Archivio per ottobre, 2013

100 ed altro

Pubblicato: ottobre 28, 2013 in Sarno Pedagogia
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100

Festeggio, grazie ad Anna F. i 100 abbonati al mio blog.

Da quando ho aperto il blog, il 18 ottobre 2011, esattamente due anni fa, ho scritto 124 articoli. Oltre 35 mila clic sul blog. Più di 400 persone mi seguono da facebook. Più di 60 following da twitter. Ho avuto, in un solo giorno più di 2500 lettori per un articolo a cui sono molto affezionato.

Tutto ciò per me ha dell’incredibile. Ha dell’incredibile pensare che più di 100 persone ricevano ciò che scrivo nella loro casella di posta elettronica. Quando ho aperto il blog non mi sarei mai aspettato che mi rendesse così felice. Grazie a tutti. Sinceramente.

Christian S.

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Ospito con grande piacere alcune riflessioni di Luca Franchini sul film: Io vado a scuola (…di Pascal Plisson, Titolo originale: Sur le chemin de l’école. Documentario, durata 75 minuti).  

Grazie a luca e Buona lettura . Christian S.

elefante

Quattro storie accostate l’una all’altra, ragazzi e bambini impegnati in un gesto che siamo soliti considerare routine ma che per loro non è tale: andare a scuola.

Fratello e sorella in Kenya marciano per due ore attraverso la savana, si tengono a debita distanza dagli elefanti per non farli infuriare, salgono e scendono colline per arrivare in tempo per l’alza bandiera della scuola. Così tutti i giorni.

La ragazzina marocchina che vive sui monti dell’Atlante deve addirittura fare un tragitto di quattro ore per raggiungere, insieme a due amiche incontrate ad un crocevia di sentieri, il convitto-scuola in cui resterà per tutta la settimana. Ci mancava pure che dovesse farlo ogni mattina.

In Patagonia il fratello grande monta sul cavallo insieme alla sorellina e trottano per un’ora e mezzo attraverso steppe (si può dire se sei in Argentina?) ventose, guadando torrenti e cercando riferimenti per orientarsi tra grandi prati e montagne, mentre in India due bambini spingono la carrozzina del fratello maggiore, irrigidito da una disabilità solo fisica, passando in mezzo a mandrie di animali, percorsi accidentati e pozze d’acque in cui rischiano di ribaltare la carrozzina. Bucano pure una gomma, la fanno riparare, e finalmente arrivano a scuola. Anch’essi un’ora e mezzo circa di cammino, ogni giorno.

Cosa cavolo spinge questi ragazzi ad affrontare simili fatiche fisiche ed emotive per andarsi a sedere su di un banco ed affrontare nuove fatiche, questa volta molto più mentali, con decine di compagni e un maestro? Perché non vanno anch’essi ad ingrossare le fila dei drop-out o dei totali analfabeti, visto che vivono in contesti rurali in cui si vive di agricoltura ed allevamento e chissà a cosa potrà servir loro mai studiare? Perché soprattutto non hanno il volto triste e annoiato degli adolescenti delle nostre scuole?

Il film alla fine ci racconta una sorta di post-storia, quello che questi ragazzi faranno dopo qualche anno, sostanzialmente si tratta dei risultati gratificanti che hanno raggiunto, dopo tanto penare…Insomma il messaggio sembra “tieni duro che se vuoi puoi farcela” è un invito ad affrontare e superare le avversità, ovunque tu sia e qualunque ostacolo tu abbia davanti. Può essere una buona motivazione a studiare per chi vive in luoghi isolati, meravigliosi per natura e disponibilità di spazi ma in cui il tempo sembra essersi fermato. Studiare per uscire da tradizioni secolari, crescere, migliorarsi…

Però non è questo, a mio avviso, l’aspetto più interessante del film. Anche perché di storie in cui “se vuoi puoi” è piena la filmografia, di Hollywood soprattutto. La scalata sociale, la crescita sportiva… storie di persone con volontà incrollabile che resistono a qualunque avversità pur di arrivare al loro obiettivo. E va bene…ma come si fa ad avere una volontà incrollabile? Sarà mica che “o ce l’hai o non ce l’hai”, e allora no, non mi sta bene, dove sta la prospettiva educativa a me tanto cara? E poi è proprio soltanto questione di volontà?

Ho provato a ribaltare la prospettiva. Non è che questi ragazzi il successo se lo conquistino tutti i giorni proprio con le loro “traversate”? Riuscire ad andare a scuola ogni giorno è un successo, peraltro non individuale ma sempre condiviso con i fratelli e attentamente preparato con i genitori, che la sera prima si prodigano di consigli (“sali sulla collina per vedere dove sono gli elefanti”, “fermati a lasciare un nastro rosso al tempietto”) e il giorno dopo salutano sorridenti i loro figli che si apprestano a percorsi lunghi e pericolosi. Da soli (non possono fare diversamente).

Una bella iniezione di fiducia, uno splendido messaggio che “ce la farai, ne sono sicuro”. Che ce la farai domani, non che devi resistere perché alla fine arriverai al successo. Il successo è già lì, dietro la prima collina e oltre il torrente.

La strada per la scuola è già il primo pezzo della formazione, un semplice ma limpido esempio di convergenza scuola-famiglia. Un esempio che sfugge a tutti coloro che ogni mattina i figli a scuola li accompagnano e pure in macchina. Alcuni dati (ricerca del 2010) per fare un paragone: solo il 7% dei bambini italiani si reca alla scuola primaria da solo, alle medie è il 34%. Senza scomodare il Kenya e gli elefanti, in Germania sono il 68% e in Inghilterra il 78%! Chissà cosa gli dicono i genitori la sera prima…

Articolo di Luca Franchini

La foto è di Marco Bottani (www.bot.it)

sorella educazione

Sono padre di due figlie, educatore e consulente pedagogico. Almeno una volta a settimana scrivo sul blog e gestisco un gruppo su facebook che tratta temi educativi. In sintesi potrei dire che mi occupo di educazione per un grosso numero di ore al giorno.

Mi piace parlare di educazione, fare educazione, osservare chi fa educazione in modo naturale, nella vita, da genitore, nonno, zio o da semplice cittadino. Mi piace socializzare i pensieri che faccio sul mondo dell’educazione.

Mi guardo intorno, spesso, perché trovo in ciò che vedo spunti inaspettati, tracce e strade nuove che mi permettono di fare meglio il padre e il professionista dell’educazione.

Sono figlio unico e fino a che non sono diventato padre di due figlie, il rapporto tra fratelli e sorelle era quello letto nei libri, raccontato da altri, osservato nelle famiglie altrui, negli incontri personali e professionali.

Oggi, da padre, mi accorgo che il rapporto tra sorelle ha un’incidenza importante sulle questioni educative, sulle modalità di apprendimento delle mie figlie e sul ruolo che da padre mi trovo a vivere.

Il rapporto tra sorelle e fratelli, rende, in alcune situazioni, gli adulti strani spettatori. Quando pensi di arrivarci tu, parecchie volte ci è già arrivata “sorella educazione”. 

In questi anni ho avuto la fortuna di poter stare tanto con le mie figlie, la fortuna di giocare con loro e di poterle guardare mentre giocano insieme. Ciò che ho visto mi ha portato ad alcune riflessioni che provo a condividere.

Ai nostri figli servono momenti di apprendimento alla pari, oggi i luoghi educativi che gli proponiamo sono quasi tutti mediati da adulti. La scuola, Il basket, il teatro, gli scout, l’oratorio, la piscina, sono tutti luoghi in cui a presidiare le funzioni educative ci sono adulti, più o meno educanti e più o meno professionali. Imparare a star soli è importante, come imparare a non far nulla, a giocare liberamente, a trovare soluzioni senza la mediazione degli adulti. Imparare dai propri coetanei. Imparare a difendersi, anche da soli, è importante tanto quanto il sapere di essere protetti dagli adulti.

Io ho imparato tanto mentre giocavo, senza adulti, nel cortile di casa mia.

L’apprendimento per imitazione è potente, forte, pervasivo, forse a noi pare leggero, ma è necessario, vitale. Per imitazione si impara quasi esclusivamente nei primi anni della nostra vita. Per imitazione impariamo anche a stare insieme da grandi, copiando modelli relazionali e amorosi. Per imitazione ho imparato anche a fare il mio lavoro.

Le mie figlie crescono grazie anche al loro incontro, al tempo che passano fuori dal controllo degli adulti. In alcuni casi perdere il controllo, perderle di vista oltre che un rischio è anche un’opportunità. Per permettergli di imparare dal loro incontro è necessario che io non ci sia e che quindi mi prenda il rischio che ciò che imparano non mi piaccia.

Sia chiaro, continuo a credere nell’importanza del ruolo degli adulti nella formazione dei nostri figli, nell’importanza del percorso di riappropriazione del ruolo educativo di ogni cittadino. Se ci penso però, sapere che si è importanti ma non fondamentali, che non si è la sole fonte di apprendimento è una sensazione di piacevole leggerezza.

Questo post è dedicato alla mia bambina più grande, Viola, grande insegnante di spericolatezza, ribellione, irriverenza e campionessa di palla cesto e costruzione di capanna nell’armadio.

Christian S.

La foto è di Marco Bottani ( http://www.ibot.it)