Archivio per la categoria ‘Sport ed Educazione’

Ieri avete perso. Male e in modo netto. Avete perso una partita che non potevate vincere. Perché alcune sconfitte son così. In alcuni casi non si vince, nemmeno se si dà il massimo, nemmeno se le altre sbagliano partita. Si perde e basta. E’ inutile girarci intorno, sarebbe solo un modo di prendersi in giro.

Allora bisogna partire da qui, dal senso del limite. Perché alcuni limiti si possono superare, altri invece vanno solo rispettati. Compresi e rispettati. Sia quando sono individuali, sia quando son collettivi. Inutile provare a scaricare sulle altre o a prendersi tutto. Il basket è uno sport di squadra e la valutazione deve essere complessiva. Ieri non si poteva vincere, ma si poteva giocare meglio, lottare, cosa che non è successa. Sulla vittoria non potevate fare nulla, su questo invece sì, è possibile lavorare. Forse dobbiamo tutti imparare a partire da ciò che si può fare e non da ciò che vorremmo.

I limiti si compensano, si superano e alcune volte si rispettano, soprattutto quando non sono possibili le prime due opzioni. Oggi è il giorno di imparare a rispettarli, ad accettare che oltre non si poteva andare, senza che ciò possa diventare un alibi, perché questo è il rischio.

“Papà son tropo forti, è inutile”. Invece no, non è inutile, dobbiamo solo cambiare l’obbiettivo. Non si gioca più per vincere, ma per dare tutto e farle faticare. Perché loro entreranno in campo convinte che sarà facile e starà a voi fargliela sudare, la vittoria. Perché vinceranno anche la prossima volta, probabilmente, ma devono guadagnarsela, devo sbucciarsi le ginocchia, lottare, anche se son più forti. Serve anche a loro.

Si giocherà per far meglio individualmente in modo che si faccia meglio insieme, per far meglio di ieri, per far tesoro di ciò che abbiamo imparato da questa sconfitta. Si giocherà per cercare di essere lì, se dovessero sbagliarla loro, la partita, questa volta. Perché è così che funziona lo sport, se gli altri sbagliano e non sei pronto, la perdi anche quando potevi vincerla. Si giocherà per capire se avete imparato a fare i conti con l’idea che ci possa essere una squadra più forte della vostra, una quadra che sembra imbattibile. Si giocherà per verificare che quello strano senso di inferiorità non vi immobilizzi, perché può capitare, come è successo ieri.

Serve figlia mia. Serve imparare a giocare mettendo in campo la rabbia e la delusione che ti porti a casa oggi, per imparare a soffrire ancora di più e spingersi oltre i propri limiti, perché finisca con un risultato differente, perché escano dal campo sorprese per come ci avete provato. Serve, sia a voi che a loro.

Ti ho chiesto come ti sentivi, mi hai risposto che eri dispiaciuta, che non eri felice, che non eri contenta di come avevi giocato e ne abbiamo discusso. Ho sentito e sento il bisogno di aiutarti a non perderti negli alibi, perché gli alibi non servono a nulla, se non a nascondersi dietro barriere che ti lasciano dove sei. E’ una questione di rapporto con il limite. Se lo conosci e lo rispetti, diventa un tuo alleato. Se invece non ci rifletti, rischi di andare a sbatterci contro continuamente, senza accorgerti che è inutile e che stai solo sprecando energie. Che la strada per uscire, in sintesi, è un’altra.

Imparare a studiare i tuoi limiti ti permetterà di spostare lo sguardo da ciò che non puoi fare a ciò che invece puoi cambiare. Ci saranno cose che potrai modificare, non sarà il risultato finale, sarà il tuo modo di stare in campo, di giocare, di prenderti le tue responsabilità. Il tuo modo di prendere le sconfitte, per esempio.

Ho perso anche io e quando ci son passato dentro, il nonno mi ha insegnato anche a riderci sopra. Mi faceva incazzare, lo ricordo bene, ai tempi, ma ad oggi credo di doverlo ringraziare. Se riesco, a volte, a prendere le fatiche quotidiane con leggerezza lo devo anche a lui e alla sua modalità dissacrante. Si chiamano eredità, nel bene e nel male.

Ci rideremo sopra, figlia mia, questo è sicuro, senza dimenticarci che insieme alla leggerezza, c’è un lavoro da fare sui limiti. Tuoi e delle tue compagne, perché se imparerai a portare rispetto verso i tuoi limiti, lo sarai anche con quelli di chi gioca con te. Se imparerai a lavorare sui tuoi, potrai aiutare anche gli altri a farlo con i loro.

Imparare a rapportarti con i tuoi limiti è un percorso complesso che non ti toglierà la sofferenza che le sconfitte si portano dietro ma ti aiuterà a dargli un senso, un valore e ti permetterà di andare a cercare cosa c’è dietro la sofferenza che ti provoca. Succederà se ti prenderai il tempo di rifletterci su, perché dalle sconfitte si impara poco, se le lasci solo passare. Perché le esperienze di per sé son esperienze, diventano preziose se ci mettiamo pensiero, anche se ci verrebbe più semplice archiviarle e passare alla partita successiva.

Se riusciremo a fare questo, ragazzina colorata, avremo fatto un gran passo avanti, insieme. Perché il rispetto dei limiti degli altri è ciò che ci permetterà di arrabbiarci di meno con loro, spostando l’attenzione verso ciò che possiamo fare, evitando di sembrare una palla che rimbalza contro il tabellone. Perché se la palla la tiri sempre nello stesso punto e con la stessa forza, il rimbalzo è sempre lo stesso. Perché come ti dico spesso, il tabellone è tuo amico, se sai come usarlo.

Se riuscirai ad accettare i tuoi limiti un giorno riuscirai ad accettare anche i miei e forse avremo vinto in due. Anzi, avremmo vinto sicuramente, entrambi.

Christian S.

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Sono sempre stato affascinato dal mondo del Rugby. L’immagine e i racconti che emergono, anche dai genitori, ne restituiscono l’idea di un luogo differente. Uno mondo che pare mantenere alcuni valori di fondi che hanno sempre contraddistinto lo sport. Fatica, sudore, lealtà, competizione, vittorie, sconfitte ma soprattutto  lotta dura in campo e abbracci alla fine della partita. Elementi che sembrano sintetizzarsi bene nel Rugby, dove in campo i ragazzi si placcano rotolandosi a terre a poi finiscono a mangiare insieme durante quello che viene chiamato “Terzo tempo” (momento istituzionalizzato, in cui le due squadre, a fine partita, mangiano insieme, mischiate). Incontro il mondo del Rugby in rete, ne leggo le storie, i commenti e soprattutto i pensieri dei genitori. Me ne arriva notizia anche da alcuni colleghi educatori, mi piace. Forse ne subisco anche il fascino, anche perché da amante degli sport di squadra son sempre alla ricerca di un nuovo amore. Un amore che compensi la delusione che deriva dalla sensazione che altri sport (il calcio in primis) abbiano smarrito completamente il valore originario. Genitori che urlano dagli spalti cose inascoltabili contro bambini di altre squadre, sguardo individuale che sposta l’interesse solo sul proprio figlio e sulla possibilità o necessità che diventi un campione. Smarrimento del valore dello sport di squadra. Incapacità di stare dentro il proprio ruolo e di tollerare che altri (gli allenatori) possano decidere per tuo figlio anche perché magari ne sanno più di te. Il rugby invece mi restituisce un’immagine differente. Forse perché è uno sport di nicchia, forse perché anche io subisco il preconcetto (positivo) che gira intorno a questo sport, forse perché è ancora uno sport che pare rimanere ai margini rispetto al mondo del Business.

Poi lo incontro direttamente, il Rugby.

Incontro il RugBio. Associazione sportiva che pratica il Rugby sociale. Lo incontro perché il presidente della società mi chiede di fare una formazione per i loro allenatori, che lui chiama Educatori. Quando Incontro Alessandro Acito mi accorgo che ciò che mi racconta mi piace. Mi ferma quando provo ad elogiare il Rugby raccontandomi del preconcetto che avvolge il Rugby tutto. Mi spiega che anche li troverò alcune deformazioni sportive che di solito si trovano sugli spalti di altri sport, che anche lì troverò qualche dopato, qualche genitore che non si tiene, qualche condizionamento da fama facile. Già, perché se, come genitori abbiamo maturato un modo maldestro di approcciare agli sport, nulla diventa esente, nemmeno il Rugby ovviamente. Mi racconta anche di altro però. Mi spiega di come hanno deciso di provare ad usare il Rugby, in quali quartieri, con quali ragazzi e ragazze e soprattutto mi racconta cosa chiede ai suoi Educatori. Ecco che torna. Niente allenatori, educatori. Mi dice che vuole che siano formati, che ci tiene che sappiano cosa fare con i ragazzi. Sembra interessato soprattutto all’impatto educativo del lavoro in campo. Sembra che in primo piano, in sintesi, ci siano la questioni educative. Ovviamente la cosa non può che piacermi. Sia perché è il mio lavoro sia perché, almeno per i ragazzi e le ragazze, lo sport dovrebbe essere un’esperienza educativa, prevalentemente. Di questo sono convinto da sempre. Un’esperienza dove si imparano le tecniche di quello sport (didattica) ma soprattutto dove si imparano cose utili per la vita tutta (educativa). Il vecchio binomio didattica ed educazione che torna in primo piano. Quel binomio su cui dovrebbe tenere lo sguardo forte anche la scuola, magari provando ad orientarsi maggiormente sul valore educativo dell’esperienza scolastica, perché il valore dell’esperienza didattica, mi sembra, in generale, discretamente presidiato. Perché educazione e didattica non si possono distinguere, separare, perché si impara meglio se ci si riconosce nella relazione con gli insegnanti, con i propri compagni e soprattutto se si riconosce il valore, per la propria vita, di ciò che stiamo imparando. Orientando lo sguardo sul valore educativo dell’esperienza scolastica aiutiamo i nostri ragazzi a sperimentare e costruire relazioni significative con altri adulti al di fuori della famiglia. Li aiutiamo a costruire competenze relazionali utili e spendibili immediatamente, insomma.

Qualche settimana dopo, con grande curiosità incontri gli allenatori, che io mi ostino a chiamare così. Condizionato dalla mia esperienza, dal mio modo di vederli, da come li ho visti nella mia lunga carriera di giocatore di basket. Per me sono allenatori. Per Alessandro, Educatori e Educatrici. Quando li incontro capisco perché. Capisco perché lui ci tiene a chiamarli così, capisco come li ha scelti, capisco che davanti c’è l’educazione dei ragazzi, la capacità di imparare a stare insieme, la gestione dei fallimenti, il lavoro di squadra, la lealtà, l’uso corretto della forza. Incontro un gruppo di uomini e donne interessati ad imparare, la formazione va via veloce, bella e fluida. Tante domande, affondi, mi accorgo che sposto in alto anche l’asticella dei contenuti che porto. Mi accorgo che la formazione assomiglia sempre di più alle formazioni che faccio per gli Educatori Professionali. Ora capisco perché Alessandro li chiama così.

Mi innamoro. Son fatto così. Formare un gruppo di Educatori del genere mi fa bene. Mi vien voglia di rincontrarli (facciamo due incontri) e di progettare spazi di formazione per e con loro. Mi vien voglia di mandarci mia figlia (che però oramai è innamorata del basket) e di mandarci i figli degli altri. Mi vien voglia di raccontare di loro. Su Fb e qui in questo articolo. Non solo perché mi piacciono, ma perché il valore di quello che portano è alto. Uno sport inclusivo (c’è spazio per tutti), in cui ci si sporca e si fa fatica. Uno luogo dove imparare soprattutto a gestire la propria aggressività, ad usare la propria forza, dentro vincoli e regole definite.  Uno spazio per imparare a vivere mentre si impara a giocare a Rugby.

L’ASD RugBio nasce nel 2014, lavora nei quartieri o nelle realtà dove spesso pare più complesso lavorare. Li trovi a Cusago, Quarto Oggiaro, Besate e Abbiategrasso. Li trovi Qui e su Facebook. Li trovi soprattutto in campo, belli, sporchi, pieni di lividi e felici. Li trovi, se hai voglia di cercarli.

Da più di un anno, lavoro con loro. Alcune delle cose che abbiamo fatto le potete trovate nel Blog che abbiamo aperto. Uno spazio condiviso con gli educatori e i genitori. Un blog degli adulti del RugBio.

Christian S.

Cose è la Capoeria?. Spiegare oggi cosa sia la capoeira e spiegarla ad un adulto che mi chiede: “Ma quindi con questa capoeira che fai…che cos’è?” richiede almeno il tempo di un buon caffè da condividere (Per me un the grazie, non bevo caffè da anni). Questo perché, di solito, sono differenti i collegamenti che la Capoeira favorisce nella mente di chi l’ha vista o sentita qualche volta in tv. La Capoeira riconduce alla danza, alla lotta, al Brasile e a qualche giocatore brasiliano che utilizza le esultanze acrobatiche (Per i cinofili riconduce a Vincent Cassel, sì, l’attore. Basta scrivere su Youtube Vincent Cassel – Capoeira e vedete cosa vi propone il web).

Ai ragazzi dico più semplicemente: “un gioco”.

Va bene, bellissimo, è un gioco. Che obiettivi ha? Cioè se nel calcio devo fare gol, nel basket/pallavolo punto, qua che devo fare?”. Nella Capoeira non si gioca tanto per muovere il corpo e basta ma ha una miriade di obiettivi in ogni momento ed in ogni fase. La Capoeria è una disciplina che rinchiude nella sua storia almeno due continenti, quello africano e quello sudamericano connessi tra loro per la tratta degli schiavi del 18° e 19° secolo. Oltre ai movimenti che la capoeira ha nel suo DNA e che sono vere e proprie mosse di arti marziali (colpi con le mani, calci, testate…), movimenti complessi del proprio corpo (flessioni, piegamenti, ponti, estensioni) o acrobazie (verticale, ruote, salti mortali), c’è tutta una parte fondamentale di movimenti che seguono la musica cantata (in portoghese) e suonata con vari strumenti alcuni esclusivi della Capoeira (berimbau). Queste due componenti (quella fisica/motoria e quella musicale e strumentale) ruotano insieme durante il gioco. Nella Capoeira ci si mette tutti in cerchio (roda), alcuni suonano gli strumenti e definiscono il tempo di ingresso dove, di volta in volta, due capoeiristi entreranno nella roda, al centro del cerchio, per giocare. Il resto delle persone accompagna “ il gioco” cantando, tenendo il ritmo  sua con le mani che con altri strumenti a percussione.

Cosa succede nella Roda?: Se sto giocando, devo tenere a mente i movimenti imparati durante l’allenamento e provarli all’interno della roda con il compagno che mi capita, cercando di renderli funzionali e tenendo a mente che questi movimenti fanno parte di una comunicazione corporea.  Nel tentativo di rendere la conversazione più ricca ed ampia possibile, io ed il mio compagno, mostreremo tutti i movimenti che la situazione di gioco creata richiederà. Alla fine del mio turno di gioco, mi rimetterò in cerchio e parteciperò al gioco accompagnando altri due caporeiristi nel gioco. “Quando finisce questo gioco?”  Finisce dopo che il maestro avrà dato l’opportunità , a tutti, di entrare nella Roda. Dopo la conclusione del gioco, non si assegnano punti, premi, medaglie, valutazioni e pagelle, ma ci si saluta e si fa, con una frase, il punto su ciò che è avvenuto e sulla lezione in generale.

Io e la Capoeira. Quando ho iniziato a far Capoeira presso la scuola che ho scelto qui a Milano (Cordao de Ouro Milano) avevo solo una vaga idea di cosa questa disciplina fosse per via di qualche manifestazione vista in piazza, qualche video visto su internet associandola come una particolarità folkloristica del Brasile. L’ho scelta, quindi, perché permette di mettere in risalto la propria individualità in relazione (questa parola è fondamentale) all’altro: il gioco che si crea, si modifica, produce opportunità, domande e soluzioni anche grazie all’incontro con l’altro giocatore.

Come si può utilizzare in ambito educativo?. Quando io ed un mio collega abbiamo deciso di proporla come attività all’interno del CDD “L’Officina delle Abilità” eravamo reduci da alcuni momenti passati in palestra che ci avevano sollecitato la possibilità di proporlo anche ai ragazzi con cui lavoriamo. Ragazzi che hanno spesso problematiche fisiche connesse a  compromissioni importanti dei gesti, dei movimenti oltre che delle funzioni connesse con la comunicazione e con la sfera relazionale.

Abbiamo deciso di iniziare con semplicità e con chiarezza proponendo ai bambini dei giochi di ruolo dove l’obiettivo fosse “trasformarsi” in animali (il leone, il ragno, il rospo, il gallo, la gallina…), in oggetti a loro noti (la forbice), in piccoli elementi della natura (la mezza luna). Gli abbiamo proposto di cantare canzoni in portoghese utilizzando poche parole, ripetute sia individualmente che in gruppo, scelta che ha permesso di arricchire il loro vocabolario e costruire piccole sequenze.  Abbiamo riadattato giochi noti ai bambini a giochi di capoeira: un due tre stella, nascondino, ce l’hai,  i percorsi motori, arricchendo sempre di più il momento dell’attività.

Con il passare delle lezioni bambini hanno preso confidenza con la struttura della lezione e ciò ha permesso di limitare alcune fatiche motorie. Il movimento poco controllato iniziava ad essere canalizzato e trovava delle valvole di sfogo funzionali; l’ecolalia di qualcuno era sì arricchita, ma di parole legate al contesto della capoeira perché iniziava a crescere la curiosità e la passione.

Parallelamente essendo prima educatori e poi Capoeiristi, abbiamo aiutato i ragazzi a fissare, tramite l’utilizzo di cartelloni visivi, ciò che era successo e gli apprendimenti avvenuti.

Ogni anno, l’abbiamo concluso con un saggio che nel gergo della Capoeira si chiama “Batizado” (inizio, ingresso nella Capoeira) o “Troca de Cordao” (cambio di corda). Questo perché anche in Capoeira esistono dei livelli di competenze che vengono evidenziati attraverso delle corde poste come cintura sui pantaloni della divisa ufficiale. Ogni saggio è stato pensato con l’idea di mostrare ciò che i bambini avevano imparato.

Quello che è successo ha permesso di far sentire i bambini protagonisti di un’esperienza non usuale, di divertirsi e prendere consapevolezza che fosse possibile riuscire a far bene anche “un gioco” complesso come la Capoeira. Anche i genitori ci hanno restituito la loro felicità e soddisfazione, sia per aver visto come il proprio figlio fosse riuscito ad essere, in modo attivo, protagonista dell’attività, sia per i tempi prolungati di attenzione prodotti durante tutto il saggio.

Il 26 Novembre 2014, l’UNESCO ha riconosciuto la capoeira come patrimonio culturale dell’umanità proprio perché fornisce un’idea di dialogo e relazione tra uomini, donne, bambini di qualsiasi età, provenienza, stato di salute, culto. Chissà quanti caffè/the si sono dovuti prendere quelli dell’Unesco per permettere questa collocazione alla capoeira!

Mirko Gallo: Educatore professionale dl 2008. Provengo dalla bellissima ed al contempo, incompleta città di Bari e vivo in Lombardia dal 2010. Da 6 anni mi occupo di minori con disabilità presso l’Associazione “L’abilità Onlus”.  Mi piace creare connessioni funzionali e di scoperta (di sé, dell’altro, del territorio/mondo) tra la gente e le cose per trovare “quello che (più) fa stare bene” (cit Michele Salvemini, alias “Caparezza”)

CiabatteIl termine “diversamente abili“ mi è sempre piaciuto poco, mi ha dato da subito la sensazione che fosse un barbatrucco per non dire altro, per non nominare e utilizzare altre parole che son sempre risultate più ostiche. Come mi disse il mio amico Giulio, sordo dalla nascita: “Io non sono diversamente udente, io non ci sento proprio”. Da quel giorno preferisco usare il termine “persone con disabilità”, perché dà l’idea che la disabilità sia una parte della persona, non la persona stessa. Igor Salomone, consulente pedagogico e mio docente, ci esortava a non aver paura ad usare la parola handicap, o meglio portatore di handicap, perché il significato della parola richiama la responsabilità sociale. La parola handicap è presa in prestito dallo sport e significa svantaggio. In questo senso richiama la responsabilità sociale perché, se non ci sono i saliscendi sui marciapiedi, l’handicap alle persone sulla carrozzina, lo abbiamo creato anche noi, che nulla abbiamo fatto con le nostre amministrazioni perché mettessero a norma le strade, i mezzi e gli spazi pubblici. Se la leggiamo in questo modo, la parola handicap non lascia sole le persone, richiama tutti ad assumersi ruolo e relative responsabilità.

La mia sfida – In questo articolo proverò a raccontarvi alcuni dei possibili modi di fare i conti con i propri limiti anche rispetto al ruolo educativo. Mi assumerò un rischio, lo so, perché parlare di persone con disabilità è delicato, si parla delle vite degli altri e il tema dei limiti è un tema caldo per tutti i genitori. Ci voglio provare, sperando che le mie parole non risultino irrispettose, so perfettamente che fare i conti con i nostri limiti, soprattutto quando sono evidenti e immutabili, è tutt’altro che facile. Ci sono tanti genitori in giro e io li osservo spesso; in rete, nei parchi, a scuola; li osservo perché i genitori mi incuriosiscono, mi interessano le nuove modalità di stare con i figli, le modalità di parlare e di prendersi cura dei bambini. Osservo soprattutto i padri, perché da anni il paterno è una mia grande passione, anche professionale. Li osservo perché, a volte, dai loro modi e dai gesti, imparo.

Diversamente Giulio (i limiti come opportunità)

Giulio è un mio caro amico. Qualche anno fa rimasi colpito dalla modalità con cui dormiva con la figlia di pochi mesi, mentre erano entrambi ospiti a casa nostra. Giulio è un insegnante di educazione fisica che spesso viaggia solo con la figlia e in una chiacchierata mi disse: “Devo tenermela accanto la notte, altrimenti se piange non la sento”. Mi aveva sorpreso, non solo perché aveva trovato una soluzione ad un potenziale problema, ma anche perché aveva trasformato un limite in una grande opportunità, quella di stare accanto a sua figlia. Lo aveva fatto, inoltre, mandando al macero almeno un centinaio di volumi di pedagogia. Quei manuali, per intendersi, che ci insegnano che non possa esistere relazione educativa sana se il figlio dorme con i genitori. Vederli dormire assieme è stata una della scene più emozionanti a cui abbia mai avuto la fortuna di assistere. La soluzione trovata da Giulio mi aveva insegnato a guardare oltre. Un limite diventava una possibilità, si trasformava, non senza fatica ovviamente, in una bellissima opportunità. La soluzione di Giulio aveva anche provocato in me un pizzico di invidia, perché per un certo verso mi avrebbe fatto comodo essere stato obbligato a dormire accanto alle mie figlie, cosa che non ho praticamente mai fatto, se non durante le simpaticissime nottate di febbre. Giulio ha regalato a sua figlia un bellissimo spazio di condivisione e un messaggio, quello di un padre che senza alibi si occupa di sua figlia. Non c’è lavoro, non c’è scusa, non c’è handicap che tenga: io son qui con te. Altri avrebbero potuto tranquillamente delegare alla madre, usando il proprio limite per scaricare la responsabilità. Giulio no.

Diversamente Lele (i limiti come punto di partenza)

Anni dopo ho incontrato Lele, Diversamente padre anche lui. Da una parte è un padre come tanti, uno di quei padri che accompagna i figli a scuola, li veste, li coccola e li fa giocare. Dall’altra parte è un padre differente perché fa tutto questo senza una gamba che gli è stata amputata a causa di un incidente stradale. Ho avuto la fortuna di incontrarlo perché le nostre figlie sono in classe insieme. Ci siamo incontrati per discutere di barriere architettoniche e di servizi per i giovani, per scambiarci indirizzi utili per mangiare bene. Ma ci incontriamo anche perché il suo modo di rapportarsi con il suo limite davanti ai figli mi piace, anche se in alcuni casi mi crea anche un po’ di imbarazzo. Io che son qui che mi lamento per tutto e guarda lui cosa fa? Si butta in piscina con la carrozzina, gioca a hockey e lavora anche se potrebbe stare a casa. Insomma, non fa il “disabile”. Non si fa limitare dal suo handicap, in modo pubblico, davanti ai figli, in rete e senza paura, Lele vive la sua nuova vita. Lele regala ai figli uno dei più grandi insegnamenti possibili: il limite non è un punto di arrivo, non è un solo un ostacolo, può essere anche un punto da cui ripartire per impostare la propria vita. Quando lo incontro per raccontargli dell’articolo, mi dice: “Io son nato 7 anni fa, il giorno dell’incidente. Da quel giorno la mia vita è cambiata, forse in meglio”. Lo guardo negli occhi e non posso far altro che credergli. Non ci posso far nulla, il suo modo di pensare alla sua nuova vita mi ricorda tanto le parole di Alex Zanardi, ex pilota di formula uno, oggi pilota di handbike bi-amputato. Diversamente Alex parla così del suo percorso: “La vita è un percorso lungo, dal quale s’impara sempre qualche cosa, eppure siamo consapevoli che moriremo ignoranti perché non si può imparare tutto. Quanto mi è accaduto mi ha arricchito di esperienze che altrimenti avrei completamente ignorato. Certo ci sono state molte difficoltà, ma anche tante soddisfazioni e alla fine non ho alcun rimpianto per quello che mi è accaduto”. Credo che dalle parole di Alex e Lele ci sia molto da imparare.

Diversamente Roberta (i propri limiti per accompagnare gli altri)

Roberta è una madre che lotta da quando è giovane con una malattia rara. Una di quelle malattie che non finisce, con cui sei obbligata a convivere come se fossero un paio di occhiali spessi. Due figli, un marito, tanta fatica (che posso solo immaginare) e nessun apparente segno di condizionamento, perché ha fatto e fa quello che le interessa e le piace. E’ una madre che ha lavorato per anni come educatrice, in modo appassionato e intelligente e che oggi fa la formatrice, la mediatrice familiare e civile. Una professionista che accompagna gli altri dentro le loro difficoltà, nei loro drammi e conflitti, nelle loro scoperte e nei loro percorsi di crescita. Roberta è una madre che racconta della sua malattia, in pubblico e ai sui figli, usando il proprio percorso personale di confronto con i limiti perché sia utile ad altri. Lo usa con competenza, perché lo ha analizzato, spezzettato e ricomposto per usarlo nel suo lavoro oltre che nella sua vita. E’ una di quelle donne che ha fatto del proprio limite un propulsore. La sua storia e il suo modo di raccontarsi è estremamente interessante oltre che utile. Ogni tanto, quando penso a lei mi tornano in mente le parole con cui si descrive in uno degli articoli che ha pubblicato: “Non penso che la mia malattia sia un dono, tutt’altro, proprio una sfiga invece. Però oggi sono la donna che sono perché con me c’è anche lei. Mi ha permesso di vedere i limiti, negarli, odiarli, rifiutarli e poi cominciare a volerli conoscere meglio per “farci la pace” e provare ad aggirarli”. Quando leggo queste parole, mi sento più forte anche io. Eccovi un link in cui potete trovare il racconto da cui son tratte le parole che ho citato, vi consiglio di leggerlo. Lo trovate qui.

Diversamente noi (quelli che hanno imparato o impareranno)

Poi ci sono gli altri. Quelli che si son trovati ad affrontare i loro limiti ed hanno avuto la possibilità di posticipare la riflessione, che si son potuti permettere di pensarci poi o che son riusciti a non pensarci. Quelli che hanno faticato nel raccontare i propri limiti ai loro figli perché temevano che fosse un messaggio perdente, che non han trovato le parole e i tempi, quelli che si son convinti di non avere limiti o che fosse meglio non farli vedere. Quelli che ci han provato e ad un certo punto hanno scoperto che si poteva fare, che alcune cose si potevano dire e che dai propri limiti si può, non senza fatica, partire. Quelli che ad un certo punto han preso da parte i figli e han cominciato a raccontare, che lo faranno oggi, domani, tra un po’, ma lo faranno. Quelli che han trovato o troveranno, insomma, il modo e l’occasione per aiutare i propri figli a fare i conti con i loro limiti, perché han scoperto che ogni limite può trasformarsi in una possibilità, in un punto di partenza e in un percorso di apprendimento. Quelli che potremmo chiamare “diversamente” genitori senza che ci sembri un trucco linguistico per non dire altro. Con questo significato la parola diversamente, devo essere sincero, mi piace assai di più.

Christian S.

Hockey firmaUn ringraziamento particolare va a Giulio, Roberta e Lele. Perché incontrarli è stato per me molto importante. Forse più di quanto loro possano pensare.

A Marco Costanzo con cui collaboro da tempo, sia per Gaggiano On line che per Gaggiano Magazine (da cui è tratto l’articolo).

A chi mi legge. Perché per me rimane una gran cosa.

A Emaneuele Foieni e Alessandra Calzolaio per le foto.

Se vi interessa scaricare l’articolo per farlo leggere a chi non usa la rete lo potete fare qui: Diversamente genitori

 

baskin 1Dicembre 2014

L’azienda per cui lavoro affida il confezionamento dei regali per clienti e dipendenti ad AGDP Onlus, associazione impegnata nel costruire insieme a ragazzi con Sindrome di Down un futuro di dignità e di autonomia professionale. Durante un pranzo organizzato con questi ragazzi, Martina, indubbiamente la “leader” della situazione, mi racconta i suoi programmi pomeridiani: “Oggi pomeriggio ho gli allenamenti di Baskin” dice con entusiasmo contagioso. “Di cosaaaa?” domando io, perplesso. “Il Baskin è uno sport come il basket, ma dove noi giochiamo insieme ai normodotati” risponde lei lasciandomi basito per la sua sorprendente padronanza del linguaggio.
Inutile dire che, raccolta la mascella, passo il pomeriggio in cerca di informazioni sul web. Mi imbatto così in un regolamento articolato, in qualche filmato sul tubo ma soprattutto nella pagina facebook del Baskin Rho. Bastano pochi click e a Gennaio eccomi pronto al mio primo allenamento di Baskin.
Siamo in una marea e ce n’è per tutti i gusti: normodotati che sanno (o pensano) di saper giocare a basket, normodotati alle prime armi e ragazzi con diversi gradi di disabilità fisica e/o mentale.
Dopo 20 minuti di esercizi vari finalizzati al coinvolgimento di tutti i giocatori, si inizia a far sul serio con la partitella. Si gioca 6 per parte, si attacca (e, almeno teoricamente, difende) sia nei canestri classici, sia in canestri di diversa altezza posti all’estremità della linea di metà campo. Il gioco così si sviluppa in maniera completamente diversa dal basket, senza il classico avanti e indietro.
Sono ovviamente disorientato, ma mi piace da matti, tutti giocano per vincere e per farlo si devono sfruttare le qualità di ogni persona, che indipendentemente dalla propria abilità, è chiamata a dare il suo fondamentale contributo.
Senza quasi rendermene conto, si arriva alla prima partita del campionato, che ci vede subito di fronte in un derby con il nostro settore giovanile (il che mi fa rendere conto che, a 33, sono ormai nella squadra dei “vecchi”). Vinciamo una bella partita di una ventina di punti, mi colpiscono in particolare:
– vedere il nostro giocatore/allenatore giocare contro i suoi due figli (uno dei quali in carrozzina) per lui è derby nel derby;
– su 56 punti totali, una buona trentina li hanno messi le persone con le disabilità più gravi (Marco, cecchino in carrozzina ed Erika, una ragazza con disabilità ma che dalla sua mattonella è più puntuale della rata del mutuo)
– sugli spalti più pubblico della maggior parte delle partite di Serie D che ho visto quest’anno, con applausi e incitamenti equamente distribuiti;
– a fine partita, foto di gruppo delle 2 squadre e grandi sorrisi per tutti.
Solo un paio di settimane di allenamenti e di nuovo in campo, questa volta a Cinisello contro le temibili “Pantere”, in una partita sentita da entrambe le parti per via di precedenti un po’ turbolenti.
Pronti via e perdiamo la bussola, lasciandoci andare ad evitabili proteste e ritrovandoci sotto 20 a 5 in un Amen. Ristabiliamo un minimo di calma ed incominciamo la lenta rimonta, che ci porta a vincere in volata 46 a 43, non senza qualche tensione in campo. Questa volta la mia attenzione è catturata soprattutto dall’intensità e dalla battaglia agonistica vista in campo, che da una parte evidenzia il carattere sportivo e competitivo di questo sport (quindi non “assistenzialista”), mentre dall’altra riporta a galla problemi e atteggiamenti che speravo di non trovare in un contesto almeno teoricamente “protetto”. E questo apre molto spazio per il dibattito su dove sia da porre il limite e quale sia il reale obiettivo dello sport a tutti i livelli.
Marco il cecchinoRimango altresì colpito dal costatare che Marco (il cecchino) ne ha messi 21, su 46… San Marco! L’indomani, 15 febbraio, è la giornata del Baskin a Cremona (dove questo sport è nato). 10 (DIECI) squadre della sola provincia di Cremona si affrontano in uno spezzatino domenicale con straordinaria cornice di pubblico e e partecipazione di cestisti di grido (uno su tutti, Daniel Hackett).
E questo è solo l’inizio…
I love this Game!
Articolo di Fabrizio Foglia