Archivio per la categoria ‘Sport ed Educazione’

CiabatteIl termine “diversamente abili“ mi è sempre piaciuto poco, mi ha dato da subito la sensazione che fosse un barbatrucco per non dire altro, per non nominare e utilizzare altre parole che son sempre risultate più ostiche. Come mi disse il mio amico Giulio, sordo dalla nascita: “Io non sono diversamente udente, io non ci sento proprio”. Da quel giorno preferisco usare il termine “persone con disabilità”, perché dà l’idea che la disabilità sia una parte della persona, non la persona stessa. Igor Salomone, consulente pedagogico e mio docente, ci esortava a non aver paura ad usare la parola handicap, o meglio portatore di handicap, perché il significato della parola richiama la responsabilità sociale. La parola handicap è presa in prestito dallo sport e significa svantaggio. In questo senso richiama la responsabilità sociale perché, se non ci sono i saliscendi sui marciapiedi, l’handicap alle persone sulla carrozzina, lo abbiamo creato anche noi, che nulla abbiamo fatto con le nostre amministrazioni perché mettessero a norma le strade, i mezzi e gli spazi pubblici. Se la leggiamo in questo modo, la parola handicap non lascia sole le persone, richiama tutti ad assumersi ruolo e relative responsabilità.

La mia sfida – In questo articolo proverò a raccontarvi alcuni dei possibili modi di fare i conti con i propri limiti anche rispetto al ruolo educativo. Mi assumerò un rischio, lo so, perché parlare di persone con disabilità è delicato, si parla delle vite degli altri e il tema dei limiti è un tema caldo per tutti i genitori. Ci voglio provare, sperando che le mie parole non risultino irrispettose, so perfettamente che fare i conti con i nostri limiti, soprattutto quando sono evidenti e immutabili, è tutt’altro che facile. Ci sono tanti genitori in giro e io li osservo spesso; in rete, nei parchi, a scuola; li osservo perché i genitori mi incuriosiscono, mi interessano le nuove modalità di stare con i figli, le modalità di parlare e di prendersi cura dei bambini. Osservo soprattutto i padri, perché da anni il paterno è una mia grande passione, anche professionale. Li osservo perché, a volte, dai loro modi e dai gesti, imparo.

Diversamente Giulio (i limiti come opportunità)

Giulio è un mio caro amico. Qualche anno fa rimasi colpito dalla modalità con cui dormiva con la figlia di pochi mesi, mentre erano entrambi ospiti a casa nostra. Giulio è un insegnante di educazione fisica che spesso viaggia solo con la figlia e in una chiacchierata mi disse: “Devo tenermela accanto la notte, altrimenti se piange non la sento”. Mi aveva sorpreso, non solo perché aveva trovato una soluzione ad un potenziale problema, ma anche perché aveva trasformato un limite in una grande opportunità, quella di stare accanto a sua figlia. Lo aveva fatto, inoltre, mandando al macero almeno un centinaio di volumi di pedagogia. Quei manuali, per intendersi, che ci insegnano che non possa esistere relazione educativa sana se il figlio dorme con i genitori. Vederli dormire assieme è stata una della scene più emozionanti a cui abbia mai avuto la fortuna di assistere. La soluzione trovata da Giulio mi aveva insegnato a guardare oltre. Un limite diventava una possibilità, si trasformava, non senza fatica ovviamente, in una bellissima opportunità. La soluzione di Giulio aveva anche provocato in me un pizzico di invidia, perché per un certo verso mi avrebbe fatto comodo essere stato obbligato a dormire accanto alle mie figlie, cosa che non ho praticamente mai fatto, se non durante le simpaticissime nottate di febbre. Giulio ha regalato a sua figlia un bellissimo spazio di condivisione e un messaggio, quello di un padre che senza alibi si occupa di sua figlia. Non c’è lavoro, non c’è scusa, non c’è handicap che tenga: io son qui con te. Altri avrebbero potuto tranquillamente delegare alla madre, usando il proprio limite per scaricare la responsabilità. Giulio no.

Diversamente Lele (i limiti come punto di partenza)

Anni dopo ho incontrato Lele, Diversamente padre anche lui. Da una parte è un padre come tanti, uno di quei padri che accompagna i figli a scuola, li veste, li coccola e li fa giocare. Dall’altra parte è un padre differente perché fa tutto questo senza una gamba che gli è stata amputata a causa di un incidente stradale. Ho avuto la fortuna di incontrarlo perché le nostre figlie sono in classe insieme. Ci siamo incontrati per discutere di barriere architettoniche e di servizi per i giovani, per scambiarci indirizzi utili per mangiare bene. Ma ci incontriamo anche perché il suo modo di rapportarsi con il suo limite davanti ai figli mi piace, anche se in alcuni casi mi crea anche un po’ di imbarazzo. Io che son qui che mi lamento per tutto e guarda lui cosa fa? Si butta in piscina con la carrozzina, gioca a hockey e lavora anche se potrebbe stare a casa. Insomma, non fa il “disabile”. Non si fa limitare dal suo handicap, in modo pubblico, davanti ai figli, in rete e senza paura, Lele vive la sua nuova vita. Lele regala ai figli uno dei più grandi insegnamenti possibili: il limite non è un punto di arrivo, non è un solo un ostacolo, può essere anche un punto da cui ripartire per impostare la propria vita. Quando lo incontro per raccontargli dell’articolo, mi dice: “Io son nato 7 anni fa, il giorno dell’incidente. Da quel giorno la mia vita è cambiata, forse in meglio”. Lo guardo negli occhi e non posso far altro che credergli. Non ci posso far nulla, il suo modo di pensare alla sua nuova vita mi ricorda tanto le parole di Alex Zanardi, ex pilota di formula uno, oggi pilota di handbike bi-amputato. Diversamente Alex parla così del suo percorso: “La vita è un percorso lungo, dal quale s’impara sempre qualche cosa, eppure siamo consapevoli che moriremo ignoranti perché non si può imparare tutto. Quanto mi è accaduto mi ha arricchito di esperienze che altrimenti avrei completamente ignorato. Certo ci sono state molte difficoltà, ma anche tante soddisfazioni e alla fine non ho alcun rimpianto per quello che mi è accaduto”. Credo che dalle parole di Alex e Lele ci sia molto da imparare.

Diversamente Roberta (i propri limiti per accompagnare gli altri)

Roberta è una madre che lotta da quando è giovane con una malattia rara. Una di quelle malattie che non finisce, con cui sei obbligata a convivere come se fossero un paio di occhiali spessi. Due figli, un marito, tanta fatica (che posso solo immaginare) e nessun apparente segno di condizionamento, perché ha fatto e fa quello che le interessa e le piace. E’ una madre che ha lavorato per anni come educatrice, in modo appassionato e intelligente e che oggi fa la formatrice, la mediatrice familiare e civile. Una professionista che accompagna gli altri dentro le loro difficoltà, nei loro drammi e conflitti, nelle loro scoperte e nei loro percorsi di crescita. Roberta è una madre che racconta della sua malattia, in pubblico e ai sui figli, usando il proprio percorso personale di confronto con i limiti perché sia utile ad altri. Lo usa con competenza, perché lo ha analizzato, spezzettato e ricomposto per usarlo nel suo lavoro oltre che nella sua vita. E’ una di quelle donne che ha fatto del proprio limite un propulsore. La sua storia e il suo modo di raccontarsi è estremamente interessante oltre che utile. Ogni tanto, quando penso a lei mi tornano in mente le parole con cui si descrive in uno degli articoli che ha pubblicato: “Non penso che la mia malattia sia un dono, tutt’altro, proprio una sfiga invece. Però oggi sono la donna che sono perché con me c’è anche lei. Mi ha permesso di vedere i limiti, negarli, odiarli, rifiutarli e poi cominciare a volerli conoscere meglio per “farci la pace” e provare ad aggirarli”. Quando leggo queste parole, mi sento più forte anche io. Eccovi un link in cui potete trovare il racconto da cui son tratte le parole che ho citato, vi consiglio di leggerlo. Lo trovate qui.

Diversamente noi (quelli che hanno imparato o impareranno)

Poi ci sono gli altri. Quelli che si son trovati ad affrontare i loro limiti ed hanno avuto la possibilità di posticipare la riflessione, che si son potuti permettere di pensarci poi o che son riusciti a non pensarci. Quelli che hanno faticato nel raccontare i propri limiti ai loro figli perché temevano che fosse un messaggio perdente, che non han trovato le parole e i tempi, quelli che si son convinti di non avere limiti o che fosse meglio non farli vedere. Quelli che ci han provato e ad un certo punto hanno scoperto che si poteva fare, che alcune cose si potevano dire e che dai propri limiti si può, non senza fatica, partire. Quelli che ad un certo punto han preso da parte i figli e han cominciato a raccontare, che lo faranno oggi, domani, tra un po’, ma lo faranno. Quelli che han trovato o troveranno, insomma, il modo e l’occasione per aiutare i propri figli a fare i conti con i loro limiti, perché han scoperto che ogni limite può trasformarsi in una possibilità, in un punto di partenza e in un percorso di apprendimento. Quelli che potremmo chiamare “diversamente” genitori senza che ci sembri un trucco linguistico per non dire altro. Con questo significato la parola diversamente, devo essere sincero, mi piace assai di più.

Christian S.

Hockey firmaUn ringraziamento particolare va a Giulio, Roberta e Lele. Perché incontrarli è stato per me molto importante. Forse più di quanto loro possano pensare.

A Marco Costanzo con cui collaboro da tempo, sia per Gaggiano On line che per Gaggiano Magazine (da cui è tratto l’articolo).

A chi mi legge. Perché per me rimane una gran cosa.

A Emaneuele Foieni e Alessandra Calzolaio per le foto.

Se vi interessa scaricare l’articolo per farlo leggere a chi non usa la rete lo potete fare qui: Diversamente genitori

 

baskin 1Dicembre 2014

L’azienda per cui lavoro affida il confezionamento dei regali per clienti e dipendenti ad AGDP Onlus, associazione impegnata nel costruire insieme a ragazzi con Sindrome di Down un futuro di dignità e di autonomia professionale. Durante un pranzo organizzato con questi ragazzi, Martina, indubbiamente la “leader” della situazione, mi racconta i suoi programmi pomeridiani: “Oggi pomeriggio ho gli allenamenti di Baskin” dice con entusiasmo contagioso. “Di cosaaaa?” domando io, perplesso. “Il Baskin è uno sport come il basket, ma dove noi giochiamo insieme ai normodotati” risponde lei lasciandomi basito per la sua sorprendente padronanza del linguaggio.
Inutile dire che, raccolta la mascella, passo il pomeriggio in cerca di informazioni sul web. Mi imbatto così in un regolamento articolato, in qualche filmato sul tubo ma soprattutto nella pagina facebook del Baskin Rho. Bastano pochi click e a Gennaio eccomi pronto al mio primo allenamento di Baskin.
Siamo in una marea e ce n’è per tutti i gusti: normodotati che sanno (o pensano) di saper giocare a basket, normodotati alle prime armi e ragazzi con diversi gradi di disabilità fisica e/o mentale.
Dopo 20 minuti di esercizi vari finalizzati al coinvolgimento di tutti i giocatori, si inizia a far sul serio con la partitella. Si gioca 6 per parte, si attacca (e, almeno teoricamente, difende) sia nei canestri classici, sia in canestri di diversa altezza posti all’estremità della linea di metà campo. Il gioco così si sviluppa in maniera completamente diversa dal basket, senza il classico avanti e indietro.
Sono ovviamente disorientato, ma mi piace da matti, tutti giocano per vincere e per farlo si devono sfruttare le qualità di ogni persona, che indipendentemente dalla propria abilità, è chiamata a dare il suo fondamentale contributo.
Senza quasi rendermene conto, si arriva alla prima partita del campionato, che ci vede subito di fronte in un derby con il nostro settore giovanile (il che mi fa rendere conto che, a 33, sono ormai nella squadra dei “vecchi”). Vinciamo una bella partita di una ventina di punti, mi colpiscono in particolare:
– vedere il nostro giocatore/allenatore giocare contro i suoi due figli (uno dei quali in carrozzina) per lui è derby nel derby;
– su 56 punti totali, una buona trentina li hanno messi le persone con le disabilità più gravi (Marco, cecchino in carrozzina ed Erika, una ragazza con disabilità ma che dalla sua mattonella è più puntuale della rata del mutuo)
– sugli spalti più pubblico della maggior parte delle partite di Serie D che ho visto quest’anno, con applausi e incitamenti equamente distribuiti;
– a fine partita, foto di gruppo delle 2 squadre e grandi sorrisi per tutti.
Solo un paio di settimane di allenamenti e di nuovo in campo, questa volta a Cinisello contro le temibili “Pantere”, in una partita sentita da entrambe le parti per via di precedenti un po’ turbolenti.
Pronti via e perdiamo la bussola, lasciandoci andare ad evitabili proteste e ritrovandoci sotto 20 a 5 in un Amen. Ristabiliamo un minimo di calma ed incominciamo la lenta rimonta, che ci porta a vincere in volata 46 a 43, non senza qualche tensione in campo. Questa volta la mia attenzione è catturata soprattutto dall’intensità e dalla battaglia agonistica vista in campo, che da una parte evidenzia il carattere sportivo e competitivo di questo sport (quindi non “assistenzialista”), mentre dall’altra riporta a galla problemi e atteggiamenti che speravo di non trovare in un contesto almeno teoricamente “protetto”. E questo apre molto spazio per il dibattito su dove sia da porre il limite e quale sia il reale obiettivo dello sport a tutti i livelli.
Marco il cecchinoRimango altresì colpito dal costatare che Marco (il cecchino) ne ha messi 21, su 46… San Marco! L’indomani, 15 febbraio, è la giornata del Baskin a Cremona (dove questo sport è nato). 10 (DIECI) squadre della sola provincia di Cremona si affrontano in uno spezzatino domenicale con straordinaria cornice di pubblico e e partecipazione di cestisti di grido (uno su tutti, Daniel Hackett).
E questo è solo l’inizio…
I love this Game!
Articolo di Fabrizio Foglia

pulici

Primo scatto: una notizia.

«L’idea sembrava geniale. Aprire la curva chiusa per i cori razzisti ai piccoli tifosi. Peccato che durante Juventus-Udinese i ragazzini abbiano insultato Zeljko Brkic, portiere della squadra friulana.» (Il foglio 3 dicembre 2013).

Secondo scatto: una spiegazione.

«Marotta A.D. della Juventus “noi abbiamo voluto riempire lo stadio perché, diceva un sociologo, “il calcio senza spettatori è pari allo zero”, era impossibile vedere delle tribune vuote» (Corriere dello Sport 2 dicembre 2013)

Terzo scatto: l’opinione.

«Paolo Pulici oggi allena i giovani ragazzi della Tritium a Trezzo d’Adda ed interpellato sui giovani e del cattivo esempio dato dalle famiglie: “La mia squadra ideale è una squadra di orfani. Molti rovinano i figli senza nemmeno rendersene conto. Non hanno raggiunto i risultati sperati e riversano sui bambini le proprie frustrazioni. Dai, diventa ricco e famoso, così possiamo comprarci la villa”». Corriere della sera 6  Dicembre 2013

Paolino Pulici, 172 gol con la maglia del Torino, è stata una mia bandiera, una delle ultime ma questo è un altro discorso.

Qui c’è tutto un mondo: il pedagogico che passando per lo sport diventa letteratura, di più, filosofia.

La sola idea di una squadra di bambini orfani sembra la trama ideale per una fiaba, per un racconto o perché no un film.

Niente di nuovo, sia chiaro, basta pensare all’ideale greco che assegna il primato della collettività alla dimensione privata della famiglia. La responsabilità educativa è innanzi tutto della polis prima che della famiglia.

Che dire poi del riferimento allo sport. Già perché qui non si dice la prepotenza, la provocazione,  il comunitarismo educativo richiede il suo primato quando si parla di sport. Un richiamo che non può non far pensare al ginnasio, la palestra dove formare l’uomo quale membro della città. Di più richiama l’ideale educativo comunitario più autentico e spietato : quello di Sparta e i suoi cittadini soldato. Già perché se la squadra è di orfani probabilmente anche l’orizzonte di vita atteso di questi orfani si dovrà spendere all’interno della dimensione sportiva. L’esperienza sportiva è autentica non solo per crescere la disciplina, le virtù sportive e le competenze connesse ma perché è l’esperienza sportiva è paradigma stesso dell’educazione.

Più semplicemente la possibilità di educare in assenza di genitori rappresenta il sogno pedagogico di ogni educatore, finalmente libero di lavorare senza fastidiose interferenze, plasmando al meglio la materia con cui si opera.

Ma c’è molto altro

L’affermazione di Pulici infatti non è una proposta metodologica, non un programma di lavoro ma è molto meno di un auspicio, piuttosto, uno sfogo dettato dalla frustrazione di non poter esercitare la professione di allenatore nel pieno del suo significato educativo. Lo sport, il calcio, si ritrova oramai ostaggio dei più bassi istinti dei genitori dei atleti , dalle aspettative di riscatto delle ambizioni frustrate dei genitori riverse sui figli, da una passione per la disciplina sportiva alimentata quasi esclusivamente dalla ricerca del successo e della ricchezza, non dal desiderio di crescita e dall’amore per il gioco.

Allenare senza genitori di torno è anche una manifestazione di impotenza: una disperata richiesta che qualcuno si prenda carico di educare questi genitori, già che lo sport non è più in grado di insegnare loro alcunché.  Il genitore non è nemmeno il destinatario dello sfogo perché, considerato oramai come l’attore di una vicenda educativa cui si farebbe volentieri a meno.

C’è da chiedersi come agisca il genitore la rovinosa azione disturbante. Facile immaginarlo mentre trasmette ed enuncia i propri valori e le proprie ambizioni rivolto ai figli, a tavola o nel tragitto per andare alla partita, oppure mentre impreca durante la settimana contro l’allenatore colpevole di far perdere la squadra o di non tenere nella giusta considerazione le doti del figlio. Ma l’azione più incisiva ed efficace del genitore è quando impreca dagli spalti, quando mette in scena il suo peggio. Quindi proprio quando entra nella parte che gli è assegnata dal dispositivo del calcio, altrettanto costitutiva del calcio come sport: lo spettatore, il pubblico ma soprattutto il tifoso.

Infatti, su questo aspetto, Marotta ha ragione quando sostiene l’insussistenza del calcio come spettacolo in assenza di un pubblico. Chi altri sono i componenti del pubblico, nei tornei giovanili, se non tanti e tanti papà che avrebbero il compito di conformarsi alle buone maniere e ai valori dello sport ed invece spesso sovvertono anche le minime regole di buon senso.

Ecco un primo paradosso che è bene sottolineare. Se il calcio ha da dire qualcosa sul piano educativo (e non mi sentirei mai di sostenere il contrario) sia pure il calcio, si può manifestare e realizzare a pieno solo se ricompreso anche come evento di spettacolo, al pari di una piece teatrale. IL calcio è spettacolo: c’è una ribalta, gli spalti, gli spogliatoi, gli attori, i registi, le regole entro le quali le azioni che si svolgono hanno un senso, un tempo finito, una trama, financo uscieri, bigliettai e vigili del fuoco e solo se tutti assieme si funziona si ha un buon spettacolo. Il tifo stesso è parte dello spettacolo senza il quale lo sport invece che competizione offrirebbe alla vista solo noiosi e poco significativi gesti atletici.

Chi può o forse chi deve educare questi genitori? Non l’allenatore (vuoi per abdicazione vuoi per convinzione) che non li riconosce destinatari della propria azione educativa, né gli atletici figli, figuriamoci, né la Federazione del Calcio, a meno che possa pensarsi un calcio senza spettatori, appunto.

Per centrare l’affermazione di Pulici ho provato a chiedermi se vale anche per altre discipline sportive.

Ad esempio «il centometrista ideale è quello senza genitori». Come potrebbe esistere un atleta dei cento metri senza un genitore che lo aiuta ad affrontare trasferte, che lo scorazzi in giro. E quale genitore sogna successo e soldi in una disciplina dove di denaro ne gira ben poco.

Forse nel calcio questo invece potrebbe anche accadere. Nel calcio girano tanti soldi, certo più di ogni altra manifestazione sportiva almeno in Italia. Il sogno pedagogico si può realizzare più realisticamente nel calcio proprio in forza della sua rinomanza. Paradossalmente proprio quei soldi e la sua diffusione sono l’ostacolo per una autentica esperienza educativa calcistica. Già perché quel denaro si origina proprio dalla vocazione spettacolare, dalla notorietà, dalla spettacolarizzazione del gioco del calcio.

A pensarci bene l’unico senso che avrebbe il pensiero di un centometrista senza genitori sarebbe un segno di tutt’altro segno: quello del doping. E a pronunciare la frase potrebbe benissimo essere il preparatore atletico, il medico il farmacista dell’atleta. Nessun padre se sapesse cosa deve passare nel corpo del proprio centometrista accetterebbe di buon grado il rischio per la salute per raggiungere il primato sportivo.

E provando con altri sport, ancora, mi sembra che la frase funzioni poco. Ad esempio, il ciclista ideale non può essere orfano quando spesso il ciclismo è uno sport che si tramanda e si trasmette di padre in figlio

Ma è poi davvero un sogno operare in assenza di genitori. Non è semplicemente una aberrazione? Al pari di qualsiasi altra idea totalitaria. Più che sogno un incubo. L’impero del pedagogico. Nessuna esperienza può dirsi davvero educativa se non si sa confrontare con un contesto, con il mondo della vita. L’onnipotenza dell’educazione è il nodo contro il quale ogni educatore si scorna nella propria professione: l’incapacità di ritagliare il giusto ruolo all’educazione, parte di un sistema. L’incapacità di riconoscere i vincoli dello spazio entro il quale è possibile operare e della durata nel tempo di ogni azione, di obiettivo e di ogni verifica di risultato.

Di nuovo, quale esperienza educativa è possibile senza un ritorno costante al mondo della vita. Quale competenza è appresa se non è spendibile altrove.

In qualche modo e, certo, a suo modo la federazione del calcio ha provato ad affrontare un nodo della matassa e prova ad educare l’adulto negandogli la curva se non è in grado di corrispondere a semplici limiti morali ed etici. Qualche illuminato cerca di sovvertire le regole del gioco portando allo stadio i figli quale esempio per i padri, salvo poi scoprire che i padri restano sempre l’esempio dei figli.

In fondo anche l’allenatore, l’insegnante, l’educatore provano ad educare l’adulto formando i figli. Se un adulto sa ascoltare sa guardare il figlio che cresce può imparare che è possibile crescere quando si persegue la passione, la gioia e l’amore per il gioco.

Ed allora, caro Paolino, condivido questa affermazione perché rimarca il paradosso, amplifica il cortocircuito che non si può interrompere. E’ l’unico modo per attribuire a tutti il proprio pezzo di responsabilità.

Al genitore il compito si essere genitore e tifoso, cercando la migliore sintesi tra le due dimensioni.

All’allenatore il compito di proporre una esperienza sportiva agli atleti e di nominare ai genitori la posta in gioco.

Alla federazione che ha il compito di stabilire la misura dell’asticella, determinare e far rispettare le regole del gioco.

Allo Stato che ha il compito ultimo di marcare la differenza tra spettacolo – che in quanto tale è finzione, normato da leggi e regole che valgono solo all’ interno di quel contesto – e la delinquenza, l’illegalità.

Alla stampa che ha il compito di promuovere lo spettacolo senza impoverirne il contenuto con una spettacolarizzazione a tutti i costi.

Ai ragazzi il compito di farsene una ragione provando a prendere il meglio di tutta questa esperienza

Torrevecchia Pia, 15 dicembre 2013- Artigianamente ( http://artigianamente.blogspot.it/ )

Un ringraziamento ad R.C. Autore dell’articolo. Christian S.

di Vincenzo A. (dalla pagina del blog di facebook)

Quando un commento è così interessante non si può rischiare che si perda…

testa bassa“…Sono stato a trovare mia figlia e mio nipote, da bravo nonno ho accompagnato mio nipote Mattia, pulcino della squadra di calcio cittadina al ritrovo organizzato per gli allenamenti. Uno spazio incredibile, campetti di calcio, piscine, luoghi di ristoro, di divertimento, di relazione, insomma un vero eden per giovanissimi e adolescenti, nonché per le famiglie, gli adulti in cerca di relax e di linee guida per ben educare i propri figli. Uno spasso osservare Mattia in campo, constatare che falli, sgambetti, gioco duro, erano banditi dal rettangolo di gioco, niente parolacce e niente grida sguaiate, tutta corsa, schemi, e consigli impartiti dalle panchine. Incredibile ma vero, su quel campo si giocava a calcio rispettando gli avversari, l’arbitro, e, ultimo ma non per importanza, gli allenatori, che decidevano senza timore di obiezioni chi usciva e chi entrava. Fair play verso i meno dotati, fair play nei riguardi di chi perde, fair play nell’esultare e nello stringere le mani dei coetanei, di chi inciampa e cade, insomma un bel vedere a cui non ero proprio più abituato. Non c’era ansia né frustrazione, tanta voglia di giocare, senza protestare quando il coach rimprovera, rivolti a lui con rispetto e ammirazione, chiamandolo Mister sempre e comunque, riconoscendogli capacità e ruolo, soprattutto autorevolezza “conquistata sul campo per l’appunto”. Sui campetti di calcio le squadre si susseguivano, i tornei approdavano ai gironi delle qualificazioni, e più ci si avvicinava allo stretto giro di boa, alle finali per intenderci, più accadeva quanto era da evitare come la peste, quel qualcosa che manda gambe all’aria un’intera architettura educativa costruita con fatica, professionalità e tanto amore. Irrompevano ai bordi del campo le schiere di mamme imbufalite, di papà inebetiti dalle proprie aspettative, di adulti con i cartellini dei propri figli ben appuntati sul petto, ognuno a incitare i pargoli, e cosa assai più imbarazzante, tutti insieme appassionatamente a fare a pezzi arbitri e guardialinee.

Fair play e corretta interpretazione della reciprocità soccombevano sotto i cingolati dei nuovi conduttori di anime, dei nuovi costruttori di futuri Balo di periferia. Parolacce, bestemmie, inviti a entrare duro sull’avversario, a non badare troppo a chi cade, a chi non ce la fa più a starti dietro, un susseguirsi di ordini lanciati da dietro le reti di recinzione, urla così perentorie da coprire quelle dei coach delle due squadre. Fair play, rispetto, educazione, allenamento e sudore, un mondo di passi in avanti svolti uno per volta per non incappare nell’errore, improvvisamente messi da parte dall’incedere dell’orda genitoriale, del mondo adulto ancora una volta imputato e recidivo, ma assente alla sbarra, ben protetto dalle solite attenuanti prevalenti alle aggravanti, e così facendo ci rimetterà sempre il più debole, il più fragile, quello meno avvezzo a vestire i panni del più furbo per forza. Fortunatamente i “grandi” non sono tutti così, e ancora più fortunatamente i giovanissimi non sono tutti propensi a fare i gladiatori piuttosto che gli atleti.

La partitella finisce con il Mister che stringe le mani dei propri campioni, tutti, nessuno escluso, ognuno è il suo campione, ciascuno è il campione di tutti noi, con i nostri magoni, le nostre lacrime, la gioia per i nostri figli che hanno perso, che hanno vinto, che hanno dato tutto quello che potevano dare per farci sentire orgogliosi di loro. A ben pensarci chi non potrà sentirsi orgoglioso del proprio operato-ruolo, sarà nuovamente il mondo dei formatori, di quanti mandano i propri figli a imparare cos’è la dignità, cos’è la libertà, ma fa di tutto per non apprendere che il rispetto si impara solo con il buon esempio…”

Grazie Vincenzo.

Christian S.

La foto è di Marco Bottani ( http://www.ibot.it)

anelli

Robbie Rogers è un calciatore inglese gay di 27 anni, Roger era un calciatore gay di 27 anni. Oggi, è un ragazzo che lascia il proprio lavoro perché gay.

Nell’articolo, Robbie ci chiama in causa tutti, allenatori, tifosi, amici e famiglie.

Trovo l’esito di questa storia incredibile. Non perché non ne comprenda il processo o le motivazioni ma perché fotografa un problema che speravo, almeno in parte, superato. Dico in parte perché so bene che persistono nella nostra società gravi e gravissimi problemi di discriminazione rispetto alle scelte sessuali. Dico in parte perché mi pareva che qualche passo avanti fosse stato fatto. Ma forse non è così.

Il coming out di Rogers mi ha costretto ad interrogarmi. Mi ha spinto a riflettere su quanto lavoro ci sia ancora da fare per educare le persone all’incontro con l “altro”. L’altro da me, l’altro da ciò che vorrei che fosse, l’altro dal mio modo di pensare, l’altro dalla media e l’altro da ciò che io sceglierei. L’altro che spaventa. Succede per tutti gli altri, per tutti coloro che, per una serie di motivi, si distinguono, esteticamente, politicamente o rispetto alle scelte personali, sessuali e religiose. Succede anche alle popolazioni che arrivano da lontano, percepiti come altro da noi, trattati come se fossero pericolosi, dannosi o se va bene invisibili.

  • E’ così difficile accettare che le scelte altrui siano tanto differenti dalle mie?
  • E’ così difficile accettare che esistano altri modi di vedere l’amore, che esistano tanti modi di pensarsi insieme, di percepire il proprio corpo e la propria anima?
  • Gli altri sono, effettivamente, così pericolosi?

Se è vero che l’identità delle persone si forma attraverso l’incontro con gli altri. Come possiamo incontrare l’altro se per potermi definire “altro ” devo soffrire, sentirmi escluso, rischiare di essere espulso e deriso. Il rischio, come successo a Roger, è che io sia costretto ad essere come te, ad uniformarmi, a fingere di essere ciò che non sono. Il rischio è che si perda il valore, reale, della differenza.

C’è ancora tanta strada da fare, perché una società “adulta” non può costringere un ragazzo di 27 anni a cambiare lavoro, costringerlo nell’anonimato per anni. Una società “adulta”, come una famiglia “adulta”, prende i propri figli e li accompagna verso la felicità, la propria felicità. Una società “adulta” non costringe i propri figli a nascondere la fonte delle propria felicità.

Non siamo ancora abbastanza maturi.

Mi fa rabbia ciò che ho letto, perché Robbie ha appena comunicato al mondo che smetterà di giocare al pallone e lo ha fatto  raccontando di quanto sia stato difficile ascoltare frasi come : “Non passare la palla come un frocio“. Mi fa rabbia perché non mi pare che avesse voglia di smettere.

Alcune parole pensano come macigni. Leggere alcune frasi mi ha provocato un brivido lungo la schiena, un sottile freddo dentro le ossa, un senso di nausea. Leggendo l’articolo mi son detto che come educatore, genitore e uomo ho molto lavoro da fare perché la società in cui vivo impari ad incontrare veramente gli altri. Devo lavorare perché Rogers possa fare il lavoro che desidera, perché così facendo Robbie sarà sicuramente più felice e se è felice lui magari saranno felici anche le persone che gli stanno accanto, perché felicità genera felicità.

Educare alle differenze per educare alla felicità. Credo sia questa, per i prossimi tempi, la più importante responsabilità professionale e personale che ci aspetta.

Gli adulti con cui vivo e lavoro ne saranno consapevoli e soprattutto ne saranno in grado?

Christian S.

La foto è di Marco Bottani (www.ibot.it)