son curioso di vedere cosa avranno da dire i colleghi e le colleghe che in questi anni han parlato solo del DDL 2443; quei colleghi che ne hanno parlato usandolo spesso come alibi, raccontando che senza un riconoscimento sembrava non si potesse fare nulla, utilizzando la mancata formalizzazione della legge Iori per posticipare il loro pezzo di responsabilità nella produzione di cultura dell’educazione. Parlare solo della legge è stato un modo per scaricare la responsabilità su altro fuori da se stessi.

Spero che sia approvata perché so di essere stato anche fortunato, di essere capitato in un territorio e dentro una cooperativa che crede e ha creduto nel valore dell’educazione professionale. Spero nell’approvazione perché altri colleghi non son stati altrettanto fortunati e credo che la legge possa aiutarli ad avere una cornice dentro cui muoversi.

Spero sia approvata, anche se penso che la legge, da sola, non ci proteggerà. Non ci proteggerà se non avremo altro da dire al mondo dell’educazione, se continueremo a cercare alibi, il prossimo sarà l’albo. La legge non ci darà, da sola, il riconoscimento, soprattutto se non saremo nelle condizioni di mostrare chi siamo e quello che sappiamo fare.  La legge non ci aiuterà a lavorare meglio, forse aiuterà a lavorare. La qualità di ciò che faremo dipenderà da noi. Nel mondo educativo ciò che abbiamo imparato a scuola o in Università non basta.  La dignità del lavoro educativo la si guadagna con la qualità del lavoro. Il resto, secondo me, sono alibi.

Fatemi un piacere, approvate il DDL 2443, così magari possiamo tornare a parlare anche di altro.

Per chi avesse voglia di approfondire, sul numero 311 di Animazione sociale c’è un’intervista di Ota De Leonardis che apre alcune interessanti riflessioni in merito. Vi consiglio di leggerla.

Christian S.

rovereto

Sono stato al Convegno di Animazione Sociale sui giovani dal titolo Nuove Generazioni e altre generativitàIl 24 e 25 febbraio 2017.

Quando parti per andare in formazione hai sempre la speranza di tornare con qualche nuova scoperta. Non sempre accade.  Questo convegno invece, per me, è stato uno di quei casi. Sono tornato con un sacco di spunti, qualche dubbio e soprattutto con alcune domanda nuove, utili per ri-orientare il mio sguardo e per aiutare gli educatori con cui lavoro a metter pensieri nuovi.

Nuovi sguardi e nuove domande. Ecco come si apre e chiude il convegno: con il suggerimento, per chi si occupa di giovani in ambito socio-educativo di provare a cambiare modo di guardare, di guardarli. Cambiando, se possibile, anche le domande da porsi. Il convegno si chiude con una provocazione forte dell’attore Enrico Gentina. E’ una provocazione importante per chi come me spesso cerca di capire meglio le cose e cerca di capirli.

Cerchiamo sempre di capirli, ed invece…

“E se provassimo a pensare i giovani come supereroi? E invece “non ti capisco, non ti capisco, non ti capisco…”, ma è così necessario capirti? Sapere che ti ho capito? Interrogarmi continuamente perché tu possa sentirti capito, compreso, compresso, svelato…? E se invece mi preparassi al meglio di quello che posso essere e mi mettessi al tuo fianco? Perché noi siamo animali: se scappo tu mi rincorri, se mi abbasso tu ti abbassi, se alzo il livello tu alzi il tuo. L’invito è allora pensare a come mi pongo, a curare il nostro profilo: non quello di facebook ma quello che mettiamo in gioco nella relazione con loro, con i ragazzi.!” (E. Gentina)

A proposito di sguardi: chi organizza il convegno propone relatori dagli sguardi “altri”. Intervengono un pedagogista (Andrea Marchesi), una filosofa (Luigina Mortari), un’ antropologa (Vincenza Pellegrino), una sociologa (Ivana Pais) , un’economista (Roberta Carlini), un architetto (Stefano Boeri), un attore (Enrico Gentina) e la Compagnia del teatro Elfo Puccini. Tutti gli interventi provano a declinare il tema partendo dal proprio punto di vista. Diventa tutto molto interessante perché  fuori dalla deriva propria del mondo dell’educazione odierna. Deriva che spinge a parlar tra di noi, tra chi di quello si occupa, di quello si è formato, di quello vive e mangia. Propone uno sguardo “altro” ma che dell’educazione parla, perché l’educazione è fatta anche da altri. Fatta dagli urbanisti, che incidono sulla struttura delle nostre città, dagli artisti, che narrano dell’educazione, dalle strutture economiche e sociali che cambiano e condizionano anche le interazioni tra adulti e giovani. Mi torna fuori una domanda che da tempo gira per la mia testa.  Una domanda che mi pongo sempre più insistentemente, soprattutto da quando di educazione si occupano, soprattutto, educatori e pedagogisti.

E se fosse, invece, il caso di provare a farci aiutare a guardare l’educazione utilizzando altri sguardi? Se ci fosse il rischio che da dentro ci manchino alcune prospettive? Se stessimo rischiando di guardare il mondo dell’educazione da una prospettiva troppo parziale?

A proposito di giovani: nel pomeriggio, nei workshop, incontro i giovani e i ragazzi del progetto socialday. Un’esperienza che mette al centro il volontariato e la raccolta di fondi per progetti di cooperazione internazionale, dove al centro ci sono loro, i ragazzi. Loro valutano i progetti da finanziare, fanno il bando, si cercano il lavoro, stipulano il contratto e recuperano i soldi. Un progetto che è passato dai 1200 euro raccolti nel 2007 agli 82000 euro del 2016 e ha visto impegnati 8500 ragazzi delle scuole medie e superiori. Un progetto che entra a far parte del POF (Progetto dell’Offerta Formativa) delle scuole e che considera i ragazzi come costruttori di connessioni, come i reali protagonisti della costruzione della rete sul loro territorio. Non male dire.  Incontro l’esperienza e soprattutto incontro loro: 6 ragazzi dai 14 ai 19 anni, ragazzi che discutono con gli adulti, alla pari, senza indietreggiare o aver paura. Senza che la differenza di età e competenze li condizioni in alcun modo. Raccontano in modo chiaro, parlano di loro, ma parlano anche di noi. Quando parlano di noi ne parlano così: Silvia “noi abbiamo bisogno che gli adulti ci appoggino”. Penso a quel “appoggino” e alle parole che avrei usato io o alcuni dei miei colleghi educatori (accompagnamento, insegnamento, aiuto, …). Sento che Silvia ci propone qualche cosa di nuovo, rispetto alla posizione e alla funzione degli adulti e soprattutto degli adulti educanti. Gli adulti resistono all’immagine e alla posizione che i ragazzi ci attribuiscono. Spesso le domande sono connesse al ruolo degli adulti. In questo progetto dove sono gli insegnanti? Gli educatori?. La risposta che ci danno è che ci sono, camminano al loro fianco, ma  il ruolo centrale rimane quello dei ragazzi, che lentamente tessono la ragnatela e connettono tutto ciò che gli sta intorno. Formano loro i compagni, organizzano gli eventi, selezionano i progetti e li votano, raccolgono i soldi. Connettono le realtà del territorio (pubblico, privato e familiare) tutti intorno al progetto e intorno a loro. Io li osservo e mi accorgono che mi piace ciò che mi dicono, mette in discussione alcune cose che pratico, ma mi piace.

Se fosse arrivato il momento di cambiare prospettiva. Non gli adulti, quindi, che accompagnano i giovani all’incontro con il loro territorio, ma viceversa? Se ci facessimo condurre da loro provando a lasciargli la possibilità di indicarci quale è la strada che vogliono percorrere?

A proposito di simmetrie e asimmetrie: L’incontro con i ragazzi mi costringe a fare i conti con una questione per me preziosa che qui diventa assai spinosa. Il rapporto di asimmetria tra adulti e giovani. Il valore dell’asimmetria in educazione, oggetto principale della mia formazione, scricchiola. Vacilla ma non cade. Mi tocca reinterpretarlo. Mi tocca anche fare in conti con una richiesta, un desiderio dei giovani che mi arriva chiaramente nell’incontro con loro. Hanno voglia di far loro, di essere un nodo centrale. Ci chiedono di esserci ma in modo differente. Ci chiedono di non considerarli vuoti, stupidi, ci chiedono di rischiare insieme a loro. Ci dicono di esser pronti. Ci rimandano che sono in grado di aiutarci a guardarli. Ci ricordano, anche attraverso il sociaday, il valore delle altre esperienze di apprendimento peer to peer.

Se provassimo, almeno in alcuni casi, a pensare che l’apprendimento alla pari non sia solo un percorso “esotico”. Una specie di sottoprodotto dell’insegnamento tradizionale? Una questione di poco conto? Se provassimo a dargli lo stesso valore che gli danno loro?

A proposito di ascolto: Alla fine dell’incontro i ragazzi ci rimandano di essersi sentiti ascoltati, lo rimandano con grande felicità e stupore. “Avevamo paura di incontrarvi e invece …. “. Questa sorpresa dovrebbe interrogarci, tutti. Lo stupore ci lascia alcune domande sulle quali forse dovremmo lavorare.

Con quali occhi e con quali categorie di pensiero stiamo guardano i ragazzi? Con quanti e quali pregiudizi? E se fosse venuto il momento di smetterla di dire che noi sappiamo cosa sia meglio per loro e cominciassimo a chiederglielo?

A proposito di generatività: Se fosse il caso di provare a lasciarli generare? Magari noi ci potremmo occupare di costruire luoghi idonei per incontrarli, come diceva Enrico Gentina “prendendoci cura del nostro profilo”.

Christian Sarno

Ps: Ringrazio la Libera Compagnia di Arti e Mestieri Sociali che ha sollecitato, permesso e sostenuto questo mio momento formativo. Cosa che visti i tempi è proprio #tantaroba

IMG-20151224-WA0001Per chi fa educazione, sia naturalmente che professionalmente ci sono alcuni rischi, alcune possibili deviazioni dalla strada maestra, alcune possibilità di passare al lato oscuro, citando guerre stellari. Proverò qui ad individuarne alcune, sicuro che ve ne siano altre e altrettanto sicuro che io sia caduto, almeno una volta, in tutti i lati oscuri che proverò ad evidenziare.

Capitolo 1 : Educazione VS Manipolazione

Potrebbe essere facile stabilire il confine tra educare e manipolare, ma non lo è. Quanti, nell’atto dell’educare hanno gioito per il ripetersi di un atteggiamento, per l’obbedienza di un bambino, per l’esecuzione quasi automatica di un’azione. Quanti si sono rallegrati di un richiesta apparentemente compresa, assorbita, fatta propria. Chi di noi non ha educato nell’intenzione di trasferire proprie competenze, saperi, comportamenti, valori e agiti? Dove si situa il confine tra la manipolazione, la costruzione dell’altro a nostra immagine e somiglianza e l’educare verso la ricerca della propria strada, dei propri valori, della propria identità? Il confine è labile, una sottile linea su cui camminiamo, a volte oscillando verso il lato oscuro dell’educazione, quel tentativo di “costruire” soggetti che siano come noi, che pensino come noi e che se possibile ci assomiglino anche nelle scelte valoriali. Forse però l’educazione è soprattutto altro; è spingere a cercare il proprio, il proprio modo di pensare anche se è differente dal nostro. Siamo pronti ad accettare che l’educare possa produrre anche differenze, lontananze e addirittura separazioni? Siamo pronti ad accettare che aver contribuito a crescere figli non significhi averli costretti ad aderire ai nostri valori e alle nostre modalità di vivere? A volte non siamo pronti, perché riconoscere se stessi in chi si educa è una azione antica e seducente. Perché ci dà la sensazione di essere arrivati, che sia rimasto qualche cosa di noi nell’altro. Il passo più difficile dell’educare, quello che allontana il lato oscuro, è l’accettazione dell’educare come azione orientata verso il livello più alto possibile di indipendenza del pensiero, delle azioni e dei valori dell’altro. Il più grande successo per chi educa potrebbe essere aver contribuito a far crescere esseri in grado di scegliere consapevolmente la propria strada, anche se questa strada non è quella che avevamo immaginato per loro?

Capitolo 2 : Amore VS Arroganza.

Il secondo lato oscuro è l’arroganza del sapere, quel sapere che alcuni educatori o genitori utilizzano per schiacciare, prepotentemente, gli esseri che avrebbero l’obiettivo di far crescere. Quante volte ho incontrato questa prepotenza, in ambito professionale e nella vita. Quante volte mi son chiesto se il genitore che abusava della sua posizione dominante con il proprio figlio fosse consapevole di essere nel lato oscuro dell’educazione. Qualche volta mi è capitato di ragionarci anche con gli educatori, quando ci siamo interrogati sul potere dell’educazione professionale, su quella posizione dominante che spesso assumiamo grazie alle fragilità e difficoltà delle persona che incontriamo. Il governo e la consapevolezza  di quel potere è ciò che ci permette di non cedere al lato oscuro, a quel lato che smette di dar voce alla forza dell’aiutare per cedere alla forza del dominare. Ho la fortuna di aver incontrato pochi educatori arroganti, lo devo ammettere, ma quando li ho incrociati lo ho riconosciuti subito. L’educatore arrogante è colui che non ha più nulla da imparare, che si pone nell’incontro con le fragilità come colui che sa, come l’unica possibilità di salvezza, che porta la sua competenza non per trasferirla ma per evidenziare la sua posizione di asimmetria, di dominanza. Nei parchi si incontrano anche tanti genitori che han ceduto al lato oscuro, che governano la relazione solo utilizzando la loro posizione di potere, non accorgendosi poi che via via che i figli crescono alcune asimmetrie svaniscono, diventano inefficaci, perché i ragazzi fanno di tutto per sottrarsi alle posizioni di sottomissione, per fortuna. L’educazione è un atto d’amore, un atto che dovrebbe orientare le azioni per costruire il miglior stato di benessere possibile. Educare non è solo competenza tecnica, non si impara solo nelle Università, si impara attraverso la vita, gli incontri e soprattutto attraverso la sperimentazione diretta dell’educazione stessa. Educare, per come la vedo io, non vuol dire innamorarsi dell’altro ma provare ad innamorarsi della relazione che sto costruendo con lui, provare ad innamorarsi di ciò che quella relazione produce, di ciò che possiamo generare insieme, per me e per lui. Quando incontro educatori naturali e professionali innamorati dell’educare, mi pare sia più facile tenere lontano il lato oscuro.

Capitolo 3: Obbedire VS Disobbedire

Da qualche tempo ho come la sensazione che il mondo dell’educazione sia entrato in un strano e cupo viaggio. Un viaggio che sta conducendo gli educatori e le educatrici sempre di più verso un meccanismo di omologazione. Un viaggio in cui sento forte l’assenza di contestazione. Un movimento orientato verso l’accettazione di tutto ciò che succede, dove nulla scalfisce la traiettoria degli educatori.

Si certifica? Bene certifichiamo. Ci son bisogni individuali? Rispondiamo ai bisogni individuali. I servizi (soprattutto quelli sanitari) son pieni di burocrazie, schede, codici, tutto tempo sottratto al lavoro con e per gli utenti. Compiliamo le cartelle e se possibili facciamolo anche bene.

Gli educatori diventano così ottimi compilatori, conservatori di file e cartelle, smarrendo, anche per assenza di tempo, la capacità di stare, di ideare e di rischiare, perché se smetti di far l’educatore (perché passi il tuo tempo a compilar cartelle), smetti anche di saperlo fare. Il mondo attorno a te cambia e i tuoi strumenti, anche relazionali, diventano vecchi. Passi al alto oscuro, al lato che ti porta lontano dalla felicità, verso quella strana e sconfortante sensazione che ti fa pensare che ciò stai facendo non ha nulla a che fare con quello per cui ti sei formato.

Un collega educatore, durante il convegno #assalti al cielo, ha provato a sollecitarci tutti con una provocazione che ho sentito forte e che vi ripropongo.

…e se fosse venuto il momento di disobbedire, di non certificare, di non compilare, …”

Se fosse venuto il momento, aggiungo io, di provare a tornare ad occuparci della costruzione di opportunità, di quelle occasioni che permettono all’altro di “scartare di lato” (citando Bufalo Bill di F. De Gregori). Se fosse venuto il momento di ridurre il tempo per produrre dati che dovrebbero certificare la qualità e che invece sottraggono parte del tempo proprio alle funzione educativa?

L’educazione non sta rischiando di diventare, solo, propedeutica a risolvere problemi già emersi? Di certo, in questi tutti i servizi, non si lavora né per provare ad anticipare né per deviare e spingere verso il cambiamento. Si lavora, soprattutto, per aiutare gli altri ad adattarsi.

Se così fosse, il mondo educativo, avrebbe già ampiamente ceduto al lato oscuro della forza. Se fossi così forse servirebbe un risveglio della forza. Un ritorno alla sua funzione originale. Uno spazio in cui rivendicare la necessità di “disobbedire “, di fermarsi, di provare (e forse lo si può fare solo insieme) a sottrarsi ad alcuni compiti.

Siamo sicuri, in questa direzione, che sia così necessario avere gli educatori a scuola? (giusto per fare un esempio). Siamo sicuri che la funzione educativa, all’interno della scuola, debba essere delegata ad altri e che non sia una funzione inscindibile dall’insegnamento? Siamo pronti a lavorare perché, tra qualche anno, a scuola non vi siano più educatori ed insegnanti ma solamente docenti che utilizzano le proprie discipline per educare. Siamo disponibili a rinunciare ad una “fetta della torta”, se questo porta benessere e felicità a quel soggetto o quel sistema? Per far questo è necessario esser pronti a rinunciare alla seduzione del lato oscuro. Perché il lato oscuro da potere, questo è certo.                                   

Capitolo 4. Lo spin-off (prossimamente): Titolo VS Senza titolo Vs Diversamente titolo

Il mondo dell’educazione professionale è un posto strano, una strada professionale piena di personaggi interessanti, più lo frequento più me ne convinco. Negli ultimi anni, però, si assiste al nascere di una strana sfida intestina, una sfida tra educatori. Un vera e propria battaglia tra professionisti, che attraverso differenti percorsi professionali fanno o dovrebbero fare lo stesso lavoro. Da una parte gli educatori che da anni lavorano nei servizi (con o senza i titoli adeguati) e dall’altra il nuovi laureati (con 2 titoli che vanno in conflitto tra di loro). Tutti contro tutti, in una folle lotta all’ultimo posto di lavoro, dove la voce fuori campo sembra dire: “Ne resterà uno solo”. 

Quella voce fuori campo mi ricorda il nulla che avanzadella storia infinita, altro che lato oscuro.

Christian S.

I primi due capitoli di questo articolo erano stati già pubblicati il 17 luglio 2014 sul blog di Sylvia Baldessari “Il piccolo Doge”, il terzo è fresco fresco di giornata. Lo Spin-off, un anticipazione del capitolo 4.

Ringrazio Syliva che ha custodito i primi due capitoli nel suo blog e Massimo V. caro amico e collega. E’ anche grazie a lui se a 43 anni mi faccio, ancora, un sacco di domande. E’ grazie a lui se è nato il terzo capitolo di questa storia.

FIORI-NEI-CANNONIIl 13 novembre 2015 rimarrà per molto tempo nella mente di tutti gli europei, rimarrà nella mia, che ho tremato per la sorte di due persone care. Rimarrà nella mia testa perché una volta saputo che erano salve, mi son sentito in colpa, perché ero felice. “Come si puoi essere felice”, mi son chiesto, “non pensi agli altri?”. In quel momento non ci ho pensato, mi è bastato quello. Poi ragionandoci, mi son anche detto che in fondo è ciò che ci succede continuamente quando leggiamo le orrende notizie che i media ci narrano. Notizie che solo la lontananza può rendere sostenibili, altrimenti il dolore dei continui drammi a cui assistiamo potrebbe distruggerci.

La possibile vicinanza, non solo geografica, di alcuni dolori ci spinge invece maggiormente a cercare soluzioni, ci obbliga a scavare nelle ipotesi per cercare quelle che ci sembrano più efficaci. La vicinanza degli avvenimenti francesi e la successiva mobilitazione degli europei non va vista quindi, solo, come una questione egoistica (“il pericolo è più vicino e quindi mi muovo, protesto, mi indigno…”). E’ una reazione alla vicinanza del dolore. Più lo sentiamo vicino più ci attiviamo. Ovviamente non sempre nella direzione migliore. La vicinanza delle emozioni non è sempre di aiuto alla riflessione, la condizione, la modifica, la mette in uno stato di pressione che spesso rischia di dar luce anche a delle pessime idee. Allora ho preso tempo, anche quando una collega mi ha sollecitato a trovare le parole, perché come dice lei, chi si occupa di educazione “deve trovare delle parole per dire”, per indicare strade.  Perché una strade c’è sempre, di questo sono sicuro.

Non ho scritto nulla, fino ad ora, nessuna candela accesa, nessuna colorazione del profilo di facebook con i colori della bandiere francese, nessun commento a nessun post. Silenzio. Lo stesso silenzio di cui ho avuto bisogno per mettere a posto i pensieri che la paura aveva sparpagliato nella mente, come “metaforicamente” dopo l’esplosione di una bomba. Ho avuto paura degli effetti dell’attacco, soprattutto dopo. Paura di farmi prendere dalla sensazione di impotenza e ingovernabilità. Paura di cercare soluzioni protettive o individuali, quel tipo di protezioni che spesso rischiano di risultare inutili “case di paglia” davanti al lupo cattivo.

Monica però ha ragione, dobbiamo trovare le parole per dire. Ne abbiamo la responsabilità.

Ho cercato “le parole per dire” e le ho trovate in un percorso di formazione fatto proprio venerdì 13 novembre, poche ore prima della strage di Parigi. Il percorso, condotto dal professor prof. Gian Piero Turchi, docente di Psicologia delle Differenze Culturali e direttore del Master in Mediazione presso il Dipartimento FISPPA dell’università di Padova, mi ha permesso di rintracciare uno degli aspetti e delle responsabilità che hanno i servizi in cui lavoriamo o che gestiamo. Uno e forse il più importante degli obiettivi che anche il mio ruolo professionale mi consegna, ovvero; produrre benessere per le persone che incontriamo.

Cosa dobbiamo fare come servizio? Quale obiettivo abbiamo? Risolvere problemi? Raccogliere domande? Forse si. Forse no.

E se invece la responsabilità più importante fosse quella di produrre “interazioni” ed incontri? La produzione di interazioni e la capacità di anticipare e governare le interazioni che produciamo, in sintesi. Il governo delle interazioni e degli incontri può produrre coesione sociale, maggiore è la coesione minore la distanza tra le persone, maggiore è la coesione sociale, maggiore è il benessere, minori o più gestibili, probabilmente, i conflitti. Maggiore è il governo del processo di coesione sociale, meno il contesto tende a autoregolamentarsi.

Provo a spiegarmi meglio. Gli incontri dentro un sistema di relazioni (un paese, una città, una regione, una comunità, ecc), se non governati da altri, trovano il modo di autoregolamentarsi. Per potersi autoregolamentare le persone pescano nelle loro competenze. Aumenta quindi, soprattutto se la comunità è in uno stato di fragilità (emotivo, economico o sociale) , la possibilità che per farlo si possa cedere alla legge del più forte, che dice:“Se non sappiamo, possiamo o riusciamo a stare insieme, allora che vinca il più forte.”

Questo vale sempre, non solo nell’incontro tra culture lontane, per intenderci.

Se la guardiamo da quest’angolazione forse una strada possibile è rintracciabile. Se lavoriamo, come educatori, sul processo di coesione (e non solo di integrazione) aiutiamo le comunità a costruirsi in un’identità condivisa, aiutandola a tenere insieme anche le identità individuali. Aiutando, in sintesi, la comunità ad imparare a stare insieme, la aiutiamo ad avere più strumenti per incontrarsi e quindi per star meglio.

Vista così, il problema, quindi, non è se ci piace o meno integrare, accogliere, ma come lo facciamo, come governiamo l’incontro tra culture, persone, religioni e modi di intendere il mondo. Il problema, in sintesi, non è se il modo di vivere dei Rom (giusto per fare un esempio sempre di moda) ci piaccia o meno, il problema è che se lasciamo che le comunità si incontrino senza che nessuno governi il processo di incontro, il rischio è che le persone lo gestiscano con le competenze che hanno, magari anche cedendo a questioni emotive, alle paure, al desiderio di difendersi o di mostrarsi più forti. E come raccontavo sopra, la paura non aiuta per nulla ad incontrare gli altri. Il problema, in sintesi, non è se ci piace o meno l’idea che altri preghino un dio differente o vivano tradizioni differenti dalle nostre, il problema è che se non impariamo a governare questi incontri ciò che è avvenuto a Parigi avverrà ancora, in altri modi, in altri luoghi, ma avverrà.

Perché l’esempio di Parigi è differente da altri, dall’attentato nell’albergo in Mali o dai missili turchi sull’aereo russo? Perché ci racconta di giovani attentatori cresciuti in Francia, che probabilmente son stati seduti a scuola con alcuni dei ragazzi uccisi al Bataclan. Giovani che quando hanno aperto il fuoco non han sentito nessuna vicinanza, nessun senso di appartenenza, nessuna identità comune e quindi, probabilmente, nessun rimorso.

In questo senso, rispondendo a Monica. Ecco cosa dovrebbero fare gli educatori e i servizi educativi: Governare le relazioni e gli incontri, produrre coesione sociale, produrre regole che aiutino le persone a stare insieme.

Cosa dovrebbero fare i cittadini e il mondo dell’educazione professionale quindi? Chiedere meno risorse per interventi individuali, e molti di più per lavorare sulla coesione sociale, sulle comunità e sul governo dei processi di incontro.

La domanda diventa quindi: ne abbiamo il coraggio, la forza e la voglia?. Forse solo se ci crediamo veramente. Altrimenti, come spesso ci capita, invece di provare a lavorare in anticipo, lavoriamo sui cocci rotti, tanto siamo ormai diventati degli esperti. Ed allora l’educazione professionale continuerà a lavorare soprattutto accompagnando le persone, dopo che le cose saranno già avvenute, dopo che la bomba sarà già scoppiata, il proiettile arrivato e il dramma consumato.

Vi siete mai chiesti quante risorse di comuni, regioni e stato finiscono in coesione sociale?

La risposta è semplice: Un numero molto vicino allo zero.

Buona coesione a tutti.

Christian S.

ps: Il merito di questo articolo lo devo dividere con Monica Cristina Massola, che ringrazio. Senza la sua sollecitazione, forse, questo articolo non esisterebbe.