Archivio per la categoria ‘Contro Cultura Pedagogica’

rovereto

Sono stato al Convegno di Animazione Sociale sui giovani dal titolo Nuove Generazioni e altre generativitàIl 24 e 25 febbraio 2017.

Quando parti per andare in formazione hai sempre la speranza di tornare con qualche nuova scoperta. Non sempre accade.  Questo convegno invece, per me, è stato uno di quei casi. Sono tornato con un sacco di spunti, qualche dubbio e soprattutto con alcune domanda nuove, utili per ri-orientare il mio sguardo e per aiutare gli educatori con cui lavoro a metter pensieri nuovi.

Nuovi sguardi e nuove domande. Ecco come si apre e chiude il convegno: con il suggerimento, per chi si occupa di giovani in ambito socio-educativo di provare a cambiare modo di guardare, di guardarli. Cambiando, se possibile, anche le domande da porsi. Il convegno si chiude con una provocazione forte dell’attore Enrico Gentina. E’ una provocazione importante per chi come me spesso cerca di capire meglio le cose e cerca di capirli.

Cerchiamo sempre di capirli, ed invece…

“E se provassimo a pensare i giovani come supereroi? E invece “non ti capisco, non ti capisco, non ti capisco…”, ma è così necessario capirti? Sapere che ti ho capito? Interrogarmi continuamente perché tu possa sentirti capito, compreso, compresso, svelato…? E se invece mi preparassi al meglio di quello che posso essere e mi mettessi al tuo fianco? Perché noi siamo animali: se scappo tu mi rincorri, se mi abbasso tu ti abbassi, se alzo il livello tu alzi il tuo. L’invito è allora pensare a come mi pongo, a curare il nostro profilo: non quello di facebook ma quello che mettiamo in gioco nella relazione con loro, con i ragazzi.!” (E. Gentina)

A proposito di sguardi: chi organizza il convegno propone relatori dagli sguardi “altri”. Intervengono un pedagogista (Andrea Marchesi), una filosofa (Luigina Mortari), un’ antropologa (Vincenza Pellegrino), una sociologa (Ivana Pais) , un’economista (Roberta Carlini), un architetto (Stefano Boeri), un attore (Enrico Gentina) e la Compagnia del teatro Elfo Puccini. Tutti gli interventi provano a declinare il tema partendo dal proprio punto di vista. Diventa tutto molto interessante perché  fuori dalla deriva propria del mondo dell’educazione odierna. Deriva che spinge a parlar tra di noi, tra chi di quello si occupa, di quello si è formato, di quello vive e mangia. Propone uno sguardo “altro” ma che dell’educazione parla, perché l’educazione è fatta anche da altri. Fatta dagli urbanisti, che incidono sulla struttura delle nostre città, dagli artisti, che narrano dell’educazione, dalle strutture economiche e sociali che cambiano e condizionano anche le interazioni tra adulti e giovani. Mi torna fuori una domanda che da tempo gira per la mia testa.  Una domanda che mi pongo sempre più insistentemente, soprattutto da quando di educazione si occupano, soprattutto, educatori e pedagogisti.

E se fosse, invece, il caso di provare a farci aiutare a guardare l’educazione utilizzando altri sguardi? Se ci fosse il rischio che da dentro ci manchino alcune prospettive? Se stessimo rischiando di guardare il mondo dell’educazione da una prospettiva troppo parziale?

A proposito di giovani: nel pomeriggio, nei workshop, incontro i giovani e i ragazzi del progetto socialday. Un’esperienza che mette al centro il volontariato e la raccolta di fondi per progetti di cooperazione internazionale, dove al centro ci sono loro, i ragazzi. Loro valutano i progetti da finanziare, fanno il bando, si cercano il lavoro, stipulano il contratto e recuperano i soldi. Un progetto che è passato dai 1200 euro raccolti nel 2007 agli 82000 euro del 2016 e ha visto impegnati 8500 ragazzi delle scuole medie e superiori. Un progetto che entra a far parte del POF (Progetto dell’Offerta Formativa) delle scuole e che considera i ragazzi come costruttori di connessioni, come i reali protagonisti della costruzione della rete sul loro territorio. Non male dire.  Incontro l’esperienza e soprattutto incontro loro: 6 ragazzi dai 14 ai 19 anni, ragazzi che discutono con gli adulti, alla pari, senza indietreggiare o aver paura. Senza che la differenza di età e competenze li condizioni in alcun modo. Raccontano in modo chiaro, parlano di loro, ma parlano anche di noi. Quando parlano di noi ne parlano così: Silvia “noi abbiamo bisogno che gli adulti ci appoggino”. Penso a quel “appoggino” e alle parole che avrei usato io o alcuni dei miei colleghi educatori (accompagnamento, insegnamento, aiuto, …). Sento che Silvia ci propone qualche cosa di nuovo, rispetto alla posizione e alla funzione degli adulti e soprattutto degli adulti educanti. Gli adulti resistono all’immagine e alla posizione che i ragazzi ci attribuiscono. Spesso le domande sono connesse al ruolo degli adulti. In questo progetto dove sono gli insegnanti? Gli educatori?. La risposta che ci danno è che ci sono, camminano al loro fianco, ma  il ruolo centrale rimane quello dei ragazzi, che lentamente tessono la ragnatela e connettono tutto ciò che gli sta intorno. Formano loro i compagni, organizzano gli eventi, selezionano i progetti e li votano, raccolgono i soldi. Connettono le realtà del territorio (pubblico, privato e familiare) tutti intorno al progetto e intorno a loro. Io li osservo e mi accorgono che mi piace ciò che mi dicono, mette in discussione alcune cose che pratico, ma mi piace.

Se fosse arrivato il momento di cambiare prospettiva. Non gli adulti, quindi, che accompagnano i giovani all’incontro con il loro territorio, ma viceversa? Se ci facessimo condurre da loro provando a lasciargli la possibilità di indicarci quale è la strada che vogliono percorrere?

A proposito di simmetrie e asimmetrie: L’incontro con i ragazzi mi costringe a fare i conti con una questione per me preziosa che qui diventa assai spinosa. Il rapporto di asimmetria tra adulti e giovani. Il valore dell’asimmetria in educazione, oggetto principale della mia formazione, scricchiola. Vacilla ma non cade. Mi tocca reinterpretarlo. Mi tocca anche fare in conti con una richiesta, un desiderio dei giovani che mi arriva chiaramente nell’incontro con loro. Hanno voglia di far loro, di essere un nodo centrale. Ci chiedono di esserci ma in modo differente. Ci chiedono di non considerarli vuoti, stupidi, ci chiedono di rischiare insieme a loro. Ci dicono di esser pronti. Ci rimandano che sono in grado di aiutarci a guardarli. Ci ricordano, anche attraverso il sociaday, il valore delle altre esperienze di apprendimento peer to peer.

Se provassimo, almeno in alcuni casi, a pensare che l’apprendimento alla pari non sia solo un percorso “esotico”. Una specie di sottoprodotto dell’insegnamento tradizionale? Una questione di poco conto? Se provassimo a dargli lo stesso valore che gli danno loro?

A proposito di ascolto: Alla fine dell’incontro i ragazzi ci rimandano di essersi sentiti ascoltati, lo rimandano con grande felicità e stupore. “Avevamo paura di incontrarvi e invece …. “. Questa sorpresa dovrebbe interrogarci, tutti. Lo stupore ci lascia alcune domande sulle quali forse dovremmo lavorare.

Con quali occhi e con quali categorie di pensiero stiamo guardano i ragazzi? Con quanti e quali pregiudizi? E se fosse venuto il momento di smetterla di dire che noi sappiamo cosa sia meglio per loro e cominciassimo a chiederglielo?

A proposito di generatività: Se fosse il caso di provare a lasciarli generare? Magari noi ci potremmo occupare di costruire luoghi idonei per incontrarli, come diceva Enrico Gentina “prendendoci cura del nostro profilo”.

Christian Sarno

Ps: Ringrazio la Libera Compagnia di Arti e Mestieri Sociali che ha sollecitato, permesso e sostenuto questo mio momento formativo. Cosa che visti i tempi è proprio #tantaroba

Annunci

IMG-20151224-WA0001Per chi fa educazione, sia naturalmente che professionalmente ci sono alcuni rischi, alcune possibili deviazioni dalla strada maestra, alcune possibilità di passare al lato oscuro, citando guerre stellari. Proverò qui ad individuarne alcune, sicuro che ve ne siano altre e altrettanto sicuro che io sia caduto, almeno una volta, in tutti i lati oscuri che proverò ad evidenziare.

Capitolo 1 : Educazione VS Manipolazione

Potrebbe essere facile stabilire il confine tra educare e manipolare, ma non lo è. Quanti, nell’atto dell’educare hanno gioito per il ripetersi di un atteggiamento, per l’obbedienza di un bambino, per l’esecuzione quasi automatica di un’azione. Quanti si sono rallegrati di un richiesta apparentemente compresa, assorbita, fatta propria. Chi di noi non ha educato nell’intenzione di trasferire proprie competenze, saperi, comportamenti, valori e agiti? Dove si situa il confine tra la manipolazione, la costruzione dell’altro a nostra immagine e somiglianza e l’educare verso la ricerca della propria strada, dei propri valori, della propria identità? Il confine è labile, una sottile linea su cui camminiamo, a volte oscillando verso il lato oscuro dell’educazione, quel tentativo di “costruire” soggetti che siano come noi, che pensino come noi e che se possibile ci assomiglino anche nelle scelte valoriali. Forse però l’educazione è soprattutto altro; è spingere a cercare il proprio, il proprio modo di pensare anche se è differente dal nostro. Siamo pronti ad accettare che l’educare possa produrre anche differenze, lontananze e addirittura separazioni? Siamo pronti ad accettare che aver contribuito a crescere figli non significhi averli costretti ad aderire ai nostri valori e alle nostre modalità di vivere? A volte non siamo pronti, perché riconoscere se stessi in chi si educa è una azione antica e seducente. Perché ci dà la sensazione di essere arrivati, che sia rimasto qualche cosa di noi nell’altro. Il passo più difficile dell’educare, quello che allontana il lato oscuro, è l’accettazione dell’educare come azione orientata verso il livello più alto possibile di indipendenza del pensiero, delle azioni e dei valori dell’altro. Il più grande successo per chi educa potrebbe essere aver contribuito a far crescere esseri in grado di scegliere consapevolmente la propria strada, anche se questa strada non è quella che avevamo immaginato per loro?

Capitolo 2 : Amore VS Arroganza.

Il secondo lato oscuro è l’arroganza del sapere, quel sapere che alcuni educatori o genitori utilizzano per schiacciare, prepotentemente, gli esseri che avrebbero l’obiettivo di far crescere. Quante volte ho incontrato questa prepotenza, in ambito professionale e nella vita. Quante volte mi son chiesto se il genitore che abusava della sua posizione dominante con il proprio figlio fosse consapevole di essere nel lato oscuro dell’educazione. Qualche volta mi è capitato di ragionarci anche con gli educatori, quando ci siamo interrogati sul potere dell’educazione professionale, su quella posizione dominante che spesso assumiamo grazie alle fragilità e difficoltà delle persona che incontriamo. Il governo e la consapevolezza  di quel potere è ciò che ci permette di non cedere al lato oscuro, a quel lato che smette di dar voce alla forza dell’aiutare per cedere alla forza del dominare. Ho la fortuna di aver incontrato pochi educatori arroganti, lo devo ammettere, ma quando li ho incrociati lo ho riconosciuti subito. L’educatore arrogante è colui che non ha più nulla da imparare, che si pone nell’incontro con le fragilità come colui che sa, come l’unica possibilità di salvezza, che porta la sua competenza non per trasferirla ma per evidenziare la sua posizione di asimmetria, di dominanza. Nei parchi si incontrano anche tanti genitori che han ceduto al lato oscuro, che governano la relazione solo utilizzando la loro posizione di potere, non accorgendosi poi che via via che i figli crescono alcune asimmetrie svaniscono, diventano inefficaci, perché i ragazzi fanno di tutto per sottrarsi alle posizioni di sottomissione, per fortuna. L’educazione è un atto d’amore, un atto che dovrebbe orientare le azioni per costruire il miglior stato di benessere possibile. Educare non è solo competenza tecnica, non si impara solo nelle Università, si impara attraverso la vita, gli incontri e soprattutto attraverso la sperimentazione diretta dell’educazione stessa. Educare, per come la vedo io, non vuol dire innamorarsi dell’altro ma provare ad innamorarsi della relazione che sto costruendo con lui, provare ad innamorarsi di ciò che quella relazione produce, di ciò che possiamo generare insieme, per me e per lui. Quando incontro educatori naturali e professionali innamorati dell’educare, mi pare sia più facile tenere lontano il lato oscuro.

Capitolo 3: Obbedire VS Disobbedire

Da qualche tempo ho come la sensazione che il mondo dell’educazione sia entrato in un strano e cupo viaggio. Un viaggio che sta conducendo gli educatori e le educatrici sempre di più verso un meccanismo di omologazione. Un viaggio in cui sento forte l’assenza di contestazione. Un movimento orientato verso l’accettazione di tutto ciò che succede, dove nulla scalfisce la traiettoria degli educatori.

Si certifica? Bene certifichiamo. Ci son bisogni individuali? Rispondiamo ai bisogni individuali. I servizi (soprattutto quelli sanitari) son pieni di burocrazie, schede, codici, tutto tempo sottratto al lavoro con e per gli utenti. Compiliamo le cartelle e se possibili facciamolo anche bene.

Gli educatori diventano così ottimi compilatori, conservatori di file e cartelle, smarrendo, anche per assenza di tempo, la capacità di stare, di ideare e di rischiare, perché se smetti di far l’educatore (perché passi il tuo tempo a compilar cartelle), smetti anche di saperlo fare. Il mondo attorno a te cambia e i tuoi strumenti, anche relazionali, diventano vecchi. Passi al alto oscuro, al lato che ti porta lontano dalla felicità, verso quella strana e sconfortante sensazione che ti fa pensare che ciò stai facendo non ha nulla a che fare con quello per cui ti sei formato.

Un collega educatore, durante il convegno #assalti al cielo, ha provato a sollecitarci tutti con una provocazione che ho sentito forte e che vi ripropongo.

…e se fosse venuto il momento di disobbedire, di non certificare, di non compilare, …”

Se fosse venuto il momento, aggiungo io, di provare a tornare ad occuparci della costruzione di opportunità, di quelle occasioni che permettono all’altro di “scartare di lato” (citando Bufalo Bill di F. De Gregori). Se fosse venuto il momento di ridurre il tempo per produrre dati che dovrebbero certificare la qualità e che invece sottraggono parte del tempo proprio alle funzione educativa?

L’educazione non sta rischiando di diventare, solo, propedeutica a risolvere problemi già emersi? Di certo, in questi tutti i servizi, non si lavora né per provare ad anticipare né per deviare e spingere verso il cambiamento. Si lavora, soprattutto, per aiutare gli altri ad adattarsi.

Se così fosse, il mondo educativo, avrebbe già ampiamente ceduto al lato oscuro della forza. Se fossi così forse servirebbe un risveglio della forza. Un ritorno alla sua funzione originale. Uno spazio in cui rivendicare la necessità di “disobbedire “, di fermarsi, di provare (e forse lo si può fare solo insieme) a sottrarsi ad alcuni compiti.

Siamo sicuri, in questa direzione, che sia così necessario avere gli educatori a scuola? (giusto per fare un esempio). Siamo sicuri che la funzione educativa, all’interno della scuola, debba essere delegata ad altri e che non sia una funzione inscindibile dall’insegnamento? Siamo pronti a lavorare perché, tra qualche anno, a scuola non vi siano più educatori ed insegnanti ma solamente docenti che utilizzano le proprie discipline per educare. Siamo disponibili a rinunciare ad una “fetta della torta”, se questo porta benessere e felicità a quel soggetto o quel sistema? Per far questo è necessario esser pronti a rinunciare alla seduzione del lato oscuro. Perché il lato oscuro da potere, questo è certo.                                   

Capitolo 4. Lo spin-off (prossimamente): Titolo VS Senza titolo Vs Diversamente titolo

Il mondo dell’educazione professionale è un posto strano, una strada professionale piena di personaggi interessanti, più lo frequento più me ne convinco. Negli ultimi anni, però, si assiste al nascere di una strana sfida intestina, una sfida tra educatori. Un vera e propria battaglia tra professionisti, che attraverso differenti percorsi professionali fanno o dovrebbero fare lo stesso lavoro. Da una parte gli educatori che da anni lavorano nei servizi (con o senza i titoli adeguati) e dall’altra il nuovi laureati (con 2 titoli che vanno in conflitto tra di loro). Tutti contro tutti, in una folle lotta all’ultimo posto di lavoro, dove la voce fuori campo sembra dire: “Ne resterà uno solo”. 

Quella voce fuori campo mi ricorda il nulla che avanzadella storia infinita, altro che lato oscuro.

Christian S.

I primi due capitoli di questo articolo erano stati già pubblicati il 17 luglio 2014 sul blog di Sylvia Baldessari “Il piccolo Doge”, il terzo è fresco fresco di giornata. Lo Spin-off, un anticipazione del capitolo 4.

Ringrazio Syliva che ha custodito i primi due capitoli nel suo blog e Massimo V. caro amico e collega. E’ anche grazie a lui se a 43 anni mi faccio, ancora, un sacco di domande. E’ grazie a lui se è nato il terzo capitolo di questa storia.

FIORI-NEI-CANNONIIl 13 novembre 2015 rimarrà per molto tempo nella mente di tutti gli europei, rimarrà nella mia, che ho tremato per la sorte di due persone care. Rimarrà nella mia testa perché una volta saputo che erano salve, mi son sentito in colpa, perché ero felice. “Come si puoi essere felice”, mi son chiesto, “non pensi agli altri?”. In quel momento non ci ho pensato, mi è bastato quello. Poi ragionandoci, mi son anche detto che in fondo è ciò che ci succede continuamente quando leggiamo le orrende notizie che i media ci narrano. Notizie che solo la lontananza può rendere sostenibili, altrimenti il dolore dei continui drammi a cui assistiamo potrebbe distruggerci.

La possibile vicinanza, non solo geografica, di alcuni dolori ci spinge invece maggiormente a cercare soluzioni, ci obbliga a scavare nelle ipotesi per cercare quelle che ci sembrano più efficaci. La vicinanza degli avvenimenti francesi e la successiva mobilitazione degli europei non va vista quindi, solo, come una questione egoistica (“il pericolo è più vicino e quindi mi muovo, protesto, mi indigno…”). E’ una reazione alla vicinanza del dolore. Più lo sentiamo vicino più ci attiviamo. Ovviamente non sempre nella direzione migliore. La vicinanza delle emozioni non è sempre di aiuto alla riflessione, la condizione, la modifica, la mette in uno stato di pressione che spesso rischia di dar luce anche a delle pessime idee. Allora ho preso tempo, anche quando una collega mi ha sollecitato a trovare le parole, perché come dice lei, chi si occupa di educazione “deve trovare delle parole per dire”, per indicare strade.  Perché una strade c’è sempre, di questo sono sicuro.

Non ho scritto nulla, fino ad ora, nessuna candela accesa, nessuna colorazione del profilo di facebook con i colori della bandiere francese, nessun commento a nessun post. Silenzio. Lo stesso silenzio di cui ho avuto bisogno per mettere a posto i pensieri che la paura aveva sparpagliato nella mente, come “metaforicamente” dopo l’esplosione di una bomba. Ho avuto paura degli effetti dell’attacco, soprattutto dopo. Paura di farmi prendere dalla sensazione di impotenza e ingovernabilità. Paura di cercare soluzioni protettive o individuali, quel tipo di protezioni che spesso rischiano di risultare inutili “case di paglia” davanti al lupo cattivo.

Monica però ha ragione, dobbiamo trovare le parole per dire. Ne abbiamo la responsabilità.

Ho cercato “le parole per dire” e le ho trovate in un percorso di formazione fatto proprio venerdì 13 novembre, poche ore prima della strage di Parigi. Il percorso, condotto dal professor prof. Gian Piero Turchi, docente di Psicologia delle Differenze Culturali e direttore del Master in Mediazione presso il Dipartimento FISPPA dell’università di Padova, mi ha permesso di rintracciare uno degli aspetti e delle responsabilità che hanno i servizi in cui lavoriamo o che gestiamo. Uno e forse il più importante degli obiettivi che anche il mio ruolo professionale mi consegna, ovvero; produrre benessere per le persone che incontriamo.

Cosa dobbiamo fare come servizio? Quale obiettivo abbiamo? Risolvere problemi? Raccogliere domande? Forse si. Forse no.

E se invece la responsabilità più importante fosse quella di produrre “interazioni” ed incontri? La produzione di interazioni e la capacità di anticipare e governare le interazioni che produciamo, in sintesi. Il governo delle interazioni e degli incontri può produrre coesione sociale, maggiore è la coesione minore la distanza tra le persone, maggiore è la coesione sociale, maggiore è il benessere, minori o più gestibili, probabilmente, i conflitti. Maggiore è il governo del processo di coesione sociale, meno il contesto tende a autoregolamentarsi.

Provo a spiegarmi meglio. Gli incontri dentro un sistema di relazioni (un paese, una città, una regione, una comunità, ecc), se non governati da altri, trovano il modo di autoregolamentarsi. Per potersi autoregolamentare le persone pescano nelle loro competenze. Aumenta quindi, soprattutto se la comunità è in uno stato di fragilità (emotivo, economico o sociale) , la possibilità che per farlo si possa cedere alla legge del più forte, che dice:“Se non sappiamo, possiamo o riusciamo a stare insieme, allora che vinca il più forte.”

Questo vale sempre, non solo nell’incontro tra culture lontane, per intenderci.

Se la guardiamo da quest’angolazione forse una strada possibile è rintracciabile. Se lavoriamo, come educatori, sul processo di coesione (e non solo di integrazione) aiutiamo le comunità a costruirsi in un’identità condivisa, aiutandola a tenere insieme anche le identità individuali. Aiutando, in sintesi, la comunità ad imparare a stare insieme, la aiutiamo ad avere più strumenti per incontrarsi e quindi per star meglio.

Vista così, il problema, quindi, non è se ci piace o meno integrare, accogliere, ma come lo facciamo, come governiamo l’incontro tra culture, persone, religioni e modi di intendere il mondo. Il problema, in sintesi, non è se il modo di vivere dei Rom (giusto per fare un esempio sempre di moda) ci piaccia o meno, il problema è che se lasciamo che le comunità si incontrino senza che nessuno governi il processo di incontro, il rischio è che le persone lo gestiscano con le competenze che hanno, magari anche cedendo a questioni emotive, alle paure, al desiderio di difendersi o di mostrarsi più forti. E come raccontavo sopra, la paura non aiuta per nulla ad incontrare gli altri. Il problema, in sintesi, non è se ci piace o meno l’idea che altri preghino un dio differente o vivano tradizioni differenti dalle nostre, il problema è che se non impariamo a governare questi incontri ciò che è avvenuto a Parigi avverrà ancora, in altri modi, in altri luoghi, ma avverrà.

Perché l’esempio di Parigi è differente da altri, dall’attentato nell’albergo in Mali o dai missili turchi sull’aereo russo? Perché ci racconta di giovani attentatori cresciuti in Francia, che probabilmente son stati seduti a scuola con alcuni dei ragazzi uccisi al Bataclan. Giovani che quando hanno aperto il fuoco non han sentito nessuna vicinanza, nessun senso di appartenenza, nessuna identità comune e quindi, probabilmente, nessun rimorso.

In questo senso, rispondendo a Monica. Ecco cosa dovrebbero fare gli educatori e i servizi educativi: Governare le relazioni e gli incontri, produrre coesione sociale, produrre regole che aiutino le persone a stare insieme.

Cosa dovrebbero fare i cittadini e il mondo dell’educazione professionale quindi? Chiedere meno risorse per interventi individuali, e molti di più per lavorare sulla coesione sociale, sulle comunità e sul governo dei processi di incontro.

La domanda diventa quindi: ne abbiamo il coraggio, la forza e la voglia?. Forse solo se ci crediamo veramente. Altrimenti, come spesso ci capita, invece di provare a lavorare in anticipo, lavoriamo sui cocci rotti, tanto siamo ormai diventati degli esperti. Ed allora l’educazione professionale continuerà a lavorare soprattutto accompagnando le persone, dopo che le cose saranno già avvenute, dopo che la bomba sarà già scoppiata, il proiettile arrivato e il dramma consumato.

Vi siete mai chiesti quante risorse di comuni, regioni e stato finiscono in coesione sociale?

La risposta è semplice: Un numero molto vicino allo zero.

Buona coesione a tutti.

Christian S.

ps: Il merito di questo articolo lo devo dividere con Monica Cristina Massola, che ringrazio. Senza la sua sollecitazione, forse, questo articolo non esisterebbe.

 

LAMPSe è buio accendi la luce

14  Aforismi (Parte 1)e una riflessione ( Parte 2) a partire da alcune domande:

-“Quali sono le zone oscure dell’educazione?
-Quali elementi ci sono nell’ educazione e nella pedagogia che, se non vengono valutati, portano l‘azione educativa ad essere “pericolosa” per chi educa e chi è educato?
-Chi sono i cattivi maestri?
Oppure la pedagogia può come disciplina, citando Marguerite Yourcenar,  saper guardare nel buio con disobbedienza, ottimismo e avventatezza e scoprire strade inusitate?” by #pedagogicalert

Quali sono le zone oscure dell’educazione?

1- Ultimamente la cosa più oscura che trovo nella educazione è l’educatore.

2 – Alle volte quello che appare più prossimo e lampante, all’educatore, invece, risulta stranamente oscuro e invisibile.

3 – Il problema dell’educazione sta nel sostantivo. Dovrebbe essere solo un verbo e non un sostantivo. Non dovrebbe esistere il sostantivo educatore ma solo il verbo educare. (In ambiente anglofono, se non erro, il sostantivo educatore non esiste).

4 – Il problema dell’educazione è nato quando ne hanno fatto una professione.

 

Cosa, se non viene valutato, rende pericolosa l’educazione?

5- L’educazione è pericolosa quando la valutazione precede la verifica. Così come quando si giudica un film senza averlo guardato (mio fratello è figlio unico perché […]non ha mai criticato un film senza prima vederlo. R.Gaetano).

6 – Quando si affronta un problema educativo bisogna sempre tornare a guardare in basso, alla base, per poter lanciare lo sguardo poco oltre. Quando lo sguardo mira lontano rischiamo di non essere più nel campo educativo.

 

Cattivi maestri

7  – Un cattivo maestro è chi sottrae la fatica invece di aiutare ad affrontarla perché è il primo che quella fatica non vuole sopportarla.

8 – I cattivi maestri sono coloro che invece di voler affrontare un problema lo vogliono risolvere.

9 – I cattivi maestri sono coloro che vanno a caccia di problemi al costo di inventarseli. Ad esempio: se mio figlio non ha un problema non mi sto prendendo cura di lui.

10 – I cattivi maestri sono coloro che se non riescono ad affrontare un problema allora lo sminuiscono e non lo considerano.

11 – I cattivi maestri sono coloro che riescono solo a dire che c’è un problema. Non conoscono altre parole, quale fatica, difficoltà, ostacolo, vincolo, fuga etc.

12 – L’educatore si è costruito una identità sulla caccia al problema. Per lui se non c’è problema non c’è movimento.

 

Guardare nel buio

13- Piuttosto che pensare all’educazione come ad una fiaccola che illumina ed apre lo sguardo preferisco pensare all’utilità di una lente che metta a fuoco e circoscriva il campo.

14 – L’educatore dovrebbe sapere che la sua condizione più autentica non è la conoscenza ma il buio. Brancolare nel buio aiuta di più a percepire la necessità di cercare un aiuto più di quanto lo permetta la supposizione.

La Parte due la trovate su Artigianamente.blogspot.com

 

Ringrazio “Artigianamente” per il pezzo, perché nonostante il grande ritardo (ma nella vita la puntualità non è tutto) il suo scritto rientra senza nessun dubbio nel gruppo di post di #pedagogicAlert.

Christian S.

 

 

Sapersi scusare degli errori fatti, senza se e senza ma, è una delle competenze che apprezzo maggiormente da sempre.

Bravo Corrado Mineo che dopo aver dato dall’autistico a Renzi ha avuto almeno il buon gusto di scusarsi. Mineo pubblica una dichiarazione (che trovate dopo il video) che voglio riproporvi solo perché mi pare onesta e sincera e perché mi permette di ragionare su un tema , quello della responsabilità,  che mi sta molto a cuore.

Il video:

Le scuse di Corrado Mineo …“per prima cosa le mie scuse. Ieri sera, stanco e provato, ho detto cose che non avrei dovuto. Durante la presentazione di un libro di Civati, ho paragonato Renzi a un bambino autistico, nei confronti del quale si prova affetto e voglia di protezione ma che ti sorprende per la straordinaria capacità di risolvere un’equazione (in questo caso politica) molto complessa. Avrei dovuto tacere. Primo, perché citare a sproposito una malattia può risultare un insulto per coloro che con quella malattia convivono. Secondo, perché è sempre sbagliato mischiare politica e aspetti che investono la sfera privata. Infine, perché certe parole, separate dal contesto, diventano clave. Non avevo intenzioni aggressive né irrispettose, ma il risultato può essere stato, anzi è stato, offensivo. E per questo sento il bisogno, e ho il dovere, di chiedere scusa. ….”

Uso questa storia in modo strumentale, per fare alcune riflessione che ritengo importanti. Non sento il bisogno di dire cosa penso della battuta di Mineo, che credo si commenti da sola. 

Eccovi alcune riflessioni…

Abbiamo bisogno che si scusi anche Civati, che non si è alzato e che si scusino le persone che nel video han riso, senza accorgersi della gravità dell’affermazione di Mineo.

La capacità di accorgersi dei propri errori e di ammetterlo è uno dei più grandi insegnamenti che la politica può e deve dare.

Abbiamo bisogno di persone che si prendano le proprie responsabilità, che si sappiano posizionare, rischiare, che parlino dei loro valori… persone trasparenti, limpide e pulite. 

Abbiamo bisogno di uomini e donne con il coraggio di provare e di sbagliare, che abbiano il coraggio di alzare la mano e dire: “si, ho sbagliato”

Abbiamo bisogno di politici che si prendano il rischio di dire cose scomode senza trucchetti e  “furbate”.

Abbiamo bisogno di accettare che il conflitto, quando rimane dentro termini di rispetto e decenza, è ciò che premettere di far crescere le idee, le persone, i partiti e i movimenti.

Abbiamo bisogno di cambiare questo mondo lasciando indietro alcune pessime eredità degli ultimi 25 anni, di gente che cambi questo Paese prima che sia troppo tardi e che lo faccia rifiutando, categoricamente, parte della cultura che lo ha dominato negli ultimi anni.

Abbiamo bisogno di persone che siano nelle condizioni di criticare i propri politici, di tenerli sotto pressione e di farli sentire controllati, braccati. Dobbiamo cambiare anche noi, perché negli ultimi anni, lasciandoli lavorare, abbiamo fatto un disastro.

Abbiamo bisogno di lasciar sbagliare i nostri figli e contemporaneamente di aiutarli a prendersi la responsabilità dei loro errori, di tenerli su ciò che han fatto, il giusto tempo perché facciano tesoro di ciò che è successo.

Abbiamo bisogno di educare ed educarci a tutti questo.

Christian S.