Archivio per la categoria ‘Educazione e Giovani’

Sono sempre stato affascinato dal mondo del Rugby. L’immagine e i racconti che emergono, anche dai genitori, ne restituiscono l’idea di un luogo differente. Uno mondo che pare mantenere alcuni valori di fondi che hanno sempre contraddistinto lo sport. Fatica, sudore, lealtà, competizione, vittorie, sconfitte ma soprattutto  lotta dura in campo e abbracci alla fine della partita. Elementi che sembrano sintetizzarsi bene nel Rugby, dove in campo i ragazzi si placcano rotolandosi a terre a poi finiscono a mangiare insieme durante quello che viene chiamato “Terzo tempo” (momento istituzionalizzato, in cui le due squadre, a fine partita, mangiano insieme, mischiate). Incontro il mondo del Rugby in rete, ne leggo le storie, i commenti e soprattutto i pensieri dei genitori. Me ne arriva notizia anche da alcuni colleghi educatori, mi piace. Forse ne subisco anche il fascino, anche perché da amante degli sport di squadra son sempre alla ricerca di un nuovo amore. Un amore che compensi la delusione che deriva dalla sensazione che altri sport (il calcio in primis) abbiano smarrito completamente il valore originario. Genitori che urlano dagli spalti cose inascoltabili contro bambini di altre squadre, sguardo individuale che sposta l’interesse solo sul proprio figlio e sulla possibilità o necessità che diventi un campione. Smarrimento del valore dello sport di squadra. Incapacità di stare dentro il proprio ruolo e di tollerare che altri (gli allenatori) possano decidere per tuo figlio anche perché magari ne sanno più di te. Il rugby invece mi restituisce un’immagine differente. Forse perché è uno sport di nicchia, forse perché anche io subisco il preconcetto (positivo) che gira intorno a questo sport, forse perché è ancora uno sport che pare rimanere ai margini rispetto al mondo del Business.

Poi lo incontro direttamente, il Rugby.

Incontro il RugBio. Associazione sportiva che pratica il Rugby sociale. Lo incontro perché il presidente della società mi chiede di fare una formazione per i loro allenatori, che lui chiama Educatori. Quando Incontro Alessandro Acito mi accorgo che ciò che mi racconta mi piace. Mi ferma quando provo ad elogiare il Rugby raccontandomi del preconcetto che avvolge il Rugby tutto. Mi spiega che anche li troverò alcune deformazioni sportive che di solito si trovano sugli spalti di altri sport, che anche lì troverò qualche dopato, qualche genitore che non si tiene, qualche condizionamento da fama facile. Già, perché se, come genitori abbiamo maturato un modo maldestro di approcciare agli sport, nulla diventa esente, nemmeno il Rugby ovviamente. Mi racconta anche di altro però. Mi spiega di come hanno deciso di provare ad usare il Rugby, in quali quartieri, con quali ragazzi e ragazze e soprattutto mi racconta cosa chiede ai suoi Educatori. Ecco che torna. Niente allenatori, educatori. Mi dice che vuole che siano formati, che ci tiene che sappiano cosa fare con i ragazzi. Sembra interessato soprattutto all’impatto educativo del lavoro in campo. Sembra che in primo piano, in sintesi, ci siano la questioni educative. Ovviamente la cosa non può che piacermi. Sia perché è il mio lavoro sia perché, almeno per i ragazzi e le ragazze, lo sport dovrebbe essere un’esperienza educativa, prevalentemente. Di questo sono convinto da sempre. Un’esperienza dove si imparano le tecniche di quello sport (didattica) ma soprattutto dove si imparano cose utili per la vita tutta (educativa). Il vecchio binomio didattica ed educazione che torna in primo piano. Quel binomio su cui dovrebbe tenere lo sguardo forte anche la scuola, magari provando ad orientarsi maggiormente sul valore educativo dell’esperienza scolastica, perché il valore dell’esperienza didattica, mi sembra, in generale, discretamente presidiato. Perché educazione e didattica non si possono distinguere, separare, perché si impara meglio se ci si riconosce nella relazione con gli insegnanti, con i propri compagni e soprattutto se si riconosce il valore, per la propria vita, di ciò che stiamo imparando. Orientando lo sguardo sul valore educativo dell’esperienza scolastica aiutiamo i nostri ragazzi a sperimentare e costruire relazioni significative con altri adulti al di fuori della famiglia. Li aiutiamo a costruire competenze relazionali utili e spendibili immediatamente, insomma.

Qualche settimana dopo, con grande curiosità incontri gli allenatori, che io mi ostino a chiamare così. Condizionato dalla mia esperienza, dal mio modo di vederli, da come li ho visti nella mia lunga carriera di giocatore di basket. Per me sono allenatori. Per Alessandro, Educatori e Educatrici. Quando li incontro capisco perché. Capisco perché lui ci tiene a chiamarli così, capisco come li ha scelti, capisco che davanti c’è l’educazione dei ragazzi, la capacità di imparare a stare insieme, la gestione dei fallimenti, il lavoro di squadra, la lealtà, l’uso corretto della forza. Incontro un gruppo di uomini e donne interessati ad imparare, la formazione va via veloce, bella e fluida. Tante domande, affondi, mi accorgo che sposto in alto anche l’asticella dei contenuti che porto. Mi accorgo che la formazione assomiglia sempre di più alle formazioni che faccio per gli Educatori Professionali. Ora capisco perché Alessandro li chiama così.

Mi innamoro. Son fatto così. Formare un gruppo di Educatori del genere mi fa bene. Mi vien voglia di rincontrarli (facciamo due incontri) e di progettare spazi di formazione per e con loro. Mi vien voglia di mandarci mia figlia (che però oramai è innamorata del basket) e di mandarci i figli degli altri. Mi vien voglia di raccontare di loro. Su Fb e qui in questo articolo. Non solo perché mi piacciono, ma perché il valore di quello che portano è alto. Uno sport inclusivo (c’è spazio per tutti), in cui ci si sporca e si fa fatica. Uno luogo dove imparare soprattutto a gestire la propria aggressività, ad usare la propria forza, dentro vincoli e regole definite.  Uno spazio per imparare a vivere mentre si impara a giocare a Rugby.

L’ASD RugBio nasce nel 2014, lavora nei quartieri o nelle realtà dove spesso pare più complesso lavorare. Li trovi a Cusago, Quarto Oggiaro, Besate e Abbiategrasso. Li trovi Qui e su Facebook. Li trovi soprattutto in campo, belli, sporchi, pieni di lividi e felici. Li trovi, se hai voglia di cercarli.

Da più di un anno, lavoro con loro. Alcune delle cose che abbiamo fatto le potete trovate nel Blog che abbiamo aperto. Uno spazio condiviso con gli educatori e i genitori. Un blog degli adulti del RugBio.

Christian S.

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Giornata di formazione. Gruppo di capi scout. Attenti, motivati, appassionati e disponibili a mettersi in gioco. Una giornata intera di formazione di sabato. Quasi eroici, mi verrebbe da dire.

Alzi la mano chi nel suo tempo libero si è mai piazzato in un parco a parlare di prevaricazioni, cyberbullismo e regole?

Il tema centrale sono le prevaricazioni. Porto un affondo sulle regole e sulle modalità di trattarle, tematizzarle e sui rischi connessi. La discussione si sposta sulla colpa. Facilmente. Succede nel guardare i ragazzini che si accompagnano, succede riguardando le proprie azioni. Succede che il senso di colpa schiaccia e appiattisce. Sposta tutto su desiderio di scusarsi, di pentirsi e di espiare.  E’ difficile non caderci, capita anche a me, nell’analisi della azioni che faccio. Soprattutto da padre, ma anche da professionista.

Succede perché la colpa è pervasiva, culturale, vive e si annida nel profondo. Talmente profonda da immobilizzare o da portare al desiderio di chiudere. Troppo dolore.  Meglio scusarsi e finirla qui. Fa così anche mia figlia. Quando sente che non ha voglia, né spazio per andare avanti. Chiude. Si scusa e prova ad andarsene. La sua fortuna che io non la mollo. Non la mollo perché non voglio che si senta in colpa e soprattutto perché non voglio che tagli corto quando si parla invece di responsabilità.

Ecco il punto: colpa e responsabilità. Bella coppia.

Mi accorgo che la differenza tra colpa e responsabilità non è scontata. La prima, la maledetta colpa, guarda l’individuo, nella sua interezza, parla alla pancia, alle emozioni. Parla di qualche cosa che è sbagliato, mette al centro una specie di senso di tradimento della relazione. Hai sbagliato, ti devi scusare, lo devi fare con me, perché io sono la vittima. Hai trasgredito le regole. Hai tradito anche me, proprietario delle regole. Diventa una questione personale, di rapporto. Conduce in una unica strada, ad un unico modo di uscirne; le scuse. Scusarsi, anche provando a rassicurare che non succederà più. Quante volte abbiamo sentito “non lo faccio più” uscire dalla bocca dei bambini. Promettere di non farlo più vuol dire mettersi in un’ottica pericolosa, dove l’errore viene visto sono in un’ottica di non ripetizione. Ma l’errore è anche altro. E’ prezioso per conoscersi, per imparare a tollerare le imperfezioni degli altri, per scoprire strategie di risoluzione dei problemi, per imparare che siamo esseri imperfetti e che l’errore stesso non è una deviazione della strada maestra, ma parte della strada stessa. Perchè gli errori non si evitano, si affrontano.

Dall’altra parte c’è la responsabilità. Che parla del ruolo che stai attraversando, parla di un pezzo di te, di una cosa che hai o non hai fatto. Parla dell’aver fatto. Parla di qualche cosa che ci sembra cambiabile. Trasformabile. La responsabilità parla dell’azione e le azioni si possono fare in modo differente. Parla, a differenza della colpa, di qualche cosa che ci sembra più facilmente modificabile, ci fotografa l’azione che avremmo dovuto fare, magari in altro modo. Se parliamo di responsabilità diciamo ai ragazzi che devono imparare ad assumersela, che devono rispondere di ciò che han fatto. Non gli diciamo che devono scusarsi, pentirsi, insomma. Se parliamo di responsabilità parliamo di futuro, di diventar grandi, di diventar cittadini, responsabili di una parte del modo che stiamo costruendo. Se parliamo di responsabilità non gli chiediamo di fermarsi,  ma di andare avanti. 

Christian S.

PS: Parte del merito di questo post è dei capi Scout CNGEI di Cesano Maderno che mi ha aiutato a mettere a fuoco, meglio, una questione importante e preziosa, su cui ragiono da un po’. Una tema che mi sarà utile nei prossimi tempi, come uomo, padre e professionista dell’educazione.

rovereto

Sono stato al Convegno di Animazione Sociale sui giovani dal titolo Nuove Generazioni e altre generativitàIl 24 e 25 febbraio 2017.

Quando parti per andare in formazione hai sempre la speranza di tornare con qualche nuova scoperta. Non sempre accade.  Questo convegno invece, per me, è stato uno di quei casi. Sono tornato con un sacco di spunti, qualche dubbio e soprattutto con alcune domanda nuove, utili per ri-orientare il mio sguardo e per aiutare gli educatori con cui lavoro a metter pensieri nuovi.

Nuovi sguardi e nuove domande. Ecco come si apre e chiude il convegno: con il suggerimento, per chi si occupa di giovani in ambito socio-educativo di provare a cambiare modo di guardare, di guardarli. Cambiando, se possibile, anche le domande da porsi. Il convegno si chiude con una provocazione forte dell’attore Enrico Gentina. E’ una provocazione importante per chi come me spesso cerca di capire meglio le cose e cerca di capirli.

Cerchiamo sempre di capirli, ed invece…

“E se provassimo a pensare i giovani come supereroi? E invece “non ti capisco, non ti capisco, non ti capisco…”, ma è così necessario capirti? Sapere che ti ho capito? Interrogarmi continuamente perché tu possa sentirti capito, compreso, compresso, svelato…? E se invece mi preparassi al meglio di quello che posso essere e mi mettessi al tuo fianco? Perché noi siamo animali: se scappo tu mi rincorri, se mi abbasso tu ti abbassi, se alzo il livello tu alzi il tuo. L’invito è allora pensare a come mi pongo, a curare il nostro profilo: non quello di facebook ma quello che mettiamo in gioco nella relazione con loro, con i ragazzi.!” (E. Gentina)

A proposito di sguardi: chi organizza il convegno propone relatori dagli sguardi “altri”. Intervengono un pedagogista (Andrea Marchesi), una filosofa (Luigina Mortari), un’ antropologa (Vincenza Pellegrino), una sociologa (Ivana Pais) , un’economista (Roberta Carlini), un architetto (Stefano Boeri), un attore (Enrico Gentina) e la Compagnia del teatro Elfo Puccini. Tutti gli interventi provano a declinare il tema partendo dal proprio punto di vista. Diventa tutto molto interessante perché  fuori dalla deriva propria del mondo dell’educazione odierna. Deriva che spinge a parlar tra di noi, tra chi di quello si occupa, di quello si è formato, di quello vive e mangia. Propone uno sguardo “altro” ma che dell’educazione parla, perché l’educazione è fatta anche da altri. Fatta dagli urbanisti, che incidono sulla struttura delle nostre città, dagli artisti, che narrano dell’educazione, dalle strutture economiche e sociali che cambiano e condizionano anche le interazioni tra adulti e giovani. Mi torna fuori una domanda che da tempo gira per la mia testa.  Una domanda che mi pongo sempre più insistentemente, soprattutto da quando di educazione si occupano, soprattutto, educatori e pedagogisti.

E se fosse, invece, il caso di provare a farci aiutare a guardare l’educazione utilizzando altri sguardi? Se ci fosse il rischio che da dentro ci manchino alcune prospettive? Se stessimo rischiando di guardare il mondo dell’educazione da una prospettiva troppo parziale?

A proposito di giovani: nel pomeriggio, nei workshop, incontro i giovani e i ragazzi del progetto socialday. Un’esperienza che mette al centro il volontariato e la raccolta di fondi per progetti di cooperazione internazionale, dove al centro ci sono loro, i ragazzi. Loro valutano i progetti da finanziare, fanno il bando, si cercano il lavoro, stipulano il contratto e recuperano i soldi. Un progetto che è passato dai 1200 euro raccolti nel 2007 agli 82000 euro del 2016 e ha visto impegnati 8500 ragazzi delle scuole medie e superiori. Un progetto che entra a far parte del POF (Progetto dell’Offerta Formativa) delle scuole e che considera i ragazzi come costruttori di connessioni, come i reali protagonisti della costruzione della rete sul loro territorio. Non male dire.  Incontro l’esperienza e soprattutto incontro loro: 6 ragazzi dai 14 ai 19 anni, ragazzi che discutono con gli adulti, alla pari, senza indietreggiare o aver paura. Senza che la differenza di età e competenze li condizioni in alcun modo. Raccontano in modo chiaro, parlano di loro, ma parlano anche di noi. Quando parlano di noi ne parlano così: Silvia “noi abbiamo bisogno che gli adulti ci appoggino”. Penso a quel “appoggino” e alle parole che avrei usato io o alcuni dei miei colleghi educatori (accompagnamento, insegnamento, aiuto, …). Sento che Silvia ci propone qualche cosa di nuovo, rispetto alla posizione e alla funzione degli adulti e soprattutto degli adulti educanti. Gli adulti resistono all’immagine e alla posizione che i ragazzi ci attribuiscono. Spesso le domande sono connesse al ruolo degli adulti. In questo progetto dove sono gli insegnanti? Gli educatori?. La risposta che ci danno è che ci sono, camminano al loro fianco, ma  il ruolo centrale rimane quello dei ragazzi, che lentamente tessono la ragnatela e connettono tutto ciò che gli sta intorno. Formano loro i compagni, organizzano gli eventi, selezionano i progetti e li votano, raccolgono i soldi. Connettono le realtà del territorio (pubblico, privato e familiare) tutti intorno al progetto e intorno a loro. Io li osservo e mi accorgono che mi piace ciò che mi dicono, mette in discussione alcune cose che pratico, ma mi piace.

Se fosse arrivato il momento di cambiare prospettiva. Non gli adulti, quindi, che accompagnano i giovani all’incontro con il loro territorio, ma viceversa? Se ci facessimo condurre da loro provando a lasciargli la possibilità di indicarci quale è la strada che vogliono percorrere?

A proposito di simmetrie e asimmetrie: L’incontro con i ragazzi mi costringe a fare i conti con una questione per me preziosa che qui diventa assai spinosa. Il rapporto di asimmetria tra adulti e giovani. Il valore dell’asimmetria in educazione, oggetto principale della mia formazione, scricchiola. Vacilla ma non cade. Mi tocca reinterpretarlo. Mi tocca anche fare in conti con una richiesta, un desiderio dei giovani che mi arriva chiaramente nell’incontro con loro. Hanno voglia di far loro, di essere un nodo centrale. Ci chiedono di esserci ma in modo differente. Ci chiedono di non considerarli vuoti, stupidi, ci chiedono di rischiare insieme a loro. Ci dicono di esser pronti. Ci rimandano che sono in grado di aiutarci a guardarli. Ci ricordano, anche attraverso il sociaday, il valore delle altre esperienze di apprendimento peer to peer.

Se provassimo, almeno in alcuni casi, a pensare che l’apprendimento alla pari non sia solo un percorso “esotico”. Una specie di sottoprodotto dell’insegnamento tradizionale? Una questione di poco conto? Se provassimo a dargli lo stesso valore che gli danno loro?

A proposito di ascolto: Alla fine dell’incontro i ragazzi ci rimandano di essersi sentiti ascoltati, lo rimandano con grande felicità e stupore. “Avevamo paura di incontrarvi e invece …. “. Questa sorpresa dovrebbe interrogarci, tutti. Lo stupore ci lascia alcune domande sulle quali forse dovremmo lavorare.

Con quali occhi e con quali categorie di pensiero stiamo guardano i ragazzi? Con quanti e quali pregiudizi? E se fosse venuto il momento di smetterla di dire che noi sappiamo cosa sia meglio per loro e cominciassimo a chiederglielo?

A proposito di generatività: Se fosse il caso di provare a lasciarli generare? Magari noi ci potremmo occupare di costruire luoghi idonei per incontrarli, come diceva Enrico Gentina “prendendoci cura del nostro profilo”.

Christian Sarno

Ps: Ringrazio la Libera Compagnia di Arti e Mestieri Sociali che ha sollecitato, permesso e sostenuto questo mio momento formativo. Cosa che visti i tempi è proprio #tantaroba