Archivio per febbraio, 2014

blog day

Ogni mese il gruppo Facebook “Educatori, consulenti pedagogici e pedagogisti  propone un tema, una riflessione educativa, alla quale partecipare con un proprio contributo scritto.

Una volta raccolti, quest’ultimi vengono ospitati e divulgati dal circuito blogger di Snodi Pedagogici.

Il tema del mese di febbraio: Pedagogia e Scuola

“Con l’ingresso nel circuito scolastico i bambini smettono di essere “esclusiva proprietà” delle famiglie ed entrano a pieno diritto nella società come soggetti. Subito dopo il contesto educativo per eccellenza (la famiglia) è la scuola il luogo in cui bambini e ragazzi passano la maggior parte del loro tempo.
Come e quanto viene percepito dalla scuola e dai suoi attori il ruolo educativo che viene loro chiesto? Qual è l’anello mancante nel processo insegnamento-apprendimento? Come vivono la scuola coloro che ci lavorano?”

Ospito con grandissimo piacere lo scritto di Federica, che comincerò a conoscere tramite ciò che scrive. Strana e bella questa cosa che succede con i Blog Day, conoscere le persone per quello che raccontano e non per come sono fisicamente. Strana ma molto pedagogica. Perché una delle cose che fa l’educazione è raccogliere e accompagnare le persone dentro le loro storie. Raccontare e ascoltare, sostenere e prendersi cura del rapporto con le proprie cose. Buona Lettura. Christian S.

Verso le 11.00 di mattina, in una scuola dell’infanzia, dialogo con delle insegnanti, donne, che nella maggior parte, è da più di venti anni che insegnano, alcune nella stessa scuola. Sono sedute davanti ad un calorifero, vicine, molto vicine, nel salone adibito per il gioco “libero” dei loro bambini, alunni, che corrono, gridano, giocano, simulano e tutto ciò che di altro non ho visto.

Raccolgo riflessioni e lo esplicito, vorrei scrivere un articolo che parli della scuola, ma forse è più una riflessione che parlerà anche delle loro idee e della loro scuola, non solo della mia idea.

Al pomeriggio, il sole colora e scalda e i bambini possono giocare nel giardino della loro scuola, nel dopo-pranzo, nell’altro spazio-tempo del loro gioco “libero”. Porgo loro altre domande mentre osservano i loro bambini, alunni, giocare, correre, camminare e tutto ciò che di altro non ho visto.

Avevo una scaletta, pensata, preparata fra riflessioni e domande aperte, ma alla fine nessuna risposta e riflessione sembrava portarmi nuove idee, nuovi spunti riflessivi, per cui scrivere. Finchè tutte annoiate, maestre e io, dei soliti discorsi che si sentono che alimentiamo anche noi, che tinteggiano idee  e punteggiature ridondanti della cultura, società e scuola odierna che il titolo di un saggio ben rappresenta “L’epoca delle passioni tristi”, seppur le riflessioni interne dei due autori pennellano possibilità diverse, ecco che una domanda apre possibilità di vedere e scrivere della scuola.

Annoiata, del solito, chiedo “ma voi rispetto le mie domande, e le nostre riflessioni dove vi posizionate, in queste idee?”. Un’insegnate scherza e risponde aprendo al nuovo: “Qui, dove siamo sedute, in panchina”. (Le insegnanti infatti nel giardino erano sedute tutte vicine su delle panchine a guardare i loro bambini, alunni; così come la mattina erano sedute tutte vicine al calorifero). Alla mattina cercavano calore in un calorifero. Al pomeriggio nella loro vicinanza sulla panchina…. Cercavano calore? Vicinanza? Solidarietà e solidità dell’unione? Non lo so, ma loro fra tutti i discorsi proposti erano in “panchina”.

Eccole in panchina ad osservare i loro bambini, in panchina di fronte ai loro bambini.

Trovo il loro posizionamento strategico e difensivo, posso anche vederlo come un posizionamento particolare perché queste insegnanti, in panchina, sono dei giocatori che aspettano di giocare la loro partita, o sono degli allenatori che osservano i loro giocatori?

Non lo so non l’ho chiesto ero attenta a trovare la novità, che non ho subito cercato la complessità della loro posizione. Sono maestre, insegnanti che però si credono e sentono anche educatrici, dei “loro bambini”, che magari in altre scuole sono alunni, ma in quella scuola sono “i loro bambini” e che si chiedono come mai se alla società e alla cultura si possano riconoscere e anche accettare, magari passivamente, penso io, caratteristiche di incertezza, insicurezza e fragilità alla scuola queste caratteristiche non le si devono e possano associare. Il mondo cambia e anche la scuola cambia, ma a questa Istituzione  si possono associare alcune caratteristiche del nostro tempo? Una scuola può essere insicura? Incerta? Fragile?

Non ho una risposta, ma un pregiudizio da dichiarare: anche la scuola sta vivendo di fragilità ed insicurezze il suo mandato, il suo ruolo come lo vivono chi la abita; ecco forse perché quelle maestre stanno in panchina (forse temporeggiano di giocare una gara o a distanza vivono la fragilità del contesto?).

Le insegnanti e gli educatori, che ho incontrato nel mio lavoro di pedagogista, cercano di accogliere le sfumature di ogni bambino, i suoi colori cercando risposte ai loro comportamenti, a volte alle loro difficoltà, ai loro bisogni educativi. Cercano tutti risposte, a volte anche io, iniziando sempre frasi con un “… perché”, dimenticando spesso di iniziare a riflettere con  “come…”.

Perché questo bambino non ha regole? perché non parla? Perché la famiglia non ha ascoltato le mie riflessioni?

Pensate che punteggiature diverse possono avere queste perplessità: come si regola questo bambino? Come parla o comunica con me e gli altri? Come ha accolto le riflessioni la famiglia?

Nel COME intravedo possibilità di trasformazioni, gioco una partita non dalla panchina, ma nel campo iniziando a cogliere quale nuova strategia mettere in gioco, per non soffermarmi su delle risposte lineare e ricercare complessità e bellezza del lavoro nella scuola. Un lavoro di una complessità così profonda che richiede elogio alla bellezza della complessità, senza spaventarsi ed arenarsi, ma ricercando bellezza.

In ogni classe, non vi è solo un lavoro e una programmazione del gruppo da portare avanti, ma vi sono quasi 30 specificità da contemplare e ammirare, aiutandoli ad esprimere il “più proprio poter essere” nel mondo. Siamo in panchina ad aspettare che i bambini che incontriamo possano giocare, con tutte le loro possibilità e riconoscendo i propri limiti, la loro partita.

Una partita che ha anche altri allenatori, le loro famiglie con genitori che spesso si rivolgono agli insegnanti quasi con sfiducia rispetto le loro professionalità, oppure con una completa delega, oppure …

Quando ammiriamo la complessità del nostro campo, dobbiamo anche rivolgerci alle tribune a tutti quei genitori che accompagnano i loro figli; ogni nostra domanda e riflessione non può non essere condivisa anche con loro: non sempre ci saranno alleanze perfette, ma questo non vuol dire non appellarsi agli spalti e agli osservatori dei loro figli e dei loro insegnati. A mio avviso anche questo è un compito della scuola che se oggi è impegnata a “fare squadra”, vuol dire non dimenticarsi di loro, dei genitori, sfidati ad essere Tifosi e non i “secondi avversari” della scuola.

Delegano, non ascoltano, configgono, dubitano…. Mostrano energia da mettere in campo: COME trasformarla?

Nel COME intravedo trasformazioni e sguardi di DESIDERIO, desiderio di non segmentare la complessità, ma di ricercarne la bellezza. Quel desiderio tanto ricercato nelle programmazioni, quel desiderio di coinvolgere, aprire ed emozionarci nel mondo scuola. Desiderio di apprendimento e di conoscenza sia per gli insegnati, che per gli alunni che per i genitori.

Io, attrice e spettatrice della scuola, desidero bellezza e desiderio nella scuola, almeno nella scuola… come? Lascio alcune domande?

Come ci posizioniamo con i nostri alunni (bambini, ragazzi, adulti)? E con le loro famiglie?

Come generiamo apprendimento? E quale valore diamo al Meta-apprendimento?

Come pensiamo di fronte alle difficoltà osservate in alcuni bambini?

Come consideriamo le emozioni dei nostri bambini, dei genitori? E che ruolo hanno nel processo di apprendimento?

Come valutiamo? Anche il colorare ora è esercizio di coloritura e segue una valutazione (questa domanda sarà anche sarcastica… ma ora l’ho scritta)? Come è vissuto dai bambini il colorare?

Come desideriamo la scuola? Come ci sediamo su quella panchina?

Di Federica Vergani

Ecco i blog che partecipano all’evento:

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educazione e vita - Terzani

a proposito di BES…

Pubblicato: febbraio 5, 2014 in Sarno Pedagogia

Per iscriversi: http://laspecialenormalita.wordpress.com/iscrizioni/

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