Aprile 2013. Lombardia

staff

Incontro un amico che non vedo da un po’, è anche un educatore e lavora in una comunità. E’ uno di quei colleghi con cui è un piacere lavorare, a cui vorresti fare supervisione e formazione perché  è uno che ha voglia di crescere, imparare, capire e domandare nonostante i primi capelli bianchi.

Io: ciao, come stai?

Lui : bene.

Io: come va a lavoro?

Lui: un disastro, è come se ci fosse un buco nero.

Io : Cosa intendi, spiega.

Lui : Si, da noi c’è un buco in cui cade tutto, tutto ciò che di educativo potresti fare, dire, ci cade dentro per non tornare mai più.

Io: Il buco pedagogico?

Lui : Esatto il buco nero che inghiotte il pedagogico, la riflessione, i pensieri, le azioni, tutto scomparso nel buco.

Io. Così diventa difficile lavorare.

Lui : Forse è più facile, più trista ma più facile.

Io : Perchè?

Lui: …Tutto schiacciato sul gestionale e organizzativo, ti accompagno qui, ti porto lì, cucini, fai la spesa, ritiri i bambini da scuola, si vede un film, un lavoro che potrebbe fare un impiegato di banca con buona volontà.

Io : Da come la racconti sembra quasi meglio? Ma ovviamente non è così.

Lui: No, non è affatto così, perché a furia di inghiottire il pedagogico, piano piano, il buco inghiotte anche gli educatori, le loro competenze, le loro idee, i loro pensieri e anche le loro prospettive di crescita.

Io: Lo abbraccio, da amico me lo posso permettere, forse da supervisore non avrei potuto farlo.

Credo che questa riflessione sia preziosa, quasi un avvertimento su un rischio che corrono tanti servizi e che dobbiamo provare ad evitare, perché io al pedagogico ci tengo e anche parecchio. Grazie Mister A.

Christian S.

La foto è di Marco Bottani (ww.ibot.it)

bivio

Io sono un Uomo fortunato. 

Ho la fortuna di avere un collega, amico e padre straordinario, di averci lavorato insieme e di averlo visto fare il padre.

La settimana scorsa, al telefono, abbiamo parlato delle responsabilità che abbiamo sui nostri figli.

Pochi giorni prima aveva dovuto fare una scelta faticosa, coraggiosa e veramente complessa.

Io sono un uomo fortunato, perché, fino ad ora,  ho avuto la fortuna di non dovermi assumere delle responsabilità così complesse.

La telefonata.

Lui: “…la cosa che mi pesa di più è quando devo prendere delle scelte preventive.

Io: scelte preventive?

Lui: “…son quelle scelte che oggi non sarebbero necessarie ma prendi per il suo futuro. E poi continua : Se prendi una scelta per salvare la vita a tuo figlio o perchè necessaria è più facile. quando invece devi prenderti la responsabilità di fare una cosa che gli sarà utile tra 10 anni ma oggi lo mette a rischio della vita il discorso cambia, quando prendi questo tipo di scelte ti tremano le gambe.

Io rimango in ossequioso silenzio (cosa che mi capita di rado e mi riesce sempre faticosa, ma non questa volta) ad ascoltare quella che mi sembra una lezione, una lezione di vita da cui trarre un grande insegnamento. 

Come pesa quella maledetta responsabilità.

Ho imparato molto di più, sulla questione della responsabilità educativa, in questa telefonata che da tutte le mie riflessioni precedenti.

spazzacamino

Questo post è il mio modo per ringraziarti, amico mio, perché al telefono non sono riuscito a farlo, perché mi sono accorto dopo di quanto fosse importante ciò che mi hai raccontato, perché scrivendolo mi riesce meglio e soprattutto perché ciò che ho capito nella telefonata con te, lo voglio condividere con tutti in modo che diventi patrimonio di riflessione comune.

Questo post quindi è dedicato a un uomo di testa e cuore, padre moderno e sensibile e a tutti i genitori che quotidianamente son costretti ad assumersi “quelle maledette responsabilità” per il bene dei propri figli.

Le foto sono di Marco Bottani (www.ibot.it)

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Aprile 2013

 SuperVisione Pedagogica

Un educatore si interroga sul suo ruolo all’interno di un intervento educativo con un ragazzino ipoacusico (non udente) e quattordicenne.

Ed: …faccio fatica, lui continua a dirmi : ”…se mi bocciano è colpa tua, se non faccio i compiti è colpa tua, se non capisco è colpa tua, ecc “

Ed: …non ne posso più, sembra che lui non abbia nessuna responsabilità e tutti intorno a trattarlo come un bambino, ma lui non è più un bambino.

Breve riflessione: I ragazzi con disabilità, in alcuni casi, sembrano non potersi permettere di essere anche adolescenti perché gli adulti che li accompagnano nella crescita fanno una tremenda fatica nel vedere cosa c’è oltre il loro handicap. La disabilità sembra coincidere con la persona stessa. Il resto pare scomparire. E’ per questo che dire persona con disabilità o disabile non è AFFATTO la stessa cosa, ed è per questo che risulta così importante educare anche gli adulti all’utilizzo di lenti di osservazione differenti da quelle che solitamente si trovano ad indossare.

  • Che fare allora? Come si aiuta un 14 enne con disabilità e il suo sistema di relazioni (genitori, insegnanti e adulti) a fare i conti con il bisogno “vitale” di imparare a diventare grande?

Aiuterebbe, almeno inizialmente, provare ad osservarlo nello stesso modo in cui guarderemmo un qualsiasi altro adolescente?

Christian S.

Ps: Grazie Paolo.

foto di Massimo Casiraghi http://www.massimocasiraghi.com/

occhi diversiMuhammad Ali : “Un uomo che a cinquant’anni vede il mondo come lo vedeva a venti, ha sprecato trent’anni della sua vita.” 

Cerco da anni di guardare le cose con occhi differenti, lo faccio in ambito educativo, quando faccio consulenza e negli ultimi tempi anche e soprattutto nella vita di tutti i giorni. Lo faccio perché così mi è stato insegnato dai miei maestri e lo faccio perché da un po’ di tempo mi fa anche bene.

Lo faccio quando guardo i ragazzi che incontro, gli insegnanti e i colleghi con cui lavoro. Cerco di guardare con occhi differenti anche le organizzazioni che incontro, soprattutto quando a prima vista ciò che vedo non mi piace.

Cerco cose differenti, parole nuove e cerco di capire. Lo faccio in modo sistematico da qualche anno, almeno ci provo. Non sempre ci riesco. Quando non mi riesce mi diverto molto meno ed ho la netta sensazione di essere meno utile.

Guardare con occhi differenti vuol dire, per me, guardare oltre. Oltre i preconcetti, oltre ciò che vorrei vedere, oltre ciò che mi aspetterei di vedere e oltre il primo sguardo. Guardare oltre, vuol dire andare oltre, andare altrove.

Ultimamente guardando “oltre” ho scoperto educatori ed educatrici esperti più curiosi dei giovani neo laureati, educatrici con sete di domande e di scoperte dopo 30 anni di lavoro. Ho scoperto che farsi delle domande aiuta a lavorare meglio e in modo più leggero, aiuta a trovare nuovi sensi e significati alle pratiche che portiamo avanti da tanti anni.

Ho scoperto che uno degli antidoti al born out ( che io chiamo: cottura professionale) è la ricerca pedagogica, la formazione permanente, il perenne domandare.

Guardare con occhi diversi mi ha reso più ricco.

Ho scoperto che mi piacciono di più le persone che provano a guardare oltre, ma che la grande sfida è con chi non ci riesce, con chi fa fatica, con chi sembra fermo al palo. Ho scoperto che ci sono in giro un sacco di genitori che cercano di guardare oltre, molto più di me. Negli ultimi anni aver imparato a guardare oltre nella mia professione mi ha aiutato anche nella vita.

Pensavo che guardando oltre si rischiasse di perdere ciò che succede in primo piano, ma non è così. Ho scoperto che non si può obbligare nessuno a guardare oltre, ma almeno puoi provarci. Provo gioia se mi accorgo che son riuscito ad aiutare chi incontro, personalmente e professionalmente, a guardare oltre.

Ho capito, da qualche tempo, che mi piace avere la responsabilità e la possibilità di accompagnare gli altri a guardare in modo diverso.

Questo post è dedicato a tutti coloro che hanno ancora voglia di guardare le cose con occhi differenti.

Christian S.

Le splendide foto che trovate, da qualche tempo, in questo Blog sono di Marco Bottani (http://www.ibot.it)

5x1000

Se volete darlo a chi investe da anni nella qualità dei servizi psicologici, sociali ed educativi.

Se  volete darlo a chi  forma i propri operatori costantemente, da anni e anche in periodo di crisi.

Se volete darlo ad un gruppo di operatori sociali che lavora con etica, professionalità e passione.

Se volete darlo a chi cerca di innovare e cercare nuovi modi di rispondere ai bisogni delle persone, delle comunità e dei servizi che gestisce.

Se volete darlo a chi rispetta i lavoratori, tutelandone diritti e contratti.

Se volete darlo,  alla  Libera Compagnia di Arti e Mestieri Sociali, potete farlo senza che a voi costi nulla.

Se vi fidate di me, qui il 5×1000 lo garantisco io.

Christian S.

anelli

Robbie Rogers è un calciatore inglese gay di 27 anni, Roger era un calciatore gay di 27 anni. Oggi, è un ragazzo che lascia il proprio lavoro perché gay.

Nell’articolo, Robbie ci chiama in causa tutti, allenatori, tifosi, amici e famiglie.

Trovo l’esito di questa storia incredibile. Non perché non ne comprenda il processo o le motivazioni ma perché fotografa un problema che speravo, almeno in parte, superato. Dico in parte perché so bene che persistono nella nostra società gravi e gravissimi problemi di discriminazione rispetto alle scelte sessuali. Dico in parte perché mi pareva che qualche passo avanti fosse stato fatto. Ma forse non è così.

Il coming out di Rogers mi ha costretto ad interrogarmi. Mi ha spinto a riflettere su quanto lavoro ci sia ancora da fare per educare le persone all’incontro con l “altro”. L’altro da me, l’altro da ciò che vorrei che fosse, l’altro dal mio modo di pensare, l’altro dalla media e l’altro da ciò che io sceglierei. L’altro che spaventa. Succede per tutti gli altri, per tutti coloro che, per una serie di motivi, si distinguono, esteticamente, politicamente o rispetto alle scelte personali, sessuali e religiose. Succede anche alle popolazioni che arrivano da lontano, percepiti come altro da noi, trattati come se fossero pericolosi, dannosi o se va bene invisibili.

  • E’ così difficile accettare che le scelte altrui siano tanto differenti dalle mie?
  • E’ così difficile accettare che esistano altri modi di vedere l’amore, che esistano tanti modi di pensarsi insieme, di percepire il proprio corpo e la propria anima?
  • Gli altri sono, effettivamente, così pericolosi?

Se è vero che l’identità delle persone si forma attraverso l’incontro con gli altri. Come possiamo incontrare l’altro se per potermi definire “altro ” devo soffrire, sentirmi escluso, rischiare di essere espulso e deriso. Il rischio, come successo a Roger, è che io sia costretto ad essere come te, ad uniformarmi, a fingere di essere ciò che non sono. Il rischio è che si perda il valore, reale, della differenza.

C’è ancora tanta strada da fare, perché una società “adulta” non può costringere un ragazzo di 27 anni a cambiare lavoro, costringerlo nell’anonimato per anni. Una società “adulta”, come una famiglia “adulta”, prende i propri figli e li accompagna verso la felicità, la propria felicità. Una società “adulta” non costringe i propri figli a nascondere la fonte delle propria felicità.

Non siamo ancora abbastanza maturi.

Mi fa rabbia ciò che ho letto, perché Robbie ha appena comunicato al mondo che smetterà di giocare al pallone e lo ha fatto  raccontando di quanto sia stato difficile ascoltare frasi come : “Non passare la palla come un frocio“. Mi fa rabbia perché non mi pare che avesse voglia di smettere.

Alcune parole pensano come macigni. Leggere alcune frasi mi ha provocato un brivido lungo la schiena, un sottile freddo dentro le ossa, un senso di nausea. Leggendo l’articolo mi son detto che come educatore, genitore e uomo ho molto lavoro da fare perché la società in cui vivo impari ad incontrare veramente gli altri. Devo lavorare perché Rogers possa fare il lavoro che desidera, perché così facendo Robbie sarà sicuramente più felice e se è felice lui magari saranno felici anche le persone che gli stanno accanto, perché felicità genera felicità.

Educare alle differenze per educare alla felicità. Credo sia questa, per i prossimi tempi, la più importante responsabilità professionale e personale che ci aspetta.

Gli adulti con cui vivo e lavoro ne saranno consapevoli e soprattutto ne saranno in grado?

Christian S.

La foto è di Marco Bottani (www.ibot.it)

Oggi, quasi per caso, mi passa sotto gli occhi questo video. Guardandolo ho pensato che fosse un video straordinario, eccezionale, un video speciale. Un video che andrebbe fatto vedere  in tutte le scuole. Un esempio di come si può raccontare un nuova disciplina. Un bella storia che narra del rapporto tra sport e disabilità. Un esempio di come si possa, nonostante i propri limiti, andare oltre ciò che gli altri immaginano per noi. Spesso è proprio lo sguardo degli altri che ci limita.

Correre, saltare, saper cadere, saper atterrare ed allenarsi.  Se volete imparare a farlo , ecco un gruppo di scimmie che fanno al caso vostro.

mani di ferro

Durante questo lungo periodo di crisi ho spesso letto questo messaggio in diversi gruppi  di educatori su Facebook. Spesso la richiesta era rabbiosa, stanca e innervosita dalla lunga attesa. Tanti neo laureati a spasso. Tanti educatori di lungo corso in cerca di un’occupazione o di un’occupazione migliore, qualitativamente e quantitativamente. Tanti educatori ed educatrici in giro a cercar lavoro insomma. Nelle situazioni come queste parte la corsa al posto e parallelamente, nell’eventualità in cui non lo si trovi, la ricerca del colpevole. Il primo risultato è l’invio del proprio curriculum, mail agli amici, annunci sui social network, il tutto sempre con maggior frenesia e con rabbia crescente.

Quello che succede invece sul fronte ricerca del colpevole è più triste. Si assiste al tutti contro tutti: educatori del socio- educativo contro educatori del sanitario, educatori formati sul campo contro educatori laureati, educatori formati in università contro educatori formati nei diplomi regionali, insomma tutti VS tutti.

Il risultato è che se guardi da fuori la responsabilità della mancanza di lavoro pare un problema tra educatori, e quindi la logica della caccia al lavoro” altrui” diventa ancora più reale. Fioccano quindi le lotte intestine, gli anatemi, i paragoni, le valutazioni su chi ha più o meno diritto al posto di lavoro. Fioccano le associazioni che difendo i diritti di una o l’altra categoria, come scrivevo in un forum “ci sono più associazioni che educatori”.

Io non ci sto, non ci sto a far la lotta contro altri colleghi, non ci sto ad entrare nel ” ne ho più diritto io perché…”. Non ci sto ad abbassare il costo del mio lavoro per trovarlo e ad accettare compromessi che rischiano di rovinare il mio settore professionale. Non ci sto a far la lotta per dimostrare che la mia formazione è meglio della tua, punto e basta. Non ci sto soprattutto in questo periodo e in questo modo. Ci starò, forse, quando cominceremo a parlerare di competenze e capacità insieme ai titoli nobiliari. Come ho già detto più volte, non ci sto a far la guerra in casa mia.

Qualche domanda:

  • Possiamo pensare, obbiettivamente, di cacciare dal proprio posto di lavoro un’educatrice che da 25 anni lavora in un nido solo perché 25 anni prima non esisteva un corso specifico per educatori professionali? Possiamo pensare di sprecare  le competenze di tanti educatori che si son formati sul campo per 20 -30 anni?
  • Possiamo pensare che un educatore che ha studiato per diversi anni per lavorare anche nell’ambito sanitario (perché il suo corso lo prevedeva) scopra solo dopo aver finito che non lo potrà mai fare?
  • Possiamo pensare che spetti agli educatori risolvere un problema creato dalle istituzioni formative?
  • Come si possono costruire due/tre ambiti differenti di studio per lo stesso ruolo e poi pensare che ciò funzioni? Come si può “maltrattare” il settore educativo in questo modo?

Il lavoro educativo è un arte. Il mondo educativo non merita un trattamento del genere.  Che sia venuto il momento di indirizzare la rabbia, la lotta, lo sguardo e le energie verso altre direzioni? Per cambiare la direzione dello sguardo dobbiamo però provare a concentrarci su ciò che facciamo e non su come siamo arrivati a farlo.

Christian S.

Ecco il link ad un articolo di una collega, molto ma molto interessante: fare la fame.

Foto di Marco Bottani (http://www.ibot.it)

piangereSan Valentino : Oscar Pistorius ha sparato alla fidanzata, 4 colpi.

Ho parlato tanto dell’atleta Pistorius, ne ho incensato le gesta e il coraggio. Oggi parlarne in quel modo sembra quasi impossibile, soprattutto se ciò che è avvenuto il giorno di san valentino dovesse essere veramente omicidio volontario.

Chi è veramente Oscar Pistorius?

Pistorius è due uomini, uno pubblico e uno privato.

Di quello pubblico sappiamo tutto, di quello privato nulla, fino al 14 febbraio.

Quello pubblico è colui che ha combattuto (trovate diversi post nel mio blog) per essere in pista, per correre, per stare con gli altri.

Quello privato forse con gli altri non ci starà più.

Il Pistorius pubblico è un lottatore, un combattente, una persona con disabilità che ha voluto gareggiare con chi disabilità non ne aveva. Un uomo che ha detto e gridato a tutti di non voler essere considerato differente. Che non si è accontentato. Un uomo forte,deciso, paziente, costante e apparentemente felice.

Il Pistorius privato (oggi diventato pubblico) oggi piange (Il video), tiene gli occhi a terra, non riesce più ad alzare la testa come ha fatto alla olimpiadi quando è scattato dai blocchi di partenza della 4 per 100. Oggi, anche lui è un uomo distrutto, che dovrà affrontare, da solo probabilmente, tutte le sue debolezze.

Oscar sembra  in qualche modo come me, come tutti noi. Vizi privati e pubbliche virtù, insomma. Anche io ho sono un uomo pubblico e privato. Anche io, forse, son meglio nella versione pubblica. Anche gli educatori che incontro, nelle supervisioni e nelle formazioni, portano una parte di se stessi (professionale) che non sempre collima con la versione personale. Anche da educatori, portiamo una parte di noi stessi, forse ripulita di ciò che non ci piacerebbe gli altri vedessero.

Le azioni educative  si svolgono spesso in una scena pubblica, dove uomini e donne interpretano un ruolo ( genitori, educatori e insegnati, ecc) più o meno aderente con ciò essi sono realmente.

Tornando ad Oscar, lui è un uomo differente da me, perchè ha sbagliato in modo irreversibile. Ha compiuto la tipologia di  errore, volontario o meno, peggiore possibileGli errori irreversibili ti tolgono la possibilità di recuperare, di ricominciare e di riparare, ti tolgono il fiato. A volte non farli è anche una questione di fortuna.

Nella vita come in educazione (professionale o naturale) capita di sbagliare, capita di provare e non riuscire, capita anche di farcela. Quello che dobbiamo e cerchiamo di evitare è l’ irreversibilità delle nostre azioni. E se non ci riusciamo?

Quindi la domanda finale è questa : Come si fa a ripartire da un errore irreversibile?

Christian S.

mani in faccia

Newtown ( Connecticut – USA) , 14 dicembre 2012. Un ragazzo di 20 anni, Adam Lanza, entra in una scuola elementare e spara su bambini ed insegnanti. Un disastro.

Non è facile commentare un evento del genere,  26 persone morte, di cui 20 bambini, il dolore, anche se lontano, strozza la voce e i pensieri. Io però sento il dovere e il bisogno di provare a mettere qualche parola, dove di parole sembrano non essercene.

” …il senso di protezione”:  L’immagine della maestra che chiede ai bambini sopravvissuti di mettersi in fila, ad occhi chiusi, per uscire dalla scuola è un’immagine durissima, straziante, fortissima, ma che rimanda all’idea di volerli proteggere, ancora, di voler provare ad evitare che, alle immagini già viste, se ne aggiungessero altre, magari quelle di qualche altro bimbo della classe che in quella tragica mattina non era riuscito a sopravvivere.  Le parole di quella maestra sono la sintesi di ciò che tutti noi abbiamo pensato, genitori, figli e cittadini. Parte di ciò che vorremmo fare sempre quando si parla di bambini. Vorremmo proteggerli anche da ciò che non possiamo prevedere.

Io ho deciso di proteggere mia figlia, potevo farlo. La televisione in casa mia in questi giorni è rimasta spenta. Poi dovrò trovare il tempo di parlarne con lei, perché immagino che alcuni dei suoi compagni avranno visto, ascoltato, saranno stati esposti alle orrende immagini che sono passate nei media. Ma questa è un’altra storia…

” il senso di impotenza”:  Quando avvengono queste cose, comincia il valzer delle domande.

  • Come avremmo potuto impedirlo?
  • Come si poteva fermare Adam?
  • Perché chi lo conosceva non si è accorto di nulla?
  • Perché , perché, perché…

Quel rimbombo che senti, quando succedono cose di questo tipo, è il rimbombo del senso di impotenza perché  hai, da una parte, la netta sensazione di essere davanti a quel tipo di eventi che non puoi impedire e prevedere, dall’altra l’idea che qualche cosa avresti potuto o dovuto fare.  Quel rimbombo, devo essere sincero lo sento anche io, anche se la lontananza un po’ lo attenua.

” ..il senso di responsabilità” : Quando ho sentito parlare di ragazzo “autistico” mi son subito detto: “…eccoci, ora per evitare di dire che anche noi  siamo responsabili (almeno per un pezzo) di ciò che è successo, diciamo che era autistico così la colpa ricade sulla malattia e siamo tutti con la coscienza a posto”.  Nessuna nostra responsabilità se aveva le armi, nessuna se era fuori controllo, solo e fuori come un balcone, nessuna responsabilità della società rispetto a ciò che produce, insomma. Adam, che ci piaccia o meno l’abbiamo prodotto noi, perché per entrare in una scuola armato di tutto punto e uccidere 26 persone non ci vuole solo un “uomo malato”, ma una società “malata”.

“… cercando un senso, dove il senso non c’è (cit. Vasco) : Ovviamente ora diventa difficile, quasi impossibile, trovare un senso a ciò che è successo e forse alcuni di noi faticheranno a trovarlo. Le famiglie delle vittime in alcune interviste dicevano : “…non sappiamo come elaborare una cosa del genere “. Forse l’unica cosa che puoi fare è metterlo via, quel dolore, piano piano, metterlo dove meno fa male. Forse più che metterlo via devi trovare il modo di spostarlo verso qualche cosa, dove verso non sia contro ma in una “qualche” direzione.

“…il senso del cambiamento”:  L’unico senso che trovo io, a km di distanza dalla tragedia, è legato al bisogno di cambiare. Cambiare il rapporto tra uomini e armi, cambiare il rapporto tra uomini e uomini, cambiare il modo di proteggersi e cambiare il modo di stare insieme, perché ad aver paura si rischia di vedere “Orchi” in ogni luogo.

Christian S.

Ecci i post di Igor Salomone e Alessandro Curti che mi hanno sollecitato questa riflessione.

Nelle ultime settimane ho seguito in apprensione, come avevo anticipato,  questa nuova parte della carriera del mio amato maestro Zdenek  Zeman (trovate nel blog tante cose su di lui.)

L’ho seguito come sempre con la speranza che mi regalasse qualche perla, qualche spunto su cui ragionare e prontamente, quando meno me lo aspettavo,  eccolo, ecco l’idea , ecco la scintilla, ecco lo spunto.

Zeman ha già allenato in serie A , ha già allenato la Roma , ha già allenato una squadra pronta per giocarsi lo scudetto. Quello che succedeva, qualche anno indietro era che le sue squadre, giocavano bene, facevano spettacolo, ma non riuscivano a vincere. In pochi anni Zeman fu considerato un allenatore spettacolare ma perdente e così fini (anche per altri motivi) ai margini di un calcio in cui la vittoria è il valore assoluto.

Z. è tornato ad allenare la Roma dopo quasi 10 anni di serie B e C ed io ho pensato: Avrà sicuramente imparato qualche cosa da ciò che gli è successo nel passato, oggi sarà meno spettacolare , meno bello , ma più vincente.

Nulla di tutto ciò, la Roma di Zeman è bella, pratica un calcio offensivo, segna e prende una caterva di gol e come in passato naviga a metà classifica.

Z.Z. è quindi un Maestro che non impara? Come ho potuto, io,  inneggiare per tanto tempo ad un maestro così, possibile che sia stato preso da un abbaglio?

Poi ho capito.

Ho capito che Z. non è un maestro che non impara, è un maestro che non ha voluto imparare “QUELLA LEZIONE“,  che non è interessato alla vittoria, che è interessato ad altro, che non ha voluto cambiare, che ha voluto ribadire il suo modo di guardare il calcio.

Forse è un maestro che durerà poco alla guida della Roma , ma è un maestro differente.

Secondo Zdenek Zeman:

  • il calcio è uno spettacolo (quindi deve far divertire).
  • lui è un insegnate di calcio ed i giocatori sono lì per imparare, anche quelli a fine carriera.
  • il calcio è uno sport di squadra, se giochi per te stesso ti siedi in panchina.
  • nello sport la vittoria non è tutto, è solo una delle componenti , ci sono altre cose molto più importanti.
  • nel calcio si può vincere anche perdendo.

Io, francamente, non riesco a dargli torto.

Giusto per far capire cosa intendo: Domenica scorsa la Roma vinceva, dopo circa 30 minuti, per Due a Zero la partita contro l’Udinese. Un’altro allenatore avrebbe tolto due attaccanti e messo due difensori, arretrato la squadra e probabilmente portato a casa la vittoria. Doppia Zeta no, lui ha continuato a dire ai suoi giocatori che dovevano attaccare e segnare, perché per lui rispettare i tifosi vuol dire produrre spettacolo per 90 minuti  e non solo per i primi 30. Per la cronaca la  partita è finita 3 a 2 per i friulani, ma questo, anche in questo caso, non è per nulla importante.

Zeman ci insegna a difendere ciò che di differente abbiamo nel nostro modo di incontrare il mondo. Ci insegna, in qualche modo, ad insegnare il valore dell’essere diversi. Perché se essere differenti è un valore, lo si insegna proprio evitando di uniformarsi. 

Christian S.

Da una bella idea di una collega  ( Monica Cristina Massola) un luogo in cui si possono trovare tutti i blog , siti e gruppi che parlano di educazione e pedagogia, Bello!

Snodi Pedagogici

Il 2012 dovrebbe essere il punto più basso per il mondo del sociale, almeno lo spero.

Quello a cui stiamo assistendo è uno degli spettacoli più umilianti a cui è possibile assistere. Bandi al ribasso, tariffe educative che non permetterebbero di pagare nemmeno un 3° livello, ottime cooperative che competono una contro l’altra per un tozzo di pane. Educatori che accettano compensi indecenti, consulenti pedagogici che accettano di lavorare a prezzi che sfiorano la concorrenza sleale, psicologi che accettano incarichi con tariffe più che dimezzate. Cooperative squalo, che fanno ribassi del 7,5 % su servizi già senza margini e che partecipano ai bandi scaricando i tagli sui contratti degli educatori. Cooperative che abusano dei contratti co-pro e che pagano 6 euro lordi un educatore professionale. Nessun rispetto del contratto nazionale, né da parte dei comuni  (che non ne chiedono il rispetto) né da parte delle cooperative.

Orrende proposte professionali piovono come grandine, tutto ciò giustificato dalla stessa frase: “…mi spiace, c’è la crisi”.

La crisi è anche un alibi, permette di dire e fare cose che in altre fasi non ci si permetterebbe di fare. La crisi ha probabilmente acuito, un problema che il mondo dell’educazione deve affrontare da sempre. Sta permettendo a chi ne vuole approfittare, di giustificare azioni che in altre fasi sarebbero considerate solo giochi al ribasso e indecenti azioni di svalutazione dei servizi e delle competenze educative.

Nominare la crisi permette a tutti: dirigenti dei comuni, responsabili dei servizi, politici, presidenti di cooperative, consulenti, formatori, psicologi ed educatori stessi, di proporre ed accettare stipendi e bandi assolutamente inaccettabili, perché come si dice di solito “tengo famiglia”.

Il mercato delle vacche è questo, un mercato in cui continuando a giocare al ribasso, della vacca son rimaste solo le ossa.

Non so cosa rimarrà del nostro lavoro, non so quali cooperative riusciranno a sopravvivere a ciò che sta accadendo, e non so nemmeno quanti degli ottimi professionisti che conosco rimarranno a fare il lavoro per cui hanno studiato tanti anni. Non so chi o cosa si salverà da ciò che vedo.  Quello che so è che tutto ciò si scarica su due categorie di persone, gli educatori e gli utenti. Nel mio caso, quindi, su di me si scarica 2 volte, perché da una parte faccio l’educatore e il consulente pedagogico e dall’altra necessito di servizi educativi di qualità  per le mie figlie, veramente un colpo di culo. No so se riuscirò a resistere alla tentazione di iniziare anche io l’epoca degli sconti, delle offerte e delle proposte accattivanti e seduttive. Magari nel prossimo preventivo ci metto dentro anche un set di pentole e la mountainbike con cambio shimano.

Sapere, però, che tanti consulenti pedagogici, formatori, dirigenti di comuni, responsabili di settore, educatori, psicologi e politici stanno provando, come me, a resistere e questa onda anomala, devo essere sincero, mi conforta. So che esistono ancora cooperative, fondazioni e associazioni che credono nella qualità, che ci sono ancora nel mondo del sociale uomini e donne che di sconti, ribassi e offerte economicamente vantaggiose non vogliono nemmeno sentir parlare, perché ciò che gli interessa è costruire servizi di qualità, costi quel che costi. Io sto con loro, con chi prova a stare dentro la fatica della fase senza cercare semplici e accomodanti vie di uscita.

Questo è un post dedicato a chi sta cercando di resistere all’idea di svendere il proprio lavoro e i propri servizi, agli operatori della Cooperativa Sociale “I Colori” di Roseto degli Abruzzi e a chi guarda il lavoro pedagogico in questo modo (pedagogia sottocosto). 

Qualche giorno fa ho pubblicato un post con alcune domande, se volete leggerle.

Christian S.

Prima di pubblicare un post, che probabilmente mi si rivolterà contro, provo a schiarirmi le idee. Quindi, faccio un post fatto solo di domande.

  1. Come può l’educazione e la consulenza pedagogica stare al di fuori delle logiche di mercato (… pubblicità, sconti, offerte, comunicazioni seduttive, ecc) senza auto-eliminarsi?
  2. Esiste un modo per parlare di educazione e consulenza pedagogica senza che si paragoni i servizi ai prodotti  ( “…ti faccio lo sconto, tranquillo”), le pere alle consulenze ( “…assaggia e se ti piace compri”) e  i servizi educativi ai servizi commerciali ? ( ”…la scuola è in passivo, non va bene”).
  3. La logica dell’offerta più bassa è in qualche modo accettabile? Come la si può contrastare?
  4. Come possiamo contrastare la logica del ribasso ( ” …il prezzo più basso vince”)? Fino a quanto si può scendere?
  5. Come si fa a difendere la qualità di ciò che facciamo mentre tutti usano l’alibi della crisi per chiederti di lavorare al minor costo possibile?

Christian S.

Agosto 2012. In un centro commerciale.

Mamma: guarda che bella questa cartella, ti piace?

Bambina (6 anni) : si bella, ma è da femmina.

Mamma: e quindi?

Bambina: …io non la voglio, ne voglio una da maschio.

Padre: … ma chi l’ha detto che è da femmina?

Bambina: ma non lo vedi che è rosa?

Padre: perché il rosa è il colore delle femmine, da quando le femmine se lo sono comprato?

Bambina: no, ma io voglio una cartella diversa.

Mamma: questa verde ti piace ? ( identica nello stile alla cartella rosa)

Bambina: bellissima, prendiamo questa.

Ci sono alcune cose, in questo scambio, che mi colpiscono, da una parte sembra di essere difronte ad una bambina libera, a cui viene permesso di prendere la cartella che vuole, dall’altra questo scambio pare comunque il segno di un condizionamento culturale forte.

  • La bambina prende la cartella verde, solo per non prendere quella rosa o perchè le piace veramente?.
  • Rifiuta di prendere la cartella rosa perchè è abituata a sentire dire che il rosa è per le femmine e lei non vuole stare dentro questa categorizzazione?.

Vista da questa angolatura parrebbe una scelta reattiva, segno di un carattere forte e deciso, ma sempre una reazione di opposizione a ciò che la cultura vorrebbe per lei. ( il rosa per le femmine e l’azzurro per i maschi). La bambina si ribella, decide di stare fuori dagli schemi e in questo senso è libera.

La questione che rimane aperta è che probabilmente ha scelto la cartella per reagire ad uno stereotipo e non per rispondere ad un suo desiderio.

  • Come facciamo a garantire ai nostri figli la possibilità di essere liberi nelle scelta? Forse anche accettando che la loro scelta non ci piaccia un granché. Ma quanto è difficile accettare che scelgano una cosa che non ci piace?
Forse, per permettere ai nostri figli di scegliere veramente ciò che desiderano, dobbiamo lavorare per alleggerire (dove possibile) le rigide catogorie che tanto spesso ci rassicurano.
 
Ho già affrontato questo argomento in un’altro post (eccolo).
 
Domani inizia la scuola, buon lavoro a tutti.
Christian S.
 
 
Oggi è l’11 settembre.

Festeggio con grande gioia la vittoria di Oscar Pistorius sui 400 metri.

La vittoria di Oscar…l’articolo

Il post sulla rosicata…il post

Il primo post…l’inizio

Guardando le Para Olimpiadi ho imparato molto, molto di più di quanto mi sarei mai aspettato.

Quindi, in questa olimpiadi, ho vinto anche io…

Christian. S

Due interviste del 2009 ad Igor Salomone. Autore di “Con occhi di padre” (il libro). Consulente Pedagogico e Co-Titolare dello Studio Dedalo di Milano.

Ad Igor Salomone e Rosa Ronzio (fondatori 25 anni fa dello Studio Dedalo, studio di prassi pedagogica), devo molto, se non li avessi incontrati qualche anno fa, oggi, molto probabilmente, farei altro.

Ho trovato, dentro le due interviste, ottimi spunti di riflessione, quindi credo valga la pena ascoltarle o per chi le ha già sentite, ri-ascoltarle.

Buon ascolto.

Christian S.

L’intervista di Igor Salomone con Bonolis alla trasmissione Il Senso della vita, sul libro “Con occhi di padre”, credo che valga la pena ascoltarla.

Finalmente un Pedagogista in una trasmissione importante, sarebbe stato meglio scrivere Consulente Pedagogico, ma non si può avere tutto dalla vita, giusto?

il link del post relativo al  libro

Christian S.

ecco il video

Ci sono persone che possiedono talenti naturali, innati, ricevuti in dono, ereditati dai propri genitori. Ci sono persone che ne possiedono più di altre. Ci sono persone che sembrano non possedere alcun talento per poi sorprenderti. Forse ci sono anche persone che di talento non ne hanno e non ne avranno mai.

Non riesco ancora a decidere, sono diviso tra l’idea che il talento si possa coltivare e imparare oppure solamente sprecare. Riprendendo una frase a me tanto cara, si potrebbe dire : “ogni persona ha un talento nascosto, il problema è che non tutti lo trovano…”  Se invece il talento non si potesse imparare né coltivare, se il talento fosse solo ciò che differenzia alcuni esseri speciali dal resto della popolazione?

Il talento dovrebbe essere ciò che ti differenzia dagli altri, che ti permette di emergere, di mostrare ciò che sai fare. Leo Messi (scheda), minuscolo giocatore, ora uno dei giocatori più famosi al mondo, ha rischiato che il suo talento andasse sprecato. Leo Messi ha avuto una rarissima malattia che lo ha tenuto piccolo, basso. Deve ringraziare il coraggio di un osservatore che lo volle a Barcellona anche se in quegli anni i giocatori piccoli non li voleva nessuno. Forse Leo sarebbe emerso lo stesso, ma ad oggi quello che possiamo dire è che i talenti si possono perdere e che i cacciatori di talenti sono la loro salvezza. Leo Messi è, a detta di tutti, il giocatore più forte del mondo.

Le persone così tanto talentuose, un po’ mi creano invidia. Io non posso giocare a calcio come Leo Messi,  io quel talento lì non lo possiedo. Mi piacerebbe possederne un altro però, perchè le persone talentuose mi son sempre piaciute.

Dall’altra parte  invece, ci sono persone, anche colleghi educatori, con cui la ricerca del talento sembra cosa ardua, impossibile, quasi inutile. Alcuni colleghi con cui ho lavorato mi fan pensare che il talento sia innato, che non si possa imparare, o c’è lo hai oppure è meglio che fai altro….  Forse, spingere alcuni colleghi a fare altro, è un modo per cercare di aiutarli nella ricerca del proprio talento.

Non ne uscirò oggi, lo so, non riuscirò a capire, da solo, dove sta la verità. Una delle verità è che mi piace lavorare con i talenti altrui, cercarli, osservarli, scovarli e illuminarli e soprattutto mi fa rabbia vederli sprecati. Mi piace aiutare le persone a trovare ciò che sanno fare meglio, ciò che fanno con la maggior passione e competenza possibile.

Mi piace meno lavorare con chi il talento sembra non lo possederlo, ma ci lavoro lo stesso, perchè non mi sono ancora arreso all’idea che io non possa aiutarlo a trovare qualche cosa di talentuoso dentro di sé. Negli ultimi anni la sfida più grande di una parte della mia carriere professionale è stata proprio questa.

Il mio è un lavoro differente, in cui forse è ancora possibile cercare i talenti. Il lavoro educativo è “artigianale”, non “industriale”, se l’artigiano ha talento lo si vede prima o poi. Fare un lavoro artigianale, in questa fase storica, mi pare molto ma molto meglio.

Buone vacanze a tutti, vado a cercare di capire se da genitore riesco a trovare qualche nuovo talento nascosto. In queste vacanze proverò ad insegnare a mia figlia a pescare, anche se mio padre dice che lì di talento in me non ne ha mai visto. (e  forse ha ragione)

Magari scopro che da un ” mediocre” pescatore può nascere un “talentuoso” insegnante di pesca?

Christian S.

La luccicanza educativa è un modo di guardare l’educazione. Solo alcuni educatori la possiedono.

Possederla non dipende dai titoli, dall’età, dalle competenze, possederla è una fortuna, è frutto di una ricerca, della ricerca pedagogica.

La luccicanza si può imparare, si può scoprire e si può alimentare.

La luccicanza educativa è un modo di guardare il mondo e con sè, anche l’educazione. E’ un modo differente di approcciare agli altri. Un modo differente di attraversare le esperienze.

Ho conosciuto, selezionato, formato, lavorato, imparato, insegnato e incontrato tanti educatori, di diversa formazione, età, provenienza e  pochi di loro avevano la luccicanza educativa.

Incontrare un educatore luccicante è una fortuna, lo riconosci perché quando ti parla del suo lavoro gli si illuminano gli occhi, perché sembra trovare in ogni luogo di lavoro, in ogni incontro un senso profondo, sembra trovare in ogni esperienza qualche cosa da imparare. Sembra guardare altrove, sembra osservare cose che gli altri di solito tralasciano.

Quando incontri l’educatore luccicante ti accorgi che il suo curriculum svanisce, il suoi titoli e le sue competenze diventano lo sfondo della scena. La luccicanza educativa è affascinante, seducente, coinvolgente, a volte accecante.

La luccicanza educativa non è solo professionale , ci sono anche dei genitori luccicanti, genitori pensanti, che sentono la necessità di capire , di crescere insieme ai propri figli, genitori che chiedono, che domandano, che si interrogano, genitori che mentre insegnano continuano ad imparare, assetati e affamati di nuovi idee.

I genitori luccicanti sono belli da guardare, a volte li osservi con un pò di invidia, ti sembrano lontani, ti sembrano sempre competenti, ti appaiono felici anche quando non lo sono. Incontrare un genitore luccicante è difficile ma quando succede te ne accorgi, perché mentre ti parla dell’essere padre o madre ti viene voglia di ascoltare, di capire, di approfondire. I genitori luccicanti non hanno sempre dei bambini luccicanti, ma spesso.

Io conosco alcuni bambini luccicanti.

Non so se per diventare un essere luccicante sia necessario essere stato un bambino luccicante, ma credo che possa aiutare averne, almeno, incontrato uno mentre si cresceva.

La luccicanza educativa è l’antidoto al born out (cottura professionale), al prepensionamento educativo. La luccicanza è l’antidoto alla banalizzazione dei pensieri sui propri figli, sulle loro azioni, un antidoto al : ” non ci sono più i giovani di una volta”.

Ho incontrato alcuni pre-pensionati dell’educazione, anche neo laureati. Ho incontrato tanti educatori normali, pochi educatori e genitori luccicanti.

Incontrare degli esseri lucccianti è una fortuna, quando li incontri professionalmente non devi farteli sfuggire, devi fare di tutto per tenerli con te, perché sono loro che ti fanno luccicare i progetti, i servizi, le equipe e le classi intere.

Questo post è dedicato a tutte le persone luccicanti che ho incontrato, per fortuna, nella mia vita personale e professionale.

E’ dedicato, soprattutto, ad una delle mie maestre, una delle maestre luccicanti. Questo post è dedicato a te, Rosa R. perché so che tu la luccicanza la sai riconoscere.

Stimolato da un post di un collega (Triangoli), riparto con le mia personale battaglia per mostrare che sul calcio si possono ancora investire pensieri, parole ed emozioni.

Il 14 aprile 2012, la morte di un giocatore in campo, ha riportato alla luce e sotto i riflettori il calcio professionistico.  Le immagini di Piermario Morosini (Scheda) hanno fatto il giro del mondo.  Di Morosini hanno parlato quasi tutti, anche persone che di calcio non parlano mai. La sua storia, molto particolare, ha suscitato emozioni che di solito sembrano non appartenere al mondo superficiale e corrotto che i giornali hanno raccontato negli ultimi mesi (calcio scommesse, violenze dei tifosi, ecc). Emozioni che dal calcio sembrano essere distanti anni luce, insomma.

Emozioni che parlano di sport, vite vissute e drammaticamente interrotte.

Una squadra, il Pescara di Zeman (trovate anche una sua scheda sul blog) assisteva in campo al tragica morte di quel ragazzo di 25 anni.

Nelle settimane successive il tragico avvenimento, la squadra di Zeman ha perso e pareggiato le 4-5 partite successive all’evento, rischiando di compromettere la possibile promozione in Serie A. La sensazione, per chi ha assistito alle partite, è che i giocatori, il tecnico e tutto lo staff siano rimasti “congelati” da ciò a cui avevano assistito. La cosa mi ha colpito, perché mi restituisce un’immagine del calcio vera, semplice, cruda e profonda. L’immagine di una sport di squadra dove le emozioni esistono, dove i giocatori avversari (Morosini giocava nel Livorno) sono anche colleghi.

Il calcio è anche questo, un luogo di incontri in cui è possibile piangere un collega morto, anche senza averlo conosciuto direttamente, anche senza averci giocato assieme, anche senza aver condiviso lo spogliatoio. Z. Zeman , il giorno della morte di Morisini ha pianto, perchè anche i maestri piangono. (Il post).

E’ sempre più difficile trovare esempi, racconti e emozioni che ci parlino di sport, fatica, grinta, corsa e sudore. E’ sempre più difficile soprattutto rintracciare storie di valore nel calcio professionistico. Forse, è necessario ritornare a parlare di calcio giovanile, di calcio di periferia, di storie di calcio che si svolgono lontane dai riflettori.

Continuo a pensare che: Il valore del calcio risiede in alcune storie.

Forse val la pena, allora, ricordare la storia del Union Sportive Quevillaise (Scheda), che dalla serie C francese, pochi mesi fa, è arrivata a giocarsi, con un gruppo di giocatori semi-professionisti, la finale della coppa di francia contro Olympique Lyonnais.

Per la cronaca il “Quevilly” poi perse, ma in questi casi, come in Educazione, il risultato non è tutto!

Oppure le gesta del Calais Racing Union Football Club (Scheda) che nel 2000 sfiorò l’impresa e perse (con un rigore all’ultimo minuto) con il Nantes, la finale di Coppa di Francia. Per la cronaca, i giocatori del Calais facevano i calciatori per passione e per arrotondare lo stipendio.

Da noi si potrebbe parlare del Chievo (Scheda), squadra di un quartiere di Verona , che non ha nemmeno una pagina wikipedia dedicata.

Nel calcio, come in educazione, trovo più interessante, parlare di ciò che è successo, raccontare storie, narrare “le imprese” di coloro che hanno provato ad andare oltre il limite previsto.

…Trovo le storie sportive decisamente più interessanti dei risultati. 

Christian S.

Resistere è un dovere.

Si resiste al dolore, all’apprendimento, si resiste per difendersi. Proviamo a resistere alle ingiustizie.

Oggi è necessario resistere alle barbariche invasioni culturali e intellettuali.

Resisto da un pò alla fastidiosa idea che mi passa nella mente quando, tutte le mattine, i soliti furbetti sorpassano, nell’altra corsia, la lunga fila che faccio per uscire dal mio paese. Resisto all’idea di uscire dalla fila per tamponarli.

Resisto all’idea di cambiare lavoro, perchè ciò che prendo non è degno per lo sforzo e la responsabilità che porto sulle spalle.

Resisto costantemente, da un pò di anni, alla voglia di non votare più.

Resisto alle invasioni degli altri, soprattutto quando le sento disinteressate, quando sento che non c’è nessun interesse nel farmi crescere.

Resisto quando sento parlare male degli insegnanti, dei medici e dei migranti. Resisto all’idea di portare via la mia famiglia da un paese che amo ma che sempre di più trovo non degno di avermi come cittadino.

Resisto al dolore che mi provoca l’idea che ci siano ottimi professionisti dell’educazione che faticano ad arrivare a fine mese.

Resiste dentro di me l’idea che fare educazione sia il miglior modo di far politica in questo nostro, strano paese.

Resisterò ancora tanti anni, perchè ciò che faccio è un lavoro pulito, trasparente, non comprabile e non barattabile.

Resistere è una delle possibilità di scelte che mi rimane. Resistere in un mondo in cui la libertà di scelta spesso fa rima con il disinteresse per me significa dar valore alla possibilità di dire : questa volta no!

Resistere, per me oggi, vuol dire provare ad andare oltre la crisi economica, oltre la crisi dei servizi educativi, oltre i tagli alle politiche alla persona, oltre la concorrenza delle cooperative e oltre il pessimo contratto che abbiamo.

Resistere è andare “oltre”, oltre quella sensazione che ci sia poco da fare per risollevare un paese culturalmente, educativamente e intellettualmente alla deriva. Resisto all’idea di pensarla così.

Resistere è per me, un ‘opportunità di crescita e quindi una possibilità pedagogica.

Non resisto alla felicità che mi da, finalmente, scrivere.

 

Christian S.

Tu a cosa resisti?

 Sabato mattina, davanti al banco della frutta e verdura.

Al mercato del mio paese, alcuni commercianti mi conoscono (la spesa è una delle mie mansioni preferite, soprattutto nei mercati) e soprattutto conoscono il lavoro che faccio. Alcuni hanno capito bene altri meno ma in questo caso ciò che faccio, alla ragazza del banco della frutta e verdura, è assolutamente chiaro.

Lei è una mamma di due bambini, il più grande ha l’età di mia figlia, ogni tanto è al mercato con loro, io lo conosco e con la madre ho già parlato di lui.

Mi ha raccontato di qualche fatica, delle difficoltà che ha avuto alla nascita del fratello e di qualche difficoltà scolastica.

ore 11.00

Quando mi vede mi salute e mi dice : ” posso chiederti una cosa?”.

Rispondo: ” certo, dimmi pure…”

Avverte il marito e ci mettiamo poso distanti, ne segue una chiaccherata di circa 15 minuti. Nella chiaccherata, la ascolto, le do un pò di consigli sulle questioni educative del figlio e le lascio un paio di suggerimenti su cosa leggere e su cosa fare per aiutarlo. Mi ringrazia in modo molto sincero.

ore 11.30

Compro la frutta ( 2 kg di arance) e pago.

ore 11.37

Poi mentre me ne vado penso : “io le ho dato la mia competenza, lei la sua. Io pago le arance, a prezzo pieno, e lei si becca la consulenza, gratuità”. Mi pare che ci sia qualche cosa che non funziona, sbaglio?

Christian S.

“Di lavoro faccio il consulente pedagogico, l’educatore e il padre…”

“Perchè, ti pagano anche quando fai il padre?”

“No, ma è un lavoro comunque…”

 

Premessa: Ci sono diverse tipologie di educatori, quelli che lo fanno solo di lavoro, quelli che lo fanno solo nella vita e quelli che lo fanno sia di lavoro che nella vita, io faccio parte della terza tipologia. Questa appartenenza non fa di me ne un eroe ne altro, fa di me solo ciò che sono. Far parte della terza tipologia non sempre mi aiuta, ma alcune volte è utile. Mi aiuta perché posso riflettere sia su ciò che faccio come padre sia come professionista dell’educazione. Non mi aiuta perché da genitore faccio la stessa fatica di altri, anche se spesso mi dicono ” tu dovresti sapere come fare…”.

L’educatore professionale: Ho sempre pensato che fare l’educatore professionale fosse difficile, a volte duro, in alcuni casi quasi senza senso. Tanta fatica, tanto sudore, una discreta dose di dolore, qualche botta, costante messa in discussione del ruolo, stipendi  spesso orrendi, poche possibilità di carriera, insomma un “lavoro sporco” come l’ho definito in uno dei post passati (…é un duro lavoro…). E’ un lavoro che fa i conti spesso (quasi sempre verrebbe da dire), con chi ha difficoltà, con chi fa fatica, con chi è in situazione di fragilità. E’ un lavoro che quasi sempre fa i conti con chi ti porta oltre il limite, con chi oltre quel limite c’è andato più volte e con chi rischia di andarci. E’ un lavoro che chiede di tollerare cose che altri lavori non chiedono. Un lavoro che ti espone a violenze e rischi costanti, spesso con poche tutele e difese, un lavoro che ti sottopone a una forte pressione. Penso, comunque, che sia uno dei lavori più belli, nonostante la fatica che si fa.

I geni-educatori: Ho incontrato tanti genitori-educatori, ho ascoltato tante storie, ma ve ne sono alcune che colpiscono più di altre, perchè ti accorgi, quando le leggi, che ti possono insegnare delle cosa sia come padre che come professionista. Quando incontro alcune storie (Uno, due, tre…si dorme) o (Nata dislibera) o quando mi capita di ascoltare i genitori che fanno i conti tutti i giorni, più di me, con le grandi fatiche educative, mi sorgono alcune domande sui motivi per cui da parecchio tempi, faccio questo lavoro. Ricercare i motivi di una scelta professionale è importante, in alcune fasi, perché ti permette di ritrovare il senso di ciò che fai, il senso di una scelta che rischia spesso di non essere comprensibile quando si è stanchi e sotto pressione. Ascoltare le storie di chi fa i conti nella propria quotidianità, con chi ha fragilità, alcune volte mi ha aiutato a fare questo e per questo li devo ringraziare.

 Il valore di una scelta, ovvero :”Perché fare l’educatore professionale?”.

  • perché, altri, hanno bisogno di essere alleggeriti, qualche volta.
  • perché altri non ci son riusciti.
  • perché tutti, anche quelli che ci mettono in difficoltà,  hanno il diritto di avere un educatore vicino.
  • perché lo abbiamo scelto.
  • per chi riesce quasi da solo ma soprattutto per chi non ci riesce.
  •  per chi ha veramente difficoltà.
  • anche per dire che non tutto è possibile, che esistono richieste inaccettabili.
  • perché siamo rimasti solo noi.
  • perché abbiamo studiato tanto per questo.
  • perché continuiamo a crescere per farlo.
  • perché…

Fortunati, ovvero :”Alcuni dei diritti degli educatori professionali”

  1. a fine turno si chiude e si va a casa.
  2. la nostra responsabilità è limitata da un contratto di lavoro, da tempi, luoghi e mansioni.
  3. abbiamo doveri ma anche dei diritti.
  4. abbiamo uno stipendio. 
  5. abbiamo degli spazi di riflessione ( l’equipe, la supervisione e la formazione).
  6. abbiamo la possibilità, costante, di confrontarci con i colleghi. 
  7. abbiamo la possibilità di decidere se restare o andare.
L’educatore del 3° tipo, ovvero: ” alcune delle possibilità per sopravvivere al duro lavoro dell’educare…”
  • E’ quel padre che sente il bisogno di farsi delle domande, di riflettere attorno a ciò che succede, giorno per giorno, al proprio figlio.
  • E’ quella madre che si chiede cosa ha fatto e cosa può fare per imparare delle cose nuove sul suo ruolo.
  • E’ colui che sente, comunque, una responsabilità educativa nei confronti di coloro che incontra.
  • E’ l’educatore che riesce ad imparare delle esperienze che incontra, che siano professionali o naturali, poco importa.
  • E’ l’educatore profesionale che ha compreso che anche delle esperiene narrate dagli educaotri naturali si possono imparare delle cose sull’educazione professionale.

Io, di educatori del terzo tipo, per fortuna, ne ho incontrati alcuni.

Le conclusioni: In molti casi educatori naturali ed educatori professionali si assomigliano, nei diritti, purtroppo, molto meno. Se la guardo da questo punto di vista, fare il professionista dell’educazione mi sembra meno difficile che fare il padre. Se penso ad alcune fatiche che ho fatto nella mia carriera professionale, insegnare a mia figlia ad andare in bicicletta mi pare una passeggiata.

Christian S.

Oggi mia figlia ha imparato ad andare sui pattini.

Credo di aver contribuito, anche io, ad insegnarglielo.

La questione è che io non so andare sui pattini. Non è completamente vero, in effetti, io sono andato sui pattini da bambino. Quindi ciò che posso dire è che io potrei essere in grado di insegnare come si va sui pattini solo pescando da ciò che ho imparato in passato.

Posso insegnare provando a trasferire ciò che ho imparato. Non posso più, ma questo per questioni fisiche, andare sui pattini, ma questo è un’altro discorso.

Se riguardo le immagini della mattinata, in effetti, vedo è un uomo che mima dei movimenti (pescando nella memoria visiva) e una bambina che osserva e ripete.

Corpo in  avanti e piede obliquo per spingere. Osservare ed Imparare.

Vista così, verrebbe da pensare che sia possibile insegnare tutto ciò che si è imparato, ma per far questo è fondamentale che uno sia, almeno, un buon insegnante. Essere un insegnante non significa farlo di lavoro, ma avere la capacità di trasferire delle cose agli altri.

Non tutte le persone competenti sono anche capaci di trasferire le proprie competenze ad altri. Ci son persone capaci di andare in macchina ma totalmente incapaci nell’insegnare a farlo.

Quindi si può sopperire alla mancanza di conoscenza tecnica con il valore dell’esperienza. Ma lo possiamo fare per tutto?

Come avrebbe fatto, in un caso del genere, un genitore che non fosse mai andato in pattini? Cosa avrebbe potuto insegnare al proprio figlio?

Si può insegnare a non mollare, a rialzarsi, a tollerare le difficoltà, a riflettere su ciò che si sta facendo, ad imparare dall’esperienza che si sta attraversando, si può insegnare a “provarci”, a non perdersi d’animo, a non avere paura, si può insegnare molto anche senza sapere nulla o quasi nulla della materia specifica.

Si può insegnare se lo si vuole. Si può, in ogni caso, imparare a farlo.

Christian S.

Ho più volte raccontato, quanto possa essere bello fare l’educatore, il maestro e l’insegnante. Nulla, a confronto di quanto sia bello fare il genitore di una figlia che frequenta la scuola materna il giorno della festa del papà.

Ho sempre odiato le feste comandate, tranne la festa del 19 marzo 2012.

Non amo il natale, la pasqua, non amo la festa delle donne, san valentino, la festa dei nonni, non amo per niente quando sono gli altri a dirmi cosa devo festeggiare insomma.

Il carnevale invece mi piace.

La festa del papà ha sempre fatto su di me, però, un effetto differente, non sono mai riuscito ad odiarla da figlio e non riesco a considerarla come altre feste commerciali da quando sono padre.

Odio le feste commerciali e questo mi dovrebbe portare ad odiare anche il 19 marzo, ma oggi non si riesco.

Da qualche anno, il 19 marzo, ricevo dei regali per la festa del papà, ma non ne ricordo nessuno.

Quello che è successo oggi, però, ciò che ha cambiato il mio modo di vedere il 19 marzo è che un gruppo di “educatrici” ha avuto una semplice e meravigliosa idea, quella di organizzare una giornata (sottratta al normale ritmo di lavoro) in cui la scuola materna è diventata un luogo di incontro tra i padri e i figli. Una giornata dedicata solo al rapporto con i propri papà. Una giornata che mi ha permesso per la prima volta di “stare” con mia figlia,  in uno dei suoi luoghi di crescita più importanti.

Oggi amo il 19 marzo, e lo amo perché ci sono giorni diversi da altri, giorni in cui sei felice perché hai passato del tempo facendo delle cose con tua figlia e soprattutto sei felice perché lo hanno fatto, con te, anche tanti altri padri.

Alcuni padri e questo mi dispiace, si son persi questa occasione.

Quello che è successo, oggi, è che un gruppo di educatrici ha pensato di dare veramente senso ad una festa commerciale, regalando ai bambini ma soprattutto ai loro papà un bellissimo lunedì.

Quando professionalmente si dice che è importante dar senso e dar valore a ciò che si fa negli ambiti educativi, si intende questo.

Se tutte le settimane iniziassero così non verrebbe voglia di citare Vasco quando dice “…odio i lunedì…” :

Ho fatto sport per quasi 15 anni, sempre sport di squadra, sempre condotto da uno o più allenatori. Ho giocato a basket prevalentemente, ma anche a calcio e pallavolo, sempre con risultati discreti, mai ottimi (non ero un fenomeno, insomma). Ho giocato in tante squadre, spesso perdenti,  in cui si lottava e correva come matti e mi son divertito, tantissimo, anche senza vincere. Ho visto pochi compagni diventare professionisti, forse uno soltanto.

Per tanti anni, giocando a basket, mi son chiesto cosa pensassero i miei allenatori, se fossero veramente interessati alla mia crescita sportiva, se fossero interessati ad insegnarmi altro, oltre al palleggio e tiro.

Mi son chiesto se per loro fosse importante qualche cosa oltre il risultato.

Pensandoci, oggi, non trovo traccia di nessuno di loro nella mia mente e questo, un po’ mi dispiace, devo essere sincero. L’assenza di ricordi legati ai “maestri sportivi”  in una carriera di 20 anni però, dovrebbe dirmi delle cose, perché di solito ” i miei maestri ” li ricordo molto bene.

Non mi son chiesto allora, che formazione avessero perché per me erano allenatori, erano quelli che decidevano se farti giocare o meno, erano quelli che sapevano giocare meglio di te (a volte), che ne sapevano più di te (quasi sempre), erano quelli a cui non potevi dire nulla perché se gli rispondevi male, ti lasciavano fuori squadra.

Ho pensato per anni che mi sarebbe piaciuto fare l’allenatore, anche gratis o quasi, ci son passato vicino, qualche abboccamento, qualche mezza idea, ma mai nulla, mai fatto realmente il pensiero di prendere il patentino allenatori per esempio.

Se oggi non faccio l’allenatore forse è perché nessuno di loro è riuscito a farmi pensare o capire che allenare fosse anche educare, prendersi cura, accompagnare e soprattutto insegnare. Forse, invece, è solo perché io non ho compreso il preziosissimo valore del loro ruolo o mi son occupato di educare con altri strumenti e in altri luoghi.

Se penso a quanto può essere potente e divertente insegnare una disciplina sportiva, penso che a non fare l’allenatore, forse, mi son perso qualche cosa.

Se penso, invece, che altri lo fanno, il pensiero mi rassicura, perché : “mica posso fare tutto io…”. A questo proposito vi segnalo un bel blog  ”AllenarEducare“ e un bel post di un padre, sul rapporto tra “fragilità” e competizione, tra sport e competenze specifiche.

Una bella riflessione, su come lo sport possa aiutare i bambini ad imparare anche a stare insieme.

Palla al centro….

Christian S.

Gennaio 2012, equipe educativa, scherzando con una collega sulle fatiche del nostro lavoro :

” …è un lavoro duro, ma qualcuno lo deve pur fare…”

Ho sempre pensato che il lavoro educativo fosse uno dei più bei lavori del mondo, certamente meno faticoso del lavoro in miniera (almeno fisicamente), più faticoso per la testa che per il corpo insomma. Ho sempre pensato (fin dal lontano nel 1996 ) che fosse il mio lavoro. Ho sempre pensato che per me, fosse meglio fare l’educatore che l’impiegato. Non vi è nulla di male, ovviamente, nel lavorare in posta o in uno dei tanti uffici sparsi sul territorio, ma io ho scelto altro, ho scelto di fare educazione.

Ho scelto di insegnare, sia quando faccio l”educatore, sia quando faccio il consulente pedagogico, insomma. Mi piace e mi alleggerisce, da un pò, attraversare entrambi i ruoli.

Ho sempre pensato che fosse un lavoro strano, artigianale, un lavoro complesso, prezioso, atipico, anomalo, un lavoro diverso dagli altri. Penso che sia un lavoro ingrato, sottopagato e spesso poco compreso (“…cosa fai nella vita, l’educatore, bello, ma di lavoro?…”).

Non è un lavoro eroico, ma è un lavoro difficile e faticoso.

Ho scelto di lavorare con chi mi paga e soprattutto con chi mi paga in modo equo, con chi paga le mie competenze e non i miei titoli, con chi paga, anche, la mia capacità di imparare. Ho scelto di lavorare con chi apprezza lo sforzo di ricerca che faccio dal lontano 1996, di lavorare con chi ha voglia di valorizzare ciò che porto nei gruppi di lavoro.

Ho sempre pensato che i lavori duri fossero “altri”, quelli in cui ci si sporcava letteralmente le mani (il minatore, il meccanico, il muratore, ecc) e in cui si faticava fisicamente. Mi sono accorto, nel corso del tempo,  che ci  si  può stancare anche di fare l’educatore. Ci si usura lavorando in comunità, facendo turni di 24 ore, anche fisicamente. Ci si usura ascoltando gli altri, ci si satura dei problemi che si accolgono, ci si stanca della violenza che si subisce, degli stipendi bassi, delle poche gratificazioni e soprattutto ci si stanca quando si smette di imparare.

Quando si smette di imparare, si smette di fare l’educatore. Quando si smette di imparare si rischia di non riuscire più a sopportare la fatica che il lavoro educativo ti chiede. Se si smette di imparare si smette di insegnare. Se si smette di insegnare si smette di essere utili e forse sarebbe meglio, a quel punto, pensare di cambiare lavoro.

Cambiare lavoro, a volte, non è una sconfitta, è una scelta di salute. Tornare ad imparare, se si vuole insegnare, è una necessità.

Christian S.

La supervisione.

 

…faccio il supervisore, lo ammetto, lo faccio da un po’ e lo faccio perché mi piace, soprattutto.

Lo posso fare perchè ci sono organizzazioni che me lo permettono, lo faccio perché mi pagano, certo, ma lo faccio perché credo che sia un luogo prezioso, una stanza di riflessione che chi attraversa la pratica educativa, non dovrebbe farsi sfuggire.

La supervisione è una stanza rara.

Lo faccio, con un taglio pedagogico, con un taglio misto, meticcio, perché la mia storia formativa è piena di maestri differenti.

Sto imparando a farlo, non perché lo faccio da pochi anni, perché se smetti di imparare, smetti di insegnare.

Faccio supervisone perché è una delle cose che so fare e perché credo sia  necessaria a chi tratta questioni educative.

Non faccio il supervisore per aiutare a risolvere i problemi ma per creare cultura intorno a ciò che succede in educazione. Non lo faccio per fornire ricette, risposte o soluzioni, ma per aiutare i colleghi e i genitori che incontro a crescere in modo che lo possano fare da sé.

Faccio il supervisore perché entrare nelle storie degli altri, nei racconti, nelle emozioni che si provano nei luoghi e nelle azioni educative, mi piace e mi fa crescere.

Faccio il supervisore perché mi piace aiutare gli altri ad andare oltre, a guardare dove non guardano, ad osservare ciò che sembra banale con lenti differenti.

Fare il supervisore non è facile, perchè essere guardato mentre osservo mi costa fatica, perchè non sempre mi piace essere al centro della scena, perchè non sempre è una sedia comoda, perchè mi costa tanta energia.

Sono diventato un consulente pedagogico, credo, soprattutto perchè il mondo della supervisione mi ha rapito.

Christian S.

Chi legge il mio blog, sa che mi piace dar spazio a chi scrive di educazione. Oggi lo farò raccontando di uno strano incontro. Uno di quegli incontri che oggi chiamiamo : Virtuali.

Incontro Patrizia Gerbino in rete, qualche commento ai miei post, scambi interessanti e poi una strana proposta. “Ti andrebbe di leggere il miei libri ? (mi dice lei). Come si può non accettare una proposta del genere. Poche settimane dopo mi arrivano, via posta, i suoi due libri. Faccio fatica ad iniziare, perché capitano in un periodo complesso, strano pieno di impegni e con poco tempo. Poi trovo il tempo. Mentre lo leggo penso: “…una collega che ha voglia e tempo per raccontare cosa fa,  bene.”

i passi di andrea

Quello che mi trovo di fronte è un libro che racconta, passo dopo passo, l’incontro con un bambino autistico e le strategie professionali messe in campo per aiutarlo nel percorso didattico e di crescita personale. Un libro diretto, chiaro e leggibile. Un libro che accenna anche ad alcune delle  metodologie possibili.

Bell’idea quella di raccontare il proprio lavoro, quello di farla in un libro e quella di lasciar traccia di ciò che facciamo. Bell’idea in tutti i sensi, insomma.

Clicco Mi Piace (…è o non è un incontro virtuale?)

Patrizia Gerbino ha scritto anche un’altro libro, che si intitola Nuvole Perdute e raccoglie le lettere di un anziano che racconta di se’ e dell’amore.

Se volete saperne di più oppure volete i suoi libri eccovi il contatto: patrizia.gerbino@alice.it

Christian S.

frammenti

Lavoro (…e mi sento fortunato)Sette ore a settimana a Milano, Undici ore a settimana Pavia,Tre ore al mese a Bergamo, Cinque ore al mese a Brescia, Quattro ore a settimana a Como,Una volta all’anno ad Varese,Una volta al mese per la regione Lombardia, Una/due volte al mese per per il comune di Parma. Mi hanno proposto 3 ore al mese a Parigi, che faccio? Accetto?

Ho più datori di lavoro che lavori!

Christian S.