Archivio per settembre, 2013

0908

Il dialogo che vi riporto è ovviamente avvenuto realmente. I nomi potrebbero essere anche finti, potrebbero.

Christian: come va a scuola?

Patrizia : bene, ho rinunciato ad una cattedra?

Christian; come mai?

Patrizia : come facevo, prendevo le ore sul sostegno per poi prendere l’allattamento e lasciare il ragazzino con le ore scoperte, meglio che ci vada un’altra insegnante. 

Christian: sei matta, perché? 

Patrizia: perché so quanto è difficile per alcuni ragazzini avere 2- 3 insegnanti di sostegno. Forse ho sbagliato e me ne pentirò ma non me la sono sentita.

Christian: ma tu ne avevi necessità?

Patrizia: bhe, non è che navigo nell’oro, mi avrebbe fatto decisamente comodo. Aspetterò la prossima chiamata.

Quando chiudo la telefonata, mi accorgo che ciò che ha fatto questa insegnante parla di una cosa molto importante, parla di etica dell’educazione, come recita il titolo. Parla, forse, anche di etica professionale.

Allora quale problema abbiamo?  Quali problemi abbiamo se un educatore o un’educatrice lascia il suo posto di lavoro a tempo indeterminato da un giorno all’altro?

Nessun problema dal punto di vista dei diritti contrattuali. Se il contratto dice che posso liberarmi anche in un giorno e io lo faccio, chissenefrega se i bambini della comunità si erano affezionati a me, se non capiscono, se non ho spiegato nulla.

Nessun problema formale, quindi, se intanto in comunità le colleghe che rimangono si ammazzano di turni e di raddoppi. I bambini stanno male un’altra volta. Tu hai fatto tutto secondo la legge.

Nessun problema se la cooperativa aveva investito su di te, perché tu avevi detto di voler investire su di lei. Tanto lo sappiamo che tutte le cooperative son tutti luoghi truffaldini, dove mentre tu ti fai il mazzo altri si arricchiscono.

Nessun problema perché un posto di lavoro è un posto di lavoro. Da questo punto di vista una comunità minori è come un call center, insomma. Niente di illegale, solo il devastante effetto che può fare la mia furtiva uscita, tanto ciò che conta è aver trovato un posto di lavoro migliore di quello che avevo prima, giusto?

Io francamente un problema lo intravedo. Un problema di etica professionale.

Detto questo, io conosco, ed ho conosciuto, educatrici e educatori differenti. Colleghi e colleghe che hanno anche rinunciato a qualche cosa della loro vita per i bambini che accompagnavano. Colleghe che, come patrizia, hanno rinunciato ad un pezzo di guadagno personale per un guadagno condiviso, perché se il bambini stanno meglio stiamo meglio tutti.

Questo post è dedicato a Patrizia, donna e insegnante meravigliosa ed anche ai miei colleghi Stefano, Valentina, Annalisa, Paola e Federica, che quest’estate si son fatti un mazzo incredibile senza appellarsi al vademecum dei diritti degli educatori per perseguire i diritti dei bambini. Io, anche se questo non alleggerirà la fatica che hanno fatto negli ultimi mesi, ci tenevo a ringraziarli.

PS. la foto come sempre è di Marco Bottani ( http://www.ibot.it)

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scritta sul muro

Qualche mese fa, in uno dei tanti gruppi di educatori che frequento in rete una futura collega se ne esce con un commento razzista su un uomo di colore responsabile di aver commesso un reato.

Il commento suonava all’incirca così : …a te,  negro di merda, auguro di , ecc, ecc

Ovviamente io, che su queste cose non riesco a lasciar correre, ho provato (credo inutilmente) a fare capire che il commento era inappropriato. Ho provato a farle capire che alcuni termini non si possono usare senza saperne il significato e soprattutto non sapendo chi di solito ne fa uso (vedi foto). Ho provato a farle capire che il colore della pelle di questo uomo nulla centra con il fatto che fosse un assassino o una brava persona. Ho provato a farle capire che il termine “negro” non è un termine neutro,

Ho provato. Ma ho avuto la netta impressione di non esserci per nulla riuscito.

Le ho rimandato inoltre, che mi pareva ancora più grave che uscisse da chi, tra qualche anno, si sarebbe occupata, magari, di bimbi e famiglie migranti. Che avrebbe discusso con loro della possibile integrazione del figlio. Come avrebbe fatto a spiegare ai bambini della classe che lo avevano chiamato “negro” che quella parola può creare dolore perché offensiva?

Può anche essere che la giovane educatrice in questione fosse solo ignorante, che non ne conoscesse il significato e magari anche il suo l’utilizzo. Non mi pare, sinceramente. che questo possa cambiare la sostanza. Che tu sia razzista perché ignorante o perché convinto, sempre educatore sei.

Ora: Si può fare educazione (a scuola, in strada, nelle comunità, nei centri giovani, ecc) con un pensiero così condizionato? Può un insegnante essere una buona docente se ha un pensiero discriminante? Come posso accompagnare i miei studenti, se ciò che provo per loro è repulsione per la loro provenienza, il colore della loro pelle, la loro cultura o la loro famiglia? Può un’educatrice professionale con un pensiero del genere occuparsi dell’integrazione di un bambino rom? Io, francamente, non lo so.

Quel che spero è che un giorno, l’educatrice in questione, si ricordi di quell’antipatico vecchio educatore che le aveva fatto “due palle” per una sua frase su facebook e che nel frattempo abbia imparato qualche cosa in più su di lei, su quanto è importante avere attenzione alla comunicazione e su come si può fare meglio il proprio lavoro educativo. Lo spero per lei.

Christian S.

Ps: L’orrenda scritta che vedete nella foto è stata ridipinta da un gruppo di bambini e dall’artista che aveva disegnato il pezzo. Anche questa è educazione. Chi ha facebook, qui può trovare le foto che raccontano il meraviglioso lavoro fatto per coprire scritta e svastica.

loveRispondo ad un bel post di un collega e mi viene fuori una strana riflessione. La rileggo e mi piace. Potevo evitare di pubblicarla (con qualche leggera modifica) anche sul mio blog? Non ho potuto evitare. Buona lettura.

Se si vuol difendere la pedagogia si deve imparare a rispettare chi la pedagogia la fa, bene e con passione. Prescindendo dalla provenienza della sua competenza.

Chi la fa da pedagogista, da filosofo, da laureato in sociologia, in lettere, con il diploma di animatore sociale e di puericultrice. Rimettere al centro la pedagogia vuol dire rimettere al centro chi la fa. Chi ha imparato a farla e chi sta imparando. Chi la fa con competenza.

Dovremmo rispettare l’idea che fare educazione sia una delle cose più preziose che abbiamo. Rimettere al centro le educatrici dei nidi, che si sono formate con 35 anni di riflessioni e di lavoro sui bambini, domandandosi costantemente cosa fosse meglio per i nostri figli. Rispettare chi faceva educazione quando gli odierni pedagogisti nemmeno erano nati. Rispettare chi ha lavorato negli ospedali psichiatrici costruendo un ruolo, piano piano, con la passione di chi amava i “matti” e il proprio lavoro. Rispettare che avrebbe da spiegare delle cose ai docenti delle nostre università.

Dobbiamo rispettare la fatica che hanno fatto i nuovi educatori nel laurearsi e pretendere che non si fermino lì a guardare la loro laurea.

Rispettare le educatrici dei servizi per l’infanzia, che negli ultimi 30 anni si sono occupate di trasformare il loro ruolo da assistenziale ad educativo producendo materiale, idee e spunti utili per i nuovi pedagogisti. Rispettarle anche se non sono laureate.

Rispettare chi la consulenza pedagogica la faceva prima che le università si “inventassero” il biennio da consulenti pedagogici. Rispettare l’idea che la pedagogia non è stata inventata nelle aule universitarie, rispettare Don Milani e gli uomini e le donne che da anni portano avanti progetti educativi nei Quartieri Spagnoli o nelle favelas in Brasile senza titoli, onorificenze e senza portare a casa lo stipendio.

Io ho rispetto per la formazione universitaria. Rispetto chi ha studiato, letto, approfondito e amato i libri di pedagogia, anche se non lo ha fatto in università.

Rimettere al centro la pedagogia per me vuol dire difenderla dagli attacchi di chi non la sa fare a prescindere dalla provenienza della sua competenza, perché non c’è attacco peggiore di quello sferrato da chi forma senza passione, competenza ed attenzione.

Per rimettere al centro al pedagogia è necessario guardarla in modo aperto. E’ necessario non chiudersi in arroccamenti ideologici e preconcettuali. Per rimetterla al centro, in qualche modo, bisognerebbe guardarla con amore.

Se la sui vuol difendere converrebbe occuparsi di proteggere chi la fa bene, perché questo è l’unico modo di dar valore alle competenze, ai titoli, alle passioni e alle storie professionali contemporaneamente.

L’unico modo di difendere la pedagogia è difenderne la qualità.

Io, comunque sia, preferisco rispettarla.

Christian S.

La foto , come sempre è di Marco Bottani ( http://www.ibot.it)

monnezzarte

Se fai l’educatore, un certo quantitativo di “monnezza” devi mettere in conto di portarla a casa.

Tra poco vi chiederete cosa centra il video (molto forte) che ho postato poco sotto con l’educazione professionale.

Il nesso è questo: Un uomo viene ferito mentre cerca di aiutare un altro uomo ferito.

Guardano questo video (il cecchino) oltre all’orrore che ho provato guardando una scena del genere, mi son venute in mente tutte le riflessioni fatte in ambito educativo sul rischio, su quanto rischio ci fosse nel lavoro educativo, su quanti colleghi si son fatti male (fisicamente e psicologicamente) provando a fare, bene o male, il proprio lavoro.

Io non ho preso botte nella mia vita professionale, ma credo che sia stato solo un colpo di fortuna, perché molte volte ci sono andato vicino. Alcune volte un po’ di paura me la son portata a casa. Qualche notte insonne, però, l’ho fatta anche io.

Ho visto, però, tanti colleghi star male, soffrire, piangere, aver paura e per giunta cambiar lavoro. Ho sentito educatori dire: ” il costo di questo lavoro è troppo alto, non ne vale la pena, non riesco a reggere, troppo duro…”. 

Troppa spazzatura, insomma. Nella versione Americana sarebbe: “Quando il gioco si fa duro , gli educatori iniziano a lavorare, altrove.” 

Se pensi di poter fare il lavoro educativo senza rischiare nulla, forse non hai ben in mente che lavoro dovrai fare. Non si può stare in una comunità senza pensare che ragazzi/ragazze non sentano il desiderio di metterti le mani addosso. Non puoi pensare di segnalare una famiglia abusante senza pensare che la rabbia possa riversarti su di te. Non puoi pensare di entrare in una piazza senza che qualche puscher ti identifichi come un poliziotto in borghese. Non puoi lavorare in psichiatria pensando che tutto sia prevedibile e controllabile, qualche pallottola sfugge e se sfugge mentre sei sulla traiettoria, son problemi tuoi e solo tuoi. Non puoi pensare di far l’educatore come se facessi l’impiegato di un call center, insomma.

Questo non vuol dire che tu le debba prendere per forza, ma un certo tipo di rischio lo devi mettere in conto, proprio come il soccorritore egiziano che ha provato a trarre in salvo il ragazzo ferito. Il campo in cui ti muovi è un campo pieno di “palottole” volanti, non un parchetto con dei bambini che giocano con il pallone leggero.

La scena educativa non è una scena di guerra, ma nemmeno una scena piena di gente felice e serena. Per far l’educatore, insomma, oltre alle competenze apprese nella aule universitarie, ci vuole anche una dose di coraggio, altrimenti fai prima a far domanda all’ikea.

Ad alcuni di voi, il paragone con l’uomo ferito dal cecchino sarà sembrato eccessivo e forse lo è.

Spero, ovviamente, che i due ragazzi del video si possano riprendere al più presto e che la questione egiziana si evolva nel miglior modo, lo spero con tutto il cuore. Il resto son cose meno importanti, me ne rendo conto, ma son alcune delle cose che mi stanno a cuore.

Christian S.

La foto  come al solito di Marco Bottani ( http://www.ibot.it)