Archivio per marzo, 2013

Oggi, quasi per caso, mi passa sotto gli occhi questo video. Guardandolo ho pensato che fosse un video straordinario, eccezionale, un video speciale. Un video che andrebbe fatto vedere  in tutte le scuole. Un esempio di come si può raccontare un nuova disciplina. Un bella storia che narra del rapporto tra sport e disabilità. Un esempio di come si possa, nonostante i propri limiti, andare oltre ciò che gli altri immaginano per noi. Spesso è proprio lo sguardo degli altri che ci limita.

Correre, saltare, saper cadere, saper atterrare ed allenarsi.  Se volete imparare a farlo , ecco un gruppo di scimmie che fanno al caso vostro.

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mani di ferro

Durante questo lungo periodo di crisi ho spesso letto questo messaggio in diversi gruppi  di educatori su Facebook. Spesso la richiesta era rabbiosa, stanca e innervosita dalla lunga attesa. Tanti neo laureati a spasso. Tanti educatori di lungo corso in cerca di un’occupazione o di un’occupazione migliore, qualitativamente e quantitativamente. Tanti educatori ed educatrici in giro a cercar lavoro insomma. Nelle situazioni come queste parte la corsa al posto e parallelamente, nell’eventualità in cui non lo si trovi, la ricerca del colpevole. Il primo risultato è l’invio del proprio curriculum, mail agli amici, annunci sui social network, il tutto sempre con maggior frenesia e con rabbia crescente.

Quello che succede invece sul fronte ricerca del colpevole è più triste. Si assiste al tutti contro tutti: educatori del socio- educativo contro educatori del sanitario, educatori formati sul campo contro educatori laureati, educatori formati in università contro educatori formati nei diplomi regionali, insomma tutti VS tutti.

Il risultato è che se guardi da fuori la responsabilità della mancanza di lavoro pare un problema tra educatori, e quindi la logica della caccia al lavoro” altrui” diventa ancora più reale. Fioccano quindi le lotte intestine, gli anatemi, i paragoni, le valutazioni su chi ha più o meno diritto al posto di lavoro. Fioccano le associazioni che difendo i diritti di una o l’altra categoria, come scrivevo in un forum “ci sono più associazioni che educatori”.

Io non ci sto, non ci sto a far la lotta contro altri colleghi, non ci sto ad entrare nel ” ne ho più diritto io perché…”. Non ci sto ad abbassare il costo del mio lavoro per trovarlo e ad accettare compromessi che rischiano di rovinare il mio settore professionale. Non ci sto a far la lotta per dimostrare che la mia formazione è meglio della tua, punto e basta. Non ci sto soprattutto in questo periodo e in questo modo. Ci starò, forse, quando cominceremo a parlerare di competenze e capacità insieme ai titoli nobiliari. Come ho già detto più volte, non ci sto a far la guerra in casa mia.

Qualche domanda:

  • Possiamo pensare, obbiettivamente, di cacciare dal proprio posto di lavoro un’educatrice che da 25 anni lavora in un nido solo perché 25 anni prima non esisteva un corso specifico per educatori professionali? Possiamo pensare di sprecare  le competenze di tanti educatori che si son formati sul campo per 20 -30 anni?
  • Possiamo pensare che un educatore che ha studiato per diversi anni per lavorare anche nell’ambito sanitario (perché il suo corso lo prevedeva) scopra solo dopo aver finito che non lo potrà mai fare?
  • Possiamo pensare che spetti agli educatori risolvere un problema creato dalle istituzioni formative?
  • Come si possono costruire due/tre ambiti differenti di studio per lo stesso ruolo e poi pensare che ciò funzioni? Come si può “maltrattare” il settore educativo in questo modo?

Il lavoro educativo è un arte. Il mondo educativo non merita un trattamento del genere.  Che sia venuto il momento di indirizzare la rabbia, la lotta, lo sguardo e le energie verso altre direzioni? Per cambiare la direzione dello sguardo dobbiamo però provare a concentrarci su ciò che facciamo e non su come siamo arrivati a farlo.

Christian S.

Ecco il link ad un articolo di una collega, molto ma molto interessante: fare la fame.

Foto di Marco Bottani (http://www.ibot.it)

8 marzo Il giorno dopo l’8 marzo è sempre un giorno strano, restano tracce di ciò che è successo, quello orrendo odore (la mimosa dopo un giorno non si riesce più ad annusare), i mariti stravolti per aver fatto la serata a casa soli con i figli e poco altro.

Un giorno di riflettori puntati addosso, servizi, post, articoli, auguri e attenzione su tutte  le tematiche femminili e poi solo 24 ore dopo hai come la sensazione che tutto svanisca, che tutto torni come prima, stessi meccanismi, stessi problemi, stesse discriminazioni, stesse pensieri e stesso rapporto con gli uomini.

Una festa non cambia lo stato delle cose. Le donne si trovano punto a capo. Ci troviamo punto e a capo. Capisco, quindi, perché alcune delle mie colleghe e amiche mal sopportino questa festa.

Ho sentito però, oggi, il bisogno di provare a restituire qualche cosa alle donne, perché dalle donne ho ricevuto molto. Personalmente ma soprattutto professionalmente.

Lavoro soprattutto con donne, sono stato coordinato da donne, formato da donne, paradossalmente ho imparato ad usare “codici” maschili proprio osservando le educatrici con cui ho lavorato. Ho attraversato a fianco di consulenti, educatrici e coordinatrici tutti i servizi educativi e formativi della mia carriera. Oggi lavoro per le donne soprattutto, in alcune supervisioni unico uomo tra le donne. In ambito educativo, gli uomini son come i panda, categoria protetta, manca solo il bambu, perché spesso i cerchi intorno agli occhi li hanno già. Ho avuto anche maestri e colleghi maschi è vero, ma la mia vita professionale è soprattutto con le donne (consulenti, educatrici, coordinatrici e insegnanti) e per le donne (le mie figlie).

Dalle donne ho imparato molto. Con le donne ho faticato. Ho imparato stando con loro e sicuramente ho ancora da imparare. Alle donne spero di aver insegnato anche delle cose.  L’8 marzo per me è questo, un’occasione per ringraziare le donne che mi hanno permesso di essere il consulente pedagogico che sono oggi. Professionalmente devo molto agli incontri che ho fatto con loro. Alcune di loro forse neanche si sono accorte di aver lasciato una traccia nel mio modo di lavorare e di guardare il mondo dell’educazione.

Ad alcune di loro non sono riuscito a dire grazie e ci provo ora.

Questo post è dedicato a Nonna Olimpia, la migliore educatrice che abbia mai visto all’opera. Educatrice di uomini e solo di uomini. Educatrice naturale ed eccezionale. Se non l’avessi osservata per anni oggi non saprei cucinare e questo sarebbe un grosso problema.

Christian S.

Questo è il post n° 100. 

La foto è di Marco Bottani ( http://www.ibot.it).

festa

20000 clic!

Il mio blog è nato nell’ottobre 2011, quasi come uno scherzo, in una fase strana della mia vita professionale, quando avevo ancora un po’ di tempo libero. Non avrei mai pensato che mi sarebbe piaciuto così tanto scrivere, che così tante persone avessero piacere a leggere ciò che succede nel blog e che diventasse così importante per me curare questo luogo così particolare.

Voglio approfittarne per ringraziare chi mi segue costantemente, chi ha contribuito a scrivere alcuni post, chi ha pubblicato nel blog i suoi libri, chi commenta spesso ciò che scrivo e chi lo fa sporadicamente, chi mi sostiene, i 226 che hanno cliccato mi piace e anche chi mi legge ogni tanto.

Voglio ringraziare soprattutto chi mi ha ringraziato per ciò che scrivo.  L’idea che biviopedagogico possa essere utile anche ad altri mi riempie di felicità.

Grazie a tutti, insomma.

Grazie a Marco Bottani ( www.ibot.it) per le foto.

Christian S.